Addio a Walter Mastroberardino storia d’Irpinia

Ci sono notizie che non vorresti mai avere. Persone che, forse perché ritenute a ragione un mito, dovrebbero esistere in eterno.

In viaggio verso Roma non posso che pensare alla dipartita di Walter Mastroberardino, 92 anni di storia fisica della viticoltura in Campania.

Erede di una dinastia che ha contribuito a salvare dalla scomparsa le migliori varietà d’uva in Irpinia, con lui va via un pezzo dei ricordi a me più cari. Quelli da nativo di questa terra bellissima e da amico di famiglia sin dagli inizi della mia passione per il vino.

Per fortuna resterà l’amore trasmesso ai figli Paolo e Daniela, per il territorio, per gli splendidi paesaggi, per l’asprezza stessa ed il sacrificio di fare sempre le cose fatte bene anche dopo la scissione in due rami separati della cantina Mastroberardino avvenuta nel 1994 e la fondazione da zero dell’azienda Terredora Di Paolo.

A Paolo, Daniela, i nipoti e tutti i suoi cari va il mio commosso ricordo. Una giornata davvero triste per tutti.

Pergole e Starsete – storia di antichi metodi di allevamento della vite quanto mai attuali

Nelle menti di Maurizio Paolillo, Alessandro Marra entrambi di Slow Wine e dell’enologo e agrotecnico Fortunato Sebastiano, l’idea di un convegno su Pergole e Starsete, antichi metodi di allevamento della vite, covava già da tempo. Il fenomeno degli impianti storici in Campania non è scomparso, anche se ha subito negli anni un duro colpo dalla meccanizzazione e dalle scelte economiche dei produttori.

Resiste, oramai, solo in piccoli lembi della regione, tra Irpinia e Costiera Amalfitana. Nel resto d’Italia, invece, la situazione si complica ulteriormente con presenza degli stessi solo a macchia di leopardo in sparuti territori. Non tutto il male però viene per nuocere: i cambiamenti climatici in atto stanno portando gli imprenditori del settore vitivinicolo a riconsiderare le tecniche migliori per dare ombreggiatura ai grappoli in caso di eccessive ore d’insolazione.

Il sistema della pergola e sue derivazioni risale ancora al VII° secolo a.C. per mano degli Etruschi. Consentiva una sorta di “policlonalità” nello stesso filare, così come la tradizionale piantata sottostante, per recuperare ogni spazio utile all’agricoltore dell’epoca. Nei tempi recenti, eliminate le coltivazioni nei pressi dei vigneti, i problemi di eccessiva vigoria fogliare e produzioni abbondanti hanno costituito un deficit nella predilezione rispetto ai più sostenibili (e controllabili) cordone speronato e guyot.

Le dinamiche politiche europee, con il taglio dei fondi per coloro che impiantavano barbatelle ancora a raggiera o pergola, hanno contribuito ad indirizzare il corso degli eventi. Il che non significa per forza una maggior qualità del vino moderno, ma di sicuro la perdita di un patrimonio culturale e identitario dei popoli, nel nome della presunta conservazione paesaggistica.

Alcuni vigneron hanno resistito, per causa di forza maggiore in terreni impervi o, semplicemente, per amore delle tradizioni familiari. Di essi e degli splendidi vini realizzati, ne daremo un breve excursus tra le note seguenti.

La degustazione tecnica

Rabottini – Trebbiano d’Abruzzo “Per Iniziare” 2022: molte affumicature con sensazioni iodate sul finale di bocca. Concretezza allo stato puro

Vallissassoli – 33/33/33 2021: difficile da comprendere agli inizi, emerge con il tempo nel calice. L’estremizzazione di tre varietà emblema delle uve bianche campane quali Fiano, Greco e Coda di Volpe

Gini – Soave Classico “Contrada SalvarenzaVecchie Vigne” 2021: bello e vivace come il suo colore nuziale. Sfumature speziate da sosta in legno e tanta eleganza floreale mediterranea di cui è ricca la Garganega.

Fattoria Monticino Rosso – Albana di Romagna “Codronchio” 2022: che dire di uno dei rarissimi vini in parte muffato versione secco esistenti al mondo. Danza tra balsamicità e frutta tropicale con la leggerezza di una libellula

Monte Maletto – Carema “Sale e Roccia” 2022: agrumi fortuni e tannini irsuti, per un campione che promette lunga vita in bottiglia. Nuance finali su chiodi di garofano e prugna verde.

Tenuta San Francesco – “È Iss” Tintore Prephilloxera 2019: il pioniere del Tintore di Tramonti con le sue vigne ultra centenarie patrimonio di tutti noi. Spinge verso scie mature di frutti di bosco e tannini levigati semplicemente perfetti.

Tenute Cavalier Pepe – Irpinia Campi Taurasini “Appio” 2018: rappresenta ciò che attualmente è il manifesto di un Taurasi versione baby, più agevole al sorso, meno macchinoso e declinato su violette appassite ed amarene sotto spirito

Feudi Studi – Taurasi “Rosamilia” 2018: eleganza assoluta, voluta e cercata da Pierpaolo Sirch per raccontare, in chiave modernista, la forza dell’Aglianico in Irpinia, senza nulla levare, anzi aggiungendo stile e classe. Frutta rossa dalla A alla Z.

Villa Raiano – Taurasi Riserva 2015: anche qui si cerca la piacevolezza di bocca, con buona duttilità negli abbinamenti gastronomici. Di passi in avanti l’azienda ne ha fatti tanti, non ultima una mini-zonazione delle vigne che parla al futuro. 

Reale – “Borgo di Gete” 2013: anche Luigi Reale detiene piante secolari a Tramonti, con fusti che superano tranquilli il metro di diametro. Succosità e materia dal ricordo di ciliegia e sigaro sbriciolato. Il tempo giusto per essere assaggiato

Perillo – Taurasi Riserva 2011: scuro e ancora teso come una corda di violino, anche se il naso rivela già qualche segno dello scorrere delle lancette. I vini d’altura sono così: un bilanciamento tra evoluzione e acidità ancora palpabile, come la storia stessa della Denominazione Taurasi.

La Sardegna di Vinodabere 2025 – qualche numero utile per spiegare il successo dell’evento

La Sardegna è una terra di straordinaria bellezza naturale e biodiversità, caratterizzata da una varietà di paesaggi unici che spaziano da coste mozzafiato a montagne selvagge, da pianure rigogliose a colline coltivate con cura. Il clima mediterraneo, con inverni miti ed estati secche, e i venti che soffiano sull’isola influenzano profondamente il territorio, rendendolo ideale per l’agricoltura e, in particolare, per la viticoltura.

