La notte di “Oysters and Wines” da Agricola Bellaria a Roccabascerana

Serata dedicata a uno dei simboli internazionali del fine dining: l’ostrica. Accade una sera di fine novembre nell’accogliente sala degustazione di Agricola Bellaria, cantina moderna e accurata di proprietà della famiglia Maffei a Roccabascerana, terra di cerniera tra l’Irpinia ed il Sannio. Ad accogliere i selezionati ospiti è Antonio Pepe, amministratore e animatore dell’azienda i cui “piedi vitati” si estendono nel territorio irpino tra Paternopoli, Candida, Montefusco e Montefalcione.

Tutto è pronto per Oysters and Wines Night, evento di sapiente sperimentazione nel pairing tra i frutti delle preziose conchiglie e i vini a denominazione prodotti dal marchio Bellaria. Impareggiabile animatore della serata è Gaetano Cataldo, sommelier, giornalista, ideatore del progetto “Mosaico per Procida” con l’associazione Identità Mediterranee ed esperto di gastronomia internazionale. L’irrinunciabile preventiva visita alla cantina e – soprattutto – alla bottaia, regala da subito agli ospiti piacevoli esperienze anche in campo artistico. La straordinaria policromia della volta a botte ribassata, nella sala sotterranea che ospita i “legni” francesi di affinamento del vino, cattura lo sguardo del visitatore immerso nell’atmosfera ideata e realizzata dall’artista marchigiano Edoardo Piermattei nella sua opera dal titolo intrigante di “trapasso tropicale”.

Risaliti in superficie la parola passa finalmente alle ostriche, raccontate e spiegate, con passione maniacale, da Claudia e Rossella Migliaccio dell’omonima azienda Migliaccio-Storie di mare esperta selezionatrice di ciò che di meglio si muove nel panorama internazionale del sea-food. Ai nastri di partenza ben cinque selezioni di ostriche tutte di provenienza transalpina con l’unica eccezione per l’irlandese Ostra Regal calibro 4 da Westport alla quale Gaetano Cataldo ha sapientemente riservato il connubio con il Fiano di Avellino 2017.

In precedenza era stata la volta della Peter Pan calibro 6, ostrica di Saint Just Luzac allevata nel distretto ostricolo Marennes-Oleron situato poco a nord di Bordeaux. Alla carnosa sapidità di quest’ultima è stato affiancato il Greco di Tufo 2016 che ha dispiegato tutto il suo potenziale di freschezza e di struttura. Sempre dal distretto acquitano delle saline di Marennes, bagnate dalle fredde schiume oceaniche, arriva il turno della Dousset calibro 3, ostrica di fitta ed elegante tessitura con garbato finale a retrogusto di frutta a guscio: quale migliore accostamento della vibrante freschezza del Greco di Tufo 2019 di Bellaria?

Se per il vino parliamo di “terroir”, i contadini del mare che nel mondo allevano ostriche preferiscono parlare (avendo forse coniato un neologismo) di “merroir”; uno dei binomi inscindibili in questo comparto è quello che lega, appunto, il merroir di Mont St. Michel – Normandia –  all’ostrica Belen. Ed eccola arrivare a tavola nella versione Piatta Belen calibro 1 ostrica saporita, opulenta, dal pronunciato gusto umami che ne esalta, altresì, la fine eleganza. E’ a una tale prelibatezza che l’istrionico Gaetano Castaldo ha dedicato la chicca a sorpresa della serata: il Coda Rara 2022, un vino prodotto da Bellaria con l’utilizzo di uve coda di volpe a bacca rossa provenienti da piante secolari che affina in barrique per almeno 8 mesi prima dell’imbottigliamento.

Nel frattempo Claudia e Rossella, le due cugine Migliaccio, preparavano la presentazione della quinta “huitre” per chiudere in bellezza, ancora una volta dall’isola tidale di Mont St. Michel, con la concava Tsarskaya calibro 3 la cui origine etimologia rivela l’esplicita dedicazione agli Zar della grande Russia. Ma la dedica del vino a questa ostrica suadente, croccante, dal morso burroso, è riservata alla prorompente tensione e al solenne corpo del Greco di Tufo 2021. Durante i minuti finali della bella degustazione i convenuti avevano perso di vista Antonio Pepe che, con un repentino cambiamento scenico degno del miglior Leopoldo Fregoli, ha indossato nelle retrovie il grembiule da cuoco regalando agli ospiti il fuoriprogramma di un succulento piatto di spaghetti al profumo di limone con briciolame tostato.

ELIO GRASSO E IL BAROLO DI MONFORTE D’ALBA

Banca del Vino chiude gli appuntamenti del 2024 all’Enopanetteria di Stefano Pagliuca con un evento dedicato al Barolo e all’Azienda Agricola Elio Grasso. Il format è quello ormai consolidato: la degustazione di annate correnti e annate storiche raccontate in prima persona dalla voce del produttore. Ospite della serata Gianluca Grasso, terza generazione di una bella, ma soprattutto virtuosa realtà produttiva in Monforte d’Alba.

La storia di famiglia va indietro fino al nonno di Gianluca e affonda le radici nelle Langhe de La Malora di Beppe Fenoglio, quando lavorare la terra era considerato un destino ineluttabile a tratti maledetto e fare il vino aveva ben poco del fascino odierno. A quei tempi si praticava viticoltura di sussistenza: l’uva veniva in parte conferita in parte vinificata, ricavandone il vino per il consumo familiare o, al più, da vendere sfuso. Chi poteva, fuggiva dalla campagna. Neanche Elio, papà di Gianluca, ha fatto eccezione, preferendo un lavoro in banca a Torino, pur rimanendo saldamente legato alle sue origini.

Nel 1978 la svolta: alla morte del padre, Elio lascia la sicurezza dell’impiego stabile e retribuito “per dare dignità a quello che era stato il lavoro del papà”; inizia a vinificare e imbottigliare la totalità delle uve di proprietà. Il 1996 rappresenta un altro momento di svolta, quando Gianluca, nel solco di quella rivoluzione che ha segnato la storia della moderna viticoltura nel nostro Paese, introduce  tecniche di vendemmia verde e diradamento e sceglie di dare un passo diverso all’Azienda, staccandosi definitivamente da una produzione per molti aspetti ancora esclusivamente quantitativa.

“La nostra Azienda si estende su 42 ettari di cui 18 a vigna e 24 a prati e bosco, scenario non consueto nelle Langhe, dove siamo abituati a un paesaggio in cui regna la monocoltura (la vigna n.d.r.)”, ci racconta Gianluca. Dalle sue parole, scaturisce in maniera concreta e palpabile come la salvaguardia della biodiversità e del territorio sia  uno degli obiettivi chiave: “Abbiamo cuore e abbiamo radici: fino a quando la terra sarà nelle nostre mani, siamo tranquilli.”

Il vino è il risultato di un processo in cui la vigna, curata in ogni fase, è il fattore principale per ottenere la condizione essenziale alla base di un grande prodotto: la maturità fenolica, ricercata da Gianluca in maniera estrema, talvolta ai limiti del rischio. Defogliazione e diradamenti controllati a seconda dell’andamento climatico, inerbimento, sovescio e letame come fertilizzanti sono alcune delle pratiche operate in vigna, mentre le successive operazioni di cantina devono solo aiutare ad esprimere al meglio i caratteri dell’annata. Utilizzo, quindi, di lieviti selezionati in annate dove quelli indigeni sarebbero meno performanti, lunghe macerazioni e cappello sommerso per ottenere la massima estrazione, delestage e rimontaggi più o meno frequenti, quando il frutto lo consente.

Le vigne della cantina Elio Grasso si estendono nella MGA Ginestra, cru storico di Monforte d’Alba, citato già nei documenti dell’Ottocento, all’interno della quale è stato inglobato nel tempo anche il vigneto Gavarini, portatore di un proprio carattere e di una propria identità. Il vigneto Gavarini, da  sempre proprietà della Famiglia Grasso assieme all’omonima cascina e al bosco che la sovrasta, si distingue per un terreno minerale e sabbioso. Da qui provengono il cru Barolo Gavarini Vigna Chiniera e la Riserva Runcot. Dai terreni a matrice argillosa di Ginestra, deriva invece il cru Barolo Ginestra Vigna Casa Maté.

La Degustazione

La degustazione non ha incluso annate correnti in commercio, ma solo alcune annate che maggiormente hanno saputo decifrare il territorio e che ora possono essere degustate nel pieno della loro espressione. Il tannino sottile ed elegante è stata la cifra distintiva di tutti i calici, frutto di quella maturazione fenolica in vigna così fortemente perseguita da Gianluca.

