Cantine del Notaio, l’animo eclettico dell’Aglianico del Vulture

Giuratrabocchetti è il cognome più lungo d’Italia: quello di Gerardo, agronomo, enologo, notaio mancato, sfuggito alla carriera paterna e al cosiddetto nomen omen a cui però ha legato la sua azienda vitivinicola Cantine del Notaio.

Nell’appuntamento di gennaio di Banca del Vino, presso l’Enopanetteria di Stefano Pagliuca a Melito (NA), è stata ospite la Basilicata con la cantina che per prima ha puntato sulla valorizzazione dell’Aglianico del Vulture.

Gerardo si è raccontato anzitutto come uomo: prima la laurea in Scienze Agrarie, poi la brillante carriera universitaria e di ricercatore, infine la consulenza per diverse aziende zootecniche e la creazione del primo laboratorio di genetica molecolare in campo zootecnico del Sud Italia. Ma non era questa la sua strada, lo sentiva dentro.

A quarant’anni, nel pieno di una crisi profonda, mentre passeggiava nella vigna lasciatagli in eredità dal nonno di cui porta il nome, ne sente la voce che gli indica il suo destino nel mondo vino. È il 1998 e insieme alla moglie Marcella fonda Cantine del Notaio. Per essere precisi un notaio in famiglia c’è: è Consalvo, padre di Gerardo. Unico in una famiglia di contadini a cui è stata data la possibilità di studiare, ha dedicato la propria vita a ricostituire le risorse per rimettere in sesto l’azienda zootecnica del suocero e del progetto vinicolo del figlio non ne ha voluto proprio sapere.

Gli elementi per l’ennesimo storytelling sembrano esserci tutti: la chiamata all’avventura, la storia d’amore, il conflitto familiare. Ci troviamo al cospetto di un vulcano attivo, il Vulture, ben 1326 metri d’altezza a 150 chilometri di distanza dal mare. Nell’ultima eruzione, circa 132 mila anni fa, i depositi di ceneri hanno generato una roccia porosa tufacea che caratterizza il suolo di questo territorio. Gerardo spiega come non sia solo ciò a definire il carattere di un vino, bensì la combinazione di diversi fattori fisici che, sottoponendo la pianta a una stress moderato, ne determinano la reazione.

Il tufo vulcanico è in grado di assorbire acqua d’inverno e rilasciarla durante l’estate torrida, “allatta” le vigne; l’altitudine espone i filari a brezze di mare e di terra, oltre a garantire escursioni termiche nell’ordine dei venti gradi. La vigna reagisce a questi fattori peculiari del territorio, attraverso un corrispondente sviluppo dell’apparato radicale e di conseguenti polifenoli. In tal senso il carattere dell’Aglianico del Vulture è così diverso da quello dell’Aglianico irpino in stile Taurasi da aver fatto credere a lungo che si trattasse di un clone o addirittura di una varietà diversa di uva.

Oggi la scienza – prosegue Giuratrbocchetti – ha scoperto che si tratta del medesimo frutto, semplicemente espressione di areali differenti. Varietà a raccolta tardiva, di forma conica allungata, mediamente spargolo e ricco di pruina, è caratterizzato da tannini fortemente pronunciati. Giocando con i tempi di maturazione delle uve e sfruttando il gradiente di macerazione sulle bucce, Gerardo è riuscito a creare vini diversi da un unico vitigno.

La Degustazione

Cantine del Notaio si estende su 50 ettari di vigneti in cinque diverse contrade (Rionero, Barile, Ripacandida, Maschito e Ginestra) i cui suoli diversificati hanno in comune la combinazione di strato tufaceo e il microclima ottimale per l’Aglianico. Cantine del Notaio produce circa 580 mila bottiglie all’anno su 18 diverse etichette.

Durante la degustazione abbiamo avuto l’occasione di mettere a confronto tre diverse etichette che prevedono la vinificazione in purezza dell’Aglianico del Vulture. Abbiamo iniziato con La Stipula VSQ 2016, raccolta uve nell’ultima decade di settembre e macerazione per un solo giorno. Fermenta in acciaio, rifermenta poi in bottiglia e sosta sulle fecce per 48 mesi. Dosaggio zero. Il risultato è uno spumante color rosa antico dai riflessi brillanti, di bollicina medio fine, dai tipici sentori di erbe aromatiche – tra tutte il rosmarino –  e note fumée che ritornano anche al sorso di piacevole cremosità.

A seguire, la verticale de Il Repertorio Aglianico del Vulture DOC nelle annate 2020 – 2018 – 2017 e 2015. Qui la vendemmia si sposta tra la seconda e la terza decade di ottobre, mentre la macerazione è di dieci giorni. Seguono fermentazione in acciaio e maturazione in tonneaux di rovere, oltre affinamento in bottiglia. Il confronto ci ha permesso anche di valutare l’evoluzione nel tempo: la 2020 è centrata su sentori fruttati di ciliegia e spezie dolci; il tannino fine si intreccia in un sorso succoso e rotondo che chiude nuovamente sul frutto. La 2018 si evolve su un naso più scuro e compatto, in cui prevale il frutto di bosco in confettura mentre al palato risulta verticale, scattante, equilibrato. Ancora un’ottima freschezza per la 2017, di naso e palato sicuramente più distesi, in cui iniziano a emergere sentori evoluti, balsamici e di sottobosco, mentre la 2015 mostra un carattere decisamente maturo e compiuto, con note di cuoio e fungo all’olfatto, e un palato denso dove spicca preponderante la sapidità.

Di marcia diversa, invece, La Firma Aglianico del Vulture DOC 2015, frutto di una maturazione più avanzata e di macerazioni più lunghe.  In questo caso infatti la raccolta delle uve avviene nella prima decade di novembre, mentre la macerazione dura venti giorni. Segue fermentazione in acciaio, maturazione in carati di rovere, affinamento in bottiglia. Il naso profuma di frutta sotto spirito, liquirizia, chiodi di garofano, con tocchi balsamici e di tabacco, il sorso si espande in bocca, si struttura in un tannino ben cesellato e chiude su tostature di cacao.