La regione vanta una lunga tradizione vinicola, che affonda le radici nella storia millenaria dell’isola. La viticoltura qui non è solo una pratica agricola, ma un elemento culturale e identitario. Grazie alla varietà dei suoli dai terreni sabbiosi delle coste a quelli argillosi e calcarei delle colline e all’esposizione al sole e ai venti marini, la Sardegna offre condizioni ideali per la produzione di vini di alta qualità.

47 aziende e più di 200 vini in degustazione

Sabato 18 e domenica 19 gennaio, all’Hotel Belstay di Roma, è stato possibile incontrare numerosi produttori sardi (47 aziende), rappresentanti delle molteplici aree produttive dell’isola, vere e proprie sub-regioni del vino sardo all’evento di successo La Sardegna di Vinodabere. Con oltre 200 referenze in assaggio tra bianchi, rosati, rossi, vini dolci, ossidativi e perfino bollicine, mi sono immerso nella ricchezza enologica dell’isola, conoscendo i vignaioli che la animano esplorando nel calice lo stato dell’arte della viticoltura sarda, ormai riconosciuta a livello internazionale. Tanti i produttori con cui mi sono fermato a parlare ed ho avuto l’onore di farlo proprio insieme al Direttore Maurizio Valeriani e al giornalista Dario Cappelloni, entrambe grandi esperti di questa bellissima regione.

Il percorso degustativo è stato un vero viaggio sensoriale attraverso le produzioni di territori iconici come Alghero, Anglona, Gallura, Mamoiada, Mandrolisai, Ogliastra, Oliena, Orgosolo, Oristanese, Romangia, Sulcis e il Sud Sardegna. Ogni calice offriva una narrazione unica del terroir, intrecciando tradizione, cultura e innovazione.

La tradizione vinicola si integra perfettamente con la bellezza naturale della Sardegna, creando un connubio unico tra uomo e natura. Le cantine, spesso situate in contesti paesaggistici di rara bellezza, offrono esperienze di enoturismo che permettono di scoprire non solo i vini, ma anche la cultura, la storia e la cucina locale. La Sardegna, dunque, non è solo una terra da visitare per la sua natura incontaminata, ma anche un territorio da assaporare, dove la biodiversità si riflette nei profumi e nei sapori dei suoi vini d’eccellenza.

Un evento che celebra le eccellenze vitivinicole sarde

L’evento La Sardegna di Vinodabere, organizzato dall’omonima testata giornalistica enogastronomica, è giunto alla sua terza edizione e rappresenta ormai un punto di riferimento per il settore enologico sardo. L’occasione per far conoscere il profondo legame che unisce la viticoltura al territorio. I suoli, i venti e il clima della Sardegna conferiscono ai vini un’identità inimitabile, raccontata attraverso esperienze immersive e incontri con i produttori. Ogni cantina presente ha una storia da raccontare, fatta di dedizione, tradizioni tramandate e rispetto per la natura.

La guida di Maurizio Valeriani

La doppia giornata di degustazioni si è distinta per la guida esperta del giornalista Maurizio Valeriani, Direttore di Vinodabere, che ha esplorato l’isola in lungo e in largo, scoprendo realtà meritevoli di essere raccontate e assaporate. Grazie alla sua esperienza, la kermesse ha offerto una vetrina delle cantine sarde, tra cui spiccano le eccellenze che stanno riscuotendo grandi successi nel mondo della ristorazione e dell’hotellerie.

Sangiovese Purosangue on tour a Milano – storie di Brunello di Montalcino

Il 21 gennaio, nella location del Tannico Wine Bar di Milano, si è svolto l’evento Sangiovese Purosangue dedicato al Brunello di Montalcino.

Otto cantine hanno raccontato di un territorio affascinante circondato da paesaggi mozzafiato, con colline ondulate e vigneti che si estendono a perdita d’occhio. Hanno narrato le loro storie di famiglia e quelle di un vino, il Brunello di Montalcino, che incarna l’essenza della tradizione vitivinicola toscana.

PODERE LE RIPI

L’azienda nasce alla fine degli anni Novanta per volere di Francesco Illy (sì, i produttori di caffè); siamo a Castelnuovo dell’Abate, nel crinale Sud Est di Montalcino dove il terreno è ricco di marne e di argilla a richiamare gli antichi suoli oceanici, che danno vita a vini di grande potenza. Nel 2015 la cantina decide di estendersi anche nella zona Ovest, circondata completamente dal bosco che lambisce il fiume Ombrone. Qui i suoli sono di origine alluvionale, più ricchi. Le due zone sono molto diverse e l’azienda ha seguito la linea di mantenerle separate evitando di produrre un Brunello frutto della loro unione.

Le loro etichette hanno nomi originali e non solo descrivono il vino, ma raccontano anche una storia, creando un legame emotivo con il consumatore.

  • Cielo d’Ulisse Brunello di Montalcino DOCG 2020 al naso ricorda il bosco e il microclima fresco del versante Ovest di Montalcino. Un tannino elegante e mai invasivo, di buona freschezza, intenso e strutturato. 30 mesi di invecchiamento in botti di rovere e 12 mesi nelle vasche di cemento.
  • Amore e Magia Brunello di Montalcino DOCG 2020 proviene dal versante Sud Est della denominazione. Un rosso rubino molto intenso, al naso si esprime con sentori di viola, arancia rossa e note balsamiche. Affinamento 24 mesi in botti grandi di rovere, seguiti da 18 mesi in vasche di cemento
  • Lupi e Sirene Brunello di Montalcino DOCG 2019 Riserva alla vista un rosso rubino brillante e delicato, al naso fine ed elegante con note terrose ed ematiche. Al palato tannini setosi e un grande equilibrio. Invecchiamento 36 mesi in botti di rovere e affinamento minimo di 14 mesi in vasche di cemento.

CUPANO

Situata in Località Camigliano su una collina sassosa a 220 metri di altezza, in un terreno ricco di minerali e argille con un panorama meraviglioso, la cantina è di proprietà di Ornella Todini e Lionel Cousin che negli anni Novanta si trasferirono da Parigi a Montalcino. Nel 1997 vennero impiantati i primi 3,4 ettari di vigneto, diventati 6 nel 2013, in prevalenza Sangiovese ma anche Cabernet Sauvignon e Merlot. La prima annata di Cupano è stata la 2000.

