Biagio Martinelli, una vita tra il dolce e il salato

Fare dolci è un’arte. Non sono ammesse scorciatoie né improvvisazioni di sorta. Lo studio delle proporzioni, in primis, e poi tanta manualità e passione. Biagio Martinelli non si è mai fermato; una vita spesa tra il dolce e il salato, cominciando da giovanissimo nel laboratorio di casa. Ormai prossimo a quella linea di confine che dalla metà dei trenta fa intravedere il cambio verso gli “anta”, ha accumulato una gavetta impressionante, perché ogni singola proposta deve rispettare i massimi canoni della qualità e del gusto.

Di lui e del suo nuovo concept targato Pasticceria Martinelli avevamo già scritto nell’articolo Aversa: Pasticceria Biagio Martinelli, bontà dolci e salate. Il focus precedente verteva sulla proposta degustazione, soprattutto in chiave salata per aperitivo ad ora di pranzo o al tramonto. Ora invece entriamo nel cuore della “viennoiserie”, ovvero le delizie da forno la cui tecnica di realizzazione si avvicina a quella del pane, distinguendosi dalla pâtisserie che produce dolci alle creme.

Biagio le racconta non senza un pizzico di amarezza per l’ancora scarsa cultura nel servire adeguatamente prodotti che hanno nelle delicate fragranze il loro marchio di fabbrica. Una temperatura sbagliata, l’utilizzo di materie prime inadeguate e le tecniche di lavorazione e cottura fanno realmente la differenza tra ciò che è standard, discrepante e ripetitivo, dal modello di lavorazione uniforme degno di competere con le eccellenze d’Oltralpe.

Un esempio: i croissant a sfoglia vanno serviti ad una temperatura massima oscillante tra i 12 ed i 15°C per non compromettere gli aromi della sfoglia. Sarà il tepore del palato ad amplificarne le scie più dolci ed intense senza sensazioni amarostiche poco eleganti, dato il punto di fusione del burro a circa 28°C. E poi la scelta stessa del burro, magari preferendo quello europeo con l’82% almeno di massa grassa e PH alto, in grado di garantire una buona trama alveolata all’interno del dolce.

Nel croissant classico di Martinelli c’è la sapienza di chi non agisce a caso. La sfoglia si sbriciola con delicatezza tra le mani, pur mantenendo un corpo compatto ed elastico. Il profumo è tipico della lievitazione, con ricordi di grano e di spezie dolci, quasi mielose. Nel pain au chocolate la ganascia al cioccolato è la chiave vincente, setosa e mai stucchevole.

Così come nel pan suisse alla caprese, terminando con la brioche “veneziana”, che va servita calda perché contiene una quantità maggiore di burro. Viene farcita con Cremino Dubai in pasta kataifi, sfogliata e riempita da salsa al pistacchio.

Vinifera 2025: nuova linfa vitale al format ormai inflazionato delle fiere enogastronomiche

Vinifera è un evento organizzato da Associazione Centrifuga, nata a Rovereto nel 2017 come strumento di ricerca, supporto e valorizzazione dello sviluppo sociale e culturale del territorio alpino, con particolare attenzione alla produzione sostenibile in campo agricolo e al consumo responsabile. Leggendo la citazione per le vie brevi, non si potrebbe neppure immaginare quale prezioso tesoro nasconda il lavoro infaticabile dei suoi protagonisti.

Organizzare una manifestazione con la presenza di tutti i produttori in prima persona e valorizzare la formula del mercato – afferma Manuela Barrasso presidente dell’Associazione Centrifuga che organizza l’evento – significa favorire l’incontro e il confronto diretto tra chi produce e chi consuma, il quale ha il diritto di sapere e il dovere di informarsi da chi, dove e come sono stati prodotti gli alimenti che sta acquistando“.

Nel verbo “acquistare”, pronunciato dalla Presidente Barrasso, risiede la nuova linfa vitale per il settore fieristico enogastronomico, che non sta sfuggendo alla crisi complessiva del comparto. In realtà Vinifera non è l’unico evento in Italia a permettere l’acquisto in loco dei prodotti assaggiati dagli avventori. Fondamentale non soltanto per consentire una sorta di piccolo recupero delle spese profuse dalle aziende partecipanti, quanto piuttosto per un rapporto immediato e diretto tra consumatore e rappresentante di filiera. In ulteriore specificazione bisognerebbe poi separare, nelle considerazioni, il settore vino da quello del food e dei prodotti artigianali, che camminano su percorsi paralleli, ma molto diversi tra di loro.

Il filo rosso di Arianna è stato proprio la volontà ferrea di comunicare un intero comparto merceologico, quello del mercato alpino e transalpino, con inserimento di graditi ospiti come una selezione di produttori delle isole minori del Mediterraneo, presenti con i loro vini ai banchi  dopo aver attraversato i mari di Pantelleria, Capraia, Ischia, Isola del Giglio, Ustica, Isola d’Elba, Salina ed uno spazio interamente dedicato ai sidri grazie alla collaborazione con APAS – Associazione Pommelier e Assaggiatori di Sidro – e una selezione di birrifici agricoli.

In collaborazione invece con Slow Food Trentino è stato possibile assaggiare salumi, formaggi, confetture e altri prodotti tipici a chilometro zero, comprese le diverse sfumature che offrono i mieli alpini ed un’ampia sezione dedicata ai grani antichi e allo scambio semi, realizzata in sinergia con Coltivare Condividendo e con Rete Semi Rurali. “Il vino è un prodotto della terra, prima che un bene di consumo” – prosegue Manuela Barrasso – “in questa edizione abbiamo quindi scelto di mettere in risalto questo legame primario, dando spazio e visibilità anche agli altri coltivatori della terra, e a chi, nonostante tutto, continua a prendersene cura in maniera rispettosa“.

Nei padiglioni interni ed esterni di TrentoExpo, location accogliente nel capoluogo tridentino, oltre alla possibilità di assaggiare le specialità culinarie preparate dagli artigiani del gusto è stata garantita la partecipazione a masterclass enologiche ed a laboratori didattici promossi dai produttori stessi. Infine, musica, artigianato, un’esposizione fotografica a cura dell’Associazione Fotosintesi Avellana e lo splendido salottino di Baba Associazione Culturale. L’elenco completo dei produttori partecipanti è visionabile al link Mostra Mercato 2025 – Vinifera

La modalità interdisciplinare con cui si è rapportata la seconda edizione di Vinifera, nelle giornate del 22 e 23 marzo 2025, ha rappresentato essa stessa il segreto del suo successo, con l’augurio che possa replicarsi in futuro nell’ottica della cultura del cibo e del vino per gli appassionati e i professionisti del settore. Non poteva mancare, vista la nostra naturale inclinazione verso il mondo del vino, una carrellata di etichette che hanno colto l’attenzione per eleganza, stile e carattere.

Garlider A Velturno, poco sopra Chiusa, si trova l’Azienda vinicola Garlider, che gode di una vista magnifica sulla Valle Isarco e sull’imponente mondo alpino. Christian Kerschbaumer gestisce qui con i suoi genitori, la moglie Veronika ed i figli Anna, Elisa, Philipp e Manuela l’Azienda vinicola Garlider, producendo, su una superficie vitata di 4 ettari, cinque bianchi eccellenti oltre all’unico pinot nero di tutta la Valle Isarco. Nella regione vitivinicola più a nord d’Italia, sono circa 250 gli ettari coltivati a vite, i vini bianchi fanno la parte del leone, mentre fino al 1950 l’80% delle uve coltivate erano a bacca rossa.

Le estati calde vengono spesso accompagnate da condizioni notturne più fresche e ventilate, a volte non agevoli per le maturazioni, motivo per cui i vini di quest’areale hanno sempre nuance delicate e un’impronta minerale energica, quasi tagliente, con poca pomposità nella fase gustativa. Christian lavora col minor intervento possibile in cantina, privilegiando far esprimere al meglio le caratteristiche del varietale anche tramite lunghe soste in bottiglia. Il Müller Thurgau 2021 è ricco di scie fruttate fini e coinvolgenti, dalla mela golden ai richiami di litchi, per chiudere verso erbe officinali e iodio marino.