CANTINE DEL NOTAIO

Via Roma 159

Rionero in Vulture (PZ)

Le Marche in scena a Firenze con un omaggio a Rossini tra musica, sapori e tradizione

Per “Fuori di Taste” una cena spettacolo organizzata da LINFA in collaborazione con il giornalista Leonardo Romanelli

Teatro del Sale

Via dei Macci, 111r – Firenze

Domenica 9 febbraio al Teatro del Sale a Firenze , inoccasione del calendario di “Fuori di Taste”, si svolgerà una serata straordinaria per celebrare le eccellenze enogastronomiche e culturali delle Marche.

L’evento organizzato da LINFA, Azienda Speciale della Camera di Commercio delle Marche promotrice di 31 realtà enogastronomiche che prenderanno parte alla XVII edizione di Taste, sarà un tributo al noto compositore marchigiano Gioacchino Rossini, figura iconica non solo nella musica ma anche nella gastronomia, di cui era grande estimatore ed interprete creativo.

LINFA proporrà un “Fuori di Taste” in cui la cultura, la musica ed i sapori della regione si incontreranno per dare vita ad un’esperienza unica. Rossini, marchigiano di nascita e buongustaio per vocazione, amante del cibo e genio della musica, sarà il filo conduttore della serata al Teatro del Sale. Protagonisti dello spettacolo saranno il soprano Valentina Corradetti, il baritono Giacomo Medici e il pianista Massimiliano Caporale, con la partecipazione straordinaria di Leonardo Romanelli, in un dialogo tra note liriche, teatro e suggestioni gastronomiche.

Dopo lo spettacolo, riservato a stampa ed operatori, gli ospiti saranno invitati ad un buffet, che renderà omaggio alla ricchezza enogastronomica delle Marche, preparato dagli chef del Teatro del Sale.

Il menù, ispirato alla tradizione rossiniana, sarà così composto

-Acciughe al Forno

-Cavolfiore in Besciamella con Tartufo Nero pregiato di Roccafluvione

-Insalata di Ravanelli

-Insalata di Lesso

-Crema di Ceci

-Finocchi Gratinati

-Noccioline di Semolino in Brodo

-Maccheroni con Cacio e Burro e Tartufo Nero pregiato di Roccafluvione

-Filetto alla Rossini con purè

Buffet di Dolci:

-Crostatina con la frutta secca

-Torta di Carote

-Panna e Cialdon

La serata sarà arricchita da un collegamento in diretta con uno chef marchigiano per esplorare il legame tra cucina e territorio. Modererà il collegamento il giornalista  Leonardo Romanelli.

Lo Spettacolo “Il fagotto di Rossini”

Lo spettacolo prenderà il via con una divertente performance musicale e teatrale, dove un soprano, un baritono, un pianista e l’attore, guideranno gli spettatori attraverso un paesaggio immaginario e sorprendente.

Tra i momenti clou della serata, il duo “I Gatti di Rossini” incanterà con la loro esecuzione, seguita dalla potente voce del baritono che interpreterà “Udite Udite O Rustici” di G. Donizetti. La soprano, invece, darà vita a “Il Brindisi” di G. Verdi, creando un’atmosfera di festa e celebrazione.

Il copione prevede inoltre incursioni letterarie con estratti da Rabelais e Rossini, evocando riflessioni profonde sul piacere del cibo e sull’arte del vivere. Gli artisti interagiranno con una tavola imbandita, rendendo il cibo protagonista indiscusso dello spettacolo.

Tra note di “Opera Buffa” e i celebri versi di Anacreonte, il pubblico sarà accompagnato in un crescendo di emozioni che culmineranno con le esibizioni di grandi opere come “Fin Ch’han Dal Vino” di W. A. Mozart e “Ah! Quel Diner Je Viens De Faire” di J. Offenbach.

La magia della serata sarà arricchita da un tocco di mistero con le “Pozioni Magiche,” e da un omaggio alla convivialità e alla gastronomia, narrato con maestria da attori e cantanti.

A Taste a Firenze, che si terrà dall’8 al 10 febbraio alla Fortezza da Basso, parteciperanno aziende partner di LINFA:

MOLINO AGOSTINI (pastificio)

ANISETTA ROSATI DAL 1877 (distillati)

AZIENDA AGRICOLA LA GOLOSA        (marmellate)

BACALINI I COTTI DELLE MARCHE (galantina)

COUNTRY PIG (salumi)

ELGA DESIGN (taglieri)

FILOTEA (pasta)

GIORGIO POETA (miele)

I SETTE ARTIGIANI (panificazione)

IL PANARO FOOD (panificazione)

ITALIA TARTUFI (tartufi)

LA CAMPOFILONE SOCIETA’ AGRICOLA       (pasta)

LA CERCA TARTUFI BIO (tartufi)

LA CERQUA TARTUFI (tartufi)

LA PASTA DI ALDO            (pasta)

LA PASTA DI CAMPOFILONE MARILUNGO (pasta)

CANTINE DEL CARDINALE        (vino)

METODO MASSI (pasta)

MIGLIORI OLIVE ASCOLANE (olive)

MOLINO PAOLO MARIANI           (farina)

MOSAICO – FOOD EXPERIENCE (pesce gourmet)

ORLANDI PASSION          (caffè)

PASTA SANTONI (pasta)

PASTIFICIO AGRICOLO MANCINI         (pasta)

PICENA GASTRONOMIA (galantina)

RE NORCINO (salumi)

ROBERTO CANTOLACQUA PASTICCERE    (pasticcere)

SAN MICHELE ARCANGELO (vino e composte)

SCRIPTORIUM GIN azienda agricola (distillati)

SPINOSI (pasta)

SYNBIOFOOD         (composte e dolci)

La partecipazione all’evento, riservato a stampa ed operatori, è solo su invito.