La loro filosofia prevede una meticolosa cura delle viti, lieviti indigeni, fermentazioni spontanee senza controllo di temperatura e invecchiamento in botti di legno di rovere francese. Certificazione Biologica e Biodinamica, il loro Brunello esprime livelli qualitativi straordinari garantiti dalla potenza del suo terroir e dalla finezza e il garbo dello spirito enoico francese.

  • Brunello di Montalcino DOCG – Cupano 2020 Rosso rubino intenso e vivido alla vista, grande profondità e pulizia al naso con note di prugna, amarena e rimandi di spezie dolci ed erbe officinali. Un assaggio che sprigiona un’ottima energia con un tannino perfettamente integrato.

COL D’ORCIA

A sud di Montalcino, sulla collina di Sant’Angelo in Colle, sul versante più esposto alle brezze marine, l’azienda Col D’Orcia è proprietà dei Marone Cinzano stabilitasi a Montalcino 50 anni fa. Molto legata alla tradizione sia in vigna che nella produzione, ad esempio utilizza solo botti grandi di legno neutro.

In degustazione tre vini di Col D’Orcia e un vino che fa parte di un nuovo progetto appena lanciato sul mercato, solo tre settimane fa, il primo vino che porta sull’etichetta il nome della famiglia. Il Lot.1 è una selezione micro parcellare che parte da una zonazione in vigna e porta ad individuare in fase di maturazione dell’uva il migliore appezzamento. Si può veramente parlare di un “Cru itinerante”. Ogni anno si produce questo vino ma da un luogo diverso.

Oltre 110 ettari vitati a Sangiovese, diverse esposizioni, diversi terreni, diverse altitudini, vini con stili diversi.

  • Brunello di Montalcino DOCG Col d’Orcia 2020 Un’annata a 5 Stelle dal punto di vista climatico. Un colore rosso rubino intenso, con riflessi granati. Al naso sentori complessi ed eleganti di frutti rossi maturi (ciliegia e amarena) non manca qualche richiamo di confettura e note speziate di vaniglia e lieve tostatura. In bocca è ricco con un’ottima struttura, i tannini sono ben integrati e equilibrati.
  • Brunello di Montalcino DOCG 2019 Villa Nastagio Un vino di grande struttura e complessità con sentori di viola, mirtillo e ciliegia e delle note tostate come caffè e vaniglia. Il palato si rallegra con un corpo pieno ed avvolgente. I tannini vigorosi sono esaltati da una buona acidità.

IL MARRONETO

Ad accogliermi Jacopo Mori, figlio di Alessandro che mi trascina nella storia dell’azienda di famiglia iniziata nel 1974, quando Giuseppe Mori, padre di Alessandro, rimane affascinato dal borgo di Montalcino e decide di acquistare un piccolo podere con una torretta risalente al 1200 utilizzata in passato per essiccare i maroni (da qui il nome). I primi ettari vitati sono del 1975, segue poi un ampiamento nel 1979 e nel 1984. Le prime bottiglie vedono la luce nel 1980.

Oggi l’azienda è sicuramente nella Top Ten delle storiche di Montalcino, l’impegno, la passione e la voglia di fare di Alessandro sono tangibili nei suoi vini. Il Marroneto si distingue per il suo approccio rispettoso al vigneto e alla vinificazione. Vigneti non intensivi dove gli interventi sono minimi e la produzione dell’uva è decisa dalla natura.

  • Brunello di Montalcino DOCG 2020. Un Sangiovese in purezza che esprime forza e fascino. Rosso rubino, con riflessi granati. Profumi eleganti e complessi dove ritroviamo sentori di frutti di bosco maturi e di anice. I tannini sono vellutati. Dopo mesi che passa in legno rimane fresco, profumato, fruttato, non soffre l’aggressione del legno.
  • Brunello di Montalcino DOCG 2020 Madonna Delle Grazie è un grande vino rosso, profondo e affascinante. Prende il nome dalla piccola chiesa della Madonna delle grazie che si trova proprio nelle vicinanze della vigna storica del Marroneto. Al naso presenta profumi di marasca e frutti rossi, le note di violetta, erbe balsamiche e spezie. Al gusto profondo e avvolgente, con tannini setosi e un elegante mineralità. Meraviglioso finale balsamico e speziato. Questo rosso capolavoro è il fiore all’occhiello della cantina Il Marroneto, una delle espressioni più memorabili del Brunello.

TRICERCHI

A dirigere l’azienda Castello Tricerchi dal 2013 ci sono un giovane enologo, Tommaso Squarcia e suo zio Vittorio. Tommaso racconta delle meravigliose colline di Montalcino, dove passa la Via Francigena e del loro Castello dalle possenti mura che si erge maestoso su una collina, dominando il paesaggio circostante con la sua imponente struttura. Castello Tricerchi, struttura che risale al 1441 appartenuto all’omonima famiglia, è oggi dimora e sede aziendale dei diretti discendenti: la famiglia Squarcia.

Ci troviamo sul versante nord di Montalcino, 13 ettari vitati, esclusivamente coltivati a Sangiovese Grosso.

  • Brunello di Montalcino DOCG 2020 si presenta conun colore limpido, rubino intenso. Un aroma elegante, complesso e di grande intensità con note di ciliegia, tabacco e cioccolato. Gusto fine e persistente con una sensazione tannica morbida e setosa al palato
  • Brunello di Montalcino DOCG 2020 AD 1441 una bottiglia preziosa che proviene da una selezione manuale delle migliori uve della Vigna del Castello e dalla Vigna del Velo. Il 1441 è l’anno di fondazione di Castello Tricerchi. Il coloro rubino, profondo e vibrante. La sua tonalità è arricchita da riflessi granati. Al naso frutta rossa che conferire freschezza e vivacità al vino , cioccolato e cuoio che sprigiona una sensazione di calore.

LE RAGNAIE

Fondata nel 2005 dall’enologo Riccardo Campinoti, la cantina si è rapidamente guadagnata una reputazione per la produzione di vini di alta qualità, seguendo metodi di vinificazione che rispettano l’ambiente e la tradizione locale. Le Ragnaie si estende su diversi vigneti, ubicati in posizioni strategiche che beneficiano di diverse esposizioni e microclimi, ideali per la coltivazione del Sangiovese.

La cantina è conosciuta per il suo approccio artigianale alla vinificazione, puntando su pratiche sostenibili e una gestione attenta dei vigneti. I vini prodotti da Le Ragnaie sono caratterizzati da eleganza e complessità, con un forte legame con il territorio. “Abbiamo la fortuna di poter coltivare dei vigneti ad altissima vocazione in tre diverse microzone di Montalcino, consentendoci di ottenere vini tra loro diversi e testimoni dei loro territori”.