Nell’ottica dei vitigni autoctoni ereditati dalla dominazione asburgica, il Grüner Veltliner 2021 è polposo e tropicale, tra ananas maturo e mango, mentre il Sylvaner 2021 dimostra tutta la sua gioventù restando fermo su note citrine molto toniche, che evolvono nella selezione “Y” 2019 verso agrumi mediterranei, balsamicità e chiosa sapida lunghissima.

Azienda Agricola Ronco Daniele i suoi antenati coltivavano l’ulivo nel 1800 tra le colline nell’alta Valle Arroscia, nel comune di Ranzo e nell’alta Val Lerrone, più precisamente nel comune di Casanova Lerrone, estremo lembo occidentale della Liguria. Il frantoio andò perduto a causa dei bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale. Nei primi anni del Novecento, insieme ai numerosi ulivi, la famiglia iniziò a coltivare per uso personale una piccola vigna nei pressi di Ranzo, si trattava di un vitigno autoctono: il Pigato, che dal 2012 Daniele ha recuperato con amore su declivi esposti al Sud, paralleli al mare.

Dalla piovosa e altalenante 2024 ne emerge un Pigato pieno di polpa matura e calore, accompagnato dalle classiche sensazioni officinali, forse più presenti nella 2023 ma non con la stessa profondità d’assaggio. Eccellente il cru “Rosetum” 2023 al limite del salmastro, che sviluppa essenze idrocarburiche nella torrida 2022.

Interessante, infine, la Granaccia, per molti vista come il futuro dell’areale dati gli attuali cambiamenti climatici e che Ronco lavora solo in acciaio e vetro, al fine di non appesantire il frutto delicato al sapore di fragola e ciliegia matura della 2023, dotata però di maggiore complessità e freschezza in versione 2022.

La cantina Klinger Pilati, sulle colline di Pressano (TN) è circaondata da ettari di vigneti, rinomata per la coltivazione del Gewürztraminer. Nel 1921 il bisnonno Luigi Pilati acquistò Maso Clinga, appena sopra il paese, un maso fondato nel lontano 1500 dalla famiglia tedesca Klinger, nelle vicinanze delle miniere d’argento, che, per secoli, hanno caratterizzato l’area con il risuonare dei picconi (in tedesco risuonare si dice “klingen”, da cui, forse, il nome).

Oggi la famiglia possiede una piccola porzione di vigneti, disposti in questa terra storicamente apprezzata per composizione geologica, esposizione, ventilazione ed altitudine, e nei masi limitrofi, con un’altitudine che va dai 350 ai 500 mslm. Dal 2018 papà Felice, i figli Enzo, Lorena e Umberto, proseguono la tradizione viticola come Klinger Winery. Ma è dalle vigne storiche di Nosiola del 1925 che la famiglia Pilati riesce ad esprimere il grande potenziale del territorio in cui risiedono. Una varietà che ha vissuto momenti di entusiasmo, seguiti da altrettanti opachi, al limite del dimenticatoio. E dire che è l’uva cardine dell’antichissimo Vino Santo, dolce perla enologica trentina di infinita bellezza, ormai scomparsa dai radar della stampa di settore.

La Nosiola 2022 di Klinger Pilati è semplicemente pazzesca, con le sfumature gessose e golose che rimandano ad alcune espressioni magnifiche di Riesling tedeschi, con la differenza del finale quasi mieloso e floreale meglio aderente ai canoni della Nosiola. Note che si esaltano ulteriormente nella 2018 con inserimenti di cedro e arancia candita. Bene anche lo Chardonnay 2021 e il Gewürztraminer 2022 proposti in chiave moderna con breve passaggio in legno e, nel caso del secondo campione, con un residuo zuccherino inferiore ai 3 g/l che non inficia la personalità tropicale del vino.

Reyter ha sede nell’ultima isola di Lagrein rimasta nel quartiere Gries della città di Bolzano. La naturale base dei suoi vini è il particolare terreno alluvionale porfirico e morenico dei fiumi Talvera e Isarco. Rinunciano ad ogni tipo di fertilizzante, provvedendo ad un’attiva biodiversità con semine mirate, cosa che permette ai terreni di diventare autosufficienti.

La difesa del Lagrein e della Schiava è la forza di Reyter, che li presenta entrambi in uno stile misurato, mai ingombrante. Lakrez 2020, rosato 100% Lagrein, da vigne d’età fino a 60 anni, resta 20 ore a contatto con le bucce, con il tipico timbro di piccoli frutti di bosco e petali di violetta.

Straordinario lo Chardonnay 2022 in tonneau, tra sensazioni marine e affumicature da renderlo paragonabile ad alcuni grandi Vin de Reserve francesi. Termina il giro la Schiava 2018 da cloni differenti, ricca di verve agrumata e officinale. Succosa, immediata, gastronomica, tutto ciò che si desidera da una delle regine dell’Alto Adige.

Agricola MoS – dal 2018 Luca Moser e il cugino agronomo Federico iniziano l’attività di vitivinicoltori in Val di Cembra partendo da 6 varietà (Chardonnay, Riesling renano, Schiava, Müller Thurgau, Pinot Grigio e Pinot Nero) in 6 diversi appezzamenti tra Zambana e Lisignano per un totale di appena 1,5 ettari. Tra i terrazzamenti con muretti a secco patrimonio Unesco, se ne contano ben 700 chilometri, la vita del vigneron cembrano non è semplice, ma Luca e Federico riescono ad offrire prodotti di personalità.

Come l’appetitoso Tesadro 2023 da Chardonnay in purezza e sosta in legni nuovi e usati, con evidenzia di frutta secca, toni speziati e finale burroso o il Riesling (Renano) 2023, stuzzicante nelle sue vene d’arancia gialla e mela verde. Tripudio per il Pinot Nero 2023, da tre cloni diversi ed un passaggio per appena il 10% della massa in barrique. Ad un passo immaginario da Pommard, per la palpitazione tannica evidente e invitante, compresa la parte ferrosa di fine bocca.

L’azienda Colombo Sormani nasce da Lorenzo Colombo e Andrea Sormani, originari di Lecco, che hanno abbandonato le loro carriere per inseguire la passione per il vino. Lorenzo, ex elettricista, e Andrea, ex metalmeccanico, hanno iniziato la loro avventura nel mondo vinicolo nel garage, acquistando uve locali. 

Oggi si estende su circa 2 ettari e produce tre etichette. L’intero processo produttivo è improntato sull’agricoltura biologica, con un forte rispetto per la natura e il territorio della Valtellina. Il Rosso della Valtellina 2022 “Risc” è molto agile alla beva, giocando su visciole mature, humus, noce moscata e chiodi di garofano.

Il Valtellina Superiore Docg 2021 “Puntesel” è buono e moderno, con tipica affumicatura e ricordi boschivi del Nebbiolo (Chiavennasca) di queste terre. In edizione anche la loro prima annata de Valtellina Superiore Docg sottozona Sassella 2021 semplicemente unica per il carattere da amarene sotto spirito, spezie dolci, foglie di ribes ed eucalipto e scie ematiche eterne.

Appenninia Wine Festival 2025

La terza edizione di Appenninia Wine Festival, evento andato in scena all’interno dello Spazio Brizzolari di Scarperia e San Piero (Fi), è stata dedicata ai vini che vengono prodotti lungo l’arco appenninico. Una kermesse rivolta sia agli appassionati di vino che ad operatori professionali. Nutrita la presenza di produttori toscani ed emiliano-romagnoli e anche di alcuni provenienti da altre regioni dell’arco montuoso.

