“’O famo strano?” Anche il vino ci prova… storie e curiosità dietro i nomi più bizzarri

Il mondo del vino non è solo tradizione ed eleganza, ma anche ironia e fantasia. Se è vero che il vino è poesia imbottigliata, come diceva Stevenson, a volte questa poesia ha titoli davvero originali. Dai vitigni che sembrano usciti da una favola ai vini che paiono inventati da un comico.

Cominciamo dalle protagoniste principali: le uve. Alcuni nomi sono così particolari che viene spontaneo chiedersi chi li abbia inventati e quale storia si nasconda dietro quelle parole.

Allora al via la descrizione di queste stranezze:

  • Pecorino

Confesso che, quando muovevo i primi passi nel mondo del vino, il suo nome mi lasciò perplessa: cosa c’entra il formaggio con il calice? In realtà, il Pecorino è un antico vitigno a bacca bianca, tipico dell’Italia centrale, le ipotesi sull’origine del suo nome sono varie. C’è chi lo riconduce alle greggi di pecore che un tempo pascolavano tra i filari, e si cibavano dai suoi acini dolci; chi sottolinea la somiglianza del grappolo, dalla forma allungata, alla testa della pecora; chi riconduce il nome all’abbinamento con il noto formaggio e alla somiglianza nel gusto; altri ricordano come il Pecorino fosse un vino di bassa qualità destinato appunto ai pecorari. Oggi c’è stata una riscoperta del vitigno e l’omonimo vino sta riscuotendo un grande successo grazie alla sua freschezza ed eleganza.

Schioppettino

Non è un petardo, ma un vitigno friulano dal carattere speziato. Il nome? Probabilmente legato al suono dei vinaccioli che “scoppiettano” sotto i denti o, secondo un’altra teoria, al fatto che la sua elevata acidità provocava la fermentazione malolattica in bottiglia, causando talvolta la fuoriuscita del tappo con un vero e proprio “scoppio”. Lo Schioppettino è un rosso dal colore violaceo intenso, fresco e vivace grazie alla sua acidità. Ha corpo equilibrato, tannini delicati e un grado alcolico moderato. Da giovane sprigiona profumi di frutti di bosco, mentre con un lieve affinamento si arricchisce di note muschiate.

Passerina

Il nome Passerina deriva probabilmente dai passeri, golosi dei suoi piccoli acini dorati, dolci e succosi.

E’un vitigno a bacca bianca, autoctono dell’Italia centrale e diffuso soprattutto tra Marche e Abruzzo. La sua origine è contesa tra le stesse Marche e la provincia di Frosinone,

Nel Novecento la Passerina finì in secondo piano, soppiantata dal più produttivo Trebbiano Toscano. Per anni fu persino scambiata per altri vitigni bianchi locali, come Bombino Bianco, Trebbiano e Biancame, complice la sua generosità e la somiglianza degli acini.

Gaglioppo

Sembra il nome di un supereroe o di un personaggio dei fumetti. In verità è un vitigno a bacca nera, simbolo della Calabria, che affonda le sue radici in una storia avvolta dal mistero. Il suo nome, secondo la tradizione locale, deriva dal termine dialettale “gaglioppo”, che significa “pugno chiuso”, un chiaro riferimento alla forma compatta e tondeggiante dei suoi grappoli. Questo vitigno è il protagonista indiscusso del Cirò, uno dei vini rossi più rappresentativi della regione.

Ma l’origine del Gaglioppo è tutt’altro che certa. Alcuni sostengono che il nome abbia radici greche e significhi “bellissimo piede”, evocando eleganza e armonia. C’è chi racconta che furono i Fenici a portarlo sulle coste calabresi, mentre altri credono che fosse già presente prima dell’arrivo dei Greci.

Vespaiola

Diffusa nel vicentino, è una varietà a bacca bianca che racconta la storia e l’identità di questo territorio. Il suo nome curioso si fonda su una caratteristica singolare: durante la maturazione, gli acini sprigionano una dolcezza irresistibile che attira le vespe, golose del mosto zuccherino.

Dal vigneto alla bottiglia, la Vespaiola si trasforma in Vespaiolo, un vino bianco secco con una vibrante freschezza e spiccata acidità.

Schiava

Il termine Schiava non indica un singolo vitigno, ma una famiglia di varietà a bacca rossa, conosciuta in Alto Adige anche come Vernatsch. Le diverse tipologie, pur con caratteristiche ampelografiche distinte, sono raramente coltivate separatamente.

L’origine del nome risale al Medioevo e deriva dall’espressione latina cum vineis sclavis, “con viti schiavizzate”: un riferimento alla forma di allevamento a filare, che prevedeva di legare la vite a un supporto per controllarne la crescita. Una pratica che si contrapponeva alla libertà delle viti selvatiche, lasciate crescere senza vincoli.

Tazzelenghe

Tra i vitigni a bacca nera più antichi e identitari del Friuli – Venezia Giulia, lo troviamo nella provincia di Udine e nelle colline dei Colli Orientali del Friuli, dove per secoli è stato parte integrante della viticoltura locale. Il nome, tra i più evocativi del panorama ampelografico italiano, deriva dal friulano “tace‑lenghe”, ovvero “taglia‑lingua”, chiaro richiamo alla spiccata tannicità e all’acidità decisa che caratterizzavano i vini potenti e severi. Documentato già nella prima metà dell’Ottocento, il Tazzelenghe era destinato a vini strutturati e longevi. Dopo un lungo periodo di declino nel Novecento, negli ultimi decenni è stato progressivamente riscoperto e valorizzato.

Grecomusc’

Traduzione letterale Greco Moscio, originario dell’Irpinia il suo vero nome è Roviello Bianco. Il termine “moscio” deriva da una caratteristica del tutto peculiare degli acini: la maturazione irregolare provoca una buccia leggermente rugosa e una polpa particolarmente concentrata, elementi che incidono in modo determinante sul profilo dei vini. Nonostante venga spesso confuso o associato al Greco, il Grecomusc’ non presenta legami di parentela genetica con quest’ultimo.

Dalle sue uve nascono vini di notevole complessità e tensione minerale, capaci di evolvere nel tempo.

Se i vitigni ci hanno sorpreso con la loro originalità, i produttori non sono da meno: anche i nomi e le etichette diventano un terreno di creatività senza confini.

In Toscana, un Sangiovese in blend con Canaiolo e Colorino, anche se sono in piccola percentuale, dà origine al Soffocone di Vincigliata, un tocco ironico che rende omaggio a Firenze e alla collina che accoglie la tenuta. Di origini norvegesi, il produttore Bibi Graetz ha saputo abbracciare la tipica goliardia fiorentina, scegliendo per il suo vino un nome provocatorio. Perché? La zona di Vincigliata, celebre per il castello vicino a Fiesole, è nota come rifugio romantico per coppiette in cerca di privacy. Artista oltre che vignaiolo, Graetz ha completato l’opera con un’etichetta incisa all’acquaforte, che racconta la stessa audacia del nome.