Programma della serata

• Registrazione ospiti: 18:30 – 19:00

• Spettacolo musicale: 19:00 – 19:40

• Buffet salato e networking: 19:40 – 21:00

• Collegamento con chef marchigiano: 21:00 – 21:30

• Buffet dolce e networking: 21:30 – 22:00

Info e prenotazioni

Per informazioni: leonardoromanelli@tiscali.it

Siti web: www.teatrodelsale.com | www.linfaaziendaspeciale.it | www.leonardoromanelli.it

Social:

• Facebook: Teatro del Sale, linfaaziendaspeciale, realLeonardoRomanelli

• Instagram: @teatro_del_sale, @linfamarche, @leonardoromanelliofficial

Ufficio Stampa

Roberta Perna – www.robertaperna.comwww.studioumami.com  

pr.enogastronomia@gmail.com – Tel. 329.9293459

Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: Oasis Sapori Antichi

Innovazione, parola a volte abusata, priva di una specifica identità. Cosa significa realmente innovare nel contesto del ristorazione, un mondo articolato dove è più facile cadere nelle banalità (di gusto e di idee si intende)? Da Oasis Sapori Antichi a Vallesaccarda (AV), ad esempio, potrebbe essere semplicemente l’offrire un menù gourmet da una stella Michelin anche nella versione mezza porzione, riducendo i prezzi ma non la resa e l’agilità di un pranzo che non sia una “abbuffata”.

Per offrire un concetto chiaro e semplice, non servono mille lievitati tra pane e affini quando la concretezza e i sapori li si possono già rinvenire nel piatto. Non servono neanche numeri spropositati di assaggi per capire lo stile e la filosofia di un luogo nato sull’essenzialità. Da avamposto di ritrovo culinario, crocevia tra tre regioni – Campania, Basilicata, Puglia, ai viaggi all’estero per imparare, i fratelli Fischetti sdoganano ormai qualsiasi canone e stereotipo di accoglienza.

Il clima familiare di un’antica trattoria, mai disgiunto da una scelta fine degli arredi e un servizio impeccabile e carezzevole. Con Pietro Carmine si può conversare di olio extravergine d’oliva, prodotti locali e usanze tipiche, con un velo di malinconia per il segno dei tempi moderni. Ad Euplio (per gli amici Puccio) il garbo nel consigliare la miglior pietanza o, semplicemente, discutere della mise en place ricercatissima. Infine con Nicola si possono apprezzare le innumerevoli etichette in carta vini, con vecchie annate conservate con cura maniacale quasi introvabili per rapporto prezzo-qualità.

Scopriamo così che in cucina prosegue il DNA dei Fischetti, all’inizio con Giuseppina Pagliarulo e poi con sua figlia Michelina, la primogenita dei fratelli Fischetti. Piatti signature sempre presenti come il raviolo al ragù o il caciocavallo “impiccato”.

Ma il vero talento si intravede nella proposta delle zuppe stagionali, che mutano in base alle materie prime presenti; dalle castagne ai funghi, per finire verso porri, patate e frutta secca.

Il carpaccio di filetto di vitello introduce l’ospite verso le linguine al burro affumicato di vacca jersey, colatura di alici, alici salate di menaica, nocciole avellane e limone o il tubetto con verze e fagioli, entrambi modificabili all’istante su richiesta.

Immancabile anche il maialino bianco con papaccelle all’aceto, mosto cotto di aglianico e sentori di arance o, in alternativa, l’agnello in differenti cotture e il coniglio alle olive e amarene. E perché no baccalà con crema di patate all’olio, peperone crisco ed aglio dell’Ufita, moneta di scambio nei commerci di queste terre dai tratti ancora inesplorati.

Chiusura in dolcezza su frutto della passione, con la sua acqua e gelato al caramello, degno di un’autentica “Oasis” di Sapori Antichi.

Oasis Sapori Antichi

Via Provinciale, 8/10
83050 Vallesaccarda (AV)
Telefono – 0827 97021 – 97444
Fax 0827 – 97541
Mail – info@oasis-saporiantichi.it

Chiuso il mercoledì, giovedì e sere dei festivi.

L’Irpinia fuori dall’Irpinia

Incontrare l’Irpinia fuori dall’Irpinia nell’evento organizzato da Gambero Rosso. Una serata interamente dedicata alle tre grandi DOCG campane della provincia di Avellino (Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi), con banchi d’assaggio e una masterclass ricca di piacevoli scoperte. Avevamo già reso conto degli spunti di riflessione nell’articolo del collega di redazione Alberto Chiarenza: Roma incontra i vini dell’Irpinia.

Mancava all’appello proprio la degustazione guidata aperta a operatori del settore e stampa nazionale ed estera, che ha visto la conduzione di Lorenzo Ruggeri – direttore di Gambero Rosso – Teresa Bruno, Presidente del Consorzio Vini d’Irpinia, e Marzio Taccetti, editor di Gambero Rosso.

“Oggi siamo a Roma” – sostiene Teresa Bruno – “ma le iniziative proseguiranno a Milano e poi negli Stati Uniti, nell’impronta del nome scelto per la nuova sede del Consorzio: Opificio delle DOCG e delle DOC d’Irpinia”.

Situazione climatica, morfologia del territorio e vendemmie lente e prolungate rendono l’Irpinia una regione altamente vocata alla viticoltura. Tuttavia i tre areali delle DOCG permettono di fatto, a ciascun borgo, di esprimere terroir con caratteristiche precipue, da cui il complesso mosaico vitivinicolo presente.

Nove i vini, tre per ciascuna delle DOCG presentate all’evento, con lo scopo di rappresentare e descrivere, senza la pretesa di essere esaustivi, le loro caratteristiche principali, a nostro avviso ancora troppo poco conosciute fuori dai confini della Campania.

LA “RESISTENZA” DEL FIANO DI AVELLINO

Partiamo con il Fiano di Avellino degustato in tre distinte vendemmie: 2023, 2022, 2020. Un vino che spesso raggiunge e supera i due decenni di vita; merito dell’acidità e dello svilupparsi di un ventaglio olfattivo che dai sentori fruttati e floreali, si evolve fino a chiare percezioni minerali, idrocarburiche, affumicate.