  • Brunello di Montalcino DOCG 2020 V.V. (Vigna Vecchia) Vino di grande profondità ed eleganza. Invecchia per 36 mesi in botte grande di rovere di Slavonia. l vino si presenta di colore rosso rubino, profumi intensi, caratteristici e delicati, armonico con sentori di vaniglia e frutta rossa, di sapore ampio, caldo. Persistente di grande armonia e sapidità, con una struttura solida e una complessità che rendono la vita del vino molto longeva.

TENUTA BUON TEMPO

La Tenuta Buon Tempo si trova nell’estremo Sud del territorio di Montalcino, collocata all’interno di un paesaggio mozzafiato. L’azienda è infatti ‘abbracciata’ dalla catena montuosa dell’Anti Appennino toscano, dove tra tutti svetta il Monte Amiata, il fiume Orcia, confine Sud dell’appellazione del Brunello, ed ha alle spalle la collina di Montalcino.

  • Brunello di Montalcino DOCG 2019 Colore: Rosso granato più o meno carico a seconda dell’annata, tendente al mattone con il lungo invecchiamento.

Profumo: Intensa vinosità, profumi fruttati di ciliegia matura e prugna con note floreali e speziate. Sensazioni etere e di rovere con l’invecchiamento in botte. Sapore: Asciutto, di acidità ben equilibrata, con tannicità evidente ma in armonia con la corposità sostenuta, caldo, morbido, armonioso

  • Brunello di Montalcino DOCG Riserva 2015 “P.56” viene prodotta solo nelle annate eccellenti dal punto di vista climatico e produttivoIl nome “Oliveto P. 56”, dato al Brunello Selezione, deriva dalla particella catastale in cui si trova la nostra vigna più vecchia con viti di circa 25 anni di età e dal nome del vecchio podere fondato negli anni ’40. “Da questa vigna posta a 350mt di altitudine, vengono selezionati solo i grappoli più piccoli e di migliore qualità, per produrre tramite un delicato processo in cantina, un vino complesso elegante e al tempo stesso strutturato e longevo, che rappresenta al massimo il livello qualitativo del nostro terroir”.

Mi prendo un momento per riflettere su questa esperienza gustativa unica nel suo genere. Penso a come il Brunello di Montalcino evolva nel bicchiere e come si manifesti nelle diverse sfumature. Ogni bottiglia qui è unica e racconta la storia del terroir, delle viti e delle mani che le hanno curate.

Prosit!

Amarone Opera Prima – l’annata 2020 del grande Rosso della Valpolicella

Nel centenario dalla nascita del Consorzio Tutela Vini della Valpolicella, arriva la presentazione alla stampa dell’annata 2020 dell’Amarone della Valpolicella, il grande Rosso del Comprensorio veronese. La zona di produzione della denominazione copre l’intera fascia pedemontana della provincia di Verona, interessando 19 comuni – 5 nella zona classica e 14 nella zona DOC – e circa 30.000 ettari. Il suo territorio confina ad ovest con il Lago di Garda, mentre a est e a nord è protetta dai Monti Lessini.

Secondo il disciplinare di produzione il territorio è suddiviso in tre zone ben distinte

  • La zona DOC con i comprensori del comune di Verona e le valli di Illasi, Tramigna e Mezzane.
  • La zona Classica, formata da cinque aree geografiche, ovvero l’areale di Sant’Ambrogio di Valpolicella e di San Pietro in Cariano, le vallate di Fumane, Marano di Valpolicella e Negrar di Valpolicella.
  • La zona Valpantena, che comprende l’omonima valle.

Un Consorzio ricco di storia e cambiamenti, seppur relativamente giovane nel conferimento della funzione cosiddetta “Erga Omnes” prevista dalla Legge, a salvaguardia dell’areale nei confronti anche delle aziende non associate. Una decisione probabilmente sofferta e discussa, come lo è l’attuale clima produttivo vitivinicolo. I vini della Valpolicella, in primis l’Amarone, hanno visto momenti altalenanti di grande successo con quotazioni elevate e ritorno sui propri passi verso le origini, fase attualmente in corso.

Si chiede, in prospettiva, un alleggerimento delle potenze caloriche e della densità materica imposta da certe scelte commerciali a cavallo tra metà anni ’90 e prima decade del 2000; adesso il mercato globale tende a guardare, per motivazioni che non staremo qui a discutere, verso residui zuccherini nettamente bassi a favore di bevute più agevoli anche nell’abbinamento quotidiano con il cibo. Il che non significa sacrificare l’identità preziosa di un vino riconosciuto in tutto il mondo come l’Amarone della Valpolicella – nato peraltro come versione secca del passito Recioto – quanto più semplicemente contestualizzarlo con maggior cura al territorio e alle varietà d’uve prescelte dal Disciplinare come Corvina, Corvinone, Rondinella, Molinara ed altre ammesse.

Gli assaggi previsti in sala stampa hanno evidenziato proprio la fase di interregno tra chi è rimasto più realista del re mostrando estrazioni e opulenze fuori scala e chi, invece, ha cominciato da tempo a seguire le nuove prospettive, con prodotti decisamente gustosi, dotati di freschezza e sapidità: in poche parole agili da bere. Buona comunque la qualità media offerta e positiva l’impressione generale sull’annata, confermata più fresca rispetto ad altre anche dal report rilasciato dallo stesso Consorzio. Qualche perplessità sulle tante tipologie previste tra DOC e DOCG della Valpolicella (molto simili in alcuni casi), sull’esigenza di suddividere l’Amarone tra annata e Riserva e sulla ridotta adesione e comunicazione di campioni che escono in etichetta con indicata la sottozona Valpantena.

Abbiamo assaggiato alla cieca in panel insieme al giornalista Maurizio Valeriani (Direttore Responsabile di Vinodabere) e al critico enogastronomico Alfonso Mollo tutti i 77 vini disponibili, di cui solo 16 campioni di botte, qualcuno di essi peraltro già sorprendente.