Montalcino dà il nome, ironico e irriverente, a un Rosso Igt che si chiama Bionasega prodotto da Rudy Cosimi. L’etichetta si prende burla con ironia tutta toscana della moda dei vini biologici. Rudy chiarisce: «Non ho nulla contro il biologico, ma spesso è solo marketing». Il suo Bionasega, invece, nasce da lavorazioni classiche e artigianali, senza scorciatoie. «In bottiglia si sente la differenza», assicura.

Massera Spaccafico produce un Nero di Troia che porta in etichetta il nome di Passera Scopaiola, il cui nome deriva dall’uccellino Passera Scopaiola, che nidifica negli arbusti di erica scoparia; il nome del vino gioca su questo nome, evocando la natura locale e talvolta con allusioni goliardiche o scaramantiche legate alle tradizioni

Il Bricco dell’Uccellone, icona della cantina Braida, nasce da Barbera coltivata sulle colline di Rocchetta Tanaro. Giacomo Bologna, fondatore nel 1961, rivoluzionò il vitigno grazie all’idea, ispirata da Luigi Veronelli, di affinare la Barbera in barrique francesi, trasformandola da vino semplice e fresco in un rosso strutturato, complesso e longevo. Il nome curioso deriva dal soprannome di una donna del luogo, sempre vestita di nero e con un naso che ricordava il becco di un uccello. E sempre in Piemonte, storico fu “No barrique no Berlusconi” il Barolo di Bartolo Mascarello in contestazione con le nuove tendenze sia enologiche che politiche.

Se volete stupire, puntate su Baciamisubito una Barbera del Monferrato giovane e fresca, firmata dalla cantina La Scamuzza. Il nome, immediatamente evocativo, cattura l’attenzione, mentre l’etichetta, ideata da Laura Zavattaro Bertone, racconta una storia di origini familiari e di autentica passione per il vino.

Anche oltreconfine il vino si diverte: ecco alcuni nomi stravaganti.

Cojon de Gato è una rara varietà autoctona a bacca rossa, coltivata prevalentemente nella regione spagnola dell’Aragona. Il nome curioso, che in italiano si potrebbe tradurre come “testicolo di gatto”, richiama la forma particolare degli acini: ovali e leggermente allungati. Tradizionalmente impiegata in blend, questa uva sta vivendo una nuova valorizzazione grazie a produttori che scelgono di vinificarla in purezza, esaltandone il carattere distintivo e il legame con il territorio.

Dietro il nome Fat Bastard si nasconde una storia divertente e un pizzico di audacia. Tutto nasce in una cantina del sud della Francia, dove Thierry Boudinaud e Guy Anderson assaggiavano uno Chardonnay lasciato a fermentare sulle fecce più a lungo del solito, sorprendentemente ricco e avvolgente. Davanti a tanta opulenza, Guy esclamò: “Now that’s a fat bastard!”. Da quella battuta è nata un’etichetta iconica, accompagnata dall’ippopotamo stilizzato, simbolo di rotondità e carattere.

Le Vin de Merd è il nome volutamente provocatorio di un vino francese nato in Languedoc per ribaltare i pregiudizi sui vini della regione. L’etichetta, che raffigura una mosca e porta lo slogan “Il peggiore nasconde il migliore”, gioca con l’ironia per sottolineare il contrasto tra la cattiva reputazione e la qualità reale del prodotto.

Allora, siete pronti a brindare con un Vin de Merd o con un Soffocone di Vincigliata?

Prosit!

Il professor Giancarlo Moschetti e la cantina 2Vite

Ricordiamo tutti Adriano Celentano ballare in un film al ritmo della musica, mentre pigia le vinacce con i piedi all’interno di un tino.

Quel gesto all’apparenza considerato “rustico” era in realtà il simbolo di un passato neppure troppo lontano, quando le campagne venivano vissute in maniera diversa, con momenti di gioia alternati a quelli di grande fatica contadina.

Anche oggi fare vino rappresenta la fase più delicata di ogni produttore, come l’attesa di un figlio in arrivo, ma quella magia, quella voglia di unirsi alla natura in perfetta armonia, è stata spesso messa da parte dai progressi tecnologici.

Il discorso non vale per Giancarlo Moschetti – cantina 2Vite – che produce solo 2 etichette per pochissime bottiglie numerate. La consulenza di un fuoriclasse come l’enologo Vincenzo Mercurio non gli ha impedito di mantenere un protocollo “biologico” nel vero significato del termine, rispettando procedure antiche e limitando al minimo l’intervento dell’uomo.

Giancarlo, professore all’università di Palermo, aveva già la passione per alcune componenti fondamentali del vino: i lieviti e la loro interazione con gli uccelli migratori, responsabili della diffusione degli stessi anche a lunghe distanze. Una ricerca approvata a livello internazionale che segna solo uno dei passi del suo nuovo progetto di vita.

Ad esso si uniscono i reimpianti del 2014 a Taurasi nelle vecchie vigne di famiglia, il metodo Me.Mo. stabilito proprio con Mercurio per aiutare la micorrizzazione, ovvero la simbiosi tra un fungo e le radici della vite e l’adesione all’Associazione Vignaioli e Territori per promuovere la biodiversità e la sostenibilità delle pratiche agronomiche.

E poi la bellezza pura e sincera di vedere il professore impegnato ancora in quelle pratiche di rimontaggio artigianale, quasi “casalingo”, mentre si immerge fino alle braccia all’interno dei fusti di castagno aperti.

La volontà di unire l’Irpinia con il Vesuvio nelle varietà rappresentative: Roviello e Aglianico per Taurasi, Caprettone e Piedirosso per l’areale di Terzigno. Due vini frutto del blend tra uve complementari, che sanno distinguersi nel calice ciascuno con la propria personalità.

Macerazione pellicolare per 3 giorni e pied de cuve per il bianco annata 2024 che dimostra il suo carattere in stile orange wine, con scie di pesca matura, cannella, erbe di campo e parti iodate sul finale. Più compatto il sorso del rosso 2022 dai tannini ancora scalpitanti tipici dell’Aglianico, circondati però da nuance da frutti di bosco, liquirizia e tabacco.

Appena 2000 bottiglie per ogni tipologia, una microproduzione che regala una ventata di freschezza ed eleganza contemporanea, nel rispetto dei ricordi dolci del passato.