Ciascun areale è poi in grado di imprimere un timbro di base e un’evoluzione completamente differenti ai singoli vini. Così Colli di Lapio 2023 di Clelia Romano, elegante e pulito nelle nuance di nespola e frutta a polpa bianca è attraversato da un lievissimo sbuffo gessoso;  Alimata 2022 di Villa Raiano già evidenzia la tipica nuance fumee al palato, in maniera materica e avvolgente. Erre Riserva 2020 di Tenuta Sarno 1860 vibra al sorso agrumato, così preciso e verticale da essere quasi in controtendenza con le scie idrocarburiche pienamente sviluppate.

IL “SAPORE” DEL GRECO DI TUFO

Completamente diverso il registro con cui si esprime il Greco di Tufo, nonostante i comuni compresi nella DOCG siano spesso a una manciata di chilometri di distanza da quelli del Fiano di Avellino. Ci troviamo in una dimensione più piccola costituita da terreni di maggior scheletro, ricchi di marne, fossili e, non da ultimo, materiali sulfurei in molti punti.

Mineralità salina e acidità in combinazione ed equilibrio determinano vini di corpo e struttura oltre che saporiti. Ancora una volta tre campioni in degustazione, da tre zone differenti, per sottolineare le diverse espressioni ed interpretazioni delle cantine.

Vigna Breccia 2023 di Montesole ha naso definito di frutta matura e bocca salata e materica, mentre Cutizzi Riserva 2022 di Feudi San Gregorio si presenta più aggraziato nei sentori di frutta e fiori bianchi e nel sorso più avvolgente. Chiudiamo con Riserva Vigna Serrone 2022 di Cantine di Marzo, espressione di un equilibrio perfetto tra freschezza e sapidità che definisce un sorso armonico ed elegante. Caratteristica comune le sensazioni iodate che a diverso grado chiudono il sorso e riportano a chiari sentori marini.

LA “POTENZA” DEL TAURASI

Il Taurasi negli ultimi anni ha ricevuto una profonda rilettura che, senza nulla togliere alle caratteristiche e all’essenza del grande vino irpino, è di fatto tra i grandi rossi italiani.

Una parola è d’obbligo nel vocabolario del Taurasi, il tempo: quello necessario al tannino ad aprirsi e distendersi e, conseguentemente, a tutte le altre componenti ad armonizzarsi in maniera sinfonica. Frutto di uve Aglianico, il Taurasi esce a non meno di tre anni dalla vendemmia (quattro nella versione riserva), anche se molti produttori attendono tempi più lunghi. L’uso del legno nella fase di invecchiamento definisce le caratteristiche di un vino austero e rigoroso, ideale per accompagnare la cucina tradizionale irpina costituita da zuppe arricchite da cotiche, ragù e carni a lenta cottura.

La degustazione ci ha permesso di andare indietro nel tempo e toccare tre diverse annate: 2018, 2016, 2014. Rue 333 2018 di Nativ si evidenzia con un naso di spezie dolci, erbe aromatiche e note empireumatiche che ricordano la cenere di camino, al palato il tannino preciso e sottile è sostenuto da freschezza ben evidente; visciola sotto spirito, tostature e cioccolato fondente caratterizzano la Riserva 2016 di Petilia, dal tannino incisivo al palato, a tratti ancora lievemente verde, e chiusura coerente sul frutto. Infine Vigna 5 Querce 2014 di Salvatore Molettieri, elegante e sontuoso senza cedere nessun punto alla potenza: al naso si rincorrono sentori tostati e speziati di pepe e noce moscata e poi foglia di tabacco, torba e nuance dal sottobosco; in bocca entra quasi in punta di piedi, poi si espande e rimane compatto, avvolgente e infine chiude lunghissimo su note di cacao: un’ode alla complessità del Taurasi.

Ciro Savarese reinventa il piacere di stare in pizzeria con il Menù Evoluzione 2.0

Finalmente torna protagonista il piacere di stare a tavola! Lo affermiamo senza timori: la corsa all’assaggio rapido, al pasto veloce per raggiungere i propri ozi od occupazioni varie non è contemplata nel nuovo Menù Evoluzione 2.0 di Ciro Savarese.

Le origini

Ciro Savarese (classe ’78) proviene dalla famiglia Oliva, che ha scritto la storia della pizza a Napoli. Si avvicina al mondo dell’arte bianca sin da bambino seguendo le orme del nonno Ciro e del padre Giuseppe e, nel novembre del 2002, comincia il suo percorso in solitaria aprendo ad Arzano Anema & Pizza, inizialmente solo con servizio da asporto.

Nel tempo si sono aggiunte altre due sale che consentono a Savarese di diventare un importante riferimento non solo per Arzano. A novembre del 2018 inizia il totale restyling del locale che alla riapertura prende il nome del titolare divenendo “Pizzeria Ciro Savarese”, conseguendo presto i 2 spicchi nella Guida delle Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso.

Ciro Savarese Lab

Nel 2023 un altro tassello al progetto imprenditoriale: l’apertura di Ciro Savarese Lab, interamente dedicato alla produzione artigianale “top quality” di fritti della tradizione napoletana per forniture ad aziende ristorative di tutta Italia. Ben 15 tipologie di fritti tra crocchè, frittatine e arancini, che il cliente finale deve solo rivestire con la giusta panatura e friggere.

Il Menù Evolutione 2.0

La proposta, dal valido rapporto qualità prezzo pari a 40 euro a persona (acqua inclusa, vini e bevande escluse), è stata arricchita per l’occasione da una selezione vini a carattere regionale, scelti per la presentazione ufficiale alla stampa. Previste incursioni a tema non solo nel vasto mondo dei lievitati, ma anche tra fritture, carne e persino dessert.

Il tutto per garantire al cliente l’assaggio di ricette utili a stimolare il piacere di stare a tavola, senza andare di fretta; una ricerca del tempo perduto, quello che non si concede mai a noi stessi, specialmente quando si tratta di eccellenze enogastronomiche.