Abbiamo iniziato il giro di calici con il Barolo 2014, definita da Gianluca come l’espressione più chiara e nitida del barolo. Frutto di un’annata particolarmente difficile, dove a un inverno nevoso sono seguite una primavera piovosa e un’estate fresca, questo millesimo non è stato imbottigliato come cru, ma come selezione dei vini derivati dalle vigne più alte, vinificate singolarmente, secondo la maniera tradizionale di fare barolo.

Il successivo assemblaggio ha permesso di identificare il blend migliore, affinato in botti grandi di 24 ettolitri, vecchie di 12/15 anni.  Ne deriva un barolo equilibrato ed elegante che si esprime con un naso complesso di frutti di rovo, petali di rosa e caramella alla liquirizia mentre il sorso risulta avvolgente, di tannino impalpabile, freschezza tipica di arancia rossa e chiusura su sentori balsamico-mentolati.

La verticale di Barolo Gavarini-Chiniera nelle annate 2013-2011-2007

Tratto comune delle tre annate quello tipico del vigneto Gavarini: naso austero, lento nell’aprirsi e struttura vigorosa.

La 2013, vendemmiata il 26 Ottobre, è il risultato di 40 giorni di macerazione e tre anni di affinamento. Al naso si esprime con frutto rosso in confettura e note empireumatiche di carbone ardente. Il palato risulta succoso, il frutto è preponderante a centro bocca; freschezza pungente e tannino vigoroso ma perfettamente integrato sostengono un sorso di grande equilibrio che ritorna sulle tostature in chiusura.

Interessante il confronto tra 2011 e 2007, entrambe considerate calde. Il risultato nel bicchiere è estremamente diverso: la 2011 si evidenzia per sentori di foglia di tabacco e cenere di camino, il sorso è denso, rotondo, quasi “cioccolattoso” dall’equilibrio tra freschezza incisiva, ma non invadente e tannino sottile e polveroso; la 2007 risulta più spostata su sentori balsamici, di sottobosco e mora in confettura; si propone in bocca più nervosa grazie a un tannino maggiormente marcato e ad freschezza più pacata, tipica di agrume dolce.

Chiudiamo la degustazione con la Riserva Runcot, figlia di Gianluca e di quei cambiamenti portati in vigna a partire dal 1996. Ci troviamo ancora a Gavarini, su due ettari di vigna ripida e pendente (appunto runcot in piemontese), frutto di selezione massale da cloni risalenti al nonno di Gianluca. Riserva prodotta solo nelle annate migliori con  valutazione effettuata in vigna in fase di diradamento: quando si verificano le condizioni per produrla, la resa per ettaro si abbassa notevolmente a 4800 chili, tre grappoli per pianta. Diversamente vengono lasciati nove grappoli a pianta e la vigna viene destinata alla produzione del Langhe Nebbiolo DOC.

Lunghissima macerazione di 50/55 giorni, con fase finale a cappello sommerso, quattro anni di affinamento in barrique nuove a bonde de côté, senza travasi ma solo con rabbocchi periodici quando necessario, due anni di affinamento in bottiglia: questi i numeri di una riserva che si evidenzia sì muscolosa e complessa, ma ancora una volta espressione di un barolo di grandissimo equilibrio.

Degustiamo il millesimo 2007, di naso sfaccettato con note ancora vividamente floreali, di spezie dolci, di frutti di rovo sotto spirito e arancia sanguinella essiccata; in bocca è saporoso e materico pur nella trama finissima del tannino, di freschezza ancora nervosa che ricorda a tratti lo zenzero, di chiusura lunga che si alterna tra il frutto e le tostature di cacao. In accompagnamento le rinomate pizze di Stefano Pagliuca e un piatto territoriale: il brasato con patate.

Azienda Agricola Elio Grasso

Località Ginestra, 40

12065 Monforte d’Alba (CN)

The Tasting Room: il fine dining di Villa Eden a Merano

Una cena gourmet in un hotel di lusso può essere il regalo migliore per staccare la spina dalle ansie quotidiane a lume di candela. Farlo a Merano, dove le bellezze naturali regnano sovrane ed il tempo sembra scorrere in maniera diversa, non ha prezzo.

Osservando Angelika Schmid e Hannes Illmer, titolari di Villa Eden, oasi salutistica incastonata tra le montagne altoatesine, comprendiamo il significato di fare ciò che si ama nella vita. Cura nei particolari, accoglienza e piccole attenzioni in ogni gesto, fanno sentire il cliente a proprio agio, con quel tocco d’eleganza che non guasta mai.

Trattamenti benessere supportati da medici e operatori specializzati, ampia Welness SPA e camere spaziose ed insonorizzate, consentono un relax autentico, a misura d’uomo. Alternare passeggiate nel parco a percorsi trekking, accompagnati da una rilassante nuotata nelle due piscine o un trattamento corpo completo di massaggi, beauty farm e programmi di remise en forme personalizzati, sono solo alcuni dei buoni propositi per eliminare le tossine dello stress e della sedentarietà.

Un piacere del corpo e dello spirito che non può prescindere dalla corretta educazione alimentare attraverso menu dedicati, con materie prime ricercate a tutto vantaggio della longevità e dello star bene con se stessi. Per chi vuole godere di esperienze gastronomiche, senza badare necessariamente alla bilancia, non resta che lasciarsi guidare dal personale nell’articolata colazione internazionale tra dolce e salato ed una ricca scelta di pietanze cotte per iniziare la giornata con il piede giusto.

In tale contesto di charme abbiamo scelto di raccontarvi la cena provata al ristorante gourmet The Tasting Room di Villa Eden, curata dall’Executive Chef Marcello Corrado, esperienze in vari stellati italiani, dopo gli inizi e la gavetta d’eccellenza proprio nel salernitano, raccolto il timone lasciato dal visionario Raffaele Vitale a Casa del Nonno 13.

La sala prevede massimo 4 tavoli per un totale di 10 coperti, replicabili nell’incantevole veranda esterna durante la stagione estiva. Innovativo e professionale l’aiuto del direttore operativo Giovanni Baccaro, anch’egli campano giunto a Merano dopo un lungo apprendimento in giro per il mondo. Il cocktail ideato al tavolo è quell’attenzione particolare che colpisce e prepara al sorriso i commensali pronti per iniziare il percorso culinario.

Abbiamo scelto il menu degustazione “Local Homage” di 8 portate, cominciando dagli appetizer composti da bonbon al cioccolato bianco e cavolfiore, waffle di grano arso e tonno affumicato con rapa rossa e cipolla di Tropea, molto invitanti.

Proseguiamo con un piatto di rara complessità: la barbabietola in diverse interpretazioni con sorbetto alla cipolla, radicchio e ravanelli. Esempio vegano in cui il sorbetto spicca per eleganza e dolcezza, ben corroborato dalle note agrodolci del sedano rapa e dalla consistenza della barbabietola.

Lo storione della Val Passiria con spinacino ed il suo caviale bianco è un’ottima idea, aderente alla cucina di pesce da sempre presente in Alto Adige. Al mare si preferisce, per reperibilità a km zero, il pescato di lago e fiume, tenero e meno sapido da giocare bene ai fornelli in un’adeguata consistenza finale.

Il petto di Quaglia alla Rossini con tartufo è il tocco rétro che non si trova facilmente nelle carte dei ristoranti moderni. La selvaggina ha un valore importante in queste vallate e la quaglia è stata lavorata a regola d’arte, con originalità nell’abbinamento.

Segue Ramen altoatesino di spaghettini di segale, aglio, funghi shiitake e brodo di gallina affumicato al fieno che dimostra grande equilibrio. Con un pizzico ulteriore di sensazione umami sarebbe stato perfetto.

Più complesso al gusto il festone del pastificio Vicidomini con ragù di piccione cotto e crudo. Una ricetta che esula dal resto della proposta, come un sentiero parallelo rispetto a quello attraversato fin ora. Lascia qualche perplessità sul finale amarostico del sedano rapa.

Agevole e fortemente radicato sul territorio il petto d’anatra arrosto, con riduzione speziata di carote e olivello spinoso, accompagnato da polenta di Storo. Ricalca la cucina di montagna invernale, tanto apprezzata e ricercata dai clienti.

