Greek Wine Day 2024

La terza edizione del Greek Wine day ha avuto luogo il primo novembre nella prestigiosa sala Michelangelo dell’Hotel Albani a Firenze: venti le cantine presenti alla manifestazione ideata da Haris Papandreou, in collaborazione con il Console Onorario Greco Arch. Petrakakos e Fisar Firenze.

La Grecia infatti conta oltre 300 vitigni nativi, che danno vita a espressioni fedeli del terroir: non più solo vini “resinati”, ma eleganti esempi della versatilità delle uve e della capacità degli enologi di interpretarle con personalità.

I produttori utilizzano per le vinificazioni contenitori in acciaio, legno, cemento e anfore; in lieve aumento la produzione di bollicine da vitigni autoctoni, sia con metodo classico che con Martinotti o le rifermentazioni ancestrali in bottiglia.

Viene posta grande attenzione alla conduzione delle vigne ed esiste un trend positivo per la conversione al biologico in quelle aree dove non viene ancora praticata una agricoltura di massimo rispetto dell’ambiente. In alcuni territori, come l’isola vulcanica di Santorini, troviamo piante ultracentenarie e a piede franco, con rese molto basse ma che sono capaci di dare vita a vini davvero indimenticabili.

Nella conferenza di apertura Haris Papandreou ha sottolineato l’importanza di seguire l’esempio di altri paesi, dove il vino greco è largamente apprezzato e distribuito e ha trovato posto nelle wine list di prestigiosi ristoranti: in Italia la richiesta è sicuramente in crescita, ma occorre continuare a promuoverne la conoscenza e a facilitare l’acquisto delle referenze.

Si dice che “Italiani- Greci, una faccia, una razza” e questo detto viene assolutamente confermato pensando di abbinare un regale Xinomavro a una bistecca alla fiorentina.

Ecco alcuni degli assaggi più interessanti della splendida giornata trascorsa insieme agli amici e colleghi e ai sommelier di Fisar Firenze, impeccabili nel servizio e nella organizzazione.

Dall’Isola di Santorini

Cantina Venetsanos: affascinante interpretazione di Assyrtiko in anfora, Saint John 2022 e un ricco e voluttuoso PDO Vin Santo, da assyrtiko e aidani ( 40%), 12 anni nei caratelli.

Hatzidakis Winery: poesia nel calice, difficile la scelta, sicuramente Skitali 2022, ( testimone) che racconta l’eredità del padre passata ai figli, un assyrtiko in purezza di struttura e vibrante acidità, poi PDO Nikteri   2022, che da disciplinare prevede l’utilizzo della botte e infine il Mavrotaragano, da un uva rossa, elegante, setoso con una trama tannica precisamente scolpita.

Vassaltis Winery: Gramina e Alcyone sono due assyrtiko da uve selezionate e rappresentano le migliori espressioni; in Alcyone è previsto un garbato utilizzo del legno che rende il vino più equilibrato e capace di lungo invecchiamento.

Dalla Naoussa, Macedonia: patria dello Xinomavro (neroacido)

Chrisohoou Estate ha portato in degustazione una splendida Gold Selection 2018, che racconta la complessità e struttura del vitigno, le note di foglia di pomodoro, di frutta rossa dialogano con i sentori speziati regalati da un sapiente uso del legno. Inoltre da segnalare il Prekniariko, un bianco ottenuto da un vitigno che hanno salvato dall’estinzione.

Thymiopoulos Vineyards: Xinomavro raccolto nelle zone di Trilafos e Ftià, declinato in una versione Nature 2022, senza solfiti aggiunti, in Earth and Sky 2022 davvero emozionante. Poi arriva Kayafas 2018 e continui a meravigliarti della bellezza di questo vino dove la tipicità del vitigno si arricchisce di profumi di frutta rossa, elicriso, mirto, mentre il tannino risulta perfettamente integrato.

Dalla Nemea, Peloponneso

Philos Wine: Curiosa la bollicina da assyrtiko di nome Progreco, davvero speciale Philos Red 2014 e Infinito 2015 entrambi da agiorgitiko, un’uva a bacca rossa coltivata nella regione ricca di siti archeologici, quali ad esempio Micene.

Da Creta

Alexakis Wines ha presentato un piacevole, elegante Vidiano, uva a bacca bianca tipica dell’isola e un Moscato Spinas, di rara bellezza, dove l’aromaticità garbata prometteva interessanti possibilità di abbinamento. Da segnalare anche il rosso da un altro vitigno autoctono, il Kotsifali.

Dall’Epiro

Jima propone bianchi dal vitigno Debina in bottiglie dalle etichette molto caratteristiche: Super Girl 2023 e Plein soleil 2023 sono le due versioni.

Dall’Attica

Nikolou Winery: giovane cantina che punta sul savatiano, il vitigno a bacca bianca protagonista insieme a roditis del famoso retsina. Botanic sparkling è una bollicina fresca e gradevole, con sentori floreali, mentre decisamente particolari il Savatiano Yellow, un orange wine e Savatiano Fine lees, che ha una linga permanenza sulle fecce fini.

Dall’isola di Samos

Vakakis Winery che propone varianti secche del moscato e un tradizionale e setoso moscato dolce Epogdon fresh, da pensare in abbinamento a formaggi erborinati e pasticceria secca.

Greek Wine Day si conferma un appuntamento imperdibile, per gli amanti del vino e per gli operatori Ho.Re.Ca. offrendo la possibilità di affacciarsi al mondo del vino greco grazie a una attenta e mirata selezione delle cantine.

Dalla castagna può nascere un fiore

La parafrasi della canzone dolcissima di Sergio Endrigo, tanto amata dai bambini, è l’incipit ideale per parlare di un frutto caro ai nostri ricordi d’infanzia. Ci vuole un fiore anche per creare una castagna, che rappresenta il seme del castagno; una pianta forte all’apparenza, fin quando non venne assalita da un turista poco gradito: il Cinipide Galligeno (Dryocosmus Kuriphilus Yasumatsu).

Questo piccolo insetto proveniente dall’Asia, ha letteralmente messo in ginocchio i coltivatori castanicoli e, per quasi un decennio, il rischio di veder azzerata per sempre la produzione agricola delle castagne è stato più che concreto, salvato dalle scoperte recenti in campo di lotta antagonista integrata. Ancora una volta la mano dell’uomo riesce a rimediare ai danni immani provocati da se stessa, quando la mancanza di controlli e le pratiche errate portano alla distruzione un intero comparto merceologico.

Rialzare la testa per gli attori in gioco è stato un atto di profondo eroismo. Il dimostrare la voglia di riscatto e l’orgoglio d’appartenere a territori ancora selvaggi e aspri, dove la natura regna incontaminata lontana dai clacson e dell’inquinamento urbano. La nascita del Consorzio Distretto della Castagna e del Marrone della Campania che raccoglie tra le sue fila oltre 400 coltivatori regionali, 4 IGP e 10 PAT (Prodotti Agroalimentari Tradizionali Italiani), ha fatto da necessario supporto e sostentamento alle idee positive per la tornare a primeggiare nel mondo.