Maturazioni Pizzeria celebra gli 80enni di San Giuseppe Vesuviano: una pizza in regalo nel giorno del loro compleanno

Maturazioni Pizzeria, realtà ormai conosciuta a livello nazionale per il suo successo sui social e per i milioni di visualizzazioni conquistate grazie a una comunicazione autentica e innovativa, conferma ancora una volta la propria vocazione sociale con un’iniziativa dal forte valore simbolico e umano.

La pizzeria ha infatti deciso di regalare una pizza a tutti gli ottantenni di San Giuseppe Vesuviano nel giorno del loro compleanno. Un gesto semplice ma significativo, pensato per celebrare una generazione che rappresenta la memoria storica e l’anima del territorio. Nel corso del 2026 saranno circa 200 gli ottantenni che riceveranno in dono una Margherita o una Marinara, le due pizze simbolo della tradizione partenopea.

L’iniziativa si inserisce nel percorso di responsabilità sociale che Maturazioni Pizzeria porta avanti da tempo, affiancando al successo mediatico un impegno concreto verso la comunità locale. Un modo per restituire valore al territorio che ha visto nascere l’azienda, rafforzando il legame con i cittadini e promuovendo una cultura dell’attenzione e della condivisione. Con questo progetto, Maturazioni Pizzeria dimostra come anche un brand capace di parlare a milioni di persone possa continuare a mettere al centro le relazioni, le storie e le persone, partendo da chi ha contribuito a costruire l’identità di un paese.

Alcamo Wine Fest 2025: tra storia, territorio e vini d’eccellenza

14-15 dicembre 2025 – Alcamo (TP)

Pochi giorni fa la cucina italiana è stata ufficialmente inserita nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. Quando Gambero Rosso mi ha proposto di partecipare ad Alcamo Wine Fest, dopo la precedente Alcamo Wine Fest, che sia un Catarratto per tutti, non poteva esserci modo migliore per celebrare questo traguardo se non nella Trinacria, terra di cucina, dolci e vini eccellenti.

Il viaggio inizia al Resort La Battigia, un elegante hotel affacciato sul mare e vicino al cuore di Alcamo. Un perfetto punto di partenza per immergersi nei segreti enologici e culturali di questa affascinante area siciliana.

Alcamo DOC: il bianco storico che guarda al futuro

Alcamo DOC, una delle prime denominazioni siciliane istituite nel 1972, racconta una storia silenziosa ma intensa. Il vitigno simbolo è il Catarratto, soprattutto nella sua variante Lucido, espressione pura di freschezza, sapidità e precisione aromatica.

Le colline ventilate tra Trapani e Palermo, i suoli calcareo-marnosi e le escursioni termiche permettono di preservare acidità e fragranza, caratteristiche che fanno dei bianchi di Alcamo vini identitari e longevi. Solo negli anni ’90 il disciplinare si amplia includendo rosati e rossi, segnando l’evoluzione produttiva della denominazione.

L’Alcamo Wine Fest: tra istituzioni e storie di territorio

Il festival, ospitato al Castello dei Conti di Modica, è organizzato dal Comune di Alcamo, dall’Enoteca Regionale Sicilia Occidentale e dal Consorzio Alcamo DOC, con la collaborazione di Gambero Rosso.

Tra gli ospiti, il Sindaco Domenico Surdi, Nino Aiello e Gianni Fabrizio del Gambero Rosso, e Maria Possente, Presidente dell’Enoteca Regionale Sicilia Occidentale.

Il Sindaco Surdi ha sottolineato l’importanza di una comunicazione strutturata e credibile del territorio, mentre Gianni Fabrizio ha evidenziato il valore identitario dei vitigni autoctoni, invitando a evitare mode effimere come vini aranciati o eccessivamente macerati, e puntare invece sulla loro autenticità e vocazione naturale.

Nino Aiello ha ricostruito il contesto storico dell’Alcamo post-bellico, tra fame, riforma agraria del 1950 e nascita delle cantine sociali. Un territorio ricco di potenzialità enologiche, come il Catarratto, che ora trova finalmente voce grazie a un nuovo approccio produttivo e alla crescente professionalità dei vignaioli locali.

I Bagli di Alcamo: memoria e vita rurale

Prima di entrare nelle cantine, vale la pena soffermarsi sui bagli, le tipiche costruzioni rurali siciliane che per secoli hanno scandito il tempo agricolo e sociale.

Con la loro corte interna, i magazzini, i palmenti e gli alloggi per i lavoranti, i bagli rappresentano un microcosmo autosufficiente, dove il vino non era solo economia, ma identità e appartenenza. Tra Ottocento e primo Novecento, Alcamo diventa uno dei poli più importanti della viticoltura siciliana, grazie anche ai traffici commerciali con l’Inghilterra.

Oggi molti bagli sono silenziosi, altri rivivono grazie a progetti di recupero e a nuove generazioni di vignaioli, che ne fanno spazi di racconto, memoria e innovazione.

È con questo spirito che prende forma il mio viaggio tra i Bagli di Alcamo.

Il Baglio Florio

Baglio Florio – Famiglia Adamo

Tra le colline tra Alcamo e Calatafimi, il Baglio Florio, costruito nel 1875 dai Florio, conserva il fascino del passato industriale del vino siciliano. Oggi Vincenzo Adamo e sua moglie Liliana hanno avviato un paziente recupero, trasformando il baglio in punto di incontro tra storia e degustazione.
I vini colpiscono per ricchezza ed eleganza, capaci di raccontare il territorio con naturalezza. La cucina tradizionale di Liliana, autentica e generosa, accompagna i vini con piatti che sono veri e propri momenti di piacere gastronomico.

Baglio Domenico Lombardo

Una storia di ritorno e fedeltà alla terra. La cantina punta sul Catarratto, coltivato in vigneti storici tra 300 e 500 metri di altitudine. Le vinificazioni sono essenziali, guidate dal tempo e dalla materia prima, con vini freschi, strutturati e territoriali, autentici interpreti dell’Alcamo agricola.

Baglio Ceuso Tonnino

Antonio Tonnino ha sapientemente ristrutturato il baglio, con dettagli classici e moderni che riflettono il suo estro. I vini degustati dimostrano precisione, freschezza e territorialità, con etichette come:

Pizzo di Gallo Pinot Grigio Ramato 2024

Colore ramato tenue. Profilo olfattivo intenso e ben definito, con marcate note di frutto della passione, litchi, melone bianco e sfumature di frutta tropicale. Al palato è secco, con una buona corrispondenza gusto-olfattiva; la sapidità è misurata e accompagnata da una componente minerale evidente. La progressione è lineare, con un finale asciutto e decisamente sapido. L’impiego dell’atomizzatore a fine luglio ha favorito il mantenimento dell’integrità aromatica e della freschezza.