Interessante il convegno dalla Terra al Calice: il Valore unico dei vini Appenninici in un mercato in evoluzione. Condotto da Andrea Gori, wine expert nonché patron con il fratello Paolo della storica trattoria fiorentina Da Burde, sono intervenuti Alessandra Biondi Bartolini, giornalista e divulgatrice scientifica, Stefano Zaninotti, agronomo della “Vitenova Srl società di consulenza agronomica” di Ronchis, Udine, Emiliano Falsini, enologo e consulente vitivinicolo, Gennaro Giliberti, dirigente responsabile di settore Produzioni agricole, vegetali e zootecniche presso la Regione Toscana; Riccardo Tronci, esperto in comunicazione e strategie digitali presso l’azienda Dgnet. Importante l’intervento conclusivodi alcuni produttori presenti in sala.

Gli argomenti trattati sono stati molti, articolati e quelli più attuali, durante le due ore di tavola rotonda: il calo dei consumi, i cambiamenti climatici con conseguenti vantaggi in territori simili, la sostenibilità in tutte le sue accezioni, viticoltura eroica, comunicazione e mercati. Un territorio vasto, che presenta peculiarità variegate legate sia ai differenti vitigni, alle altitudini, ai suoli e microclima in ben 15 regioni dell’Appennino.

Problemi anche legati allo spopolamento di piccoli borghi, al dissesto idrogeologico, alla viabilità e servizi socio-sanitari carenti rispetto alla città. 

Una passerella, però, anche per 40 produttori ed i loro assaggi memorabili

Gigli Spumante Rosé MC Brut – 36 mesi sui lieviti,  ottenuto con uve di Barsaglina – Rosa tenue, bollicina fine, emana sentori di fragolina di bosco, melagrana, scorza d’agrumi e pan brioche,  scivola fresco e saporito nel suo sorso stimolante. Da Borgo a Mozzano (Lu).

Kar Rha Candia dei Colli Apuani Castagnini – Vermentino 80%, Albarola e Trebbiano Toscano 20% – Giallo paglierino luminoso,  sprigiona sentori di ananas, mela, pesca e fiori di campo. Al palato è vibrante,  armonioso e duraturo. Da Carrara.

Barasta Castelli di Jesi Verdicchio Riserva Classico 2015  Casaleta – Giallo dorato, i sentori richiamano la frutta a polpa bianca, fiori di campo e miele impreziositi da note mentolate. Il sorso è pieno, avvolgente nonché persistente. Da Arcevia (An).

Montere’ Ravenna Bianco Igt 2022 Vigne dei Boschi – Albana – Giallo paglierino, sfumature dorate,  sviluppa note di frutta tropicale ed erbe mediterranee uniti a note agrumate. Dinamico e rinfrescante,  coerente e persistente. Da Solarolo (Ra)

Fraciélo 2020 Casetta dei Frati Modigliana – Chardonnay-  Giallo dorato brillante, presenta note di zagara, frutta esotica, pompelmo, burro e nocciola. Trasmette al palato una grande piacevolezza di beva e una buona avvolgenza. Modigliana (FC)  .

Pinot Nero Monteprimo 2022 Bacco del Monte – Rosso rubino trasparente, con note di ribes, rosa canina, ciliegia è sottobosco. Al gusto è setoso, pieno ed appagante. Da Vicchio (FI).

Chianti Rufina Riserva 2019 Fattoria del Lago – Sangiovese in purezza – Rubino con sfumature granate, rivela sentori di frutti di bosco rossi e neri, amarena, tabacco e spezie dolci. Il sorso è avvolgente, ricco e suadente. Da Dicomano (FI).

Syrah Toscana Igt 2022 Villa Magra – Rosso rubino profondo, al naso i sentori sono quelli di amarena, ribes, pepe nero è bacche di ginepro. In bocca arriva morbido con tannini poderosi e setosi e un finale lungo e saporito. Da Bibbiena (AR).

Vinsanto del Chianti Rufina Doc 2005 Frascole – Trebbiano e Malvasia – Giallo ambrato, spiccano al naso note intense di frutta candita, datteri, fichi, miele e nuance balsamiche. Piacevolmente dolce, leggiadro e coerente. Da Dicomano (FI).

Lavazza 1895 presenta il nuovo Specialty Coffee al Gran Caffè La Caffetteria di Napoli

In quale luogo, se non a Napoli, si può celebrare il rito del caffè?

Nella città che di questa bevanda ha fatto un vero e proprio culto, si è svolto il primo evento dedicato all’abbinamento tra caffè e cibo. A fare da sfondo lo storico Gran Caffè La Caffettiera di Piazza dei Martiri dove Guglielmo Campajola, patron del locale, Stefania Zecchi, coffelier e brand ambassador Lavazza 1895, e Gianluca D’Agostino, chef di Joca Restaurant, con la collaborazione di Tommaso Luongo, Presidente AIS Campania, hanno proposto un vero e proprio percorso sensoriale alla scoperta di un modo diverso di avvicinarsi al caffè, non solo nell’abbinamento al cibo, ma anche nelle tecniche di estrazione e servizio.

Una vera e propria scommessa vinta già sulla carta

“Non esiste il caffè napoletano, romano o milanese: il caffè è caffè”, ha esordito Guglielmo Campajola, “la qualificazione Espresso è solo una delle interpretazioni di questa bevanda. Dobbiamo imparare ad approcciarci al caffè con una curiosità ed un entusiasmo diversi a quella a cui siamo abituati”.

Protagonista il nuovo Specialty Coffee di Lavazza 1895: Sol de Yungas, caffè arabica monorigine proveniente da Yungas, in Bolivia, una foresta a 1600 metri sulle Ande, dove la coltivazione del prezioso chicco trova il suo habitat ideale.

Gli specialty coffee sono caffè di qualità eccellente sia per quanto concerne la scelta della materia prima sia nelle tecniche di lavorazione utilizzate lungo tutta la filiera, fino al consumatore finale. Il mercato a livello mondiale rappresenta solo il 5% della produzione di caffè, ma, ci spiega Stefania Zecchi, è una nicchia con un suo potenziale di crescita anche nel fine-dining, in un momento in cui l’attenzione ai danni causati da alcool e zucchero è a livelli di massima allerta.

La valorizzazione di un prodotto come Sol de Yungas avviene attraverso la scelta di  metodi di estrazione diversi da quelli a cui siamo tradizionalmente abituati. Si utilizza infatti la tecnica della percolazione, eseguita a freddo o a caldo, per ottenere una bevanda lunga, di corpo leggero, colore scarico e ricca in caffeina. D’altronde in origine il caffè – quello che secondo leggenda il pastore Kaldi scoprì in Etiopia nella notte dei tempi, osservando le sue capre eccitarsi dopo aver mangiato delle sgargianti bacche rosse – era verosimilmente consumato come una bevanda calda, che non in forma di espresso.

Gli abbinamenti con il caffè

Anche gli abbinamenti con il cibo non sono tra quelli canonici. Il caffè, ha spiegato Tommaso Luongo, non solo è privo di alcol ma presenta delle componenti aromatiche che gli permettono di essere abbinato per affinità a cibi che spesso non trovano un pairing ideale nel vino, come il carciofo, il radicchio o l’aceto. Anche il caffè, infatti, può essere descritto attraverso una ruota di oltre 1500 profili aromatici, che per immediatezza e comodità Lavazza ha ristretto a sei macro-famiglie: frutti dolci, agrumi, erbe e spezie, cioccolato, frutta secca, fiori.

La prima proposta di food – Tentazione mediterranea a base di melanzane con glassa al cioccolato – ha affiancato Sol de Yungas ottenuto in cold brew, da estrazione a freddo.

Questa tecnica prevede l’utilizzo di acqua fredda microfiltrata che, scorrendo goccia a goccia attraverso un rubinetto sul caffè macinato grossolanamente e posto all’interno di un filtro, permette di ottenere dopo circa sei ore, la bevanda.