Le castagne vengono, infatti, raccolte anche in Portogallo, Albania, Turchia e persino Cile, ma solo le nostre ricevono gli apprezzamenti degli americani, devoti alla perfetta farcitura del tacchino durante il giorno del Ringraziamento. Ecco la motivazione principale dell’ingente quantitativo di prodotto esportato, di cui meno del 20% resta in Italia per il consumo interno. Irpinia, Roccamonfina, Cilento con Roccadaspide e persino la Costiera Amalfitana sono ormai capisaldi importantissimi, ricchi di varietà diverse che si prestano agli usi richiesti dalla clientela privata e dalle industrie di trasformazione.

La vita di un castagno è pressoché infinita, arrivando a superare, in certi casi, i due secoli senza particolari difficoltà. A patto di non incontrare lungo la strada il temibile parassita, capace di deporre le proprie uova nelle giovani gemme primaverili e distruggerle con cicatrici indelebili a forma di cisti non più fertili. Eppure dopo il periodo buio, cui è seguito uno strascico causato dalla debolezza delle piante che soffrivano maggiormente di marciumi e altre malattie, l’ecosistema ha definitivamente vinto giungendo ad una nuova forma d’equilibrio dove interagire.

Il press tour organizzato dall’Agenzia di Comunicazione Miriade & Partners comincia da qui, dal dolore verso la speranza ed il sorriso. Dall’angoscia per il futuro ad un nuovo orizzonte ove prendersi per mano e camminare tutti insieme uniti in un solo destino. Perché i frutti della nostra Castanea Sativa godono di una texture particolare, tenace, che consente una corretta curatura, il procedimento di ammollo utile alla conservazione e successivo utilizzo delle castagne stesse. Una piccola sosta da Olio Basso che dal 1904 valorizza il made in Italy dell’Olio Extravergine d’Oliva di alta qualità e dalla cantina Villa Raiano con le sue deliziose espressioni di Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi, per ripartire verso il vasto mondo dei castagneti, che fungono presidio, contro frane e deforestazioni.

Dove c’era un castagno ci sarà sempre un altro castagno e così per secoli. Anche qui, come per la viticoltura, si possono realizzare sul campo vere e proprie selezioni clonali, per avere la miglior varietà nel contesto in cui crescere. E poi ci sono le tradizioni storiche, secolari, che narrano di coesione sociale, di famiglia e di aiuto ai più bisognosi. Quasi ovunque lungo il Distretto campano, la raccolta cessa il 1 novembre e dal giorno dei morti i ricci ancora a terra od in cima all’albero sono messi a disposizione della popolazione. Un retaggio del passato che significa lasciare del cibo per chi non poteva permettersi il pane. Con la differenza che la farina di castagne è adatta alle diete per celiaci, priva di sostanze allergeniche ed abbondante invece di tannini utili ai processi antiossidanti e di zuccheri complessi a lento rilascio glicemico.

Il prof. Antonio De Cristofaro, presidente del Consorzio Distretto della Castagna e del Marrone della Campania esprime la sua soddisfazione nel leggere i numeri in forte crescita del settore. Ci si è riavvicinati a quota 700 mila quintali, il livello prima dell’avvento del Cinipide asiatico e nonostante il cambiamento climatico ostile per le temperature eccessivamente elevate in fase di maturazione, attualmente soffrono solo i castagneti in bassa quota, in percentuale ancora trascurabile.

Roberto Mazzei, direttore del Distretto, ci conduce tra alcune realtà irpine, come Agricola De Maio produttore del Marrone di Santa Cristina e la Cooperativa Agricola Castagne di Montella, dove Maurizio Grimaldi ci spiega la caratteristica della pezzatura basata sul calibro e sul numero di frutti per chilogrammo. La castagna va sempre bagnata, non soltanto per ammorbidirla, ma per sviluppare la fermentazione e polimerizzazione dei tannini resi meglio digeribili dal corpo umano.

Perrotta apre le sue porte all’antica lavorazione della castagna del Prete nei gratali, strutture in verticale inframezzate da grate di legno ove far filtrare il fumo per essiccare le castagne riducendone il loro contenuto in acqua di ben l’85% prima di essere tostate a forno e bagnate ad immersione o a spruzzo. Sapore facilmente riconoscibile con quel tipico accenno affumicato tanto goloso e duttile negli abbinamenti gastronomici.

Diversificando i prodotti, aiutati dalle tecniche alimentari della trasformazione, si garantisce ai dipendenti di lavorare ininterrottamente per tutto l’anno, contrastando il fenomeno erosivo dell’emigrazione dalle campagne. L’azienda Agricola Malerba Castagne, dal 1862, è stata la pioniera in tal senso, arrivando persino alla produzione della birra di castagne in tre versioni IGA.

Spostandoci a Roccamonfina (CE) il discorso non cambia: Carlo Montefusco, giovane e già esperto sindaco, ci mostra la celebre Sagra della Castagna e del Fungo Porcino di Roccamonfina, un evento diffuso che dura per ben 30 giorni e che consente alle migliaia di visitatori di scoprire un luogo bellissimo, intriso di storia, di cultura e di usanze, devoto all’Ordine dei Francescani e al Santuario di Santa Maria dei Lattani.

Dalla castagna può nascere un fiore e quel fiore rappresenta l’anima di un intero popolo, fiero di esistere e di resistere.

Merano Wine Festival: presentata la nuova edizione della Guida I Vini del Cuore

In occasione della 33° edizione del Merano WineFestival, in uno degli ampi saloni dell’Hotel Therme, è stata presentata la masterclass “I Vini del Cuore”, condotta da Olga Sofia Schiaffino, esperta sommelier e autore di 20Italie, con 6 vini in degustazione.
I Vini del Cuore e una guida social, la prima in Italia, ideata da Olga Sofia Schiaffino in  collaborazione con Clara Maria Iachini, giunta ormai alla sua quarta edizione.
Sono stati coinvolti e selezionati Wine Blogger, Sommelier, Wine Expert ed Instagramer di tutta Italia e non solo. La prefazione in questa edizione è stata curata da Linda Nano.

Nella guida sono rappresentate tutte le regioni dello stivale e, nell’edizione 2024, anche alcune aree dei Balcani e della Grecia selezionate rispettivamente dai Wine Ambassador Michela Cojocaru e Haris Papandreou . Ai vini selezionati dai componenti della guida non viene attribuito nessun punteggio, ma vengono solo narrati in maniera emozionale. Per i vini da recensire non viene richiesto l’invio da parte dei Blogger alle aziende. I vini sono talora di piccole aziende e reperibili sul mercato, capaci di fomentare emozioni dal profondo del cuore.

La degustazione

Pinot Grigio delle Venezie Doc Viajo Enotria Tellus (Veneto) – dosaggio zero – Paglierino luminoso dal perlage fine e persistente, sprigiona sentori di fiori di campo, pesca, pera, mela e agrumi. La sua freschezza stimola il sorso, rendendolo anche sapido e leggiadro.

VSQ S- Mila 2013 Stefano Milanesi enoartigiano (Lombardia) – Pinot Nero, Cortese e  Riesling Italico –  Giallo paglierino, dalle bollicine fini e durature. Emergono in sequenza sentori di ananas, pesca gialla,  idrocarburo ed al palato è cremoso, avvolgente, coerente e persistente.

PGI Cyclades Aidani 2022 Hatzidakis Winery (Santorini,  Grecia) – Giallo dorato, rivela subito sentori di frutta esotica agrumi e cedro, dal gusto vibrante, saporito e accattivante.