Terre di Mariù Selezione di Grillo 2024

All’esame olfattivo mostra una buona intensità aromatica, con profumi varietali ben espressi. L’attacco in bocca è equilibrato, sostenuto da una freschezza efficace e da una sapidità ben integrata. La chiusura è netta, con una marcata impronta salina e note salmastre persistenti, che conferiscono carattere e territorialità al vino.

CEUSO Rosso 1998

Vino in eccellente stato evolutivo. Al naso esprime complessità e profondità, con sentori di frutto maturo, corteccia, radici e lievi note vegetali riconducibili alla presenza del Cabernet. Il sorso è strutturato e potente, ma al tempo stesso equilibrato, con una freschezza ancora ben presente che sostiene la trama tannica. Finale lungo e coerente. Un rosso di impostazione “Super Tuscan”, interpretato con personalità e precisione.

CEUSO Rosso 2020

Profilo olfattivo complesso e stratificato, caratterizzato da note speziate, balsamiche ed erbacee. Evidenti i richiami al pepe nero e al caffè. Al palato mostra una freschezza ben calibrata e una buona struttura; il Nero d’Avola emerge come vitigno dominante rispetto agli altri uvaggi, conferendo identità, tensione e profondità al vino.

CEUSO Bianco 2023

Blend composto da 60% Catarratto, con Grillo e Grecanico. Al naso si presenta pulito ed elegante, con note di frutta a polpa gialla matura. La freschezza è presente ma non verticale, risultando ben integrata nella struttura del vino. In bocca è avvolgente e sinuoso, con una tessitura morbida e una progressione equilibrata.

Mediterraneo Chenin Blanc 2024

Al naso emergono profumi di fiori bianchi ed erbe aromatiche. Il sorso è fresco e scorrevole, con una sapidità misurata che si manifesta soprattutto in fase finale. Coerente la corrispondenza gusto-olfattiva, con ritorni di erbe aromatiche e frutta gialla. Finale pulito e ben definito.

Alcamo e il Monte Bonifato

La mattina successiva si apre con una splendida colazione all’Hotel Resort La Battigia, seguita da una passeggiata nel cuore di Alcamo, accompagnati dalla guida Rimi Maria, Istruttore Culturale, che ci conduce alla scoperta delle bellezze storiche e artistiche della cittadina. Il viaggio prosegue tra i vigneti del Monte Bonifato e della contrada San Nicola, con visite guidate alle aziende vitivinicole locali: Maria Possente della Cantina Possente Wines, Gabriele Vallone della Cantina Tenute Valso e Guido Grillo, enologo della Cantina Elios, offrendo uno sguardo approfondito sulla produzione e sulle peculiarità dei vini alcamese.

Possente Wines è una cantina che parla il linguaggio dell’energia e della determinazione, già nel nome. Qui il vino nasce da una visione chiara: valorizzare il territorio attraverso scelte precise, senza compromessi, dove tecnica e sensibilità convivono. I vini si distinguono per carattere e identità, esprimendo forza ma anche equilibrio, materia e tensione. Ogni bottiglia racconta un percorso fatto di lavoro in vigna, rispetto per l’uva e volontà di imprimere uno stile riconoscibile, capace di lasciare il segno, proprio come suggerisce il nome Possente.

Tenute Valso è una cantina che nasce da un legame profondo con la terra e da una visione contemporanea del vino. Qui la vigna è il punto di partenza di tutto: curata con attenzione quotidiana, ascoltata stagione dopo stagione, per dare vita a vini che puntano sulla finezza più che sull’eccesso. Le etichette di Tenute Valso raccontano un territorio attraverso equilibrio, pulizia espressiva e coerenza stilistica, con vini che si distinguono per eleganza e bevibilità, capaci di unire identità e modernità senza perdere autenticità.

Cantina Elios è luce che diventa vino, proprio come suggerisce il suo nome. Qui il sole di Sicilia non è solo clima, ma energia vitale che accompagna la vite fino alla bottiglia. Elios racconta Alcamo con uno stile essenziale e identitario, fatto di rispetto per i vitigni autoctoni e di una visione pulita, a basso intervento, mai forzata. I vini esprimono freschezza, equilibrio e una sincerità rara, capaci di restituire nel calice l’anima di un territorio che oggi sa parlare con voce chiara e consapevole.

Giunto alla Cantina Aldo Viola, mi ritrovo immerso in un luogo che sembra sospeso tra passato e presente, dove gli elementi della tradizione convivono armoniosamente con una visione contemporanea. I colori caldi degli ambienti, le superfici vissute, gli oggetti che raccontano storie, restituiscono immediatamente una sensazione di accoglienza autentica, quasi domestica.

Aldo Viola è una forza della natura: un uomo che non si limita a fare vino, ma lo vive, lo respira, lo incarna. La passione che trasmette è palpabile, viscerale, e rende chiaro fin da subito che per lui questo non è un lavoro, ma una dichiarazione d’amore quotidiana verso la terra e l’uva. La degustazione diventa così un’estensione del suo racconto personale: vini che entusiasmano per complessità, profondità ed energia, capaci di sorprendere sorso dopo sorso, e che parlano senza filtri di un territorio interpretato con coraggio, libertà e assoluta sincerità.

Ogni vino di Aldo Viola racconta un pezzo di territorio, una stagione, una scelta di lavoro e filosofia. La degustazione diventa così un viaggio tra storia, tradizione e modernità, dove la complessità dei vini si intreccia con la sincerità del territorio alcamese e con l’energia della passione di Aldo Viola.

Alcamo Wine Fest si è concluso con un’intensa sessione di degustazione dei vini di Alcamo e delle eccellenze siciliane della Guida Tre Bicchieri del Gambero Rosso, accompagnata dai piatti di APÌ Catering:

  • Vellutata di zucca, noci miste con caprino e olio al rosmarino.
  • Tortello di finto ragù vegetale con fonduta di pecorino.
  • Pancia di maiale con pesto di cavolo nero e riduzione al Marsala.

Un momento che ha unito territorio, storia e qualità enologica, offrendo a produttori e appassionati la possibilità di confrontarsi con la ricchezza e la diversità dei vini siciliani.

L’Alcamo Wine Fest 2025 conferma che la denominazione Alcamo DOC sta vivendo una vera rinascita: una terra ricca di storia, bagli antichi e vitigni autoctoni che ora trovano voce grazie a cantine coraggiose e a produttori appassionati. Un’esperienza che unisce cultura, enologia e gastronomia, dove il passato dialoga con il presente e ogni calice racconta un pezzo di Sicilia da scoprire e celebrare.