Al naso e al palato si percepiscono immediatamente frutti di bosco; sentori agrumati invece arrivano in retrolfazione, dopo la deglutizione.  Il boccone di melanzana – disidratata, arrostita, cotta in acqua di pomodoro e glassata con cioccolato fondente 70% e un pizzico di peperoncino –  esalta la tostatura e a sua volta viene esaltato nella vena lievemente piccante.

Estrazione a caldo invece per le successive proposte dello chef D’Agostino. Per questa tecnica si utilizza il chemex, una caraffa in vetro con collo stretto rivestito da un anello in legno, brevettata negli anni ‘40 da un chimico tedesco e conservata anche al MoMA di NY. Il caffè macinato grossolanamente viene  posto in un filtro sulla bocca della caraffa e, con movimenti precisi, irrorato con acqua a 97°. L’estrazione dura circa tre minuti e serve ad aprire aromaticamente la bevanda. In questa seconda preparazione a spiccare sono gli aromi agrumati e le lievi nuance di ribes. Servito in calici da vino, è stato abbinato a due diversi finger food: il cuor di carciofo con neve di ricotta e il radicchio in sinfonia agrodolce.

In abbinamento al carciofo cotto a bassa temperatura, successivamente arrostito e glassato in un liquido ottenuto con le parti di scarto, si amplificavano le note amaricanti della bevanda e del piatto. Più equilibrato l’abbinamento con il radicchio, grazie alla glassatura in aceto, foglie di pepe rosa, dragoncello e arancio candito che hanno permesso nuovamente alla vena agrumata del caffè di emergere.

Il percorso è terminato con una nuova versione di Sol de Yungas, e un abbinamento indiscutibilmente più canonico. Per il cocktail Sol de Yungas, il caffè è stato messo in infusione per una notte. Eliminata la parte solida, il liquido ottenuto è stato miscelato con liquore al caffè, rum scuro invecchiato, sciroppo d’acero, gocce di bitter al cioccolato. L’abbinamento con una savarin con crema al caffè e zest di mandarino, scodellino al cioccolato con crema al caffè e amaretto, cioccolatino caffettiera ha incontrato i gusti dei palati più tradizionali.

“Una delle ironie del caffè”, ha scritto Mark Pendergrast, autore di Uncommon Grounds: the history of coffee, “è che fa pensare. Tende a creare luoghi egualitari, i bar dove le persone possano ritrovarsi, cosicché la rivoluzione francese e la rivoluzione americana furono organizzate nei caffè”.

Che l’approccio a un modo così diverso di bere il caffè proposto a La Caffettiera sia l’inizio di una rivoluzione proprio nella città che dell’espresso ha fatto il suo culto?

GRAN CAFFE’ LA CAFFETTERIA

Piazza dei Martiri, 26

80121 Napoli

Monserrato 1973: vini nati tra i monti del Sannio

Il Monte Serrato è una vasta e dolce collina, esposta a mezzogiorno, che sorge nel territorio del Comune di Benevento in località “La Francesca”. Chiunque percorra la strada che dal capoluogo sannita conduce ai luoghi natali di San Pio, a Pietrelcina, non può fare a meno di notarne l’ampiezza e la vocazione olivicola e viticola.

Deve essere stata la sua vista ad ispirare il compianto Francesco Zecchina, imprenditore edile mantovano, partigiano del C.L.N. virgiliano, trapiantato a Napoli sin dai primi anni ’50, che decide di acquistarne nel 1973 una consistente porzione. Il Cavaliere del lavoro Zecchina vi trova un’arida pietraia e un vecchio rudere abbandonato ma, con l’aiuto del giovanissimo e fidato Peppino Bibbò, dopo pochi mesi e molte tonnellate di pietrame rimosso, fonda l’azienda agricola Fattoria Monserrato.

In epoca la zona era massivamente dedita alla coltivazione del rinomato tabacco “riccio beneventano” di cui Fattoria Monserrato, per i primi decenni ne fu qualificata interprete. Poi a fine anni ‘90 la svolta, ispirata dalla antica passione di Francesco Zecchina per i vini di qualità, di affiancare ai 6 ettari di olivi anche l’allevamento della vite. Oggi Monserrato 1973 è una solida e variegata realtà di oltre 50 ettari, tutti condotti in regime biologico, amministrata da Lucio Murena, nipote di Francesco, subentrato nel 2018 alla gestione di sua mamma Paola Zecchina.

Alla varietà autoctona Ortice è riservata una parte dell’oliveto dalla quale si estrarre un olio extravergine di oliva da monocultivar, tutto giocato su marcatori olfattivi tipici e gusto piccante ed amaro, mentre il Satanasso è l’EVO blend della casa a base Pampagliosa, Itrana, Frantoiana e Racioppella. La vigna aziendale, invece, si estende per 14 ettari lasciando tutto il residuo spazio seminativo alle colture annuali cerealicole, leguminose e foraggere tutte prodotte in regime di rotazione annuale biologica.

Due i principali vitigni prescelti, rigorosamente appartenenti alla tradizione beneventana: la Falanghina per la bacca bianca e la Camaiola per quella rossa. A questi si aggiungono Merlot, Piedirosso e Fiano non potendo mancare, infine, l’Aglianico, portabandiera sannita tra le uve rosse. Prima vendemmia e vinificazione nel 2000 col nome Fattoria Monserrato; poi 2018 la svolta verso l’alta gamma sia per i protocolli di campo e in cantina sia per le scelte distributive e di target delle etichette prodotte, con il nuovo, attuale nome di Monserrato 1973.

Nuovi impianti in cantina con il prevalente uso di anfore di argilla a cui si affianca la piccola bottaia di pochissime barrique ed un solo tonneau (solo per l’Aglianico) per i protocolli di fermentazione, affinamento e maturazione dei vini, redatti e controllati dall’enologo consulente Fortunato Sebastiano.

Tre i vini assaggiati per 20Italie, i cui nomi in etichetta intrecciano l’antropologia fiabesca dei luoghi, ovvero la leggenda delle streghe di Benevento.

L’abbrivio iniziale spetta al “Levata” IGP Campania, evocativo della fuga – a gambe levate – delle streghe all’alba, dopo una intera notte di danze attorno al noce beneventano. Prodotto con sole uve Falanghina parte delle quali restano alcuni giorni in anfora a contatto con le bucce con successivo stazionamento sulle polveri fini per alcuni mesi. Circostanza, quest’ultima, ravvisata nel calice dalla trama di colore paglierino fitto ed intenso che vira nettamente al dorato. Apre al palato la sua prorompente tensione acida rincorsa dalle caratterizzanti note sapide. Gli aromi di retronaso confermano ed esaltano i profumi avvertiti di fiori ginestra e frutta croccante a pasta gialla, in primis melone cantalupo. Chiude in media lunghezza con affioranti note agrumate e lontani, soffusi sbuffi vanigliati.  

L’uvaggio della IGT Campania “Murate di Sopra” 2022, si avvale dell’apporto di uve Fiano con cui i grappoli di Falanghina condividono il blend alla pari. Un terzo delle masse fermenta e affina in barrique per sei mesi mentre il resto della selezione fermenta in acciaio con pari tempistica. La livrea di Murate di Sopra risente dello scambio osmotico con il legno presentandosi in una elegante aura dorata con l’orlo del calice a proiettare una leggerissima luce smeraldina. Ampio l’olfatto non si nega ai marcatori varietali di frutta esotica matura e fieno secco ma evolve verso gli erbaggi aromatici di aneto e timo. Ancora una volta sferzante e fresca la tensione del primo sorso mentre il centro bocca, succoso e fine allo stesso tempo, apre agli agrumi dolci di cedro e bergamotto. L’imprinting finale è terra di conquista del sapido corredo minerale che conferisce lungo ricordo al sorso.