Dolceacqua  Doc Settecammini 2023 Azienda Agricola Maccario Dringenberg (Liguria) –  Rossese 100% – Calice rosso rubino, sviluppa note di lampone, fragolina di bosco, ribes e pepe. Attacco tannico setoso, vivace e sapido.

Cortona Doc Syrah 2021 Cantine Faralli (Toscana) –  Rubino profondo, con effluvi di rosa rossa, marasca, rabarbaro,  pepe nero e polvere di cacao. Al palato è pieno ed appagante, avvolgente e accattivante.

Naoussa Pdo Earth and Sky 2022 Apostolos Thymiopoulos (Grecia) – Xinomavro 100% – Rosso rubino con sfumature che virano sul granato, emana note di foglia di pomodoro, amarena, prugna, spezie, vaniglia e nuances boise. Tannini poderosi, ma ben cesellati, dal finale suadente, fresco e durevole.

Benvenuto Brunello 2024, considerazioni e migliori assaggi

Chiamarsi Brunello di Montalcino al giorno d’oggi non rappresenta più soltanto una tipologia di vino. Il reportage sui migliori assaggi effettuati durante l’anteprima Benvenuto Brunello 2024 non poteva sganciarsi dalla realtà in cui viviamo.

Montalcino è lo Stato dentro lo Stato, metaforicamente parlando. Un vino che racconta ormai di sé in terza persona, lontano dalla bulimia comunicativa in cui annaspano molte realtà. Una noblesse oblige per cui ogni cosa sembra vista e rivista, inclusa l’apparenza che tutto fili liscio come l’olio, anche nelle tempeste finanziarie e geopolitiche post-pandemia.

Come direbbero gli anglosassoni: dove c’è fumo c’è anche arrosto. La prospettiva del Brunello di Montalcino, posto sullo sfondo della galassia di mercati, interessi e attività connesse, è di fatto non recintata da una cornice di spazio e di luogo. Per essere al passo con i tempi e con le mode bisogna allora cercare di snellire nel sorso alcune asperità: chi come me degusta da oltre un decennio ben comprende il nocciolo della questione.

La “tecnica del levare” sottraendo volume, comporta però dei pro e dei contro: vini dalla illustre beva, ne è un esempio la calda 2020 assaggiata in anteprima, che peccano in taluni casi per sensazioni alcoliche fuori scala a discapito del centro bocca. Una volta avremmo avuto il nerbo di un tannino irsuto a tirarci su, adesso invece evoluzione e frutta gelatinosa rischiano di dominare la scena da protagoniste indiscusse.

Ed ancor di più ci rendiamo conto del consolidato cambiamento di stili, quando si incontrano gli esigui campioni old-style, ricchi di estrazione e toni speziati che riportano ad un passato cozzante con l’idea stessa d’eleganza. Erano quelli che un tempo avremmo rivisto con calma nello scorrere degli anni e che adesso banniamo con assoluta scioltezza e, va detto, anche con un pizzico di superficialità.

Resta comunque la certezza di una media qualitativa di ottimo livello, in cerca di equilibrio tra carattere, forza e delicatezza, l’ultima vera incognita per l’areale e per il Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, artefice di cambiamenti epocali e lungimiranti nella sua storia. Una sfida che apporterà un necessario ritocco ai prezzi, non per forza sempre in rialzo, in base alle nuove esigenze di consumo e di vendite.

La Riserva 2019 soffre invece, a nostro avviso, la coperta corta già stiracchiata dalle altre proposte. Le selezioni e le vigne singole stanno erodendo margini di manovra ad un prodotto per nulla anacronistico, che anzi andrebbe tenuto con la dovuta considerazione per l’aderenza simbiotica al territorio e principalmente al Sangiovese di marca ilcinese. Chi lo fa ha saputo realizzare esempi di rara bellezza, da osservare in prospettiva con calma e pazienza. Nessuno si senta obbligato ad attendere: il vino si vende e si beve. Solo a volte (e Montalcino ne è un degno interprete) possiamo concederci qualche attimo di sana poesia.

Di seguito i nostri migliori assaggi in ordine di preferenza, selezionati tra tutti i campioni di Brunello 2020 e di Riserva 2019 presenti, valutati in panel rigorosamente alla cieca con i colleghi Maurizio Valeriani direttore di Vinodabere e Franco Santini

Migliori Brunello di Montalcino 2020 (comprese le selezioni)

Franco Pacenti

Giuseppe Tassi – Tassi

Campo Marzio – Corte Pavone

Elia Palazzesi

Helichrysum – San Polino

Casanuova delle Cerbaie

Campo del Drago – Castiglion del Bosco

Vigna Loreto – Mastrojanni

Vigna I Poggi – Poggio Antico

Greppone Mazzi – Ruffino

Costa di Monte – Tenuta di Sesta

Vigna del Lago – Val di Suga

Poggio al Granchio – Val di Suga

Fiore del Vento – Corte Pavone

Palazzo

Vigna La Casaccia – Canalicchio di Sopra

Ferrero

La Palazzetta

Lisini

Pinino

Vigna Colombaiolo – Tassi

Tenuta Buon Tempo

Caprili

AD1441 – Castello Tricerchi

La Pieve – La Gerla

Vigna delle Raunate – Mocali

Villa al Cortile

Agostina Pieri

La Casa – Caparzo

Celestino Pecci

Vigna Nastagio – Col d’Orcia

Nicco – Capanna

Gianni Brunelli Le Chiuse di Sotto

Tenuta Nuova – Casanova di Neri

Migliori Brunello di Montalcino Riserva 2019

Poggio di Sotto

Collemattoni

Donatella Cinelli Colombini

Ferrero

Ugolforte – Tenuta San Giorgio

Franci – Tassi

Fattoi

Pietroso

Renieri

Il Poggione

Phenomena – Sesti

Pian di Conte – Talenti

Anemone al Sole – Corte Pavone

Franco Pacenti

I vini di San Felice presentati al ristorante gourmet Pipero a Roma

Una giornata che ha celebrato l’incontro tra due eccellenze italiane: San Felice ha presentato la sua rinnovata collezione di vini presso il rinomato ristorante una stella Michelin Pipero a Roma. L’evento, organizzato da Antonella Imborgia Direttore Marketing e Axelle Brown Videau Responsabile Comunicazione, ha segnato un momento significativo nella storia dell’azienda toscana, che ha scelto uno dei templi della gastronomia capitolina per svelare al pubblico la nuova veste grafica delle sue prestigiose etichette.

La collaborazione con la “winedesigner” Federica Cecchi ha dato vita a un progetto artistico che va ben oltre la semplice estetica: ogni etichetta è stata concepita come un racconto visivo che narra l’impegno di San Felice verso la biodiversità e il suo profondo legame con il territorio toscano.

Pipero, sotto la guida del carismatico Alessandro Pipero e dello chef Ciro Scamardella, ha offerto la cornice perfetta per questo evento. Il locale, insignito della stella Michelin, rappresenta infatti quella stessa fusione tra tradizione e innovazione che caratterizza la filosofia di San Felice. La celebre carbonara, reinterpretata in chiave contemporanea, ha dimostrato come l’eredità culinaria italiana possa evolversi senza perdere la sua autenticità, proprio come i vini di San Felice.