Concludo con un sentito ringraziamento a Giuseppe Buonocore, responsabile commerciale per il Sud Italia e il Triveneto del Gambero Rosso, per la sua straordinaria professionalità, la naturale empatia e l’eccellente capacità organizzativa dimostrate in ogni fase dell’evento.

Il ristorante “O me o il mare” di Gragnano ospita le opere di Gabriele Leonardi: celebrare il mare  e il rispetto dei delicati equilibri marini attraverso l’arte

Il 6 febbraio cena a 4 mani dove si uniscono mani di chef e mani di pittore – “O me o il mare”, Via Roma n°45 , Gragnano (NA). Del ristorante gourmet abbiamo già scritto in Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: O Me o il Mare Restaurant; adesso la nuova iniziativa di Tramontano e Gargiulo.

Luigi Tramontano: “La mia cucina è l’espressione dell’anima e le mie mani provano a trasformarla, quelle stesse mani che l’artista toscano usa per raccontare il mondo marino e fantastico attraverso i suoi lavori”.

“Un po’ di tempo fa avevamo chiesto a Gabriele di ispirarsi al nostro lavoro e alla nostra cucina per celebrare il percorso da noi intrapreso molti anni addiietro. Ne sono nate alcune rappresentazioni pittoriche legate al tema del mare che ci hanno colpito molto per l’estrema bellezza, suggestive ma, soprattutto, molto rappresentative.”

Lo chef Luigi Tramontano, patron di “O me o il mare“,stella Michelin dal 2024, presenta con queste parole le opere dell’artista Gabriele Leonardi, toscano di nascita, che verranno esposte all’interno dei locali del ristorante, situato nel centro storico di Gragnano.

 La cucina dello chef Tramontano attualmente fonde insieme tutte le sue esperienze, lavorative e personali, i viaggi e l’icontro di tante culture diverse.Le radici della sua cucina affondano nella tradizione napoletana interpretata in chiave contemporanea, elaborata con i migliori prodotti che le stagioni offrono. Principalmente verdure e pasta, strettamente legate alle proprie radici, includendo carne e pesce, ponendo la tecnica  e la lunga esperienza a servizio della semplicità e del sapore. Da sempre amante dell’arte, pone l’estetica dei piatti in primo piano, spaziando tra forme e colori creativi.

Finalmente in questa nuova sfida legata al ristorante di proprietà O me o il mare, portiamo un artista da noi molto apprezzato perché si lascia ispirare dalla natura, da terra e mare.

L’unione dei due intenti, tra la cucina d’autore e le tele artistiche di Gabriele Leonardi, camminano con armonia sul medesimo filo conduttore: l’amore profondo per il mare, il legame con le proprie radici, il rispetto per l’ambiente.

Gabriele Leonardi, classe 1970, vive in Toscana è un pittore e artista appassionato dei colori e dei fantastici temi legati al mare e alla terra. Nelle sue opere ama trasformare e alterare scene e forme di vita in visioni fantastiche o surreali o, semplicemente, accendere sui suoi soggetti una luce colorata e una intuizione personale.

La sua ispirazione più grande viene dall’arte del ‘900, in particolare dai maestri dell’immaginario che si nutrono della fantasia infantile e della potenza coinvolgente delle fiabe e dei colori in un mondo sovrannaturale.

Le sue forme d’arte si sono evolute negli anni a partire dalle modellazioni in legno, acciaio, sino alle realizzazioni su tela. I suoi soggetti principali sono le sardine, protagoniste frequenti delle sue rappresentazioni pittoriche.

“Ho pensato alla sardina perché oltre a rappresentare l’energia, la vitalità, lo spirito di gruppo, la fiducia reciproca e la forza di volontà, spiega Gabriele Leonardi, interpreta al meglio la tradizione marinaresca tipica del nostro territorio, mettendo in risalto i colori e le tonalità della sua livrea e del suo grande occhio profondo, proprio quell’occhio che scruta il fondale marino con le sue cromie, i toni del blu e del bianco o magari degli arancioni e dei rossi di un tramonto sul mare che si amalgamano ai colori dei piatti e della cucina di mare dello chef”.

PRENDE VITA UN MENU’ ISPIRATO AL PESCE  CHE SARA’ POSSIBILE

DEGUSTARE DURANTE  LA CENA

Le mie alici “arreganate”

Mischia francesca in brodo di polpo con crema di patate e dragoncello

Spaghettone di Gragnano con alici, finocchi e carpaccio di pesce azzurro

Crèpe di calamaro con ostrica, mandarino e zucca

Granita di Gin Mare e alghe

In riva al mare

Nicoletta gargiulo e Luigi Tramontano

O me o il Mare 

tel. 081 6200550 – info@omeoilmare.com

Fuori dal Feed – In provincia si mangia meglio, come da Élevage Wine Restaurant

Sono nata e cresciuta in provincia. Solo durante un breve ma significativo periodo a Roma posso dire di aver assaporato davvero la vita di città. Per il resto, sono sempre stata “quella che non è del centro”, non proprio Napoli-Napoli, per intenderci.

Da quando ho un fidanzato, che vive la Città ogni giorno, c’è una frase che mi ripeto spesso. E no, non riguarda i chilometri da percorrere per incontrarci… ma riguarda il cibo. Io ne sono convinta: in provincia si mangia meglio!

In provincia, almeno per ora, non comanda il turismo di massa. In provincia devi volerci andare. Devi spostarti, fare fatica, scegliere. E se scegli di muoverti, deve valerne la pena.

Ed è esattamente quello che succede quando arrivi da Élevage Wine Restaurant, a Trentola Ducenta, in provincia di Caserta: non solo ne vale la pena, ma ti fa anche capire perché qualcuno decide di restare, investire e rischiare lontano dai riflettori del centro città. Proprio come hanno fatto Anna Rancella e Mario Di Gioia, compagni nella vita e in sala, che nonostante le difficoltà hanno scelto di reinventarsi e plasmare la loro identità attraverso questo locale.

Qui chef Vincenzo Cozzolino porta avanti una cucina che spinge al massimo, senza compromessi, in collaborazione con lo chef una stella Michelin Luca Fracassi.

Il loro menù è pensato per chi ha la mente aperta, per chi ha voglia di provare, di fidarsi e di uscire dalla propria comfort zone, senza però dimenticare sapori (e ingredienti) che rendono la cucina campana così familiare.

Ho provato la degustazione da 75 euro a persona: sei portate, con wine pairing (3 calici) e 2 cocktail a 40 euro. Élevage conta oltre 200 referenze di Champagne e circa 700 etichette di vino, frutto della passione di Anna e Mario, coltivata attraverso viaggi, studio ed esperienze.