Ciro Savarese infatti, aiutato dalla moglie Anita e dai figli Alessandro e Angelo, propone divagazioni in tema internazionale, non ragionando sempre su materie prime locali. Ne nasce un viaggio di sapori ricco di contaminazioni in chiave moderna.

Fulgido esempio l’amuse-bouche, arancino di riso acquerello con zafferano e chorizo de bellota su salsa al formaggio iberico di pecora. O il crocchè di patate d’Avezzano al baccalà con maio al limone e gel di frutta esotica. L’inizio del percorso degustativo conferma la valenza del fondere ingredienti e tecniche differenti in cucina, per non adagiarsi sugli allori.

L’arrivo delle pizze è reso ancor più gradito dalla versione classica “Regina Margherita” con impasto napoletano tipo 0, condita da pomodoro San Marzano, mozzarella di bufala campana e parmigiano reggiano 24 mesi.

Ben presentata la pizza alla pala “Viaggio in Lucania”, esperimento ardito dei Savarese per la complessità nel dover unire il fior di latte con peperone crusco, fonduta di canestrato di Moliterno, lonzarda di maiale e riduzione d’Aglianico del Vulture. Manca poco alla perfezione, magari attraverso un maggior controllo della spinta sapida finale.

Le Genovese di carne con cui è farcito il mini bun è realizzata secondo l’antica tradizione partenopea, con i migliori tagli ideali per avvicinarci al gran finale: il capolavoro padellino di mare con impasto alla ‘nduja, insaporito da baccalà in oliocottura, scarola riccia, salsa di mozzarella, maionese alla soia e melagrana. Il miglior piatto della serata, che esprime il concetto futuro degli impasti aromatizzati.

La torta caprese con cioccolato monorigine del Perù – distretto di Pachiza – mandorle di Toritto presidio Slow Food, salsa alla vaniglia e gel di lamponi chiosa un momento di estrema rilassatezza: quella voglia di sorridere e parlare di cibo, senza pensare per forza allo stress dei tempi moderni.

Un ringraziamento alla giornalista Laura Gambacorta, in qualità di ufficio stampa, per l’ottima organizzazione della serata.

Pizzeria Ciro Savarese

Via Napoli, 208

Arzano (Na)

Tel. 081 5732673

www.cirosavarese.it

Ciro Savarese Lab

Via Taormina, 9

Arzano (Na)

Tel. 379 1985795

www.cirosavareselab.it

Al Mercato Centrale di Firenze protagonista “El Jamón Ibérico de Bellota”

El jamón Ibérico desembarca en Florencia!

Al Mercato Centrale di Firenze, lo scorso 17 gennaio è stata inaugurata la nuova bottega de El Jamón Ibérico de Bellota. Finalmente è  sbarcata a Firenze la cucina dell’artigiano Nacho Prats. Un doppio appuntamento per scoprire uno dei prosciutti più prelibati al mondo. L’inaugurazione è avvenuta alla presenza di Nacho Prats e di Amedeo Gisone, direttore del Mercato Centrale di Firenze.

Ai colleghi presenti, Nacho ha spiegato le caratteristiche dei prodotti tipici spagnoli, in primis “el jamón”. È seguita la degustazione del pregiato prosciutto, rigorosamente tagliato a coltello e di alcune preparazioni, il tutto accompagnato da una valida proposta vini. Nacho nel suo discorso, afferma di selezionare ingredienti di elevata qualità che ho avuto il piacere di  riscontrare negli assaggi odierni, tutti  semplici ma decisamente gustosi.

Il protagonista indiscusso della bottega è l’Jamón Ibérico de Bellota: un prosciutto raro al mondo ottenuto con suini neri di razza iberica che si nutrono nelle terre di Estremadura, Andalusia e Castiglia, in libertà con ghiande ed erbe aromatiche di campo. La stagionatura del jamon è di quattro anni circa; questi sono gli elementi imprescindibili del gusto unico di tale chicca spagnola. Ottimo come antipasto è consigliabile da consumare a temperatura ambiente, ma può diventare il protagonista di molte preparazioni culinarie.

Il Mercato Centrale di Firenze è stato fondato nel 2014 da un’idea dell’imprenditore Umberto Montano, ristoratore di successo con oltre quarant’anni di esperienza nel settore.  Ha dato vita assieme, alla famiglia Cardini – Vannucchi, ad un progetto innovativo di ristorazione, riunendo numerosi artigiani del gusto sotto un unico tetto nel centro storico di Firenze, ubicato a pochi passi dalla Cupola del Brunelleschi, la volta più grande in muratura del mondo e dall’incantevole Basilica di Santa Maria Novella, alla quale Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, ha dedicato una delle più belle canzoni del suo repertorio.

La Sardegna di Vinodabere: personalità e affermazione della “Sarditas” enoica

La rassegna di quest’anno sulle eccellenze vitivinicole della Sardegna è stata sapientemente organizzata sul campo dal direttore di Vinodabere Maurizio Valeriani, coadiuvato da Daniele Moroni all’Hotel Belstay di Roma.

Più di 200 vini esposti e degustati assieme a elementi gastronomici tipici come pecorino, miele e pasticceria sarda.

La location, su un unico piano, era mappata per areali vitivinicoli, consentendo un esame davvero comparativo dei vitigni celebrati in tutta la regione, come Cannonau, Vermentino e Bovale.

Dall’Oristanese ad Anglona e Gallura, procedendo verso Mamoiada, Mandrolisai e Oliena, in una ideale sequenza geografica di visita, l’ÍSULA offre fin da questo primo segmento un dato culturalmente evidente e riconoscibile: vini molto, molto identitari e diversificati, accomunati da costanti intensità di gusto e mineralità.

Non ce n’è uno che resti anonimo, non una singola banalità nei quasi 50 produttori presenti: il “colloquio virtuale” con essi risulta agevole seguendo il loro ardente desiderio di spiccare tra tutti.