San Felice si presenta come un mosaico di realtà che si completano a vicenda. Il Borgo San Felice, premiato con la stella verde dalla Guida Michelin, non è soltanto un Luxury Resort, ma un vero e proprio santuario del lifestyle toscano. Le tenute, strategicamente posizionate nelle tre denominazioni più prestigiose della regione – Chianti Classico, Montalcino e Bolgheri – rappresentano il meglio della tradizione vitivinicola toscana.

Il fiore all’occhiello della presentazione è stata la linea Vitiarium, frutto di oltre vent’anni di ricerca e sperimentazione nel campo dei vitigni autoctoni, grazie alla consulenza enologica di Leonardo Bellaccini. Quattro i vini che raccontano altrettante sfaccettature dell’anima di San Felice: Il Borgo Chianti Classico DOCG, che porta in etichetta una mappa storica del borgo vista dall’alto, La Pieve Chianti Classico DOCG Gran Selezione, impreziosito dal decoro dell’antica Pieve del 714, il Pugnitello Toscana IGT, emblema dell’innovazione e della ricerca, e lo In Avane Chardonnay Toscana IGT, unico bianco della collezione.

La scelta di presentare queste nuove etichette da Pipero non è stata casuale. L’approccio di Alessandro al mondo della ristorazione, noto per la sua capacità di combinare professionalità e convivialità, rispecchia perfettamente la filosofia di San Felice: eccellenza senza ostentazione, tradizione che sa rinnovarsi, attenzione maniacale ai dettagli che non dimentica mai il piacere dell’ospitalità.

Il pranzo ha rappresentato anche un’occasione per ribadire l’impegno nella tutela della biodiversità. L’azienda non si limita infatti alla produzione vinicola, ma gestisce un vero e proprio ecosistema dove convivono uliveti, orti, colture e foreste. Un approccio olistico che trova la sua massima espressione nel progetto Vitiarium, vero e proprio laboratorio a cielo aperto per la conservazione e lo studio dei vitigni autoctoni toscani.

Questa presentazione ha dimostrato come San Felice stia tracciando un percorso innovativo nel panorama vitivinicolo italiano, dove la tradizione non è un vincolo ma un trampolino di lancio verso il futuro. Le nuove etichette, con il loro linguaggio visivo sofisticato e contemporaneo, raccontano una storia di eccellenza che affonda le radici nel passato ma guarda con decisione al futuro.

Carlo De Biasi, Direttore di San Felice, ha sottolineato la filosofia di una realtà che racconta il territorio toscano attraverso i suoi vini che sono la vera essenza dei luoghi da cui provengono. L’incontro tra San Felice e Pipero ha quindi celebrato non solo il vino, ma un’idea di Italia che sa valorizzare il proprio patrimonio storico e culturale attraverso l’innovazione e la ricerca continua dell’eccellenza.

Majolini Franciacorta, vino e arte

Recarsi in Franciacorta suscita sempre tante emozioni legate ai vini che regalano una varietà di aromi e sapori dove ogni sorso racconta storie di uve, terra e tradizione; legate al paesaggio collinare, punteggiato da vigneti, laghi e borghi storici, che offre panorami mozzafiato. Recarsi dalla cantina Majolini Franciacorta vuol dire immergersi in una realtà fatta di vino e arte, essere accolti con calore in un ambiente curato, dove è palpabile la forte connessione con il territorio volta a favorire uno sviluppo sostenibile. Siamo nel comune di Ome (BS) che si snoda tra colline verdi e vigneti, per arrivare in cantina ci si deve inoltrare nelle stradine del paese per risalire poi la collina e intravedere all’orizzonte la struttura che si staglia imponente, perfettamente integrata con la natura circostante.

Fondata nel 1993, la cantina ha saputo affermarsi nel panorama vinicolo grazie all’attenzione alla qualità e alla cura dei dettagli. Ad accoglierci all’ingresso Simone Majolini, onorati di avere un cicerone di eccezione, che inizia il racconto di quella che è una tradizione di famiglia, un legame profondo con la terra, della combinazione tra vino e arte.

Subito all’esterno, nel piazzale della cantina, ci accolgono le prime opere: la scultura di bronzo “Cavalli Innamorati” di Aligi Sassu in posizione dominante di tutta la valle e dei vigneti, questa celebra la bellezza della natura e rappresenta l’amore per questo territorio; il “Moby Dick” di Mattia Motta, la balena inabissata, arpionata da Achab e mai conquistata è il simbolo del sogno irraggiungibile: quello della sfida costante per creare un vino perfetto.

Simone racconta che la cantina nasce e si sviluppa intorno ad un’idea di bellezza che vive attraverso l’arte, la sostenibilità, l’architettura. Le stanze ospitano pezzi da collezione, ambienti affascinanti e originali.

  • La stanza Luxury Wine Collection dove il fermento della moda e del design crea un ponte con il mondo del vino e offre l’opportunità di esplorare come queste due realtà, apparentemente distinte, possano intersecarsi in modi innovativi e sorprendenti. Alcune bottiglie sono vestite con giacchette in pelle di struzzo rosa e azzurre a ricordare i bustini ottocenteschi che servivano a modellare la figura femminile, evidenziando il punto vita e creando una silhouette a “campana” che era molto in voga all’epoca; altre indossano veri e propri abiti da sera tagliati e cuciti come in haute couture caratterizzati da una cura artigianale impeccabile e da materiali di altissima qualità. La parola d’ordine è sensualità femminile. Questa è quella che Simone chiama la “stanza dei sogni” a sottolineare che il vino può essere abbinato a qualsiasi cosa, non solo al cibo.
  • L’antica barricaia ospita “Opera Sensoriale” realizzata dall’ebanista di fama Luciano Molinari con 199 legni provenienti dai cinque continenti. Un’opera da guardare e da annusare: sigillo della cantina scomposto in tanti piccoli tasselli di legno, rimanda ai profumi in vasetto dei legni corrispondenti, per “sentire” la materia tramite l’olfatto. Un’esperienza multisensoriale durante la degustazione dei Franciacorta Majolini.

  • La Sala della Trasformazione dove le bottiglie svolgono la rifermentazione sotto lo sguardo di un Sole e di due Meduse, opere di Giuseppe Bergomi, artista lombardo, amico di famiglia. Il sole rappresenta la natura che per primo trasforma l’uva e la rende utilizzabile e le due Meduse, che sono il simbolo greco e romano della trasformazione in qualcosa di morto, sono un monito per ricordare che fare vino deve essere sempre un attento gioco di equilibri per evitare il rischio di modificare troppo ciò che la natura ci regala.
  • La stanza con le fotografie di Enrica Sensini che riesce a cogliere con la sua arte l’essenza dell’anima. Non solo immagini in senso tradizionale, ma rappresentazione della personalità, delle emozioni di un individuo attraverso i suoi occhi, le espressioni del viso, i suoi abiti e l’ambiente circostante.

Con gli occhi colmi di arte e lo spirito nutrito da tanta bellezza e creatività, ci spostiamo nella sala degustazione anche qui l’arte la fa da padrona.

In alto i calici!