Di seguito l’elenco dei migliori posto non in ordine di preferenza

Costa Arènte – Amarone della Valpolicella Valpantena 2020

Pasqua Vigneti e Cantine – Amarone della Valpolicella Famiglia Pasqua 2020 (campione di botte)

Ca’ La Bionda – Amarone della Valpolicella Classico Ravazzol 2020

Montezovo – Amarone della Valpolicella 2020

Marion – Amarone della Valpolicella 2020

Villa Canestrari – Amarone della Valpolicella Riserva Plenum 2020 (campione di botte)

Corte Saibante – Amarone della Valpolicella Classico 2020

Secondo Marco – Amarone della Valpolicella Classico 2020

Fattori – Amarone della Valpolicella Riserva 2020

Massimago – Amarone della Valpolicella Conte Gastone 2020

Bottega – Amarone della Valpolicella Il Vino degli Dei 2020

Santa Sofia – Amarone della Valpolicella Classico 2020

Cavedini – Amarone della Valpolicella 2020

Azienda Agricola Boscaini Carlo – Amarone della Valpolicella Classico S.Giorgio 2020  

Ca’ dei Frati – Amarone della Valpolicella Pietro Dal Cero 2020

Tezza Viticoltori in Valpantena – Amarone della Valpolicella Valpantena 2020

Roccolo Grassi – Amarone della Valpolicella 2020

Salvaterra – Amarone della Valpolicella Classico 2020

Cantine di Verona S.C.A. – Amarone della Valpolicella Torre del Falasco 2020

Famiglia Furia – Amarone della Valpolicella 2020 (campione di botte)

Tenuta Santa Maria di Gaetano Bertani – Amarone della Valpolicella Classico Riserva 2020

Corte Figaretto – Amarone della Valpolicella Valpantena Musa del Figaretto 2020

Accordini Igino Winery – Amarone della Valpolicella Classico Le Bessole 2020

Zeni 1870 – Amarone della Valpolicella Classico Vignealte 2020

Benazzoli – Amarone della Valpolicella Classico 2020

Visionair London Dry Gin – l’idea innovativa di due giovani imprenditori 100% toscani

Ilaria Lorini (agronoma e miglior sommelier AIS Toscana 2024) e Stefano Clemente sono i protagonisti di un’iniziativa ecosostenibile per diffondere al meglio la cultura del distillato a chilometro zero con il progetto Visionair London Dry Gin.

Il primo Gin italiano commercializzato in una pratica borraccia termica, il sogno di Ilaria e Stefano di creare un prodotto di altissima qualità che strizzasse l’occhio alla salvaguardia del pianeta aiutando in particolar modo le api. L’eccessiva quantità di rifiuti prodotti ogni giorno nel mondo li ha orientati verso la ricerca di un contenitore al contempo pratico e sostenibile. La scelta è quindi ricaduta sull’acciaio inox riciclabile all’infinito, che può essere riutilizzato come borraccia da portare con sé nella vita di tutti i giorni e non solo. La doppia parete consente di tenere sia bevande calde e fredde a temperatura per circa 12 ore e, ovviamente, anche il proprio Gin in versione secca o magari già preparato in un pratico cocktail da viaggio.

Le botaniche provengono da molte varietà presenti nell’areale del Chianti, quali bergamotto, fiori d’acacia, lavanda e ginepro. Visionair London Dry Gin ha stipulato accordi con apicoltori locali per piantare “fiori amici delle api” vicino agli alveari. La missione è sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di un insetto così vitale per il nostro ambiente. Le api, infatti, sono responsabili di circa il 70% dell’impollinazione di tutte le specie vegetali viventi del pianeta e assicurano circa il 35% dell’impollinazione. La particolarità della selezione di fiori impiegata è che contengono più nettare, per attrarre e nutrire al meglio gli insetti, aiutandoli a sopravvivere ai cambiamenti climatici.

La produzione è artigianale, con molta attenzione alle fasi di lavorazione e distillazione. Si utilizza un alambicco in rame a velocità controllata per ottenere il prodotto che rappresenta la filosofia stilistica dei due giovani produttori. Solo alcool neutro 100% italiano e acqua ionizzata, uniti alle erbe aromatiche che forniscono determinati profumi al gin distillato, con note floreali piacevoli e travolgenti.

Per maggiori info: http://www.visionairgin.com/

Contatti email: info@visionairgin.com

Assoenologi Campania affronta il tema dell’etichettatura vinicola – novità normative e impatto sui processi aziendali

Presso il polo universitario distaccato della Federico II – Dipartimento di Agraria per le Scienze della Vite e del Vino ad Avellino – è andato in scena il convegno organizzato da Assoenologi con tema: “Etichettatura vinicola – novità normative e impatto sui processi aziendali”. Grande l’interesse da parte degli addetti ai lavori, tra enologi, agronomi, imprenditori vitivinicoli, sommelier e giornalisti, con una sala gremita fino alla fine dei lavori.

La presenza di Teresa Bruno, Andrea Ferraioli e Michele Farro, in rappresentanza ai consorzi di tutela dei vini irpini, salernitani e flegrei e la moderazione del giornalista Luciano Pignataro, ha preceduto il saluto di rito di Roberto Di Meo, organizzatore della manifestazione e presidente di Assoenologi Campania.

Si parte con una parentesi sugli attacchi mediatici al mondo del vino, Report in primis, con disparità di trattamento mediatico tra il fermentato d’uva e i superalcolici, quest’ultimi protagonisti di una errata cultura giovanile del bere. Perplessità, inoltre, rispetto alla volontà del legislatore europeo di associare il termine alimento al vino; non ultima la digressione sul nuovo quadro normativo inerente al Codice della Strada, con le aspre per chi infrange la legge.

Luciano Pignataro ha sostenuto possa esistere un nodo di natura politica tra gli interessi delle multinazionali dietro ad un atteggiamento più blando verso i superalcolici e meno persecutorio, insistendo sulla necessità di comunicare il vino in quanto a prodotto della Dieta Mediterranea, oltre che nostra identità culturale.

Sostanziale l’intervento di Luigi Moio, professore ordinario di Viticoltura ed Enologia dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”: dopo i ringraziamenti all’Assoenologi il prof. Moio, nonché presidente dell’OIV, ha voluto esprimere la sua riconoscenza nei confronti di Pietro Caterini, direttore scolastico della storica Scuola Enologica “De Sanctis”, per alimentare la passione negli studenti e renderli materia prima per il corso di laurea da lui fortemente voluto ad Avellino. Moio ha voluto considerare, malgrado le nuove riforme, che il vino non può essere considerato un alimento, precisando però le dizioni contenute nel nuovo quadro normativo, ossia ingredienti, additivi e coadiuvanti della produzione enologica. A suo dire <<il vino non dovrebbe essere considerato un alimento, così come non dovrebbe esserlo un additivo, tanto più che non vi è specificatamente una ricetta per farlo. Da questo punto di vista l’unico ingrediente, se così lo si voglia definire, sarebbe appunto l’uva, mentre tale comunque non dovrebbe essere considerato il suo coadiuvante, quando non lascia tracce una volta che il vino viene imbottigliato>>. Il professore ha ribadito poi la naturale attività dell’alcol, nella sua funzione di conservante assente nei cibi, diversificando il vino rispetto a quanto maggiormente contenuto nel Codice Alimentare e rammentando che è tra i pochi a non avere una data di scadenza.