Ostrica, verza e capperi

Cozza e lattuga di mare

Trottole, granciporro e pecorino

Stoccafisso, purea di limone e cavolfiore

Pomodoro candito, bruciato e fermentato

Crema, porcini e provolone del Monaco

«Ogni piatto ha carattere, ed è questo il bello della degustazione – afferma lo chef Cozzolino – Quando mi chiedono se possono cambiare qualcosa, provo a spiegare che ogni scelta nasce da uno studio. Togliere o aggiungere un dettaglio significa riscrivere il piatto, cambiarne il senso prima ancora del sapore».

Non ho chiesto modifiche a nessun piatto, mi sono lasciata guidare per capire appieno la visione della loro cucina. E in ogni portata ho ritrovato l’amore per il territorio campano e la voglia di osare, senza mai forzare la mano per stupire o cercare consensi facili.

Ho apprezzato in modo particolare l’ostrica con verza e capperi, un piatto che gioca sull’equilibrio tra note vegetali e sapidità, così come le trottole con granciporro e pecorino, dove la dolcezza del crostaceo viene accompagnata dal formaggio senza sovrastarlo. Stessa cosa per le cozze e lo stoccafisso.

Molto interessante anche il lavoro sul pomodoro candito, bruciato e fermentato: un assaggio sorprendentemente dolce e nitido, che restituisce il pomodoro in una forma quasi essenziale.

Il dessert con crema, porcini e provolone del Monaco, invece, è da interpretare bene. Una proposta coraggiosa, che spinge sul confine tra dolce e salato e che, rispetto all’armonia dell’intero percorso, risulta più divisiva. Ma il rischio fa parte del gioco quando si decide di non abbassare l’asticella…

Perché fare una cucina di questo tipo fuori dal centro non è la strada più semplice, ma anche la più coraggiosa e soddisfacente.

Campania – Vincenzo Di Fiore festeggia il decennale nella prestigiosa Guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso

Vincenzo di Fiore festeggia dieci anni con i “2 spicchi” della prestigiosa guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso.

Un successo legato all’amore per la tradizione e per il territorio che il maestro pizzaiolo celebra in ogni sua creazione. Il lungo percorso è iniziato ad Acerra nel 2004 ed ora è giunto, nella sua tappa più recente, a Pomigliano D’Arco con il nuovo locale in via Gandhi, dove abbiamo avuto recentemente occasione di degustare alcune delle proposte più note del menù Di Fiore.

Un percorso non scontato, in un’epoca che ha fatto della sperimentazione e dell’innovazione i cavalli di battaglia del comparto pizza, Di Fiore è rimasto strettamente legato ai canoni dettati dal disciplinare dell’Associazione Verace Pizza Napoletana di cui è membro dal 2018: farina di forza media-debole, impasto diretto, lievitazione per un massimo di venti ore.

Il risultato è la pizza tradizionale per eccellenza, sottilissima al centro e dal cornicione ben alveolato. L’abbiamo gustata nelle sue versioni più semplici e popolari, margherita e salsiccia e friarielli. Ma è risaputo che sui terreni semplici si giocano le battaglie più dure, in questo caso vinta grazie al binomio spessore e cottura perfetta: il condimento non scivola via, la pasta non si affloscia e la chiusura a portafoglio è garantita. In un unico termine: equilibrio. 

La cura di Vincenzo per il territorio va oltre e si spinge fino al recupero di prodotti locali, come il fagiolo dente di morto, Presidio Slow food di Acerra, protagonista di uno dei fritti presenti a menù, l’Arancino Pulcinella. Bianco, con provola e pomodorini gialli, è dedicato alla maschera che proprio ad Acerra, secondo la leggenda, deve i natali. Di media grandezza, decisamente non un finger food, è appagante, anche grazie alla frittura pulita e asciutta che avvolge il ripieno cremoso.

Il vero flashback proustiano, che ci risucchia in un vortice di ricordi come lo chef Ego che assaggia la ratatouille dell’omonimo film, sta però nel gioiello di Vincenzo Di Fiore, la pizza lampiata.

“Sono un pizzaiolo della tradizione, mi piace riproporre i piatti che non si fanno più”, commenta Di Fiore, raccontando la storia della sua preparazione più famosa.

Tradizionale della provincia napoletana, ogni famiglia aveva la propria ricetta, con un unico punto in comune: la lampiata si cuoceva in teglia di ferro, sfruttando il calore del forno dopo la cottura del pane, quindi a una temperatura inferiore rispetto alla pizza verace. Le ultime lampe di fuoco scaldavano lentamente la pizza e diffondevano nei cortili e nelle strade il tipico profumo che si traduceva in un boccone arruscato e goloso.

Più alta e soffice della verace, senza cornicione,  l’abbiamo degustata in versione margherita e salsiccia e friarielli: un cibo confortevole e familiare, che nella mancanza di ricercatezza e di virtuosismi gastronomici, vede il suo punto di forza. Vincenzo la propone anche con baccalà e papaccelle o parmigiana, come sostituto estivo della salsiccia e friarielli.

Dieci anni di consolidata qualità senza compromessi sulla tradizione: questa la sfida vinta da Vincenzo Di Fiore.

Pizzeria Vincenzo Di Fiore Acerra

Corso Italia, 30

Acerra (Na)

Pizzeria Vincenzo Di Fiore Pomigliano

Via Gandhi, 18

Pomigliano d’Arco (Na) Tel. 334 8081782

Shochu, il distillato giapponese per eccellenza

Il Giappone, soprattutto nell’ultimo ventennio, si è guadagnato la fama di Paese produttore di whiskey, rum e gin, riscontrando un crescente apprezzamento tra i fine drinkers italiani e internazionali. In realtà, tra i distillati più autorevoli, autentici e rappresentativi del Giappone, lo Shōchū riveste un ruolo primario: la sua produzione è fatta risalire a tempi ben più remoti dell’arrivo degli europei in Estremo Oriente e quindi alla comparsa di altri superalcolici in quei territori.

Nella misura in cui oggi non ci è estranea la parola Nihonshu, più appropriata e specifica di Sake, termine quest’ultimo riferito all’alcol in termini generici, piuttosto che alla bevanda più in voga in una determinata area, anche lo Shochu ha un significato preciso e una storia piuttosto affascinante: Shochu si esprime attraverso due kanji, di cui uno molto simile a quello del sake, il cui significato complessivo  è “alcol bruciato“, designando così quanto il calore, diversamente che per un qualsiasi fermentato, sia inficiato nel processo di distillazione.