Una sana competizione intrisa di “Sarditas” del mondo, tra vigneron pienamente consapevoli perché forieri di varietà e identità originali e pronunciate. Si respira aria di cultura improntata all’individualità. Come una ruga sul viso, intagliata da venti diversi, i tratti somatici dei vini Sardi sono oggi più riconoscibili che mai.

Procedendo nell’ideale viaggio da Ogliastra a oltre Romangia fino al sud dell’isola, si coglie un bisogno di distinzione che troviamo espresso nei caratteri marcati di ogni prodotto.

Ma la celebrazione diventa semplicemente sublime all’arrivo nel Sulcis, forse il segreto enoico meglio conservato della Sardegna. Il Carignano è qui proposto nelle sue forme migliori, vocate ad accompagnare l’alta gastronomia.

Tannini non sempre gentili, ma certamente di infinita armonia con la peculiare mineralità combinata di terra e di mare, che pongono il degustatore di fronte a un oggetto distinto ed eccezionale per corredo aromatico e gustativo.

Mai, come nelle elaborazioni di gente che fa ancora la storia di questo vitigno tra i quali Santadi e Sardus Pater, ritroviamo una “Sarditas” non più ignorabile. La sua identità è acclamata, indimenticabile alla memoria olfattiva e gustativa. È la Sardegna, il suo mare e la sua terra che dicono “Il Mediterraneo siamo noi, eccoci!”.

E diventa naturale chiedere a membri di spicco del Consorzio del Carignano del Sulcis a che punto sia l’evoluzione della denominazione da DOC a DOCG. Cosa resta da fare per cristallizzare nel disciplinare le originalissime caratteristiche di queste viti a piede franco, immerse ad alberello nelle sabbie e di un’età media attorno ai 60 anni, elaborate con un’eleganza di respiro internazionale.

Le difficoltà, di qualsiasi natura esse siano compresa la carenza di volontà ferrea, impongono però uno stop a un percorso altrimenti maturo e consapevole di questo areale. E se è già successo col Vermentino di Gallura, risulta oltremodo inspiegabile la desistenza (o per meglio dire la resistenza) di alcuni a compiere il giusto passo in avanti.

Il Presidente del Consorzio Antonello Pilloni è un gentiluomo novantenne e prodigo di saggezza, ben accompagnato da chi come Raffaele De Matteis e sa bene quanto tale passaggio sia ormai tangibile.

A questa forte e contraddittoria presa di coscienza si accompagnano, invece, parti originalissime di produzione vitivinicola come Jerzu e l’Ogliastra, con Alberto Loi dai vini incredibilmente tradizionali e ricchi di personalità. O come Depperu e le sue interpretazioni della Gallura più nobile, ricca com’è di sabbie da disfacimento granitico.

E ancora, come Isola dei Nuraghi e i Cagnulari, in purezza o assemblati con Vernaccia e Cannonau, dell’azienda Silvio Carta – che spicca in ogni caso per l’originalità dei suoi vini nel comprensorio di Oristano.

La Sardegna di Vinodabere: memoria liquida di chi ama le terre e la gente di una splendida Isola capoluogo di ogni civiltà del Mediterraneo.

Una piccola realtà vinicola sui Castelli Romani: Azienda Agricola Le Rose

A due passi dai laghi vulcanici di Nemi e Albano, lungo la via Appia Vecchia che congiunge Velletri a Genzano, si trova l’Azienda Agricola Le Rose. Nata nel 2003 prende il nome dalla strada poderale che attraversava la proprietà, rigogliosa di cespugli di rose.

Con la vendemmia del 2006, la cantina di Cataldo Piccarreta è stata la prima realtà vinicola in Lazio ad aver ridato piena dignità alla coltivazione del vitigno Fiano, qui presente fin dall’antichità e perfettamente a suo agio sui terreni a matrice tufacea.

Oggi Le Rose conta ben otto ettari e mezzo di vigne, tra Fiano, Malvasia Puntinata, Bombino Bianco, Grechetto, Verdicchio, Petit Manseng, Cabernet Sauvignon e Cesanese; produce una media annuale di circa 50 mila bottiglie, suddivise su sette etichette, avvalendosi della consulenza enologica di Luca D’Attoma.

Biologici da sempre, tutte le etichette escono sul mercato come IGP Lazio avendo scelto sin da subito di imprimere una propria identità al di fuori dei disciplinari Castelli Romani e Colli Lanuvini.

I vini subiscono il medesimo processo di sviluppo, con tempistiche diverse a seconda del vitigno: chiarifica del mosto a 6° per esaltare i caratteri di finezza ed eleganza, fermentazione in acciaio, e successivo passaggio prima in botti da 20 ettolitri, poi in vasche di cemento; affinamento in bottiglia.

La più recente novità aziendale è stata l’apertura – in piena epidemia Covid – del ristorante, con lo scopo di valorizzare i prodotti, in abbinamento a una cucina regionale rivisitata. Un’ampia sala, minimal negli arredi, accogliente e luminosa grazie all’effetto serra delle grandi vetrate affacciate sulle vigne e sul terrazzo, teatro in estate di eventi serali a sfondo musicale. Si scorgono in lontananza, a circa venti chilometri, il mare e le Isole Pontine, tutte ben distinguibili, tranne Ventotene, coperta dal promontorio del Circeo.

Abbiamo avuto l’occasione di degustare le proposte del ristorante, in abbinamento ad una piccola selezione vini. In cucina lo chef Simone Marotti prepara piatti stagionali e ci spiega che il menù, basato su materie prime a chilometro zero, cambia quasi mensilmente. Oltre al vino, anche olio, pane e pasta, così come molte erbe aromatiche e ortaggi provenienti dagli orti sempre di proprietà.

Il coregone del lago di Nemi diventa antipasto sfizioso nella sfera con salvia fritta, mostarda di vino e frutti rossi mentre le puntarelle alla romana accompagnano il carpaccio di manzo marinato al ginepro, con scaglie di pecorino romano DOP.