Per Moio, con la nuova regolamentazione sull’etichettatura nutrizionale e l’elenco degli ingredienti, non cambio molto, tranne che per il QR Code, ponendo altresì un <<ragionevole dubbio sullo stabilire l’origine endogena o esogena dell’acido ascorbico, difficile a stabilirsi proprio perché anche naturalmente presente nel vino>>. In definitiva, Moio ha concluso affermando che la professionalità e le qualità umane degli operatori del mondo del vino non possano essere improvvisate, invitando al buon senso.

 

Impossibilitato a venire, Riccardo Cotarella, presidente nazionale della Assoenologi, ha salutato il pubblico e ringraziato Roberto Di Meo per l’organizzazione del convegno, si dice soddisfatto dell’intervento del prof. Moio e rammaricato per gli attacchi mediatici al vino, ribadendo l’importanza del suo ente per la promozione e salvaguardia del vino.

Salvatore Schiavone, responsabile dell’ICQRF per il Mezzogiorno, non ha dato troppa importanza alla differenza riguardo al vino nell’essere o meno un alimento, piuttosto ha tenuto a far presente quanto il dealcolato rientri nella nuova regolamentazione, richiedendo una categorizzazione del prodotto, a partire da ambienti produttivi separati, raccomandando letture accorte e giuste interpretazioni, invitando infine le cantine a contattare gli enti preposti in caso di dubbi, sollecitando comunicazioni fatte per tempo.

Francesco Manzo, attivo ne sistema di verifica e certificazione Rina Agrifood, dopo una panoramica generale sulla realtà aziendale, rammenta di come il Registro Navale abbia acquisito Agroqualità e di come quest’ultima a sua volta abbia assorbito la Ismecert e quindi le verifiche sulle denominazioni, con un paniere di ben 70 prodotti tra Dop e Igp; più certo ha fornito dati interessantissimi sul vino in Campania, raccolti negli ultimi 5 anni.

Le notizie salienti afferiscono ad una decrescita dei viticoltori che passano da 4278, all’inizio dell’ultimo lustro, ai 3479 del 2024, decrescita che attiene anche al numero di ettolitri dichiarati a denominazione o comunque atti a diventare tali. Nota molto importante: tra i clienti del Rina Agrifood si contano ben 700 imbottigliatori che, con la loro attività sul vino sfuso, hanno mantenuto il trend di vendite in diverse provincie extra regione Campania, decretando quindi un abbassamento delle masse a denominazione, tra declassamento ed altre pratiche assolutamente legali, con buona pace dei viticoltori stessi.

Tra gli interventi più atteso quello dell’avvocato Marco Giulio, specializzato in Diritto Agroalimentare con particolare riferimento alla disciplina giuridica della vitivinicoltura. Il suo ragionamento è partito con una disamina piuttosto erudita sui criteri primordiali di etichettare nell’antichità a partire dalle iscrizioni sulle anfore, ricordando però che l’etichetta debba fungere da effettiva carta di identità, narrando un prodotto, rendendo consapevoli i consumatori anche al fine di garantire una concorrenza leale e rispettando le regole tra le aziende che fanno marketing. L’avvocato ha tenuto a precisare <<quanto negli ultimi 15 anni, le informazioni sulle etichette siano aumentate e questo anche perché legislatore europeo sostenga possa vantaggioso per il consumatore. Inoltre, in presenza di altro QR che rimandi al sito aziendale o comunque finalizzato ad altro, esso dovrà essere ben separato da quello ad uso esclusivo di ingredienti e tabella nutrizionale, così come tutta la comunicazione della bottiglia in questione dovrà essere coerente e coincidente a quelle riportate in etichetta su ogni altro medio>>.

È bene comunque ricordare che la necessità di informare i consumatori non è una esigenza recente ma risale bensì all’8 dicembre 1978. Tra i regolamenti per alimenti, precisamente il reg. UE 1169/2011, il vino figura come il prodotto della fermentazione alcolica del mosto d’uva, l’unico tra gli alimenti a poter beneficiare di un QR code apposito per ingredienti, tabella nutrizionale, smaltimento, elemento quest’ultimo che molti giuristi vorrebbero tener fuori dal quick response code.

Altra raccomandazione, per i valori energetici del calice di vino standard, è che le quantità siano rapportate ai 100 ml, con la facoltà di utilizzare anche i Kjoule, purché siano espresse le Kcal. Tali informazioni devono essere riportate in una delle lingue riconosciute dall’Unione Europea, come sostenuto anche nel regolamento 1308/2013 dell’OCM Vino, così come da regolamento UE 2021/2117, pertanto sarebbe bene utilizzare la doppia lingua nell’etichetta, ad esempio italiano e inglese.

Per Marco Giulio <<il futuro dell’enologo sarà nell’utilizzo delle IA e degli avatar al fine di poter spiegare bene ai consumatori l’origine del prodotto e il contenuto della bottiglia. Nei vini sfusi ingredienti e tabella nutrizionale dovranno figurare nei documenti di trasporto, diversamente dai vini imbottigliati in quanto tali informazione saranno presenti già in etichetta. Gli additivi, designati al pari degli ingredienti dal reg. 934/2019, dovranno essere indicati soltanto se comportano rischi di intolleranze e allergie, esattamente come i coadiuvanti tecnologici, quest’ultimi menzionati in caso di presenza residua nel prodotto>>.

Tra gli elementi presenti nella tabella nutrizionale presenzieranno, oltre al già citato valore energetico, la quantità di grassi e di acidi grassi saturi, la quantità di carboidrati e zuccheri, di proteine e sale, stando all’analisi del vino effettuata dal produttore. Alla categoria degli additivi, come è già noto, fanno parte i regolatori di acidità e gli agenti stabilizzanti in linea generale, rimandando a tabelle ufficiali e comunque più esaustive. Insomma, dalle diverse prospettive dei vari relatori traspare la necessità di fare un upgrade culturale del vino, così come dal punto di vista normativo ai fini di una maggior tutela per il consumatore, attraverso informazioni che siano coerenti non solo nei documenti e nelle etichette, ma anche attraverso i siti web ed altri canali di comunicazione e marketing.

Borsa Vini Italiani a Dublino – novità e buone attese dal mercato irlandese

Si è appena conclusa la Borsa Vini Italiani a Dublino. Il 23 gennaio i principali protagonisti del settore vitivinicolo irlandese hanno partecipato all’appuntamento annuale ormai molto atteso dalla business community locale, dopo oltre 10 anni dalla sua prima realizzazione.