  • Majolini Franciacorta Saten Brut, 100% Chardonnay. Una bollicina fine e persistente, profumi che ricordano la pasticceria e la crosta di pane. Persistente con delle belle note di tostatura. In bocca cremoso, delicato con cenni di frutta matura;
  • Majolini, Franciacorta Brut, Chardonnay e Pinot Nero: fresco e fruttato, con note di mela verde, pera e fiori bianchi. Vivace e ben equilibrato, perfetto per aperitivi. Un vino dalla personalità chiara, ben definita. É avvolgente, secco e deciso;
  • Majolini Franciacorta Brut Vintage Millesimato Le uve, Chardonnay e Pinot Nero, a perfetto grado di maturazione vengono pigiate in modo soffice e fatte fermentare in vasche d’acciaio ad una temperatura controllata. In primavera viene poi realizzata la cuvée ed effettuato l’imbottigliamento per la presa di spuma. Il profumo è ampio, schietto e con note floreali. Il sapore è sapido, persistente e molto equilibrato;

  • Majolini Franciacorta Disobbedisco Extra Brut 100% Pinot Nero.Questo vino nasce per celebrare il Poeta e l’eroe Gabriele d’Annunzio. L’etichetta, creata dall’artigiano Luca Briconi in metallo smaltato e dorato, riproduce il gonfalone della Città di Fiume voluto da d’Annunzio: il serpente che si morde la coda (Oroboro) è il simbolo egiziano dell’eternità e della vita che si rinnova. Le sette stelle del Grande Carro è un altro simbolo di eternità, perché è la costellazione che non tramonta mai e indica la Stella Polare, che dà la rotta ai marinai e che ha accompagnato il Poeta nella Beffa di Buccari. Racconta la rivendicazione dell’italianità della città di Fiume, dopo la prima guerra mondiale. Azione politica e di lotta di cui D’Annunzio fu protagonista.  Elegante e raffinato con aromi di mela verde, pera e fiori bianchi. In bocca è fresco e cremoso, con una piacevole acidità e una nota minerale persistente;
  • Majolini Electo Franciacorta Millesimato Brut, ha un uvaggio composto da Chardonnay 80% e Pinot Nero 20%. Le uve vengono raccolte, manualmente in cassette, non appena giunte a maturazione ideale con vena leggermente acida. La vendemmia è rivolta, principalmente, al mantenimento dell’integrità dei grappoli. Le due varietà vengono vinificate separatamente con pressatura soffice. La fermentazione dello Chardonnay continua in piccole botti di rovere. Successivamente, in primavera sarà valutata la composizione della cuvée. Una volta composta si passa alla rifermentazione in bottiglia con riposo sui lieviti della durata di almeno 36 mesi;

  • A chiudere questa magnifica degustazione una vera chicca: Vino Rosso Majolini 2019, prodotto solo in 666 esemplari nel formato Magnim.Unvino ricavato dalla vinificazione di solo uve Majolina. Uva di cui oggi esistono meno di 1.000 piante, tutte in quella zona (tra Ome e Monticelli Busati), negli appezzamenti più vecchi è ancora a piede franco, cioè senza bisogno della radice americana diffusasi in Europa dopo la filossera. I Maiolini le hanno dedicato un piccolo vigneto di 450 piante, uva che entra in piccola percentuale nel Rosso «Ruc»; prodotto dagli anni 60 e imbottigliato, nelle annate migliori, in purezza, solo nel formato magnum.

Prosit!

La Reggia di Caserta ha ospitato la terza edizione di Terra di Lavoro Wines

La terza edizione di Terra di Lavoro Wines, l’evento promosso dal Consorzio Tutela Vini VitiCaserta – Vitica – quest’anno ha avuto come cornice d’eccezione la Reggia di Caserta. Il palazzo voluto da Carlo di Borbone e progettato da Luigi Vanvitelli, patrimonio Unesco dal 1997, ha accolto, il 26 e 27 ottobre, la due giorni dedicata ai vini di Caserta. Una scelta non casuale  e neanche legata a pure ragioni di ordine estetico, ma voluta con il preciso intento di fare rete e rafforzare le sinergie tra patrimonio culturale e attività produttive territoriali, ha sottolineato Tiziana Maffei, Direttore della Reggia di Caserta.

Inoltre, nella scelta di questa location, la manifestazione si è aperta al grande pubblico, compreso quello internazionale, come commentato da Cesare Avenia, Presidente di Vitica, nella conferenza stampa di presentazione dell’evento, perché, va ribadito, ancora oggi nello stesso casertano, il consumo di vino del territorio si attesta solo al 15%.

Terra di Lavoro Wines ha dato il via al ricco manifesto di eventi e degustazioni con il convegno Enoturismo: leva dello sviluppo per la DOP/IGP economy della provincia di Caserta, che ha tracciato un quadro preciso della situazione attuale e dei possibili sviluppi per l’enoturismo – non solo nella Provincia di Caserta ma in tutto il territorio campano – con dibattiti e interventi, incluso quello istituzionale dell’Assessore all’Agricoltura della Regione Campania Nicola Caputo. La Campania, con l’1% della produzione vinicola nazionale, è stata la dodicesima regione a recepire la legge nazionale sull’enoturismo del 2019, attraverso la legge regionale n. 7/2024, che si pone tra gli obiettivi quello di “valorizzare le aree ad alta vocazione vitivinicola della Regione Campania e le denominazioni vitivinicole di ciascun territorio” (art. 1).

Tassello fondamentale per lo sviluppo del territorio in tal senso devono essere i Consorzi di tutela, attraverso cui sono rappresentate le denominazioni, sostenuti anche da apposita legge di bilancio regionale.

A testimoniarne l’importanza Domenico Raimondo, Presidente del Consorzio Mozzarella di Bufala Campana DOP: nel sistema DOP/IGP economy la provincia di Caserta si posiziona, in termini di valore alla produzione, al primo posto in Campania, al sedicesimo in Italia (Rapporto ISMEA 2023). E a fare da volano per l’economia del territorio è proprio la Mozzarella di Bufala Campana DOP, al quarto posto dopo Parmigiano Reggiano DOP, Grana Padano DOP, Prosciutto di Parma DOP, con un valore di 502 milioni di euro nel 2022 e un incremento di oltre nove punti percentuali rispetto al 2021.

Incisivo anche l’intervento di Leone Massimo Zandotti, produttore di Frascati DOCG  e consigliere FEDERDOC, che ha sottolineato come il vino sia ambasciatore di cultura e dunque la promozione e la diffusione di ogni aspetto legato a questo mondo devono assumere centralità. A tal proposito i consorzi devono rappresentare luoghi di aggregazione e sviluppo. Vitica, costituitosi nel 2004, è  il primo consorzio di tutela vino in Campania riconosciuto dal Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare nel 2005; attualmente conta 107 associati tra produttori e imbottigliatori. 

Dunque, ruolo di centralità per i consorzi di tutela ed enoturismo come chiave del successo per le aziende vitivinicole campane. Su quest’ultimo punto sono intervenuti anche Maria Paola Sorrentino, in qualità di Presidente del Movimento Turismo Vino Campania e Nicola Matarazzo, Consulente di direzione, ribadendo l’importanza di creare, attraverso una proposta enoturistica solida e preparata, l’aspettativa per attrarre nuovi flussi turistici sul territorio, ma nel contempo, come ribadito da Luciano D’Aponte, dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania, per decongestionare con proposte alternative i punti storici e consolidati di attrattiva (i.g. Napoli e la Costiera) in favore di nuovi areali regionali.