Tra i primi risaltano gli spaghettoni con carciofi alle tre consistenze, menta e pecorino romano DOP, gli gnocchi di zucca alla romana su pecorino romano DOP e granella di nocciole tostate, le mezzemaniche al ragù di pesce di lago con olive e capperi, ma non deludono i grandi classici della cucina romana, come la pasta alla carbonara.

Il filetto di coregone ritorna tra i secondi in una versione rivisitata del saltimbocca alla romana, qui servito con prosciutto crudo di Bassiano e gel di melograno; mentre la guancia brasata al Faiola rosso è di bufala della pianura pontina, per ottenere una consistenza più morbida e delicata.

In abbinamento abbiamo degustato tre etichette: Colle dei Marmi IGP Lazio Fiano 2022, che esce a due anni dalla vendemmia e profuma di caramella d’orzo e miele d’acacia, buccia di mandarino ed erbe aromatiche, il sorso, tondo e avvolgente ma al contempo agile, fa a braccetto con il pesce. La Faiola IGP Lazio bianco 2022, blend di bombino, grechetto e verdicchio, è pungente nel naso di mela golden e zest di limone, spruzzati di pepe bianco e cardamomo, fresco e sapido in bocca è il compagno ideale della crocchetta di maiale nero sfilacciato.

Infine Tre Armi IGP Lazio Rosso 2023, unione tra Cabernet Sauvignon e Cesanese, ricorda il cassis e l’eucalipto, con radice di liquirizia e foglia fresca di tabacco; in bocca il sorso ancora teso, di beva piacevole e tannino finissimo, incontra bene la guancia di bufala.

Piccola curiosità finale: tutte le etichette dei vini sono la riproduzione di disegni presentati nel 1977 all’esame di maturità artistica dalla moglie di Cataldo.

AZIENDA AGRICOLA LE ROSE

Via Ponte Tre Armi, 25

00045 Genzano di Roma (RM)

I vini della cantina Buranco, un sogno coltivato nelle Cinque Terre

Ci sono territori in Italia dove l’amore della vite rappresenta una forma d’insano eroismo. Le Cinque Terre, luogo incantevole e romantico tra i più belli e visitati al mondo, nascondono inaspettati angoli di resilienza, tra manipoli di produttori che cercano di non scomparire lasciando posto all’incolto. Appezzamenti microscopici, talora semi-abbandonati, che richiedono anni per essere raggruppati in successive e costose acquisizioni.

Eppure l’agricoltura ha qui radici millenarie, ancora dai Romani e chissà, forse persino Greci e Fenici prima di loro. I terrazzamenti a secco, di cui la Liguria è manifesto d’autore, ne sono un chiaro esempio: una forma di regolazione paesaggistica che aiuta il viticoltore a rendere meno ardua la sua impresa. Senza di essi, il bosco prenderebbe il sopravvento e il conseguente dissesto idrogeologico eroderebbe la fiducia negli abitanti dei borghi costruiti a mo’ di presepe ai piedi del mare.

Anime da pescatori, ma anche da commercianti con le primizie della terra diffuse lungo le vie d’affari costiere e da lì all’entroterra nel nord. Così Giovanni Plotegher, partendo dall’azienda fondata nel 2005 dal suocero, recupera e accentra poderi dislocati in siti differenti sulle pendici di Monterosso al Mare (SP). Il nome stesso della cantina Buranco è un riferimento al toponimo locale dedicata al Rio Buranco, una delle innumerevoli piccole sorgenti d’acqua dolce presenti nelle Cinque Terre.

Provenendo da altre attività anche Giovanni ha scelto di avvalersi della consulenza di esperti del calibro dell’enologo Gabriele Gadenz per definire con cura lo stile dei suoi vini. Dall’ettaro scarso iniziale si è passati, con gli anni, agli attuali 8 ettari con il supporto anche di piccoli e fidatissimi conferitori. Appena 35 mila bottiglie prodotte, a far capire la difficoltà nell’avere rese accettabili in un contesto di forte asprezza e fatica contadina.

In mezzo un comodo agriturismo con annesse camere per poter sostare a pochi passi da vigne e sentieri incantevoli, l’anima selvaggia e, in parte, ancora inesplorata del territorio. Bosco, Albarola, Vermentino le varietà d’uva autoctone utilizzate per i bianchi, ognuna col proprio profilo aromatico e caratteriale. Internazionali e Sangiovese per i rossi, vinificato anche in un sorprendente Metodo Classico goloso e intrigante, venduto solo nel ristorante di famiglia.

Vini segnati dall’immediatezza di beva, senza forzose sovrastrutture che penalizzano l’identità del vitigno e del terroir. Un luogo che ha vissuto in passato una rapida ascesa e altrettanto rapido oblio in alcune scelte fragili prive di una visione d’insieme sul futuro. Pochi hanno resistito, ognuno con scelte personali nel concepire i prodotti.

Plotegher ha puntato ad un ritorno verso i canoni della semplicità e della piacevolezza, una sorta di partenza dalla linea d’inizio come nelle gare motociclistiche. Un rischio maggiore, perché gli errori si annidano sempre quando si opta di non intervenire per nasconderli. Buranco non esprime picchi, ma tanta concretezza. Nel suo Cinque Terre Dop Bianco 2023, manca certo la volumetria del centro bocca, complice un’annata climaticamente tremenda, ma sono perfette le scie agrumate e officinali mediterranee.

Il Magiöa 2022 è la versione con più lunga macerazione sulle bucce rispetto al precedente, dove il corpo del Bosco si fa sentire in tutta la pomposità del caso. Si sta pensando ad una tipologia in barrique, per ampliarne il corredo olfattivo.

Il Buranco Rosso 2019 da Cabernet Sauvignon e Syrah, quasi in parti uguali, aderisce al concetto di mondernità ben apprezzato dai turisti, ma non rinuncia al succo e ad un finale avvolgente che lo fa sembrare ancora di lunga prospettiva.