Buona anche la copertura mediatica dell’evento, con media locali presenti e con una rilevante distribuzione di contenuti anche sui social, a cura di content providers molto seguiti come Drinks Industry Ireland e di Shelflife e Jean Smullen Trade Diary.

Ben 29 le aziende vitivinicole italiane e 3 distribuzioni nazionali presenti, prevalentemente dalle regioni italiane a maggior portata produttiva come Toscana, Piemonte, Veneto e Sicilia, che hanno preso parte a numerosi incontri B2B con gli operatori irlandesi invitati.

Di rilievo anche la presenza dell’ambasciatore italiano in Irlanda Nicola Faganello accompagnato nella visita ai banchi delle cantine dal Direttore dell’Ufficio irlandese di ICE/ITA Giovanni Sacchi.

Due donne a organizzare e coordinare l’evento: Antonietta Kelly e Chiara Giorgini, con lunga esperienza da analiste di mercato. Per i produttori è stato messo a disposizione un eccellente compendio analitico, utile a prepararli sullo stato dell’arte del settore vino in Irlanda.

Vini “nuovi”, dunque, per il mercato irlandese e operatori esteri a colloqui prolungati e dettagliati con le case vinicole presenti. Brunello di Montalcino, Chianti Classico e Barolo, con aziende celebri come Ridolfi, Produttori di Govone e Reva, Villa Trasqua, Galli, accompagnati da areali e produttori emergenti come Bronzato e Cristiana Bettili per la Valpolicella e Iuppa per l’Etna DOC Superiore.

Infine, Puglia, Umbria e le altre qualificate presenze hanno contribuito a una immagine ricca di varietà del Paese Italia. Una menzione alla viticoltura eroica della Valtellina, con gli eccellenti Chiavennasca di Retica recensiti al massimo livello da tutte le testate italiane.

Segni di originalità e determinazione provengono altresì dalla Campania, con Astroni e la sua eccellente Falanghina, Nativ con Taurasi e Campi Taurasini e, da ultimo, Terre dell’Angelo, il cui Pallagrello Nero dell’Alto Matese ha destato il vivo interesse dei giornalisti presenti (era il rosso dei Borbone per antonomasia).

Nonostante le politiche del governo irlandese contrario a privilegiare il consumo di vino a favore della birra, la partecipazione di circa 100 operatori del settore vinicolo irlandese tra importatori, distributori, ristoratori, barman e stampa di settore, affermerebbe proprio il contrario. Una questione posta già in seno peraltro a Bruxelles.

La demonizzazione del vino, a ben vedere, potrebbe coincidere proprio nella crescente conquista di quote di mercato in Irlanda: nel corso del 2023, infatti, oltre nove milioni di casse di vino sono state vendute nel mercato irlandese, registrando un aumento dei volumi di vendita di quasi il 7% rispetto rispetto all’anno precedente.

Il vino è diventato la seconda bevanda alcolica più popolare della nazione, la cui quota di mercato nel settore bevande è cresciuta del 5,9% nel 2023, raggiungendo il risultato (non scontato) del 28,3% complessivo.

L’Italia si posiziona, peraltro, tra i cinque maggiori esportatori verso l’Irlanda dopo Cile, Spagna, Australia, e Francia e in prima posizione per il numero di varietà di tipologie. Segno che conferma la tendenza nel mondo Ho.re.ca. a richiedere non prezzi più bassi, ma tanta offerta per soddisfare la domanda dai clienti.

La Borsa Vini Italiani 2025 a Dublino ha lasciato tutti i partecipanti contenti e incoraggiati, nel conoscere sempre nuove varietà di vini e nel realizzare intese commerciali ricche di speranze.

Pizzeria da Mimì ad Aversa festeggia i suoi primi 60 anni

In Campania la cultura del mangiar bene è diffusa a macchia di leopardo. Te ne accorgi appena entri in un locale, dagli arredi e dalle piccole cose che formano il concept imposto dal titolare. Esistono luoghi che sembrano, solo in apparenza, lontani dall’evoluzione moderna della gastronomia e che poi si rivelano autentici pionieri visionari. Un risvolto agrodolce di un settore in grande fermento, che agita da un po’ l’Italia stessa.

Una storia che ha vissuto in parte anche la pizzeria da Mimì di Aversa, giunta al traguardo onorevole di 60 anni d’attività e attualmente guidata dai fratelli Antonio e Vincenzo Molitierno. Ad aprire il locale nel 1964 a pochi passi dal centro storico con l’insegna “I tre fratelli” sono il papà (Mimì) e gli zii di Antonio e Vincenzo. Nel 1982 due dei tre fratelli si spostano verso altre attività lavorative e Mimì, insieme alla moglie Alba, resta unico titolare del locale che cambia nome prendendo quello attuale. Nel 2019 avviene il passaggio di testimone ai figli anche se Mimì e Alba continuano a essere presenti in modo costante nel locale seppur con discrezione.

Dopo la ristrutturazione durata 18 mesi, il locale riapre con maggiori spazi e una proposta più ampia. Non significa dimenticare il passato, comprese le ricette che hanno fatto scuola come il pollo al forno con patate, i crocché e la pizza in teglia. Significa dare un’immagine diversa, accogliente, calorosa e contemporanea.

Antonio e Vincenzo hanno conservato con amore gli insegnamenti dei genitori, puntando a loro volta sull’innovazione. Si sono adeguati, con elasticità, alle tendenze e ai gusti della clientela ormai preparata e pronta a verificare, con gli strumenti della comunicazione, ogni elemento del racconto culinario. Immancabile, quindi, l’idea di un menù degustazione che non parli solo di pizza, magari con abbinamenti intriganti tra vino con l’azienda Masseria Campito, e la birra artigianale del Birrificio Karma.

Persino i cocktail, con l’esperto barman Gaetano di Laora a spingere in alto l’asticella del pairing miscelato. E non è detto che l’eccezione non diventi in futuro una sana regola valida per ogni stagione. La degustazione delle ricette, organizzata per la stampa dalla giornalista Laura Gambacorta, ha fatto comprendere ancor di più, casomai ce ne fosse bisogno, che gli imprenditori della ristorazione in Campania hanno inventiva, spirito di sacrificio e passione. Nulla però sarebbe realizzabile senza le materie prime di un territorio articolato e unico nel suo genere, invidiato da tanti e sovente dimenticato da chi ci vive…

La Tradizione su stecco (Salsiccia e friarielli napoletani avvolti in pasta fillo su una base di crema di ceci), è realizzata in chiave fusion con una pastella da frittura che ricorda quelle orientali, ben corroborata dal contrasto broccoli – crema di ceci.