Oltre a spazio di confronto e riflessione, la terza edizione di Terra di Lavoro Wines è stata soprattutto una vetrina dinamica del vino e del territorio casertano per giornalisti, appassionati di vino e turisti, con numerose iniziative che hanno animato la manifestazione: dalla presentazione del libro Calici e Spicchi di Antonella Amodio, casertana nel cuore e nell’anima, (ne abbiamo già parlato in un precedente articolo, mentre il collega Gaetano Cataldo ha intervistato l’autrice); al premio in memoria della compianta Maria Felicia Brini, istituito da Vitica e assegnato con numerosi riconoscimenti a chi nel casertano (ma anche fuori) ha saputo dare il giusto rilievo ai vini di Caserta (alla pizzeria I Masanielli di Sasà Martucci di Caserta per la miglior carta dei vini territoriale, al Ristorante Marotta di Squille per il miglior abbinamento, ad Agristor le Due Torri di Presenzano per la profondità di annate e al Ristorante Agape di Sant’Agata dei Goti per miglior carta dei vini fuori dal territorio casertano).

Hanno visto la partecipazione di 380 iscritti le quattro masterclass a cura AIS, in collaborazione con altre sigle del mondo del vino, dedicate all’approfondimento sulle denominazioni del territorio: Aversa DOP Asprinio, Falerno del Massico DOP, Galluccio DOP & Roccamonfina IGP, Terre del Volturno IGP & Casavecchia di Pontelatone DOP.

Non sono infine mancati banchi d’assaggio con la presenza di 170 referenze in degustazione. Una Vigna del Ventaglio alla maniera moderna Terra di Lavoro Wines ma con lo stesso obiettivo ricercato nel 1770 da Ferdinando IV di Borbone, che la fece impiantare a San Leucio: la conoscenza e la valorizzazione dei vitigni e dei vini del territorio.

“Valdo Food&Wine Experience” da Scicchitano a Napoli

Il Gambero Rosso anche questa volta ama sorprenderci, organizzando un piacevole appuntamento enogastronomico nel capoluogo partenopeo. Metti una sera a cena con gli operatori della ristorazione campana, al primo piano di un palazzo dell’Ottocento di Via Foria a Napoli: il ristorante “Innovative, nuovo concept e appendice dello storico “’a figlia d’ ‘o marenaro”.

L’Innovative nasce quattro anni fa dall’idea di Giuseppe Scicchitano, terza generazione di una famiglia di ristoratori, in quanto figlio di Nunzio Scicchitano e Assunta Pacifico, che dal 1943 sono famosi in città per la loro iconica zuppa di cozze, e non solo.

Per accedervi siamo dovuti entrare dal loro ristorante e salire al primo piano dove subito siamo rapiti da uno splendido Cocktail Bar che fa da sfondo ad un ricco ed elegante banco frigo del pescato; ci addentriamo in una serie di eleganti ambienti dove potersi accomodare per gustare l’evoluzione gastronomica di questa storica famiglia napoletana, in chiave moderna e gourmet, ad opera dello chef Sergio Scuotto.

Abbiamo parlato di serata enogastronomica, ed infatti ad accoglierci, oltre al padrone di casa, c’è Nicola Frasson della Gambero Rosso (esperto Degustatore e Redattore dei Vini) che ci presenta Gianfranco Zanon (Direttore Tecnico della Valdo Spumanti e Vice Presidente del Consorzio) e Matteo D’Agostino (Responsabile del Marketing Strategico della Valdo) venuti a parlarci della famiglia Bolla, titolare della Valdo Spumanti dal 1938 e anch’essa, come per gli Scicchitano, alla terza generazione di un marchio storico legato indissolubilmente al territorio di appartenenza, Valdobbiadene, del quale ha saputo diffondere in Italia e nel mondo, la cultura del Prosecco, cercando di portare nei calici, a loro dire, delle bollicine facili da bere ma mai banali – easy to drink.

Il percorso enogastronomico comprende anche due vini della Magredi, cantina del Friuli-Venezia Giulia che da sempre produce vini a Denominazione di Origine Controllata “Friuli Grave” a Domanins in provincia di Pordenone. Anche la Magredi, da sempre legata al nome di una famiglia storica del territorio, la Tombacco, da quest’anno è stata acquisita dalla famigliaBolla.

Gianfranco Zenon prende la parola per precisare che questa serata di” Food&Wine Experience” si intende per il Vino in Tavola. Vini contemporanei e mai scontati presentati volta per volta negli abbinamenti con le ricette di casa Scicchitano

Si inizia con dallantipasto: il gambero pop, un gambero fritto con effetto crunch dovuto al tipo di panatura, posato su una grossa chips di polpo e riso acquerello, il tutto guarnito con gocce di maionese; una piacevole combinazione, che con la grassezza e la tendenza acida della maionese si esalta e trova il perfetto equilibrio con il sorso di una prima bollicina delle Grave del Friuli de “I Magredimetodo charmat brut millesimato 2023 da ribolla gialla, dai profumi delicati di fiori e agrumi, freschissimo in bocca, lascia una scia piacevolmente aromatica. Risulterà il miglior abbinamento della serata.

Si passa ai primi piatti: risotto con crema di zucca e zenzero a donare uno sprint alla spiccata tendenza dolce dell’ortaggio, guarnito con cubetti di taleggio e scampi scottati. Ottima la cottura e la mantecatura e del risotto, gradevole l’abbinamento con un DOC Friuli Grave Sauvignon 2023I Magredi”, non spinto sul varietale vegetale, ma più fruttato ed erbaceo. Sorso piacevolmente fresco e sapido, sottile e nervoso a contrastare la dolcezza e la grassezza del piatto.

Seguono gli ziti alla lardiata di mare (con lardo di colonnata); un sugo colorato dal pomodoro San Marzano e arricchito di vongole e tartufi di mare, straccetti di calamari, tentacoli di polpi e gamberi. Interessante. Buono anche questo abbinamento con un DOCG Conegliano Valdobbiadene Prosecco spumante metodo charmat extra brut millesimato 2022 “Rive di San Pietro di Barbozza” della Valdo. Un 100% di uve glera provenienti delle pendici delle ripide colline che caratterizzano il territorio di quelle che non sono altro che le UGA di Conegliano, le “Rive”. Bollicina suntuosa e dal perlage fine, e a detta di Gianfranco, un dosaggio zero più che un extra brut. Al naso frutta matura a cui non manca una parte agrumata di mandarino; nitido e preciso in bocca, sostenuto da una piacevole scia sapida che chiude il sorso e crea un buon legame sia con la tendenza dolce del piatto che con la tendenza acida del pomodoro.

Il primo dei secondi piatti: focaccina farcita con crudo di tonno e mozzarella di bufala campana, arricchita con maionese al lime ed erbe spontanee. Ottimo il gioco tra morbidezza e fragranza della focaccia che esalta il boccone. Riuscito in parte l’abbinamento con un DOCG Conegliano Valdobbiadene Prosecco spumante metodo charmat brut millesimato 2022 “Cuvée del Fondatore”. Uno charmat lungo ottenuto dal 90% di Glera e un 10% di Chardonnay. Si distingue la lavorazione per un passaggio di circa sei mesi in barrique di primo e secondo passaggio della base chardonnay. Uno spumante che al naso ci sussurra il passaggio in legno con profumi di frutta matura, spezie sia di vaniglia che di pepe bianco, miele e nocciola; un sorso equilibrato con ritorni di frutta e spezie.