Tutto a base di latte di capra il dessert composto da cioccolato bianco, fiordilatte, yogurt e cremoso con sablè breton al cacao. Sapore deciso e salato, dinamico e che non cela l’aromaticità tipica della capra. Ottima fine cena, coccolati dalle atmosfere magiche di Merano e di Villa Eden. Servizio impeccabile e carta dei vini ben dosata, che include anche le superbe etichette delle tenute Castel Rametz e Castel Monreale, entrambe appartenenti alla famiglia Schmid e di cui parleremo in un prossimo articolo.

Tornata celebrativa del 75° anniversario di fondazione dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino

Lo scorso 13 dicembre mentre a Siena è stata commemorata Santa Lucia, al Santa Maria della Scala è stata celebrata la Tornata del 75° anniversario di fondazione dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino. Nel 1949 venne costituita a Siena ed ora è tornata nel luogo natale.

Dopo i saluti istituzionali da parte delle Autorità cittadine è stato presentato il Volume “Accademia Italiana della Vite e del Vino: 75 anni di storia”.  Sono intervenuti Rosario Di Lorenzo, attuale presidente dell’Accademia, insieme agli accademici Angelo Costacurta, Vincenzo Gerbi, Davide Gaeta in collegamento e Giusi Mainardi, ha moderato il giornalista Alessandro Maurilli.

L’occasione giusta per un excursus sul prezioso lavoro fatto dall’Accademia in questi primi 75 anni. Sono stati, infine, ricordati tutti coloro che hanno contribuito al successo e i tanti traguardi raggiunti in tempi diversi da quelli odierni. Dalla nascita delle prime Doc ad oggi, molti gli esperimenti fatti e riusciti che hanno portato al mondo enologico la sapienza per ottenere vini non di quantità, ma bensì vini di qualità.

Nella successiva tavola rotonda “L’Accademia e le sfide future del comparto vitivinicolo italiano”, ha moderato il giornalista Alessandro Torcoli, direttore di Civiltà del Bere, con la partecipazione di Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi, Lamberto Frescobaldi, presidente di Unione Italiana Vini, Attilio Scienza, Presidente del Comitato Nazionale Vini, Donatella Cinelli Colombini, fondatrice del Movimento Turismo del Vino e dell’Associazione Donne del Vino, Giuseppe Liberatore direttore di Valoritalia e Piero Mastroberardino, Vicepresidente Federvini.

Molti i temi affrontati sulla viticoltura e sull’enologia: dalla situazione attuale nazionale, al panorama vigneti con il significato di “vocazione”; dai vini dealcolati e low alcool, ai cambiamenti climatici con il tema delle vendemmie anticipate; dall’intelligenza artificiale, al turismo del Vino, ormai in forte crescita.
Un momento di festa celebrato in una città che è il baricentro di importanti Docg e Doc italiane che godono di fama planetaria.

Vinacria – Ortigia Wine Fest

60 produttori di vino, 4 aziende dell’olio, 13 masterclass, 5 presentazioni di libri e riviste, buona la partecipazione alla prima edizione a Siracusa. Gli organizzatori: “Grazie a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questa manifestazione soprattutto ai produttori che ci hanno creduto sin dall’inizio, stiamo già lavorando alla seconda edizione”

Comunicato Stampa

Si è conclusa la prima edizione di Vinacria – Ortigia Wine Fest, l’evento che celebra i vini (e gli oli) di Sicilia ma che è soprattutto un contenitore attivo in cui far muovere punti di forza e criticità, ascolto e dialogo, mettendo in relazione tutti gli aspetti e le tematiche che concorrono, oggi, a rendere la Sicilia del vino una regione di grande prestigio. Buona affluenza di pubblico all’Antico Mercato della città siracusana nella tre giorni pensata dallAssociazione Culturale Godot: “Il nostro obiettivo è stato quello di valorizzare le eccellenze enologiche del territorio, creando un ponte tra produttori, esperti del settore e appassionati per offrire uno spazio di confronto e scoperta – dichiara l’ideatrice dell’evento Giada Capriotti insieme al socio Silvano Serenari, promotori della manifestazione – Vinacria non è stato solo un evento sul vino ma un viaggio nelle radici e nel futuro della cultura enogastronomica siciliana, Vinacria è un contenitore multiforme fatto di contenuti ricchi e qualitativi che vuole esaltare il bello, il buono e il giusto”. 59 le cantine provenienti da tutta l’isola ma anche 4 aziende dell’olio e 2 di spirits, 13 le masterclass guidate da degustatori di caratura nazionale, 5 presentazioni di libri e riviste: tra i presenti Manlio Giustiniani, Raffaele Mosca, Federico LatteriCinzia Benzi, i giovani produttori di Generazione Next, Federico Graziani con i suoi vini e la rivista “GEN ZED” e Remon Karam, “Il ragazzo venuto dalle onde”. Tra gli appuntamenti più significativi la masterclass condotta da  il Master of Wine Pietro Russo, “Vino e contemporaneità. Stili e tendenze: come si adatta la viticultura siciliana” e “Il ruolo del Sommelier: l’importanza della formazione sul campo e della comunicazione efficace” con Marco Reitano, head sommelier del ristorante “La Pergola” di Roma, 3 Stelle Michelin: “Siamo grati a tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questa manifestazione, specialmente ai produttori che ci hanno creduto sin dall’inizio e che sono arrivati da tutta l’isola – precisano gli organizzatori – Vinacria è stata e continuerà ad essere un vero e proprio viaggio attraverso degustazioni, incontri, laboratori e momenti culturali, alla scoperta di uno dei patrimoni enogastronomici più ricchi d’Italia”.

L’evento, voluto dall’Associazione Culturale Godot che si pone l’obiettivo di valorizzare il patrimonio vitivinicolo, olivicolo, gastronomico e turistico attraverso eventi e iniziative promozionali che celebrano l’eccellenza della Sicilia, è stato realizzato con il patrocinio del Comune di Siracusa, dell’Istituto Regionale del Vino e dell’ Olio, dell’Assessorato Regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea della Regione Siciliana, dell’Assemblea Regionale Siciliana, del Senato della Repubblica, del Ministero Delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e della Camera di Commercio del Sud Est Sicilia ed è inserito nel calendario di attività di Regione europea della gastronomia 2025. Main sponsor Unigroup S.p.a, Ortea Palace Hotel, Sicily, Autograph Collection e A.D. Pugliese S.P.A, partner tecnici ENOILTECH, Sword ICE, Cool Water, Kiube Studios e AIS Siracusa. 

Cantine presenti

Val di Noto: Cantine Marilina, Feudo Maccari, Baroni di Pianogrillo, Angelo Di Grazia, Fausta Mansio, Barone Sergio, Rio Favara, Zisola, Losi Vigne Migranti, Rudinì, Cantine Pupillo, Salvatore Marino, Gurrieri, Feudi del Pisciotto, Casa Grazia e Palmeri.
Val di Mazara: Intorcia, Marco De Bartoli, Cristo di Campobello, Alessandro di Camporeale, Dei Principi di Spadafora, Martinico & Figli, Mandrarossa, Feudo Montoni, Pellegrino, Giuseppe Cipolla, Alessandro Viola, Agricola Fiore, Gaudioso, Bonsignore e Tenute Botticella.

Val Dèmone: Caravaglio, Le Casematte, Principi di Mola, Tenuta Enza la Fauci e Vigneti Verzera. 

Etna: Tenute Nicosia, Tenute Palmento San Basilio, Serafica Terra di Olio e Vino, Cantine Russo, I Custodi delle Vigne dell’Etna, Federico Graziani, Palmento Costanzo, Pietradolce, Cottanera, Masseria Setteporte, SRC, Stanza Terrena, Azienda Agricola Frank Cornelissen, Cantine di Nessuno, Tenute di Fessina, Azienda di Rachele, Zumbo, Al-Cantàra, Le Due Tenute, Giò Emmanuele Etna Wines, Azienda Agricola Raciti, Tornatore  e Vitanova

Le aziende dell’olio: Viveretna, Tondo, Sciabacco e Di Mino. 

Le aziende partner: Volcano Gin, Distilleria Giovi e Ardeaseal.

Doc Salaparuta: sorprendente la prima Wine Week per un territorio ricco di storia e fascino

La Valle del Belice è custode di uno dei territori più affascinanti della Sicilia, comprendente l’areale della Doc Salaparuta. Un fiume denso di storia, dove l’acqua scorre tra le lacrime della gente che ha vissuto il dramma prima del terremoto del 1968 e poi dell’alluvione del 2018. Per fortuna gli abitanti di questa terra bedda, come amano definirla, non sono scaramantici ed hanno saputo affrontare, con sacrificio, le avversità climatiche ed economico-politiche nei decenni trascorsi. Intorno alla doc Salaparuta, da nord a sud si registra un’alta concentrazione di importanti denominazioni storiche (Alcamo, Monreale, Contessa Entellina, Santa Margherita del Belice, Sambuca di Sicilia, Menfi) che spiega bene l’importanza della viticoltura in questa parte dell’Isola.