Il Pacchero napoletano è fantasia allo stato puro, con il ripieno morbido di pollo cotto al forno secondo l’antica tradizione di Mimì, provola e pecorino, impanato in crumble di torinesi.

Efficace la Margherita Aversana (Pomodoro San Marzano Dop, mozzarella di bufala campana Dop, parmigiano reggiano Dop 30 mesi, basilico fritto e olio extravergine d’oliva), anche se fuori dagli schemi convenzionali di chi desidera maggior compattezza di sapori in quest’autentico cult.

Straordinaria, invece, la pizza Identità napoletana (Mozzarella di bufala campana Dop, maialino cotto a bassa temperatura, pesto di rucola, crema pasticcera salata e di papaccelle napoletane), che evoca per osmosi quei ricordi teneri da madeleine vissuti da Proust pensando alla sua gioventù. Parimenti chi è nato al Sud non può dimenticare i profumi della cucina delle nonne, tra cipolla, peperoni, ragù e fritture varie.

Il padellino multicereale con germe di grano Zafferano e ‘nduja (Fiordilatte, patate allo zafferano profumate al rosmarino, capocollo e ‘nduja di Spilinga), è verace dall’inizio alla fine, forse troppo nell’ardente scia piccante.

Infine il “dessert” proposto nella classica chiusura pasto partenopea: il formaggio. La pizza 5 Casi (Mozzarella di bufala campana Dop, blu di bufala, cacioricotta cilentano presidio Slow Food, caciocavallo antico di Gragnano, fiocchi di crema cacio e pepe, olio extravergine d’oliva e all’uscita confettura di antico pomodoro cannellino flegreo) rientra nel concetto di “pannosità” utile a stemperare definitivamente la fame, indicando alla mente che è giunto il tempo per alzarsi dalla tavola sazi e soddisfatti.

Alla luce di quanto assaggiato, non stupisce che Gambero Rosso abbia inserito il locale nella Guida delle Pizzerie d’Italia 2025 con 2 spicchi. Finale tra chiacchiere, sorrisi e l’eccellente cocktail Sherlock a base di mezcal, soda, bitter alla cannella e garnish di blu di pecora.

Pizzeria da Mimì

Via Salvatore Di Giacomo, 52

Aversa (CE)

Tel. 338 8867603

www.pizzeriadamimi.it

Aperto solo la sera.

Giorno di chiusura: martedì

VINO: SPUMANTE, ARANCIA DI RIBERA DOP E BERGAMOTTO PER IL NUOVO COCKTAIL LOW ALCOHOL “MIMOSA GRANRIVIERA”

(San Donà di Piave – VE, 27 gennaio 2025)

Comunicato Stampa

Si arricchisce di un nuovo cocktail la gamma di Canella, casa vinicola veneziana produttrice dal 1947 di Prosecco Superiore e – sempre di più – di prodotti Ready to drink (Rtd) made in Italy di alta gamma. In rampa di lancio è il Mimosa Granriviera, un low alcohol (6% vol) frutto di un mix di vino da uve Glera e 2 produzioni tricolori: la siciliana Arancia di Ribera Dop e il Bergamotto calabrese.

Dopo il pre-lancio nei giorni scorsi a Saint Barth, il Mimosa approderà da marzo presso i canali retail e horeca Usa attraverso il cobranding con l’importatore Ethica Wines. Un passo avanti considerato strategico per la Casa vinicola Canella, Marchio storico di interesse nazionale, antesignano nella produzione di Prosecco ma anche di Rtd (dal 1988) di alta qualità senza aromi artificiali, a partire dal Bellini anche in formato zero alcohol.

“Con il raddoppio del fatturato, il 2024 è stato il nostro migliore anno di sempre – ha detto Tommaso Canella, che con il fratello Alvise rappresenta la terza generazione dell’impresa di San Donà di Piave –.

Stiamo raccogliendo quanto seminato non solo grazie al Prosecco Superiore ma per effetto di un’idea che partendo dal vino si possa rappresentare l’italianità in maniera fresca, integrata e inclusiva. La nostra esperienza nel fenomeno cocktail ci insegna come sia possibile fare squadra anche con le produzioni artigianali del Belpaese: le pesche bianche del Bellini sono realizzate al 40% da noi e al 60% provengono dalla vicina Romagna, per i nostri Mimosa usiamo l’Arancia di Ribera Dop o l’Arancia rossa di Sicilia Igt, le fragole sono del Consorzio di Candonga in Basilicata, i mandarini del nostro Puccini sono quelli tardivi di Ciaculli, un presidio Slow Food nel palermitano”.

L’approdo Usa del Mimosa Granriviera segue quelli fortunati degli altri “pronti da bere” a bassa gradazione dell’azienda: nell’ultimo anno la produzione del segmento è raddoppiata a livello globale e triplicata nel mercato a stelle e strisce, mentre anche in Italia la crescita riscontrata è in doppia cifra. Il fatturato complessivo dello scorso anno è attorno ai 25 milioni di euro, per oltre la metà grazie all’exploit Rdt. Il formato da 0,75/l è previsto in particolare nella grande distribuzione ma anche nei canali on-trade di hotel, club, centri sportivi per un prezzo medio attorno ai 15 dollari.

Tra i mercati target nel breve-medio termine, sempre accompagnati da Ethica Wines, sono in listing il Canada e una quindicina di Paesi in Asia. Allo studio anche l’ingresso del Mimosa nel mercato interno, dove sarà tra l’altro rafforzata la presenza del Bellini (5% vol) anche in versione no alcohol.

Nei 12 mesi terminanti a giugno 2024, secondo Niq i cocktail Ready to drink hanno registrato negli Usa una ulteriore crescita (+4% in valore).  A livello globale, al netto degli hard seltzer, il trend positivo secondo Iwsr proseguirà sino al 2027 al ritmo medio annuo del 5%, per un controvalore nei 10 mercati chiave di 40 miliardi di dollari. A guidare la crescita, proprio i cocktail e i long drink di qualità superiore. Anche nel Belpaese, secondo una recente indagine Niq, le bevande pronte da bere stanno guadagnando popolarità specie tra i giovani della Gen Z, con il 7% degli italiani che prevede di aumentarne il consumo.

Ufficio stampa Casa Vinicola Canella – Ispropress:

Benny Lonardi, 393.4555590 

direzione@ispropress.it;

Sara Faroni, 328.6617921 –ufficiostampa@ispropress.it.