La definizione di Shochu pertanto è quella di distillato ottenuto preliminarmente dalla fermentazione della materia prima impiegata nel processo: infatti, tra le tipologie più apprezzate di Shochu si annoverano quello di riso, orzo, patate dolci, grano saraceno, talvolta semi di sesamo e castagne, o lo zucchero di canna, ma si possono utilizzare anche lo shiso e il sake kasu. Da ciò si evince che lo Shochu può avere una produzione molto diversificata e comunque non soltanto ridotta al processo di distillazione, proprio perché occorre modificare ed adeguare gli ingredienti principali attraverso le fasi fermentative. Pertanto, produrre Shochu implicherà necessariamente l’acqua, il koji bianco e i lieviti da Saccharomyces Cerevisia.

Generalmente la distillazione è multipla ma per i piccoli produttori, che generalmente coltivano le materie prime necessarie, lo Shochu viene distillato una sola volta, assumendo il termine di honkaku shochu, ossia autentico, con un sapore fortemente legato alla materia prima e meno alcolico. Lo Shochu distillato più volte è detto Kōrui Shochu.

Le origini dello Shochu risiedono anzitutto nell’Awamori, considerato suo progenitore: esso deriva infatti dall’introduzione delle tecniche di distillazione presso l’isola di Okinawa, al tempo nota come Ryukyu, direttamente dal Sud-Est asiatico attorno al XV secolo. L’Awamori, come per l’honkaku Shoshu, viene distillato una sola volta ma si differenzia da esso per l’impiego di un riso thailandese del gruppo indica e di koji nero, anziché bianco, venendo oltretutto affinato in anfora per almeno 3 anni.

L’Awamori è molto simile al Sato Tailandese, anticamente chiamato Lao-u o Lao Khao, a sua volta derivante dall’Arrrak, una ancestrale discendenza alcolemica derivatagli anche grazie alle relazioni commerciali dell’isola nipponica con l’alloraSiam. Non a caso Jorge Álvarez, esploratore portoghese che sostò diverso tempo presso il porto di Yamagawa, nei suoi resoconti di viaggio scrisse nel 1546 che i giapponesi consumavano, appunto un distillato di riso molto simile all’Arrak.

Proprio perché il regno di Ryukyu è stato un avamposto commerciale di fondamentale importanza, principalmente per il resto del Giappone e la Cina, attraverso i traffici marittimi, si sostiene che l’arte della distillazione dello Shochu sia partita da qui, di isola in isola, fino ad arrivare a Kyushu.

Esistono naturalmente altre ipotesi, come ad esempio quella che vorrebbe i pirati giapponesi, detti Wakou, grazie alle loro scorribande tra le isole del Mar Cinese Meridionale, abbiano introdotto distillati nel Paese del Sol Levante tra il XIV e XV secolo, trafugando addirittura degli alambicchi; anche l’ipotesi che la cultura della distillazione sia passata attraverso lo stretto braccio di mare tra il Giappone e la penisola coreana è abbastanza verosimile: al centro di questo canale si trova l’isola di Tsushima, appartenente a Kyushu, patria incontestabile dello Shochu tradizionale.

Le prime notizie sullo Shochu, risalenti alla fine del 1400, provengono proprio da questa area, così come una prima traccia scritta è custodita presso il tempio di Koriyama Hachiman aKagoshima ed è fatta risalire al 1559: consiste in una incisione su una tavola interna del tempio fatta dai falegnami che dice “Il capo sacerdote shintō del santuario era così tirchio da non averci mai offerto dello Shochu da bere”.

Il processo produttivo vede, generalmente, le seguenti fasi: preparazione del koji, composizione dello shubo nel moromi primario, fermentazione multipla parallela nel moromi secondario, distillazione, a pressione atmosferica o sotto vuoto, invecchiamento, diluizione, che porta lo Shochu dai 44° alcolici medi ai 25° finali, filtraggio e imbottigliamento.

Gli Shochu assumono la seguente denominazione a seconda della materia prima: il Kome Shochu, nato nella regione di Kuma, è fatto di riso ed è considerato lo shochu che ha dato vita a tutti gli altri, presentando aromi più raffinati anche grazie alla distillazione sotto vuoto; l’Imo Shochu viene prodotto grazie alla patata dolce e ha sempre rappresentato un distillato molto strong, anche se i moderni master distiller tendono a modelli più delicati; il Mugi Shochu, fatto con orzo, piuttosto che grano o segale, presenta un sapere leggero e fruttato, con note tostate; infine, il Soba Shochu viene fatto distillando il grano saraceno e presenta piacevoli note crispy.

Tra le aree più vocate primeggia appunto Kyushu, le cui sette prefetture producono Shochu di diverso tipo, a seconda del contesto storico, culturale e geografico, per quanto a Nord sia molto apprezzato il Mugi Shochu e il Kasutori Shochu, ricavato dal sake kasu, praticamente la “vinaccia” del sake. La prefettura di Nagasaki vede il rinomato Shochu di Iki, un’isola famosa per il distillato fatto con l’orzo. Il Kome Shochu di Kumamoto è molto celebre, così come a Miyazaki e Kagoshima lo sono quelli fatti con la patata dolce. Infine, l’isola di Amami è famosa per il Kokuto Shochu, ricavato dallo zucchero di canna, la cui produzione ebbe inizio durante la seconda guerra mondiale.

Lo Shochu è un grande prodotto, capace di rievocare uno stile di beva antico, articolato e diversificato, a seconda del distretto geografico di origine, è molto versatile nella miscelazione, ma viene consumato anche durante i pasti. In tal caso difficilmente viene bevuto liscio, ma sempre diluito sia con acqua calda che acqua fredda o con ghiaccio. Gli Shochu diluiti con l’acqua vengono chiamati Mizuwari, mentre quello con la soda è il cocktail più popolare, detto Chūhai, al quale si aggiungono anche aromi alla frutta come limone, pompelmo o yuzu.

A seconda della temperatura di servizio e della tipologia, gli Shochu si accompagnano benissimo al sashimi e alleostriche, così come alle fritture in tempura, ai ramen e agli stufati di manzo e maiale, incluse le preparazioni a base di ortaggi, funghi e tartufi, come pure alla pizza e ai formaggi, fino alle carni grigliate e al cioccolato fondente. Naturalmente gli Shochu e l’Awamori sono prestazionali anche in abbinamento al fumo lento.

In Italia, tra i maggiori estimatori ed esperti di questi nobili distillati è doveroso fare menzione di Luca Rendina, che con Bere Giapponese è diventato ambasciatore della cultura dell’alcol giapponese, promuovendone la degustazione attraverso masterclass di rilievo in diverse regioni e contesti. Evidentemente lo Shōchū costituisce un legame indissolubile tra storia, cultura, tecnica e arte produttiva, territorio e condizione economica del popolo giapponese, uno stile di bere raffinato, capace di conservare la memoria della materia prima da cui si ricava e con cariche aromatiche complesse ed intense.