E veniamo ad una conferma ed una sorpresa degli assaggi, quest’ultima rappresentata dal Metodo Classico Rosè “Smeralda” – Sangiovese in purezza – straordinario e gastronomico. Appena 1200 bottiglie, un progetto su cui si potrà ulteriormente puntare nel prosieguo. Lo Sciacchetrà 2020, realizzato solo in pochissime annate, dimostra invece quanto siamo miopi su tipologie di tale levatura. Un passito delicato e duttile, che veicola note d’albicocca sciroppata, frutta a guscio e vene balsamiche salmastre in chiusura.

Meditazione o abbinamento con formaggi e dessert poco importa: ciò che realmente conta è che se ne produce sempre di meno rischiando di scomparire per sempre dalle tavole, portandosi via un pezzo di storia della Liguria e d’Italia.

Castelli Romani: debutta la Rete d’Impresa di Filiera “V.I.P.”

Vino, Innovazione e Pane: tre parole che racchiudono la missione della nuova Rete d’Impresa di Filiera dei Castelli Romani “V.I.P.”, presentata ufficialmente il 13 dicembre nella prestigiosa cornice di Palazzo Sforza Cesarini a Genzano di Roma. Un progetto che punta a valorizzare le eccellenze enogastronomiche locali e a promuovere uno sviluppo integrato del territorio, grazie al finanziamento della Regione Lazio e alla partecipazione di 21 aziende della zona.

L’evento, riservato a operatori del settore, media e istituzioni, ha visto la partecipazione delle principali figure coinvolte: dalla presidente della rete, Nina Farrell, al vicepresidente Paolo Iacoangeli, passando per i rappresentanti del CAT (Centro Assistenza Tecnica di Confesercenti) e i sindaci e assessori dei comuni che compongono la filiera produttiva intercomunale.

Un progetto che fa rete per il territorio

L’idea alla base della Rete V.I.P. nasce da un concetto semplice ma rivoluzionario per il territorio: unire le forze delle piccole e medie imprese per creare una filiera produttiva integrata e competitiva. La presidente Farrell ha sottolineato con entusiasmo l’importanza del progetto:

“Un ringraziamento al Comune di Genzano per l’ospitalità, a Confesercenti per aver ideato questa rete, e a tutte le istituzioni coinvolte. Questo progetto rappresenta un passo fondamentale per la valorizzazione delle nostre eccellenze locali e la creazione di nuove opportunità economiche. La collaborazione è la chiave per trasformare il nostro territorio in un punto di riferimento per il turismo enogastronomico.”

Il vicepresidente Iacoangeli ha poi illustrato la composizione della rete: 21 aziende che spaziano dai produttori di vino e olio ai forni artigianali, passando per agriturismi e realtà innovative, come un’azienda agro-ecologica che coltiva erbe officinali e prodotti botanici edibili.

“La Rete V.I.P. vuole essere un simbolo di cooperazione e sviluppo. Troppo a lungo i nostri produttori si sono concentrati solo sui propri interessi, senza cogliere le opportunità che l’unione può offrire. Con questo progetto vogliamo dimostrare che fare rete significa crescere insieme, migliorare la competitività e valorizzare le nostre tradizioni.”

Le prime attività, un inizio promettente

Nonostante il debutto ufficiale sia avvenuto pochi giorni fa, la rete ha già intrapreso diverse iniziative per promuovere il territorio e le sue eccellenze. È stato lanciato un sito web (www.retevip.it) e sono attivi profili social su Facebook e Instagram, con l’obiettivo di rafforzare la visibilità online.

Nel corso dell’autunno 2024, la rete ha organizzato e partecipato a eventi di grande rilievo, tra cui le Degustazioni VIP in Terrazza a Genzano, durante la Festa del Pane, e la manifestazione Beviamoci Sud a Roma, dedicata ai vini del Centro-Sud Italia. Durante questi eventi, i partecipanti hanno avuto l’opportunità di degustare i prodotti delle aziende della rete e di scoprire le peculiarità del territorio.

La presentazione si è conclusa con la consegna delle targhe ufficiali alle aziende partecipanti e un banco d’assaggio che ha permesso agli ospiti di degustare i vini locali e le specialità gastronomiche del forno Fermenti 2020 di Genzano.

Obiettivi futuri, tra turismo, formazione ed eventi

Il 2025 si preannuncia come un anno ricco di appuntamenti per la Rete V.I.P. Tra gli eventi in programma spicca la presentazione ufficiale a Roma, prevista per il 2 e 3 febbraio presso lo spazio WeGil, che includerà masterclass, banchi d’assaggio e un workshop dedicato al progetto. La rete parteciperà inoltre alla Rome Wine Expo a marzo e si prepara a realizzare una guida esperienziale per il turismo enogastronomico nei Castelli Romani.

La guida, ideata in collaborazione con la casa editrice La Pecora Nera, proporrà percorsi tematici che uniscono degustazioni e attività culturali. Tra le esperienze suggerite: una giornata a Genzano tra panificazione e visite alle cantine locali o un workshop sulla cottura alla brace a Lanuvio, abbinato ai migliori vini del territorio. L’ambizione della rete non si limita al turismo. Sono infatti in programma corsi di formazione per ristoratori e iniziative di mobilità sostenibile, oltre alla partecipazione a fiere nazionali come Vinitaly. Il progetto non è solo un’iniziativa economica, ma anche un modello culturale e sociale. Lo ha sottolineato Iacoangeli, parlando del valore simbolico di questa rete:

“Unire le forze significa non solo valorizzare i nostri prodotti, ma trasformare i Castelli Romani in una destinazione d’eccellenza per chi ama il vino, il pane e la bellezza del nostro paesaggio. Lavoriamo insieme per costruire un futuro sostenibile e ricco di opportunità.”

Anche le istituzioni hanno espresso il loro sostegno. Il sindaco di Genzano, Carlo Zoccolotti, si è detto orgoglioso di aver creduto fin dall’inizio in questa iniziativa, mentre l’assessore di Velletri Cristian Simonetti ha evidenziato le opportunità legate al Giubileo 2025 e al riconoscimento dei Castelli Romani come Città Italiana del Vino 2025.