Per chi non volesse credere alla particolare predilezione per l’uva Camaiola da parte della Maison beneventana osservi bene l’etichetta… “urlata” della IGP Campania Barbera 2022, che, una volta ancora, evoca le gesta delle fattucchiere sannite le cui grida propiziatorie procuravano fatture e malocchi ai malcapitati. In cantina il vino osserva un protocollo scarno e rispettoso della natura della materia prima: soli 5 giorni di contatto con le bucce durante la fermentazione in acciaio e poi il lungo riposo in anfora prima dell’imbottigliamento. Allo stesso modo del nero dei cappelli conici a falde delle streghe, così il calice si tinge di un impenetrabile e vivace materia pigmentale, dal fitto colore rubino. Frutta e ancora frutta è il regalo olfattivo che fuoriesce dal bevante: mirtilli, gelso nero, more, ribes nero e ramassin (la piccola susina piemontese) ultramaturo a farla da padrone, salvo concedere agli aromi di retronaso l’onore di presenza con percezioni di macchia mediterranea e distanti aliti balsamici.

Tannini ben gestiti, senza graffio e spalla acida invidiabile fanno da contraltare alla morbidezza – mai zuccherina – che rende il sorso denso e appagante per un vino la cui schiettezza favorisce un pairing con gastronomia semplice, tradizionale e di elevata genuinità: un esempio? La “scarpella” di Castelvenere.

Campania Stories 2025: il lungo giorno dei bianchi campani e i migliori assaggi

“Mangia, prega, ama” recitava il titolo di un noto film. Si potrebbe aggiungere che pensare in positivo alla fine aiuti a vivere meglio, per resistere ai colpi del destino. Esattamente come hanno fatto i viticoltori della Campania che hanno dovuto sopportare il peso di una convergenza storica davvero impegnativa. Eppure la resistenza imposta dal coraggio e dalla voglia di non affondare, qualche radice forte l’ha innestata.

Non tanto nelle piante, quanto piuttosto nell’animo degli uomini che le coltivano con passione, audaci testimoni delle tradizioni enologiche senza tempo, tramandate di generazione in generazione. Le giovani leve ed i nuovi attori in gioco riescono ad ascoltare meglio le esigenze del mercato e del cambiamento climatico. Ne emergono vini, in linea generale, dotati di eccellente beva, meno pomposi e articolati d’un tempo e soprattutto puliti, ovvero eleganti.

Si assottigliano le differenze tra territori e annate; ciò che veniva visto come un principio intoccabile – le suddivisioni tecniche tra varietà e denominazioni – è stato scardinato dall’esigenza di proporsi non soltanto in Campania, ma al mondo intero. Cominciando proprio in casa, dal boom dell’enoturismo che vive l’intero comparto, oggi come non mai posto sotto i riflettori mediatici.

Accoglienza e gestione di rischi e potenzialità fanno parte della genetica di un produttore moderno, che porge lo sguardo lontano senza accontentarsi degli spiccioli facili. Il percorso fatto sin qui prevede ancora qualche pendenza da battere con sacrificio e sudore, ma la strada intrapresa non contempla retromarce. In tale contesto l’annata 2024 convince un po’ ovunque per la sua espressione fruttata intensa e la lunghezza del sorso.

Giova particolarmente ai campioni di Greco di Tufo, qualitativamente imbattibili (tra le migliori versioni di sempre) e al Fiano di Avellino inaspettatamente pronto e godibile già nell’immediato. Seguono a ruota la Falanghina targata Sannio e il Vesuvio nelle diverse tipologie presenti. Difficile comunque trovare pecche tra gli oltre 150 campioni degustati rigorosamente alla cieca, segno di un progresso che lascia ben sperare per l’avvenire. Di seguito l’elenco dei selezionati che si aggiungono ai rossi valutati ieri durante Campania Stories 2025: si parte dai migliori assaggi dei rossi campani, evento organizzato da Regione Campania e curata dall’agenzia di comunicazione Miriade & Partners.

Migliori Spumanti da uve bianche (Asprinio, Caprettone, Greco, Falanghina, Pallagrello Bianco, Fiano)

Asprinio D’Aversa Doc Metodo Martinotti Brut 2024 “Trentapioli” – Salvatore Martusciello

V.S.Q. Metodo Classico Extra Brut “Mata Bianco” – Villa Matilde Avallone

Migliori Bianchi Monovarietali e Blend Misti

Campi Flegrei Doc Bianco 2021 “Tenuta Jossa” – Astroni

Migliori bianchi a base Coda di Volpe

Sannio Doc Coda di Volpe 2024 – Fattoria La Rivolta

Irpinia Doc Coda di Volpe 2024 – Antica Hirpinia

Migliori bianchi del Vesuvio

Catalanesca del Monte Somma IGT 2024 “Katà” – Cantine Olivella

Pompeiano IGT Bianco 2024 “Pompeii Bianco” – Bosco De’ Medici

Lacryma Christi del Vesuvio Doc 2024 “Munazei Bianco” – Casa Setaro

Vesuvio Doc Caprettone 2022 “Eusebia” – Masseria dello Sbirro

Migliori bianchi dell’Isola d’Ischia

Ischia Bianco Doc Biancolella 2024 “Vigna del Lume” – Cantine Antonio Mazzella

Migliori Bianchi della Costiera Amalfitana

Costa D’Amalfi Doc Ravello Bianco 2024 “Selva delle Monache” – Ettore Sammarco

Costa D’Amalfi Doc Furore Bianco “Fiorduva” 2023 – Marisa Cuomo

Migliori bianchi a base Pallagrello Bianco

Terre del Volturno IGT Pallagrello Bianco 2024 “La Luna e il ventaglio” – Teresa Mincione

Terre del Volturno IGT Pallagrello Bianco 2023 “Morrone” – Alois

Migliori bianchi a base Falanghina

Falerno del Massico Doc Bianco 2022 “Crono” – La Masseria di Sessa

Roccamonfina IGT 2021 “Acquamara” – Porto di Mola

Migliori Irpinia Doc

Irpinia Doc Falanghina 2024 – Antica Hirpinia

Migliori bianchi a base Falanghina

Falanghina del Sannio Doc Taburno 2024 “Fluusa” – Nifo Sarrapochiello

Falanghina del Sannio Doc Vendemmia Tardiva 2024 “Alenta” – Nifo Sarrapochiello

Falanghina del Sannio Doc Taburno 2024 “Enzo Rillo” – La Fortezza

Falanghina del Sannio Doc 2024 “Anima Lavica – La Guardiense

Falanghina del Sannio Doc Guardia Sanframondi 2024 “Vignasuprema” – Aia dei Colombi

Falanghina IGT Beneventano 2020 “Cara Cara” – Terre Stregate

Campi Flegrei Doc Falanghina 2024 “Colle Imperatrice” – Astroni

Campi Flegrei Doc Falanghina 2023 “Terrazze sui Campi” – Tenute Loffredo

Campi Flegrei Doc Falanghina 2023 “Coste di Cuma” – Salvatore Martusciello

Campi Flegrei Doc Falanghina 2022 “Collina Viticella” – Cantine Carputo

Migliori bianchi a base Fiano

Cilento Doc Fiano 2024 “Saracé” – Cantina Polito

Cilento Doc Fiano 2023 “Kratos” – Luigi Maffini

Migliori Fiano di Avellino Docg

Fiano di Avellino Docg 2024 – Di Meo

Fiano di Avellino Docg 2024 “Sequenzha” – Benito Ferrara

Fiano di Avellino Docg 2024 – Colli di Lapio

Fiano di Avellino Docg Riserva 2023 “Pietracalda” – Tenute Capaldo – Feudi di San Gregorio