L’altitudine varia dai 90 metri ai 600 metri. Dopo la caduta dell’impero Romano e il dominio dei bizantini, lo sbarco dei Musulmani a Mazara nell’827 avvia la dominazione araba in Sicilia. Risalgono al periodo arabo i nomi di quattro casali: Belich, Salah, Taruch e Rahal al Merath (Casale della donna). I primi tre vennero col tempo abbandonati per le loro condizioni insalubri; sopravvisse soltanto l’ultimo che cambiò il nome quando gli abitanti del casale di Salah vi si trasferirono: da Casale della donna divenne Sala della donna, diventando così il nucleo originario della futura Salaparuta.

La storia di Salaparuta

Il primo barone dichiarato ufficialmente fu Girolamo Paruta nel 1507. Da quel momento la Baronia Sala Della Donna prese il nome di Sala di Paruta e successivamente di Salaparuta. Francesco Alliata, nel 1624, venne nominato primo Principe di Villafranca e nel 1625 Duca di Sala di Paruta, dal re Filippo IV. Con le trasformazioni agrarie, la diminuzione delle coltivazioni cerealicole a vantaggio dei vigneti e uliveti e il diffondersi della piccola proprietà contadina subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, lo sviluppo di Salaparuta venne bruscamente interrotto dal terremoto della Valle del Belice del 14 e 15 gennaio 1968, quando il piccolo paese – assieme a Gibellina, Poggioreale e Montevago – furono quasi rasi al suolo. Cominciò la drammatica emigrazione dei tanti sopravvissuti. Chi decise di restare, a fatica, visse nelle baraccopoli per lungo tempo prima di vedere completati i lavori di ricostruzione. A imperitura memoria restano opere d’arte di grandissimo valore come la Stella di Consagra e il Cretto di Burri, testimoni silenziosi del dolore vissuto.

Le varietà d’uva coltivate

Il clima del territorio è quello tipico mediterraneo. Le varietà cardine sono: Catarratto, Grillo, Insolia e Nero d’Avola, assieme ad altri vitigni di più recente introduzione come Chardonnay, Syrah, Merlot e Cabernet Sauvignon. Conosciuto e coltivato in Sicilia da più di tre secoli, il Catarratto presenta un gran numero di varianti. Il biotipo diffuso a Salaparuta è il Catarratto Bianco Lucido, iscritto nel Registro nazionale delle verità di vite già dal 1970. La Doc prevede il Catarratto sia in purezza nel “Salaparuta Catarratto” che nel “Salaparuta Bianco” che prevede un minimo di 60% di questo vitigno, mentre per la rimanente parte possono concorrere alla produzione di detto vino altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei alla coltivazione nella regione, con esclusione del Trebbiano toscano.

Il Nero d’Avola è storicamente il vitigno più rappresentativo e blasonato della Sicilia. Durante l’800 era conosciuto come Calabrese e così venne registrato nel Registro nazionale delle varietà di vite fin dal 1970. Nell’800 il vitigno viene associato al paese di Avola, in provincia di Siracusa. Il nome Calabrese non è altro che una italianizzazione/traslitterazione del termine siciliano “calaulisi”, che significa “uva (cala) di Avola”, o, secondo altre versioni, dall’espressione grecanica “Calà u risi”. Dal piccolo centro siracusano, il vitigno si è diffuso nei comuni di Noto e Pachino, ovvero nell’intera Val di Noto, dove entra a pieno titolo nelle doc locali, e da lì in tutta la Sicilia (tranne la zona etnea e la provincia di Messina, dove è più raro) e in una parte della Calabria. Sfruttato per la sua acidità per la realizzazione di vino novello e vini giovani e spesso commercializzato sfuso verso l’estero per irrobustire con la sua struttura i vini dell’Italia settentrionale e della Francia, conosce oggi una nuova affermazione grazie a lavorazioni più rispettose del vitigno, dotato di una straordinaria e naturale freschezza.

I terreni vocati sono: pianeggianti di tipo alluvionale, prodotti dai detriti delle inondazioni del fiume Belice; collinari con argille arricchite di sostanze minerali, frutto della decomposizione di rocce calcaree, con discreta capacità di ritenzione idrica.

Numeri e protagonisti della Doc

La DOC è stata istituita con Decreto ministeriale dell’8 febbraio 2006 pubblicato sulla GURI n. 42 del 20 febbraio 2006. La piccola denominazione Salaparuta può contare su 900 ettari totali, 9 produttori di vino e 38 produttori di uve. La produzione attuale di vini rivendicati sotto la denominazione è di 30mila bottiglie ma c’è l’obiettivo di crescere e consolidare il nome sfruttando tutte le potenzialità del territorio. Il resto della produzione delle aziende di Salaparuta ricade sotto la Doc Sicilia o la Igp Terre Siciliane.

Il Consorzio Volontario di Tutela Salaparuta Doc

Fondato nel 2006 dopo il riconoscimento della doc, nasce come associazione di produttori impegnati a proteggere e valorizzare i vini di Salaparuta. Guidato dal Presidente Pietro Scalia e dai vicepresidenti Calogero Mazzara e Giuseppe Palazzolo, deve sostenere e comunicare adeguatamente il territorio ed i suoi vitivinicoltori. Il presidente Scalia ci racconta della non facile situazione che ha vissuto la Denominazione, sia per le difficoltà agricole nella coltivazione delle vigne e conseguente abbandono delle campagne, sia per questioni di cambiamento climatico con periodi di siccità sempre più lunghi.

Inoltre l’innesco della guerra legale sull’utilizzo del nome Salaparuta, tra Consorzio e cantina Duca di Salaparuta, giunta ormai alle pagine finali (sperando in una risoluzione positiva per l’intero comparto), ha insinuato la paura che tutto finisse rapidamente. Dopo il massimo livello di ettari iscritti a Doc nel 2015, si è infatti vissuto un lento ed inesorabile momento di riassestamento al ribasso, in attesa di sviluppi futuri.

Gli agricoltori sono rimasti alla finestra a guardare, consci, però, degli spiragli di luce che giungono dal ricambio generazionale. Nuove leve unite tra di loro e capaci davvero di interpretare al meglio le esigenze del consumatore, grazie al sapiente accesso ai canali interattivi globali. Attenzione anche verso un possibile passaggio in seno alle clausole, forse troppo stringenti, del Disciplinare di produzione, che potrebbe vedere l’inserimento di altre varietà – Zibibbo e Perricone su tutti – molto interessanti e resistenti.

Cantine ed assaggi

Baglio delle Sinfonie

Piccola azienda a conduzione familiare. Qualità e sostenibilità rappresentano il fulcro dell’attività, costantemente ricercate nella produzione dei migliori vini del territorio. Fondata nel 2013, conta su 33 ettari di proprietà. Produce le seguenti tipologie di uva: Grillo, Catarratto, Chardonnay, Nero d’Avola e Syrah. Età media delle viti: 6 anni. Svolge raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Nei casi di più lungo invecchiamento fa ricorso alle barrique. Buon equilibrio il bianco targato Catarratto 2022, rispecchia appieno la filosofia stilistica e l’annata calda con note mature e voluminose. Intrigante e polposo lo Chardonnay 2023, mentre soffre la robustezza tannica e calorica il Syrah 2019, forse ancora aderente alle estrazioni eccessive ricercate nella prima decade del secondo millennio

Bruchicello

L’azienda Bruchicello, fondata su un’amica tradizione familiare, produce vini da varietà autoctone. Segue con cura ogni fase del processo produttivo, dalla coltivazione delle uve all’imbottigliamento e commercializzazione. Fondata nel 1976, conta su 5 ettari coltivati a: Catarratto, Nero d’Avola e Cabernet Sauvignon. Età media delle viti: 15 anni. Raccolta manuale, uso di contenitori d’acciaio e barrique. Buccioso il Catarratto in purezza 2021, strutturato e tropicale da vigne storiche di 26 anni. Convince anche lo Chardonnay 2023 possente e tostato, dal finale quasi salmastro. Perplessità sulla Riserva di Nero d’Avola 2015 presentata alla stampa: l’eleganza è indiscutibile, ma il campione sembra percorrere ormai il viale del tramonto per la bassa acidità che non sorregge il nerbo alcolico.