Infine il trancio di spigola con contorno di ortaggi nella loro essenza, il tutto su un fondo di vellutata di patate. Il più difficile degli abbinamenti finora provati, con un DOCG Conegliano Valdobbiadene Prosecco metodo classico brut millesimato 2020 “Vigna Pradase”. Metodo classico sboccato a giugno 2023 e ad oggi con già oltre un anno in bottiglia ottenuto da 85% Gglera e un saldo del 15% di uve autoctone quali Bianchetta, Verdisio e Perera, che fino al 1800 erano le uve più coltivate a Valdobbiadene. Profumi floreali di ginestra e acacia, un agrume pompelmo rosa; fresco e di buona struttura.

Si chiude con il fiore all’occhiello storico del territorio di Valdobbiadene, la DOCG Conegliano Valdobbiadene Superiore di Cartizze metodo charmat Dry “Cuvéè Viaviana Valdo” in versione classica che, a dispetto del dosaggio riportato in etichetta, è più morbida che vellutata. Un misto di sensazioni fruttate sia al naso che in bocca da abbinare al dessert: soffi di millefoglie con crema diplomatica e di frutti di bosco rossi e neri, su di una colatura di cioccolato bianco dorato.

All’Osteria Pratellino i vini di Agricola Tamburini

Il giornalista enogastronomico Milko Chilleri di RossoRubino.tv, organizza con Francesco Carzoli, titolare dell’Osteria Pratellino, nel capoluogo toscano una serie di incontri enogastronomici, nel format “A tavola con il Produttore”. Un viaggio attraverso le principali zone vitivinicole della Toscana per valorizzare la ricca cultura enogastronomica del nostro Paese. Ogni serata è dedicata ad un produttore proveniente da uno degli otto areali. La location scelta è l’Osteria Pratellino. Per ogni cena vi è un menù dedicato ai prodotti di quell’area con abbinamento vini dell’azienda ospite. Il 31 ottobre è stata dedicata alla Val d’Elsa con Agricola Tamburini, con gli interventi di Emanuela Tamburini,  Michele Jerman e Francesco Carzoli.

Agricola Tamburini si trova a Gambassi Terme (Fi) nel cuore della Val d’Elsa e del Chianti. La Tenuta si estende su una superficie di 50 ettari di terreno, di cui 30 sono vitati e posti ad altimetrie che raggiungono i 250 metri s.l.m. Le varietà allevate sono: Sangiovese, Colorino, Canaiolo, Merlot, Cabernet Sauvignon, Petit Verdot e a bacca bianca: Trebbiano e Malvasia Toscana. La coltivazione della vite segue i dettami dell’agricoltura biologica. Tamburini produce vino ed olio extravergine d’oliva da ben 5 generazioni.Tutto ebbe inizio nel lontano 1890, anno di fondazione della Tenuta.

Dal 2002 al timone dell’azienda c’è Emanuela Tamburini, esperta e dinamica enologa, a rappresentare la più giovane generazione di Tamburini ed il marito Michele Jerman, figlio di Silvio che ha  fortemente contribuito al cambiamento del vino friulano. Michele è cresciuto in una considerevole realtà vinicola.  Sono una coppia molto unita, assieme,  sperimentano senza lasciare nulla al caso e con la loro esperienza maturata negli anni  danno origine a vini di eccellente qualità.

Osteria Pratellino si trova invece a Firenze, zona Campo di Marte. Un ambiente informale che propone piatti stagionali e territoriali con materie prime di elevata qualità. Aperto sia a pranzo sia a cena con un’ampia scelta di piatti per ogni tipo di palato e con una carta vini composta da oltre 150 etichette di ogni tipologia, regionali e non. Il titolare è Francesco Carzoli e  la cucina è affidata allo Chef Matteo Caccavo.

TJ Toscana Rosato Igt 2023  – Sangiovese 100% – L’acronimo T sta per Tamburini e J per Jerman. Un vino dedicato alla figlia Mariadele. Rosa tenue, emana note di viola, fragola, albicocca e mandarino, il sorso è vibrante e avvolgente.  Abbinato con Gota cotta su crostone all’olio Evo.

Il Massiccio Sangiovese Igt 2018 – Sangiovese 85% e Merlot 15% – Affinamento in vasche di cemento – Rosso rubino intenso,  sprigiona sentori di frutti di bosco, ciliegia, prugna e eucalipto, attacco tannico vellutato, fresco e sapido con chiusura lunga. Abbinato con Polpette di trippa con salsa di pomodoro.

Mike Limited Edition Toscana Igt 2020 – Sangiovese 100% da singolo vigneto – Rosso rubino trasparente,  al naso sviluppa sentori di prugna,  mora, ribes e spezie dolci,  la freschezza stimola il sorso,  elegante,  armonioso e duraturo. Abbinato con Maltagliati al ragù bianco di coniglio. 

Douscana Limited Edition – Sangiovese 50%, coltivato e vinificato in Toscana e Touriga Nacional 50%, coltivato e vinificato nella Valle del Douro – Rosso rubino intenso,  al naso spiccano note di violetta, amarena,  prugna,  mora e  tabacco accompagnate da nuances mentolate, al palato è pieno ed appagante, avvolgente e persistente. Abbinato con Stracotto di cervo con polenta.

Dulcis in fundo : Bongo (Profiteroles) abbinato con Gin Dry Castelgreve

Dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici. Sono i premurosi giardinieri che fanno fiorire la nostra anima. (Marcel Proust)

L’Italia del Pinot Nero: il racconto della Masterclass organizzata da Vinodabere

Roma ha accolto la masterclass “Il Giro d’Italia attraverso il Pinot Nero”, un evento attesissimo dagli appassionati. Organizzata dalla testata giornalistica “Vinodabere” presso l’Hotel Belstay, la sessione si è inserita nel più ampio contesto di “L’Italia del Pinot Nero”, con la partecipazione di circa 40 produttori italiani e internazionali, tra cui Sudafrica e Argentina, di cui il collega Alberto Chiarenza parlerà in un altro articolo.

Il Pinot Nero è notoriamente un vitigno difficile da coltivare. Originario della Borgogna, già nel primo secolo d.C. Plinio il Vecchio lo cita con il probabile termine di Vitis Elvanacea, nella sua Naturalis Historia. Richiede condizioni climatiche e di suolo particolari, oltre a una cura attenta e scrupolosa in ogni fase della produzione. Predilige terreni argilloso-calcarei ben drenati; la percentuale di calcare, la densità di pietre e la ricchezza in argilla, determinano il risultato finale variando da un vino rosso leggero ed elegante oppure potente e di buona struttura. È un vitigno femminile nel suo essere capriccioso, sensibile a diverse malattie e alle gelate primaverili a causa della sua precocità.

Tuttavia è capace di donare vini fini ed eleganti, variegati nell’espressione in base ai “terroir” che lo ospitano. In Italia, il Pinot Nero ha trovato in regioni come l’Alto Adige, il Friuli Venezia Giulia, la Lombardia e la Toscana, le condizioni climatiche idonee atte a favorirne lo sviluppo, sebbene con caratteristiche molto diverse da quelle francesi.