Fiano di Avellino Docg 2023 – Rocca del Principe

Fiano di Avellino Docg 2023 – Tenuta del Meriggio

Fiano di Avellino Docg 2022 “Ciro 906” – Ciro Picariello

Fiano di Avellino Docg 2019 “Colle delle Ginestre” – Tenuta del Meriggio

Migliori Greco di Tufo Docg

Greco di Tufo Docg 2024 – Vesevo

Greco di Tufo Docg 2024 – Di Meo

Greco di Tufo Docg “Serume” 2024 – I Capitani

Greco di tufo Docg 2024 “Le Arcaie” – Passo delle Tortore

Greco di Tufo Docg 2024 “I Classici” – Torricino

Greco di Tufo Docg 2024 “Vigna Cicogna” – Benito Ferrara

Greco di Tufo Docg Riserva 2023 “Vigna Ortale” – Cantine di Marzo

Greco di Tufo Docg Riserva 2023 “Vigna Laure” – Cantine di Marzo

Greco di Tufo Docg 2022 “Pietrarosa” – Cantine di Prisco

Regina Ribelle Wine Fest: passeggiare tra le dolci colline della Vernaccia di San Gimignano

Nel cuore della Toscana, dove le colline si inseguono come onde verdi e le torri di pietra svettano verso il cielo, San Gimignano si conferma scrigno di storia e di vino. Regina Ribelle, l’evento che celebra la Vernaccia di San Gimignano, è andato in scena con un’edizione che ha brillato per organizzazione, contenuti e suggestione.

Dal momento in cui Irina Strozzi ha assunto la presidenza del Consorzio, si è respirato subito un’aria nuova: visione strategica, pragmatismo e attenzione alla comunicazione, merito anche del lavoro puntuale dell’agenzia stampa Affinamenti. Nonostante il vento fresco che ha messo a rischio la cena di gala, tutto si è svolto alla perfezione, superando le aspettative.

Unico appunto: nella concitazione degli appuntamenti è mancato un momento di vero confronto collettivo sul futuro della denominazione, per comprendere le direzioni della Vernaccia di San Gimignano oggi, tra tradizione e innovazione. L’inaugurazione, fissata alle 9:00, ha visto una partecipazione ridotta, mentre la degustazione tecnica di 80 campioni tra annate 2024 e Riserva, ha dato voce alle molte anime di questo vino storico, come indicato nell’articolo sui nostri migliori assaggi della versione annata 2024 e Riserva 2023.

Degustazione alla cieca: la Vernaccia di San Gimignano si racconta nei calici

Nelle bellissime sale del Museo di Arte Moderna e Contemporanea R de Grada, ogni calice diventa racconto: vini giovani, freschi e fragranti accanto a riserve più profonde e strutturate. L’eccellenza non è mancata: molti i campioni che si sono distinti con punteggi tra 92 e 95, per eleganza, equilibrio e longevità. Un vino in particolare ha toccato la vetta con 95 punti, grazie a una struttura solida e armoniosa.

Arte e territorio: Galleria Continua e Vernaccia & Pizza

Dopo la degustazione, spazio all’arte con la mostra presso Galleria Continua, dove opere di Shilpa Gupta, Arcangelo Sassolino e José Antonio Suárez Londoño hanno ampliato l’orizzonte sensoriale dell’esperienza. A seguire, cena all’“Lunaria Tuscany” con un inedito abbinamento Vernaccia e pizza d’autore, firmata da tre grandi nomi: Massimo Giovannini (Apogeo), Giovanni Santarpia (Pizzeria Santarpia Firenze) e Tommaso Vatti (La Pergola).

Tour nelle cantine: tre identità, un unico territorio

Il giorno successivo è stato dedicato alla scoperta di tre cantine del Consorzio, ognuna con una visione diversa ma complementare.

Palagetto – Il vino come espressione sostenibile del territorio

Fondata nel 1978, con la sua prima vendemmia nel 1993, Palagetto è oggi una delle realtà biologiche più solide e dinamiche di San Gimignano. Con una produzione annua di circa 600.000 bottiglie, l’azienda ha scelto di intraprendere un percorso di sostenibilità certificata (VSQNP), ponendo al centro il rispetto del territorio e la valorizzazione delle sue varietà autoctone.

Protagonista della degustazione è Arianna, interprete sensibile dell’identità vinicola aziendale. Il viaggio parte dalla freschezza delle Vernaccia di San Gimignano di annata, dove la 2024 si distingue per fragranza e immediatezza: un naso delicato di pera e mela verde, accompagnato da una beva equilibrata e un tipico finale ammandorlato. Interessante la scelta del doppio tappo (vite e sughero), pensata per incontrare gusti diversi, dal mercato americano a quello più tradizionale.

Tra le selezioni, spicca la Vernaccia di San Gimignano Arianna 2023, che unisce equilibrio e precisione aromatica. La Riserva 2022 si presenta invece come un vino ampio e gastronomico, capace di coniugare morbidezza e freschezza, con una struttura adatta a piatti più complessi.

La linea “Uno di Quattro” racconta il lato più moderno della cantina: il Merlot 2021 è morbido e speziato, il Syrah fresco e dinamico, il Sangiovese lineare e territoriale, mentre il Cabernet Franc è ancora in evoluzione, con un legno da domare.

Chiude la degustazione il Sottobosco 2019, un blend maturo che richiama lo stile bordolese con toni vegetali, frutta nera e spezie, e il prezioso Vinsanto del Chianti 2010, vera memoria liquida della Toscana. Con i suoi aromi di frutta candita, erbe officinali e una freschezza ancora viva, è un vino che emoziona e invita alla riflessione.

Fattoria Cusona – Tra storia, identità e visione

A San Gimignano, tra le colline dorate della Toscana, la Fattoria Cusona è molto più di un’azienda vinicola: è un salto nel passato, dentro una storia millenaria custodita dalla famiglia Guicciardini Strozzi. Fondata nel 994, la tenuta oggi si estende per 520 ettari, di cui un centinaio dedicati alla vite, ed è guidata da Irina Strozzi, attuale presidente del Consorzio Tutela della Vernaccia di San Gimignano, affiancata dalla sorella Natalia.

La visita è un percorso affascinante tra le sale storiche e le antiche grotte della tenuta, dove cimeli rari raccontano secoli di storia italiana ed europea. È qui che la Vernaccia trova la sua culla originaria e diventa, vino dopo vino, un simbolo identitario del territorio.

L’esperienza culmina in un pranzo elegante, pensato per esaltare la gamma di vini aziendali, con un tocco di rarità che lascia il segno. La pappa al pomodoro apre il pasto, accompagnata dalla Vernaccia di San Gimignano Titolato Strozzi 2024, seguita da gnocchi di spinaci burro e salvia in abbinamento a tre etichette straordinarie: la Riserva 2020, la Riserva 2019 e una sorprendente Vernaccia di San Gimignano 1986. Quest’ultima, vera protagonista della giornata, brilla ancora per freschezza, con note di confettura di pesca, albicocca e agrumi canditi. In bocca, colpisce per la sua longevità elegante e composta, aprendo la domanda: anche i vini di oggi sapranno sfidare il tempo così?

Chiusura di pasto con Vinsanto di San Gimignano 2015; altra sorpresa è il Vin Santo di San Gimignano DOC 1968: una esplosione di freschezza, frutta matura e candita e aromaticità che dona tanta eleganza e piacevolezza di beva a dispetto degli anni trascorsi in bottiglia.

Il peposo al Chianti, piatto forte della tradizione, chiude l’esperienza abbinato a due rossi di carattere: Sodole IGT Toscana 2020 e Millanni IGT Toscana 2017, a testimoniare l’anima più moderna della tenuta.

Presente anche Ivaldo Volpini, storico enologo della cantina da oltre cinquant’anni, che con la sua esperienza ha contribuito a costruire un ponte tra il passato e il futuro del vino toscano.

Abbazia di Monteoliveto – Dove il vino incontra la spiritualità

A pochi passi dal centro storico di San Gimignano, immersa nella quiete della campagna toscana, sorge l’Abbazia di Monte Oliveto Minore, uno scrigno di storia e spiritualità. Fondata nel 1340 dai monaci olivetani e ampliata nel 1458, l’abbazia ha attraversato i secoli mantenendo intatta la sua importanza culturale e architettonica.