Ippolito Vini

Ippolito coltiva vigneti da quattro generazioni, con passione e metodi innovativi per la coltivazione della vite e la produzione del vino. Animata da un profondo rispetto per la terra e i suoi frutti, la famiglia cura con dedizioni i 10 ettari di vigneti a base di Catarrato, Chardonnay, Syrah, Nero d’Avola e Grillo, che si estendono tra le colline di Salaparuta. Raccolta manuale con vinificazioni e affinamenti in acciaio e in bottiglia. Ancora acerbo il blend Catarratto-Chardonnay 2023 con acidità energica a discapito del frutto. Meglio convincente il Nero d’Avola 2023 con nuance di erbe mediterranee molto tipiche, frutti di bosco succosi e tannini moderati.

Leonarda Tardi

I fratelli Calogero ed Eliana Mazzara, cresciuti tra i filari delle vigne, hanno raccolto l’eredità dei genitori e dedicato il nome dell’azienda alla memoria della mamma. L’azienda nasce nel 2016 e in questi anni ha sempre di più rafforzato i legami con il territorio, coltivando poco più di quattro ettari di vigne con una età media delle viti di 11 anni. Le uve prodotte sono Chardonnay, Catarratto e Nero d’Avola. Raccolta manuale, vinificazioni in acciaio e affinamenti in bottiglia. Giovane e tenero il Catarratto del Salitano 2023, ancora in divenire e dalla lunga prospettiva. Pazzesco lo Chardonnay di Alikase 2021, con note burrose accompagnate da una bocca agrumata e sapida. Equilibrato l’assaggio extra dell’Alikase rosso 2017, la prima annata di Nero d’Avola prodotta dall’azienda, fragrante ed appetitoso carico di fiori violacei ed amarene mature. Esce attualmente in commercio la 2021, segno che il progetto funziona.

Noah Palazzolo

Giuseppe Palazzolo, laureato in viticoltura ed enologia, dal 2019, anno di fondazione dell’azienda, prosegue la produzione biologica avviata da nonno omonimo. Punta allo sviluppo dell’attività familiare in forma ecosostenibile ed è impegnato nella valorizzazione dell’areale culturale Belicino. Una favola agricola in chiave moderna. L’azienda si compone di 30 ettari. Età media delle viti: 6 anni. Tipologia di uve: Catarratto, Grillo, Chardonnay, Perricone, Zibibbo e Nerello Mascalese. Raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Amante della musica, visionario e sperimentatore, partito dalla stanza di un casolare e lanciato più che mai a ricoprire presto un ruolo da protagonista assoluto. Bello il Catarratto 2022 raccolto in fasi differenti e corretto con la base utilizzata per lo spumante. Completo e stuzzicante. Troppa speziatura per il Nero d’Avola del Valley, edizione 2022, non accompagnata da sfumature dolci e succose. Gradevole la versione Perricone in purezza sempre 2022, caldo e succoso tra more e liquirizia.

Cantina Giacco

Fondata nel 1977 da Nunzio Stillone, l’azienda sorge tra le verdi colline di Salaparuta proprio sul sito di Villa Amalia, uno degli edifici distrutti dal terremoto del 1968. Con la volontà di ricalcare l’antica tradizione vitivinicola iniziata dagli abitanti fin dall’800, dopo una fase di lavorazione dei prodotti sfusi, nei primi anni ’90 comincia anche l’imbottigliamento di vini di propria produzione. Si estende su 120 ettari e propone le seguenti varietà: Grillo, Catarratto, Chardonnay, Nero d’Avola, Syrah e Merlot. Età media delle viti 15 anni. Raccolta è in parte manuale e in parte meccanica. Le lavorazioni sono in acciaio. Qualche sfumatura amaricante il Villa Amalia 2022 a base Catarratto, con salvia e rosmarino sul finale. Rustico, ma vivace il Villa Amalia Nero d’Avola 2022, ottima materia da valorizzare in futuro. Fa anche un Metodo Ancestrale bianco, corretto e agevole.

Scalia&Oliva

L’anno di fondazione ufficiale è 2010, ma Pietro Scalia – dopo un periodo di emigrazione in America – avvia l’azienda già nel 1999 per poi associarsi a Giuseppe Oliva nel 2009. Specializzata nella produzione di vini di qualità che riflettono i profumi e i sapori tipici del territorio siciliano, l’azienda oggi produce 50 mila bottiglie di vino di alta gamma e può vantare anche la produzione di olio da Nocella del Belice e di pasta da grani antici siciliani. In totale 37 ettari, dedicati alla produzione di Catarratto, Chardonnay, Grillo, Syrah, Nero d’Avola, Perricone, Zibibbo. Età media delle viti: 15 anni. Raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Alcuni prodotti invecchiano in legno piccolo. Facile il Catarratto 2023, tra agrumi e fiori bianchi. Ricco, voluminoso e coerente il Nero d’Avola 2021, forse il campione più interessante dei 3 giorni di degustazione, così come lo Zibibbo 2023 per nulla glicerico o eccessivamente aromatico.

Villa Scaminaci

La cantina sociale Villa Scaminaci, già Madonna del Piraino, nasce nel 1975 nell’area un tempo occupata dalla villa omonima distrutta dal terremoto del 1968. Forte di 300 ettari, riunisce i viticoltori di Salaparuta e delle aree circostanti, promuovendo la sostenibilità e la valorizzazione del territorio siciliano. Produce ogni anno 50mila bottiglie che hanno conquistato sia il mercato italiano che il mercato statunitense. Tipologie di uva: Catarratto, Grillo, Nero d’Avola. Età media delle viti: 18 anni. Raccolta manuale e lavorazioni in acciaio. Si vede e si sente soprattutto nel calice la loro esperienza. Ottima qualità il Catarratto 2022, idrocarburico e ben rappresentante di quell’idea di bianco italiano che può resistere anni in bottiglia prima di dare il meglio di sé. Palpabile il tannino del Nero d’Avola 2022, dove succosità agrumata e sensazioni iodate aiutano il sorso ad essere dinamico e mai appesantito. E ben fatto anche l’assaggio extra da Grillo in purezza, materico e tropicale, solo un filo corto in chiusura.

Vini Vaccaro

Azienda di impronta familiare, nasce negli anni ’70 quando Giacomo Vaccaro e sua moglie Caterina acquistano il primo podere a Salaparuta. L’atto di fondazione ufficiale è dell’anno 2000, gli ettari totali sono 90. L’azienda trasforma uve di di Catarratto, Grillo, Merlot, Nero d’Avola. Età media delle viti: 15 anni. Dopo la raccolta manuale e la vinificazione in acciaio, sono previste modalità diverse di affinamento in botti grandi, tonneau e barrique. Ce ne sarebbe da parlare per ore di una famiglia unita attorno al visionario capostipite, dove il legame di parentela si fonde con quello per la terra madre d’origine. Eycos, blend di Catarratto e Chardonnay annata 2022 è morbido e ben dosato nella componente di freschezza. Gusto internazionale. Il Giacomo Riserva 2018 da Nero d’Avola è un vino di sostanza e piacevolezza, molto identitario. Incredibile sia il Metodo Classico Pas Dosè Millesimato (gli unici nell’areale a produrre una simile tipologia) ed il Grillo 2022 del Timè, con le nuance da Sauvignon Blanc (in fondo sono parenti alla lontana), elegante, dinamico e mediterraneo.

Un ringraziamento al giornalista Vittorio Ferla per l’assistenza durante lo splendido tour organizzato per scoprire una pagina ancora non scritta della Sicilia più autentica.

Panettone Maximo 2024: a Roma la festa dell’arte dolciaria artigianale

Roma si è trasformata in un regno di dolcezza lo scorso 1° dicembre, con il ritorno di Panettone Maximo, l’evento dedicato al re della pasticceria natalizia italiana: il panettone artigianale. Il suggestivo Salone delle Fontane, nel cuore dell’Eur, ha accolto maestri pasticceri, famiglie e appassionati in una giornata di festa, tradizione e innovazione.

Organizzato da E20 Events Factory e Ristoragency, con il patrocinio della Presidenza della Regione Lazio e del Comune di Roma, l’evento ha coinvolto più di 4000 visitatori, nonostante le limitazioni della “domenica ecologica”. A rendere possibile questa sesta edizione sono stati i contributi di sponsor importanti, come Banca del Fucino, Agrimontana, Molino Dallagiovanna e Irinox, tra gli altri.