L’obiettivo principale della masterclass è stato, pertanto, quello di esplorare la varietà del Pinot Nero in Italia. La differenza nei suoli, l’altitudine e il clima si traducono in vini che mantengono la finezza e l’eleganza tipiche, ma con un carattere fortemente aderente al territorio d’elezione.

Guidata dal direttore di Vinodabere Maurizio Valeriani e dai giornalisti Antonio Paolini (Vinodabere), Dario Cappelloni (Doctor Wine) e Luca Matarazzo (20Italie), l’evento ha offerto un coinvolgente viaggio sensoriale nel mondo del Pinot Nero, celebrando la sua eleganza e versatilità. Ogni tappa è stata arricchita da degustazioni mirate, che hanno permesso ai partecipanti di apprezzare e confrontare le diverse interpretazioni del varietale. S

Un tema affascinante della discussione ha riguardato le tecniche di vinificazione e affinamento adottate nelle varie regioni, con particolare attenzione all’uso del legno, al tipo di botti, alla macerazione e alla fermentazione. È emerso come ogni produttore interpreti il Pinot Nero secondo una filosofia unica, influenzata dal rispetto delle tradizioni locali e dalla ricerca di un’espressione autentica del territorio. E a dirla tutta… che meraviglia!

La degustazione si è articolata in un viaggio enologico che ha attraversato virtualmente alcune delle principali regioni italiane produttrici di Pinot Nero.

Nei vari versanti delle valli fresche delle Dolomiti, il Pinot Nero dell’Alto Adige esprime freschezza e vivace acidità, con profumi di ciliegia, lampone e sottili scie minerali, noto per finezza e longevità. Menzione speciale per il Pinot Nero Riserva 2019 della cantina Schloss Englar: Un vino elegante e raffinato, con un intenso bouquet di ciliegie mature e frutti di bosco, nuance balsamiche e ginepro. Al sorso, viaggia morbido e vellutato, dai tannini delicati e dall’ottima struttura di grande persistenza.

Piemonte e Valle d’Aosta: qui venne originariamente impiantato come prima espressione d’Italia, complice anche la vicinanza alla patria natia. La produzione si concentra principalmente su vini spumanti metodo classico (Alta Langa DOCG) e su vini rossi eleganti. Uno sbalorditivo assaggio è stato il Bricco Del Falco 2019 di Isolabella Della Croce, dal colore rubino con riflessi granati e note di ciliegia, mora e spezie, bilanciate da una freschezza gustativa molto raffinata ed un finale piacevole di mandorla dolce.

Lombardia (Oltrepò Pavese) – Conosciuta come la “culla del Pinot Nero italiano”, l’Oltrepò Pavese vanta terreni marnosi e un clima ideale per la viticoltura. I Pinot Nero di questa regione, spesso vinificati anche come spumanti Metodo Classico, sono caratterizzati da grande struttura, complessità e tipiche note di piccoli frutti rossi conditi da spezie delicate.

In Toscana il Pinot Nero si adatta a terroir unici, soprattutto nelle colline alte e fresche, sviluppando un profilo più strutturato con note di frutta matura, tabacco e vaniglia, grazie a un moderato uso di legni per l’affinamento. L’influenza del clima mediterraneo e dei suoli argillosi dona ai vini potenza ed eleganza. Un esempio notevole è l’Ornoir 2020 dell’azienda agricola Ornina, che offre frutti rossi, spezie e note balsamiche al naso, con un palato strutturato e una lunga persistenza.

Il Friuli-Venezia Giulia è da sempre una regione con un forte potenziale per il Pinot Nero, caratterizzata da vini freschi e intensi dal punto di vista aromatico. Le etichette di questa area si distinguono per sensazioni floreali, fruttate e una marcata mineralità, che esaltano eleganza e armonia. Una gradita sorpresa è venuta da un “vino di confine”: il Pinot Nero DOC Collio Dedica 2018 di Komjanc Alessio, dal colore rosso rubino granato, con naso di frutta a bacca rossa, lamponi e prugne, arricchito da note balsamiche; fine ed elegante, chiude setoso nella trama tannica.

Marche, Abruzzo, Umbria: Il Pinot Nero in queste regioni rappresenta sia una sfida che un’opportunità, arricchendo il panorama vinicolo italiano con varietà e innovazione. Le colline marchigiane offrono un clima favorevole, mentre il clima variegato dell’Umbria e le altitudini abruzzesi creano condizioni ideali per la coltivazione di questo vitigno. Sorprendente è il Diamante Nero 2018 della cantina Castel Simoni, che riflette tutta la complessità del territorio montano abruzzese. Questo vino si apre con intense note di frutti di bosco e ribes nero, accompagnate da un accenno di spezie dolci. La sua acidità è ben bilanciata, contribuendo a una freschezza e a una struttura palpabile che invitano a un secondo sorso. Un vino dai caratteri unici è il Cru posizionato alla sommità di una delle colline più alte del Parco Naturale del Monte San Bartolo: Tenute Quarta Blanc de Pinot Noir 2021 di Fattoria Mancini. Vinificato in bianco, presenta grande complessità, mineralità, freschezza e sapidità che preannunciano una straordinaria lunghezza.

Il Pinot Nero in Veneto unisce tradizione e innovazione, offrendo vini che riflettono l’unicità della regione. Caratterizzati da un intenso colore rubino, presentano aromi di frutti rossi come ribes e ciliegie, oltre a note di vaniglia e tabacco, influenzate dall’affinamento in barrique. Le principali aree di coltivazione includono: i Colli Euganei Noti per terreni calcarei e altitudini favorevoli, con sentori terrosi e floreali; e la Marca Trevigiana dove trovano espressioni con note di pepe nero e liquirizia. Il bouquet elegante di ribes rosso, lampone e spezie su uno sfondo rubino luminoso, l’armonia al palato regalata da una tessitura tannica vellutata e un finale persistente e fresco rendono il Pinot Nero 2019 dell’Opificio del Pinot Nero di Marco Buvoli, interessante e attraente.

Le regioni meridionali d’Italia, grazie al loro clima caldo e ai terreni variegati, stanno sperimentando il Pinot Nero, dando vita a vini unici. Due espressioni singolari emerse dalle masterclass sono quelle del Cilento e dell’Etna.

Pino di Stio 2021 dell’azienda San Salvatore, dal Cilento, è descritto da Antonio Paolini come “abbronzato” per le sue sfumature empireumatiche e speziate, dal colore granato e riflessi brunastri. Il clima è caldo, ma le escursioni termiche e le brezze marine contribuiscono a una freschezza che, insieme agli inverni miti e piovosi, favoriscono una maturazione equilibrata e profili aromatici complessi.

Dall’Etna, il Pinò 2017 della cantina Gulfi si presenta con un rosso rubino e sentori di piccoli frutti neri come mirtillo e mora, e richiami al timo e alla cannella. Al palato, è fresco e tannico, con un finale pulito.

Carattere, identità, attrattiva e purezza olfattiva sono stati i temi centrali e ricorrenti del nostro viaggio tra le diverse regioni rappresentate. Finalmente, i produttori italici hanno superato l’idea di imitare l’identità borgognona, riconoscendo nello stile e nei propri territori unici, la vera essenza e personalità del Pinot Nero d’Italia.