Oggi questa realtà sacra rivive una nuova stagione come cuore pulsante della Fattoria Abbazia Monte Oliveto, azienda agricola di 35 ettari — 20 dei quali coltivati a Vernaccia di San Gimignano. Acquisita dalla famiglia Zonin, la tenuta unisce agricoltura, accoglienza e produzione vinicola, offrendo anche ospitalità in eleganti appartamenti immersi nel verde.

Due le etichette prodotte: la Vernaccia di San Gimignano DOCG, fragrante e fresca, dal profilo immediato e beverino, e la selezione Gentilesca, un vino più strutturato e complesso, pensato per palati più esperti e curiosi.

Il Gran finale in Piazza Duomo

La cena di gala si è svolta nella cornice mozzafiato di Piazza Duomo, firmata dallo chef Gaetano Trovato di Arnolfo Ristorante due stelle Michelin. Il menù, raffinato e territoriale, ha proposto:

  • Riso Riserva San Massimo, zafferano, ossobuco e zucchina in fiore
  • Cinta Senese con asparagi e cipollotto primaverile
  • Fragola, caramello e vaniglia
  • Piccola pasticceria e la celebre Crema di Santa Fina del gelatiere Sergio Dondoli

Protagonisti della serata ovviamente la Vernaccia di San Gimignano serviti dai Sommelier FISAR, le note jazz dell’Accademia Siena Jazz e la presentazione della scultura di Andrea Roggi, simbolo di Regina Ribelle Wine Fest, alla presenza delle autorità locali. San Gimignano continua a dimostrare che la Vernaccia è viva, plurale e in piena evoluzione. Manca ancora un po’ di coraggio nel raccontare questa evoluzione con maggiore coesione, ma il fermento è tangibile.

E questo è già tanto.

Campania Stories 2025: si parte dai migliori assaggi dei rossi campani

Il Vesuvio ospita l’edizione del 2025 di Campania Stories, evento organizzato da Miriade & Partners con il sostegno di Regione Campania, in collaborazione con AIS Campania e con la partecipazione di oltre 90 cantine provenienti da tutta la regione.

Tra i numerosi partner che rendono possibile Campania Stories, ci sono: Consorzio Tutela Vini Vesuvio, Assoenologi Campania, Palazzo Mediceo (Ottaviano), Villa Signorini (Ercolano), Hotel Sakura (Torre del Greco), Viaggi Di Maio, Distretto della Castagna e del Marrone della Campania, Lunadimiele.it, Che Pasticcio e Azzurra Comunicazione. Media partner dell’evento è Luciano Pignataro Wine Blog.

Ed è proprio nella splendida location di Villa Signorini ad Ercolano che ha inizio la canonica due giorni di assaggi, partendo stavolta dai vini rossi anziché dai bianchi, selezionati tra le numerose denominazioni IGT – DOC e DOCG. In passato era più evidente l’anima bianchista della Campania, mentre perplessità provenivano da alcune zone e stili profondamente differenti. Il livello medio dei campioni post pandemia ha visto un livellarsi al rialzo della qualità, pur mantenendo alcune espressioni anacronistiche, super estrattive e ricche di materia glicerica.

Ciò che cattura l’attenzione, invece, sono i passi in avanti verso i vertici della categoria compiuti dai più, anche grazie ad accurate consulenze enologiche e migliori studi sia in vigna che in cantina. Alla fine il vino, per quanto possa sembrare naturale e radicato al terreno e al territorio, è pur sempre un prodotto che necessita delle giuste cure. Va sfatato il tabù che “moderno” non significhi emozione.

Abbiamo optato per non degustare i pochi esemplari in rosa o da areali che non offrissero la consona quantità per poter ricavare un giudizio complessivo del percorso svolto dai vitivinicoltori. Il risultato di 92 assaggi residui evidenzia un balzo in avanti illuminante per l’Aglianico del Taburno, specie se targato 2019 e del Taurasi vintage 2020, che dimostrano prontezza di riflessi e tanto succo quasi commovente.

Bene dunque ciò che proviene dall’Aglianico, il vero motore campano; meno soddisfazioni dal Piedirosso e da altre varietà autoctone, pur con qualche spiraglio di luce e sussulto rispetto al passato. Di seguito i migliori rappresentanti in ordine alfabetico, selezionati alla cieca senza conoscenza del produttore di riferimento. Servirebbe uno sforzo ulteriore da parte di tutti gli attori in gioco, per rimpinguare il numero esiguo delle presenze, agevolando il nostro lavoro di cronisti.

Un plauso, infine, va ai sommelier di AIS Campania per la rapidità e la professionalità nel servizio, nonostante la mancanza di cestelli per bottiglie e di salvagocce, che avrebbero aiutato di gran lunga il compito.

Migliori rossi a base Piedirosso

Vesuvio Doc Piedirosso 2023 “Pietranera” – De Falco Vini

Ischia Doc Per’ e Palummo 2021 “Mille Anni” – Casa D’Ambra

Campania IGT Piedirosso 2024 “Sabbia Vulcanica” – Agnanum

Campi Flegrei Piedirosso 2021 – Contrada Salandra

Migliori rossi Vesuvio

Lacryma Christi del Vesuvio DOC Rosso Superiore 2023 – Cantina del Vesuvio Winery Russo Family since 1930

Lacryma Christi del Vesuvio DOC 2024 “Munazei Rosso” – Casa Setaro

Migliori rossi a base Casavecchia

Terre del Volturno IGT Casavecchia 2024 – Vigne Chigi

Migliori rossi a base Pallagrello Nero

Terre del Volturno IGT Pallagrello Nero 2021 “Murella” – Alois

Migliori rossi Alto Casertano

Falerno del Massico Doc Rosso 2019 “Quaestio” – La Masseria di Sessa

Migliori rossi Colli Salernitani e Cilento

Campania IGT Aglianico 2022 “Core Rosso” – Montevetrano

Cilento Doc Aglianico 2022 “Cenito” – Luigi Maffini

Migliori rossi a base Aglianico

Aglianico del Taburno Docg 2019 “Enzo Rillo” – La Fortezza

Aglianico del Taburno Docg 2019 “Pontius” – Nifo Sarrapochiello

Aglianico del Taburno Docg Riserva 2018 “Terra di Rivolta” – Fattoria La Rivolta

Migliori Doc Irpinia Campi Taurasini – Irpinia Doc Aglianico – IGT Campania Aglianico

Irpinia Doc Aglianico 2021 “Audeno” – Masseria Della Porta

Irpinia Doc Campi Taurasini 2020 “Ion” – Stefania Barbot

Irpinia Doc Campi Taurasini 2020 “Case Arse” – Giancarlo Vesce

Migliori Taurasi Docg e Taurasi Riserva Docg

Taurasi Docg 2021 – Tenute Capaldo – Feudi di San Gregorio

Taurasi Docg 2020 – Tenuta Scuotto

Taurasi Docg 2020 “Bosco Faiano” – I Capitani

Taurasi Docg Riserva 2019 “Evocatus” – Macchie Santa Maria

Taurasi Docg 2018 “Vigne d’Alto” – Contrade di Taurasi Cantine Lonardo

Taurasi Docg 2017 “Opera Mia” – Tenuta Cavalier Pepe

Taurasi Docg 2012 – Perillo

Regina Ribelle Vernaccia di San Gimignano Wine Fest: i nostri migliori assaggi dell’annata 2024 e delle Riserva 2023

Ogni anno a San Gimignano si celebra il suo vino di punta: la Vernaccia, croce e delizia di un areale che da tempo prova a tirare fuori la testa dalla sabbia. Un bianco reso più intrigante proprio dai ricordi marini pliocenici, oltre ad altri tipi di suolo e differenti stili.