Con 45 pasticcerie e forni provenienti da tutta Italia, Panettone Maximo ha inaugurato ufficialmente il Natale a Roma, regalando un’esperienza indimenticabile tra degustazioni, competizioni, show cooking e momenti di solidarietà.

Un Concorso di Eccellenza

Il cuore dell’evento è stato il concorso, dove una giuria di esperti ha valutato i migliori panettoni artigianali del 2024 in diverse categorie. Dalla purezza della ricetta tradizionale alle interpretazioni più creative e gourmet, ogni panettone ha raccontato una storia di passione e tecnica.

Tra i partecipanti, nomi rinomati della pasticceria italiana e talenti emergenti si sono sfidati per conquistare i premi principali. La giuria ha giudicato le creazioni basandosi su sofficità, equilibrio dei sapori e originalità.

Ecco i vincitori principali:

CategoriaVincitoreLocalità
Miglior TradizionaleSolodamanducaAprilia (LT)
Miglior Panettone al CioccolatoPasticceria VizioRoma
Miglior GourmetGianfranco Pascucci (Pascucci al Porticciolo)Fiumicino (RM)
Premio della StampaPasticceria D’AntoniRoma
Miglior PackagingLe LevainRoma
Premio del PubblicoSpiga d’Oro BakeryRoma-Acilia

Insieme al voto dato dalla stampa, anche la mia preferenza personale è andata alla Pasticceria D’Antoni Roma e fuori categoria, alla Pasticceria Bellantoni di Rieti per i dolci presentati che sono una vera e propria esperienza sensoriale senza eguali. Sempre fuori categoria ho apprezzato l’angolo dei distillati di Vero Wine and Spirits.

Show Cooking Stellati e Innovazione

Tra i momenti più attesi, gli show cooking hanno conquistato il pubblico con piatti creativi realizzati da pastry chef di ristoranti tre stelle Michelin. Tra questi:

  • Doina Paulesco, Osteria Francescana (Modena), con il dolce “Il pane è oro”.
  • Michele Cremasco e Lidia Ferrara, Le Calandre (Rubano, PD), con “Il Panettone che non c’è”.
  • Mattia Casabianca, Uliassi (Senigallia, AN), con “Panettone Tiramisù”.
  • Francesco Federici e Leonardo Sperati, Enoteca Pinchiorri (Firenze), con “Gioco col panettone”.

Ad aprire il palco, una performance a quattro mani di Luca Pezzetta, maestro pizzaiolo, e Fabiano Bucci, bartender di fama internazionale.

Un Evento per Tutti

Panettone Maximo non è stato solo competizione, ma una vera festa per tutta la famiglia. Numerosi stand hanno offerto degustazioni e vendite di panettoni artigianali, mentre i bambini si sono divertiti con attività dedicate. Per gli adulti, laboratori e incontri con i maestri pasticceri hanno svelato curiosità e segreti sul dolce simbolo del Natale.

L’evento ha saputo combinare tradizione e innovazione, regalando momenti di gioia e convivialità in un’atmosfera unica, tra luci natalizie, decorazioni e profumi irresistibili.

Solidarietà e Valori

Come ogni anno, Panettone Maximo ha avuto un’importante componente solidale. I panettoni in gara sono stati donati ai ragazzi della chiesa di Nostra Signora di Lourdes all’Albuccione, nel comune di Guidonia Montecelio, per la festa conviviale di San Nicola il 6 dicembre. Inoltre, ospite speciale è stato il comitato italiano di UNICEF, a sostegno dei diritti dell’infanzia.

Arrivederci al 2025

Panettone Maximo si conferma come un appuntamento imperdibile per celebrare il Natale e l’arte dolciaria italiana. Tra tradizione, creatività e passione, l’evento continua a essere una vetrina d’eccellenza per i maestri pasticceri del nostro Paese, sempre insieme a Belinda Bortolan, Fabio Carnevali e Stefano Albano. Arrivederci alla prossima edizione, per un’altra indimenticabile festa del gusto!

Valdo Experience in Podesteria, brindiamo con le bollicine italiane più bevute al mondo

Durante le feste si stapperanno 355 milioni di bottiglie di Spumante italiano, soprattutto all’estero, dove il prodotto tricolore sembra decisamente più osannato che in casa. Il 2024 è stato un anno record per la bollicina nostrana: i dati da poco riportati dall’Osservatorio del Vino Uiv-Ismea ci comunicano un giro d’affari che supera il miliardo di bottiglie, di cui 700 milioni sotto le Denominazioni “Prosecco”.

Necessario il giusto approfondimento di un tema, spesso trasceso da tutto un mondo di Sommelerie e Critica italiana, come se essere un fenomeno commerciale, uno status-symbol sia una sorta di peccato originale. Non vogliamo generare polemica; la nicchia, la chicca, merita di essere difesa, attenzionata, coccolata, ma troppo spesso si fa finta di non vedere “l’elefante in una stanza” o il lavoro di gente che ha stoffa da vendere. Rappresentare grandi numeri è difficile, significa prendersi la responsabilità di migliaia di famiglie che ruotano intorno al prodotto e cura altresì del territorio. Senza dimenticare che proporzionalmente anche le difficoltà e le responsabilità diventano maggiori.

L’occasione è arrivata con Valdo Food and Wine Experience, evento organizzato in collaborazione con Gambero Rosso, che ha visto l’Azienda Valdo e un’altra proprietà aziendale, “I Magredi” salire sul palco della splendida location de La Podesteria di Gazzola (Piacenza) e duettare con i piatti studiati in accompagnamento con competenza dallo Chef Patron Matteo Bergomi. Una serata condotta da Nicola Frasson con la partecipazione di Gianfranco Zanon, enologo di Valdo, che con sincerità, orgoglio, professionalità e competenza ci ha presentato il suggestivo ventaglio di qualità della sua gamma.

Valdo porta la desinenza della sua collina di Elezione, Valdobbiadene, dove nasce nel 1926 sotto il nome Società Anonima Vini Italiani grazie ad Albano Bolla, capostipite di una famiglia storica per la Denominazione Prosecco Superiore. Una storia secolare, rappresentativa del Made in Italy nel mondo, apprezzata e radicata con un mercato Globale che ha portato a estendersi con sedi logistiche in America e Germania, diventando di fatto una realtà di scala mondiale.  

Numeri e dati importanti, Valdo annovera trofei come il Best Producer Sparkling Wine Trophy del 2020, l’8° posto nella classifica inglese “Global Wine Brand Power Index Wine Intelligence”, che, uniti ai premi Miglior spumante biologico del Valdo Prosecco Bio DOC, alla medaglia d’oro MUNDUS VINI BIOFACH e al premio Best Organic Sparkling Wine 2021 ci fanno capire l’impostazione culturale, che attraverso un codice etico e un vademecum di sostenibilità, permettono di portare avanti un progetto virtuoso, in sintonia con i territori e le Amministrazioni locali.

Ora lasciamo che i calici parlino, iniziando dalla Ribolla Gialla Spumante Brut Millesimato i Magredi, altro marchio aziendale di Valdo. Ci spostiamo nelle Grave del Friuli, coi suoi suoli alluvionali magri e asciutti, detti Magredi, fondamentali per caratterizzare il profilo di un vitigno versatile e ricco di acidità, che si lascia caratterizzare molto dal suo suolo di elezione, ecco allora al naso aprirsi con ampie falcate di frutta bianca, poi glicine iris e una nota iodata, salina in sottofondo. La bolla è fine, merito dei 3 mesi di affinamento sui lieviti, al sorso ci ritorna in mente quella nota iodata, che fa sentire il territorio e gioca in simbiosi col mondo zuccherino rendendo il finale lungo e agrumato.

Il secondo vino ha rappresentato un vero e proprio un volano per l’azienda: la Cuvèe di Boj Valdobbiadene Docg Brut 2023 che prende nome dalla valle dei buoi della vallata a San Pietro di Barbozza. Il perlage fine e durevole riporta allo stile aziendale, che con gli affinamenti sui lieviti (qui abbiamo 5 mesi) e con la sapiente gestione dello zucchero, sapientemente amalgamato con la massa, si caratterizza per profondità e finezza dei prodotti. Varietale da pera abate e mela golden, poi note floreali di glicine su un fondo di miele d’acacia. Bella la tensione in bocca, lo zucchero è lieve e amplia la cremosità della bolla, è una carezza, mediamente sapido, dal piacevole finale fruttato.