Comunemente bevuto nelle Izakaya, lo Shochu, così come il Nihonshu, diventa un rituale votato alla socialità, essendo tra i drink preferiti per rilassarsi tra colleghi e amici dopo il lavoro, consumato spesso con piatti da condividere per corroborare vecchi legami o instaurarne di nuovi.

Da Biskè supplì d’autore: la tradizione romana al “telefono” firmata da Giuseppe Todaro

Nella capitale, dove la cucina popolare è arte e storia, il supplì diventa protagonista assoluto sotto le mani esperte di Giuseppe Todaro, pizzaiolo chef di Biskè – ristorante, pizzeria e braceria in via Nomentana, Roma.

Elemento iconico della tradizione gastronomica romana, il supplì – crocchetta di riso fritta con cuore filante di mozzarella – non è mai solo uno street-food: è una vera esperienza sensoriale, un simbolo di convivialità amata da generazioni. Il nome stesso deriva dalla parola francese surprise (“sorpresa”), in riferimento al cuore di formaggio che filtra all’apertura, creando quel leggendario “filo del telefono” di mozzarella che ogni amante della buona cucina cerca con entusiasmo nel primo morso.

Un “telefono” di sapore unico
La ricetta del supplì di Giuseppe Todaro nasce dall’esperienza diretta con la tradizione romana e dal rispetto per la ricetta classica. Durante gli anni trascorsi lavorando nelle trattorie di Trastevere – rione simbolo della cucina romana più autentica – Todaro ha affinato l’arte di preparare il supplì “al telefono”, padroneggiando i tempi di cottura del riso, la scelta degli ingredienti e la perfetta combinazione tra croccantezza esterna e cuore morbido e filante dentro, per ottenere il famoso “filo del telefono”.

Tradizione e innovazione nella cucina di Biskè
Al ristorante Biskè, Giuseppe Todaro propone il suo supplì come piatto di punta nel menu insieme a pizze artigianali cotte nel forno a legna, carni alla brace e altri fritti realizzati quotidianamente in casa. La sua versione del supplì non è una semplice reinterpretazione: è una celebrazione del piatto nella sua forma più autentica, cucinata con materie prime selezionate e una tecnica consolidata, capace di restituire al palato l’esperienza classica di un must della cucina romana.

Un richiamo per gli amanti del gusto
Oggi il supplì di Giuseppe Todaro si distingue sul panorama gastronomico romano per la sua capacità di coniugare semplicità e qualità: dall’impasto perfettamente equilibrato, alla frittura dorata e leggera, fino alla sapiente esplosione di sapore nel momento in cui la mozzarella si stacca come un filo – evocando quella sorpresa che ha reso celebre il piatto romano sin dall’Ottocento.

Biskè non è solo un ristorante: è un luogo dove la tradizione si riscopre e si assapora con passione, e dove un piatto apparentemente semplice come il supplì diventa motivo di conversazione, emozione e piacere. Una proposta imperdibile per chi ama la cucina italiana autentica e i sapori che raccontano storie.

Battipaglia, il ristorante gourmet Cinque Foglie entra ufficialmente in Guida Michelin

È il 1° e unico ristorante della città ad essere segnalato dalla “Rossa”

Cinque Foglie conquista la sua prima, prestigiosa segnalazione all’interno della Guida Michelin, come 1° e unico ristorante della città di Battipaglia ad entrare nel celebre firmamento della critica gastronomica internazionale. Un riconoscimento storico per la città, che entra così ufficialmente nella mappa dell’alta ristorazione italiana.

Un progetto che segna una nuova onda gastronomica nella Piana del Sele

Nato dal sogno della famiglia AdinolfiCinque Foglie è un luogo di ricerca, un laboratorio creativo immerso nella natura della Piana del Sele, dove lo chef Roberto Allocca trasforma tradizione mediterranea e tecnica contemporanea in un linguaggio gastronomico unico. Il nome Cinque Foglie incarna la filosofia di un progetto che mette al centro la perfezione nascosta della natura nella selezione delle materie prime e la continua ricerca di armonia: un luogo in cui la bellezza dei gesti agricoli e quella della cucina d’alta gamma convivono nella stessa luminosa identità.

Nel cuore della Piana del Sele, tra natura, tecnica e ispirazione

Al centro del progetto c’è un’idea di cucina che parte dalla terra: il ristorante è circondato da un un giardino mediterraneo di un ettaro coltivato a biologico è il cuore pulsante dell’esperienza gastronomica: una dispensa viva da cui arrivano frutta, ortaggi ed erbe utilizzati in cucina. Da qui provengono molte delle materie prime utilizzate nei piatti.

La filiera corta diventa cortissima in un atto di voluta autenticità. I piatti raccontano la potenza della costa, la dolcezza delle colline, l’equilibrio fragile e perfetto della terra madre. Ogni sapore è narrazione, ogni aroma è memoria che si fa presente.

Il menu ovvero un ecosistema gastronomico integrato

Due i percorsi degustazione firmati dallo chef Roberto Allocca che definiscono l’identità di Cinque Foglie:

  • NOSTOS, un viaggio tra mare e terra che racconta la morfologia del Cilento attraverso contrasti, memorie e profumi mediterranei.
  • L’Orto di Francesca, un itinerario vegetale dedicato alla giovane Francesca Adinolfi, oggi custode dell’azienda agricola di famiglia, che rende omaggio alle radici contadine e all’eredità culturale della Valle dei Templi.

L’esperienza è arricchita da una cantina di 250 mq di oltre 1800 etichette, a breve aperta anche al pubblico e da un ecosistema gastronomico che comprende anche il bistrot Le Radici e il cocktail bar Linfa, realtà sorelle che condividono valori di sostenibilità, ricerca e legame profondo con il territorio.

La firma dello chef Roberto Allocca

Alla guida della cucina c’è Roberto Allocca, chef campano dal percorso intenso e prestigioso: dalla scuola di maestri come Enrico Derflingher, Alfonso Iaccarino e Paolo Barrale, alla conquista della stella Michelin come Executive Chef del Relais Blu, fino alle esperienze al Marennà e all’Hotel Le Agavi.

La sua cucina è fatta di rispetto, tecnica e poesia. Ogni piatto è un racconto sussurrato, un invito alla scoperta lenta, un equilibrio tra emozione e misura.

Un riconoscimento che segna un inizio

La segnalazione nella Guida Michelin è la conferma di una visione. Cinque Foglie continuerà a coltivare il suo dialogo tra natura e cultura, memoria e innovazione, tecnica e poesia. Al centro il grande atlante di sapori della Piana del Sele.

È possibile visualizzare la presenza del ristorante sul sito della Guida Michelin al seguente link insieme alle nuove entrate del mese:

https://guide.michelin.com/it/it/selection/italy/ristoranti/nuovi-ristoranti