Per il Consorzio del Vino Vernaccia di San Gimignano, l’annata 2024 è stata complessa da un punto di vista climatico, anche se questa complessità non può più essere considerata eccezionale o episodica. All’inverno senza picchi di basse temperature è seguita una primavera fresca con piogge nella media che hanno rallentato il germogliamento della vite che sarebbe risultato anticipato per le miti temperature dei mesi invernali. Le piogge si sono alternate a periodi asciutti fino a tutto giugno.

Da luglio è subentrato l’anticiclone africano che ha fatto innalzare le temperature. Il gran caldo è durato fino al 20 di agosto, con l’arrivo di un forte temporale. Da allora il meteo non si è più stabilizzato, portando episodi di pioggia per tutto il mese di settembre; fattore che ha rallentato i tempi della vendemmia. L’annata è stata mediamente produttiva, dopo il calo di circa il 30% della 2023.

Note stagionali che non modificano l’attuale asset territoriale, spesso sacrificato dalla proposizione di prodotti con i quali manca un collegamento precipuo. Cosa sia in effetti un calice di Vernaccia di San Gimignano resta ancora un dilemma senza apparente risoluzione. Definirlo, in modo banale, “un rosso vestito da bianco” rischia invece di comprometterne per sempre la vera identità, creando falsi miti e speranze eccessive.

I canoni della Vernaccia di San Gimignano devono essere blindati al concetto di contemporaneità e carattere, due facce inseparabili della stessa medaglia. Contemporaneità perché il pubblico consumatore preferisce la semplificazione: di verbo, di gusto, di effetto. Meno giri di parole, meno alleggerimenti e meno appesantimenti. Il giusto equilibrio tra componenti mielose, balsamiche e speziate, di cui la Vernaccia di San Gimignano è ricca, con la frutta polposa, tra essiccata e tropicale, meglio comprensibile ai più. E un ulteriore allungamento dei tempi di immissione sul mercato, come si fa per altre tipologie, pur rispettando le esigenze economiche di ogni singolo produttore.

La 2024 racchiude in sé la paura di sbagliare, cercando di giocare in zona comoda, Una zona che rischia però di diventare quella Cesarini del calcio. Infatti, le mille problematiche del mondo del vino non consentono tempi biblici per comprendere appieno la situazione; l’augurio è che la rivoluzione a San Gimignano venga compiuta non festina lente come dicevano gli antichi romani, ma con passo spedito e sicuro pena lo spreco delle risorse impiegate e la sconfitta nei confronti dei mercati che contano. Quelli che poi sono davvero redditizi.

Poche le punte di assoluta bellezza, ancora in evoluzione. Un qualcosa (ed è davvero la novità di quest’anno), che mancava nelle edizioni precedenti. Non soltanto il livello medio si è elevato ovunque, ma oggi è possibile menzionare alcuni campioni che raggiungono e persino superano i 95 centesimi, dimostrando buona prontezza di riflessi con ovvi margini di prospettiva.

Non di pari emozione le versioni Riserva 2023, figlie di una vintage aspra che ha impegnato, non poco, i vitivinicoltori nel lavoro in campo ed in cantina. Vale la pena spezzare per loro una lancia, avendoci comunque ben impressionato per le medesime versioni d’annata, nell’articolo della scorsa edizione di Anteprima Vernaccia di San Gimignano Wine Fest “Regina Ribelle”.

La degustazione è stata effettuata rigorosamente alla cieca, selezionando i migliori punteggi elencati in ordine alfabetico e non di preferenza. Ecco i migliori assaggi su 44 campioni della 2024 e 10 campioni testati della Riserva 2023.

Vernaccia di San Gimignano Docg 2024

Cantine Vivito – “Badia”

Casa alle Vacche

Collina dei Venti – “Giadra”

Fattoria La Torre

Fattoria Poggio Alloro – “Il Nicchiaio”

Fornacelle

La Lastra

Melini – “Conti Serristori”

Poderi Arcangelo – “Primo Angelo”

Vagnoni

Vernaccia di San Gimignano Riserva 2023

Collemucioli

La Lastra

Macinatico – “Macinatico 1332”

Signano – “La Ginestra”

Salerno: Michele Orsini è il Miglior Sommelier Junior 2025 per AIS Campania

L’Istituto Professionale di Stato per i Servizi dell’Enogastronomia e dell’Ospitalità Alberghiera – in sigla IPSEOA – R. Virtuoso di Salerno (SA) è stata la sede prescelta per l’edizione 2025 del Miglior Sommelier Junior di AIS Campania.

A spuntarla sui tre finalisti è Michele Orsini, proprio di Salerno con una prova che ha lasciato poco spazio a dubbi. Michele si è distinto in una selezione scritta in mattinata, con un compito che prevedeva risposte vero-falso e a scelta multipla oltreché la degustazione di due campioni di vino alla cieca, ovvero senza conoscerne l’etichetta di riferimento.

Tra i 45 partecipanti iscritti, provenienti da ben 15 Istituti Alberghieri della Campania, un vero record, solo 3 hanno avuto accesso alla fase finale con esibizione pubblica sul palco, tra stappatura di un Metodo Classico, degustazione emozionale e domande tratte da slide di riferimento proiettate sul maxi schermo.

Michele Orsini dell’IPSEOA R. Virtuoso di Salerno ha dunque prevalso su Antonio Chiariello dell’IIS Minzoni di Giugliano in Campania e su Ada La Sala dell’IPSEOA Duca di Buonvicino di Napoli, giunti rispettivamente al secondo e terzo posto. Al Campione un premio consistente nel corso completo (ben 3 livelli) per diventare ufficialmente un Sommelier AIS e uno stage di perfezionamento presso la Scuola Internazionale di Cucina Alma. Riconoscimenti anche per gli altri due candidati finalisti.

La Giuria esaminatrice era composta dal presidente Antonio Riontino responsabile Area Concorsi AIS Puglia, da Tommaso Luongo, presidente di AIS Campania, Franco De Luca, responsabile didattica AIS Campania, Vincenzo Di Donna, responsabile Gruppo Servizi AIS Campania, Stella Marotta, miglior sommelier AIS Campania 2023, Mino Perrotta, responsabile Gruppo Servizi Delegazione AIS Salerno.

Il Dirigente Scolastico Ornella Pellegrino dell’IPSEOA R. Virtuoso di Salerno ha commentato a caldo con estrema soddisfazione: <<un concorso interessante e sentito: i ragazzi hanno partecipato con grande entusiasmo e professionalità e sono state offerte opportunità per accrescere le proprie competenze nella nobile arte della sommelerie oltre a dare prestigio all’evento e al Virtuoso che ha ospitato il concorso. Appassionare i ragazzi è stato il leitmotiv di tutta la gara grazie ai professionisti impegnati che hanno accompagnato gli studenti con dedizione dando loro dritte per  riuscire con successo. Per l’Ipseoa Virtuoso è stato un doppio successo: il privilegio di accogliere un concorso così prestigioso e la vittoria di Michele Orsini alunno della V sala che ha gareggiato con passione e doti tecniche frutto di studio metodico. Un ringraziamento speciale ai professori Napoli e Di Donna per il continuo supporto nell’attività organizzativa>>.

Anche il Presidente di AIS Tommaso Luongo rimarca con gioia: <<la splendida giornata di oggi ha radici molto lontane. Da mesi l’intero Consiglio Direttivo, che ho la fortuna di presiedere, ha dato prova di unità e spirito di gruppo; ma un plauso enorme va agli sforzi di Vincenzo, per noi tutti “Enzo”, Di Donna per aver impegnato ogni risorsa a convincere 15 Istituti Alberghieri ad esser qui presenti con i propri ragazzi. Un record assoluto che speriamo presto di poter eguagliare e superare nella prossima edizione e che farà da volano ad una futura selezione nazionale, per decretare il Miglior Sommelier Junior AIS Italia scelto tra tutti i vincitori regionali>>.