Segue Viviana – Valdobbiadene Superiore di Cartizze DOCG DRY, un omaggio di Pierluigi Bolla alla madre Viviana, un Cru dell’impervia e assolata collina di Cartizze. Su questi fondi argillosi e rocciosi la Glera mostra la sua finezza, con un naso delicatissimo che si colora dei toni del tropicale con sbuffi d’ananas, fiori d’acacia e gelsomino, in un sottofondo varietale di mela golden e mandorla dolce. Vellutato al palato, la tessitura acida è perfettamente integrata con l’impalcatura zuccherina e ci lascia un finale da macedonia di frutta fresca coerente e appagante.

Inizia così il percorso di abbinamento ai piatti dello Chef Bergomi, che “coniuga il delicato sapore del mare alle robuste delizie della terra, creando unici viaggi nel gusto” all’interno della sua Podesteria, il luogo del Podestà, un luogo e un nome dai retaggi alto medievali, che fa da cornice a questo viaggio.

Impepata di Cozze su Crema di Fagioli Cannelini e ditalini croccanti

Abile gioco di aromaticità consistenze, la cozza è la protagonista indiscussa del piatto, arricchita dalla tendenza dolce e dalla larghezza offerta dalla crema e dalla piacevole croccantezza e sapidità della pasta. Un piatto versatile che ben si presta a questo doppio abbinamento proposto.

Valdobbiadene Rive di San Pietro di Barbozza Extra Brut – Valdo il nome ci riporta subito ai fianchi scoscesi che delineano le colline di Valdobbiadene, ripide, quasi verticali tanto da definirle viticoltura Eroica e vendemmiate manualmente. I toni brillanti paglierino del calice, il perlage persistente attirano subito l’attenzione. Note fruttate di frutta bianca fresca e sbuffi agrumati delineano un naso varietale, ricordi iodati che ci portano al sorso, perfettamente coerente, la cui sapidità da vigore e lunghezza a un sorso di grande pulizia ed eleganza, i cui altri pilastri sono la grande acidità e l’assenza di zuccheri. 9 mesi sui lieviti.

Valdobbiadene Brut Metodo Classico Vigna Pradase Millesimato – Valdo un vino che evoca un luogo definito la “Biblioteca del patrimonio della biodiversità” dell’azienda, dove antichi cloni di Glera, Perera, Bianchetta e Verdiso sono stati messi a dimora e compongono questo metodo classico 24 mesi sui lieviti. Un vino coerente, varietale, appagante, dal fine perlage con riflessi verdolini. Al naso toni floreali, ginestra e acacia seguono lievi toni di salvia e scorza d’arancia, sorso pieno, di buona mineralità.

Risotto allo spumante con crema di zucca e olio al melograno

Un piatto semplice caratterizzato dai suoi elementi complementari, i dolci tocchi di freschezza e frutta dell’olio e la pienezza della zucca. In abbinamento il Valdobbiadene Brut Cuvèe del fondatore Millesimato – Valdo, il vino dedicato a Sergio Bolla ha uno stile unico, un perlage fine e un colore brillante e dorato ci comunicano la lieve sosta in barrique di rovere francese al naso i toni varietali giocano con sfumature di miele di tiglio e crema di nocciole, uno spettro ampio. Anche l’assaggio è pieno e dai toni fruttati, freschi, merito della sosta di 12 mesi sui lieviti e della piccola percentuale di Chardonnay che caratterizza questa cuvée. Un abbinamento armonico giocato sulle freschezze.

Petto di Anatra, salsa di Cachi e zenzero e purè di zucca

Piatto giocoso, l’anatra succulenta e dalla bella persistenza si amalgama e si rinfresca con i suoi condimenti, creando un sorprendente equilibrio con il Friuli Grave Refosco dal Peduncolo Rosso – I Magredi in abbinamento. Sfumature violacee mostrano subito gioventù, schiettezza e una fermentazione in solo acciaio. Il naso riporta alla frutta sotto spirito, alla mora selvatica, alla viola e al pepe nero. L’assaggio ci riporta subito al terreno e al varietale, sapido, asciutto, i tannini sono lievi ed eleganti.

Torta Sbrisolona

Chiusura dolce e tipica abbinata al Moscato Rosa Spumante Dolce Ca’ Lisetta – I Magredi, sfumature corallo, bel perlage, al naso è aromatico con rimandi alla fragolina di bosco, melagrana, rosa e spezie dolci. Sorso dolce di viva acidità, finale lungo di zucchero filato e sorbetto ai frutti di bosco.

Abbiamo visto tante sfaccettature di qualità per la bollicina tricolore, una visione di azienda moderna e sostenibile e un bel gioco con piatti di diversa forza, cercando di uscire dallo stereotipo per dare valore a chi si sta impegnando a rappresentare l’Italia in tutto il mondo.

(N.d.a. Dedico questo articolo a uno dei miei Maestri, il Professor Franco Graziosi, venuto a mancare in questi giorni, uno dei miei primi riferimenti, Degustatore per le guide dei Vini, pilastro di Ais Como per oltre 30 anni e grande conoscitore di enogastronomia, Grazie Professore).

Arriva Natale e ritorna la sfida tra le ultime due annate di Brunello di Montalcino, organizzata da Vinodabere

Come di consueto l’avvicinarsi del Natale porta con sé un momento ulteriore di riflessione su quanto fatto e vissuto durante l’anno. Dalle Anteprime, alle visite in cantina, fino ai press tour ed ai momenti di degustazione nei ristoranti gourmet, la vita di un giornalista enogastronomico è densa di spunti per raccontare al meglio l’attualità enologica in Italia.

Un’occasione perfetta per la giusta sintesi di un areale storico del Bel Paese, dunque, l’evento organizzato dalla testata giornalistica Vinodabere presso il ristorante VII Coorte di Roma, riguardante la “comparazione” delle ultime 2 annate di Brunello di Montalcino. Stavolta sono scese metaforicamente in campo la 2020, di prossima uscita, recentemente valutata durante Benvenuto Brunello al seguente articolo Benvenuto Brunello 2024, considerazioni e migliori assaggi, contro la 2019 attualmente in commercio e, pertanto, con un anno in più di bottiglia.

Il riposo di sicuro giova al Sangiovese, ma acuisce maggiormente le differenze d’annata più che di stile. Non ci stupisce, quindi, che l’equilibrata 2020 prevalga per maggiore piacevolezza di beva, concedendosi al consumatore con tannini di buona fattura, rispetto ad una 2019 ancora a tinte in chiaroscuro, dal forte carattere, ma dal volume di bocca inferiore e un passo diverso nello scatto finale.

Ne consegue una inevitabile omologazione dei punteggi medi per la prima versione, con picchi di bellezza maggiormente presenti, però, nella seconda vintage. La degustazione, da parte di un panel formato da 30 persone, è avvenuta rigorosamente alla cieca (senza nemmeno sapere l’annata in assaggio).

Ecco l’elenco dei partecipanti (in ordine alfabetico di nome):

Alberto Chiarenza (critico enogastronomico)

Antonella Piga (sommelier)

Antonio Paolini (giornalista enogastronomico)

Daniele Moroni (critico enogastronomico)

Delia Giri (ristoratrice)

Emanuele Giannone (critico enogastronomico)

Federico Gabriele (critico enogastronomico)

Franco Santini (critico enogastronomico)

Giampaolo Gravina (critico enogastronomico)

Gianmarco Nulli Gennari (giornalista enogastronomico)

Gianni Travaglini (critico enogastronomico)

Giuseppe Garozzo (critico enogastronomico)

Luca Grippo (giornalista enogastronomico)

Luca Matarazzo (giornalista enogastronomico)

Luciano Lombardi (critico enogastronomico)

Marco Carnevali (sommelier)

Marco Dall’Asta (giornalista enogastronomico)

Marco Sciarrini (critico enogastronomico)

Maurizio Gabriele (critico enogastronomico)

Maurizio Valeriani (giornalista enogastronomico)

Paolo Carpino (giornalista enogastronomico)

Paolo Frugoni (agente)

Pino Perrone (critico enogastronomico)

Raffaele Mosca (critico enogastronomico)

Roberto Alloi (critico enogastronomico)

Rowena Dumlao (critica enogastronomica)

Samuele Parrinello (sommelier)

Simone Di Giorgio (sommelier)

Susanna Schivardi (giornalista enogastronomica)

Vittorio Ferla (giornalista enogastronomico)

Ecco la lista delle 25 etichette, in ordine di preferenza, che hanno superato i 91 centesimi ed hanno maggiormente convinto (secondo la media dei punteggi) i presenti:

Brunello di Montalcino  2020 – Franco Pacenti

Brunello di Montalcino  2020 – La Magia

Brunello di Montalcino  2020 – Tornesi

Brunello di Montalcino  2020 – Mastrojanni

Brunello di Montalcino  2019 – Lisini

Brunello di Montalcino  2020 – Celestino Pecci

Brunello di Montalcino  2019 – Villa al Cortile

Brunello di Montalcino  2019 – Celestino Pecci

Brunello di Montalcino  2019 – Pian delle Querci

Brunello di Montalcino  2020 – Pinino

Brunello di Montalcino  2020 – Tenuta La Fuga

Brunello di Montalcino  2020 – Máté

Brunello di Montalcino  2020 – Pian delle Querci

Brunello di Montalcino  2019 – Sesti Castello di Argiano

Brunello di Montalcino  2020 – Argiano

Brunello di Montalcino  2019 – Argiano

Brunello di Montalcino  2019 – Castello Tricerchi

Brunello di Montalcino  2019     La Rasina

Brunello di Montalcino  2020 – Fattoria dei Barbi

Brunello di Montalcino  2019 – Tornesi

Brunello di Montalcino  2019 – Fattoi

Brunello di Montalcino  2020 – Villa al Cortile

Brunello di Montalcino  2019 – Franco Pacenti

Brunello di Montalcino  2020 – Donatella Cinelli Colombini – Progetto Prime Donne

Brunello di Montalcino  2020 – Donatella Cinelli Colombini

In assaggio inoltre erano presenti 16 Rosso di Montalcino (6 dell’annata 2023, 9 dell’annata 2022 e 1 dell’annata 2021).

Ecco quali hanno maggiormente convinto i presenti al Ristorante VII Coorte:

Rosso di Montalcino 2022 – Collemattoni

Rosso di Montalcino 2022 – Scopone

Rosso di Montalcino 2023 – Fattoria dei Barbi

Rosso di Montalcino 2022 – Fattoi

Rosso di Montalcino 2023 – Tornesi

Rosso di Montalcino 2022 – Donatella Cinelli Colombini

Rosso di Montalcino 2023 – Camigliano

Pizza & Falanghina: Gambero Rosso ed i vini del Sannio raggiungono le pizzerie nel mondo intero

Sannio Consorzio Tutela Vini, presidente Libero Rillo, punta con la Falanghina a un’affermazione dei vini campani su scala internazionale. Con l’entusiasmo che da tempo circonda l’intero ciclo della varietà, dal produttore al buyer e al consumatore, con il coinvolgimento di Gambero Rosso, nasce un’interessante iniziativa nel mondo della comunicazione enogastronomica, per collegare la Pizza, cibo italiano di culto nel mondo e la Falanghina.

Il progetto vede la luce durante la pandemia, ma proprio dall’intesa con Gambero Rosso e oggi, con Lorenzo Ruggeri nuovo direttore della testata, inizia ad essere percepito come spinta alla ripresa dei consumi popolari e di qualità. “Pizza & Falanghina” è nel tempo divenuto l’araldo di novità atte a ravvivare le pizzerie italiane europee. Centinaia di iniziative locali e una costante, determinata dedizione al suo successo hanno, ormai al principio del 2025, raggiunto molti degli obiettivi preposti.

Un esempio di cui viene dall’appuntamento svoltosi a Roma a “TAC THIN AND CRUNCHY” la nuova pizzeria di Valentina Zuppardo e del Maestro Pier Daniele Seu. Difficile immaginare un luogo migliore a Roma per riproporre il progetto: ambiente volutamente dadaista, creazioni di pizza estremamente cromatiche e leggerissime al gusto, ispirazioni eterogenee a offrire un menù elegante e diverso.

Ad esempio la Frittata della Domenica: una pizza bassa, azzimata e croccante, leggera, che propone crema di passata di patate e cipolle e pecorino, su un lettino di tenui foglie di carciofo. 

Oppure la classica napoletana “Provola e Pepe”, storica ma proposta in versione romana: bianca, con spezie e il suadente sentore fumée della ricotta affumicata, applicata prima e dopo gli inserimenti gustosi di pomodorino e basilico verde e rosso, a chiudere con pecorino spolverato e sesamo e una riduzione di soia con foglie di cavolo. 

L’esordio della degustazione è tuttavia  una occasione per la Falanghina in versione spumantizzata, da collegare a un bell’esempio della creatività di Pier Daniele Seu, che reinventa il concetto tutto romanesco dei “frittini” e crea due oggetti di puro interesse culinario.

La Frittatina di Pasta e Fagioli per ribaltare in 3D il concetto stesso di farne una originale versione in Supplì della pasta e fagioli. Gentile la consistenza dell’interno rispetto alla corteccia panata, che regge il vuoto camera occupato alla base dal tubetto col fagiolo coeso dal tomino di capra filante. È che bello il conflitto irrisolto tra il sentore di birra della pastella con la purea di fagioli, appena appena mediato da foglie di sedano.

E subito dopo, la Polpetta di Cecio Bollito che ripete la trasformazione in solido, grazie al guscio in pastella, di un piatto entry della cucina romana.

Si punta al connubio tra la salsa verde di sedano e timo con prezzemolo, aglio, sminuzzati e amalgamati con riduzione di aceto, e il bollito di carne bianca, a reggere la consistenza della crema di ceci che dà la struttura all’arancina. Un tentativo estroso e coinvolgente, grazie al match con le bollicine di Falanghina del Sannio “Jannare“ La Guardiense Brut.

La diversità di pizze assaggiate, tra le quali risalta quella Broccoli e Salsiccia interpretata con il ciauscolo marchigiano, offre il fianco al ruolo degustativo della Falanghina proprio come nell’intenzione del progetto. Il compito tocca a “Helza” di Pietrejonne, una Falanghina Metodo Classico, di colore giallo paglierino dal riflesso leggero dorato e brillante, di media consistenza e particolarmente giovane. Il match è spinto dalla fragranza lievitosa percepita nel vino, dai sentori di mughetto e erba, per poi virare verso banana e una dominante di gelso, dal finale di leggera ginestra infusa a un minerale calcareo. Al gusto è decisamente vegetale, conferma al palato di ginestra ed erbe ma emerge legittimamente la leggera nota agrumata mista a basilico, tipica della Falanghina del Sannio.

Ferme e ricche di personalità gli altri campioni che succedono alle bolle, nella degustazione delle varie selezioni di Pier Daniele Seu. Identitas 2023 di Cantina di Solopaca è una Falanghina classica con nota leggermente sfumata e balsamica,  giallo dorato con riflessi ambrati leggeri; al naso offre fiori gialli e legno faggio bagnato, mughetti ed erbe balsamiche e leggera sensazione di fiori di pero. Al gusto è glicemica e agrumata, strutturata con mineralità in equilibrio con la nota alcolica, tufacea eppure fresca: è ancora  giovane per apprezzarne l’equilibrio che verrà in almeno un anno di affinamento in bottiglia, ma c’è da dire che questa referenza appartiene alla “Selezione Oro” dal fiume Calore, dove il Consorzio ha scelto 5 vini di riferimento a rappresentare tutto il corso del fiume.

La seconda è di Aia dei Colombi Falanghina 2023 da Guardia Sanframondi. Offre al naso e al gusto più concentrazione e densità: al colore giallo paglierino dai riflessi dorati, brillante, accoppia maggior consistenza, un deciso aroma agrumato e leggermente legnoso di faggio, con finale di salvia e basilico. Sapientemente agrumata, fruttata di gelso e vegetale di ginestra,  con una sfumatura eterea e un finale di leggero fumè.

Il consorzio sannita gioca quindi una parte operativa centrale, nella degustazione odierna come nel progetto, assolvendo a due compiti strategici: mantenere unite le precedenti 5 denominazioni locali, generando progetti come questo con Gambero Rosso, e poi associare al gusto sulle tavole di tutti i ristoranti una DOC cavallo di battaglia del vino italiano nel mondo, la Falanghina, e la pizza, che è sia innovativa sia vera identità italiana nel mondo.

E ne ha ben donde, dati i numeri:

Il Sannio ha 10mila ettari vitati e molteplici zone geologicamente diverse e ora alluvionali, ora vulcaniche. Il ruolo e la forza di cooperativa de La Guardiense a Guardia Sanframondi consiste nella capacità di promuovere assieme tutte le produzioni di questo benedetto alveo geologico e agricolo. La produzione vitivinicola nel Sannio è infatti quasi la metà della produzione campana, toccando l’85% prodotto di Falanghina rispetto al totale della regione Campania.