La Grecia che non ti aspetti, nella patria di Ippocrate a scoprire i vini di Kos

Amo la Grecia da sempre, cresciuta a pane e mitologia, affascinata dalle menti di Platone, Socrate, Eraclito, ammiratrice di Pericle, Leonida e Alessandro il Grande e delle donne della Naoussa, che piuttosto che ritornare schiave dei Turchi, si gettarono con i loro figli in braccio nel fiume Arapitsa nel 1822.

Amo la Grecia per i suoi paesaggi, per il blu del mare, per il vento che non ti abbandona mai e quando posso, trovo sempre un motivo per salire su un aereo e ritornare. Agli inizi di Settembre sono stata per la prima volta a Kos, patria di Ippocrate, padre della medicina: un’isola davvero stupenda, con una antica tradizione vinicola.

 Ho avuto il piacere di visitare tre cantine, che mi hanno accolto con grande calore e interesse, e che restituiscono un’immagine diversa dell’isola, unica non solo per le spiagge: Hatziemmanouil, Akrani e Skevofilax.

Hatziemmanouil è una realtà storica che affonda le radici a fine Ottocento, con i vigneti di famiglia ad Asfendiou, sul versante nord-orientale. La Malagousia-Assyrtiko 2024 si presenta con un naso ricco di frutta matura e grafite, mentre la Kidonitsa 2024 lavora sulla freschezza e su un finale sapido.

L’Assyrtiko 2024, passato per sei mesi in rovere, aggiunge note fumé e di vaniglia al profilo agrumato, dimostrando struttura e longevità. Interessante anche il vino dolce Third Generation, da uve appassite, che intreccia fichi, miele e zafferano in un sorso ampio e vellutato.

A poca distanza, Ktima Akrani nasce dall’intuizione della famiglia Triantafyllopoulos, che ha ripreso a piantare vigne a Miniera negli anni Novanta. Il rebranding del 2020 ha portato un nome nuovo ma la filosofia è rimasta quella dell’accoglienza e della cura per le varietà locali.

L’Akrani White 2024, da Athiri e Assyrtiko, mostra un profilo floreale e agrumato con chiusura salina; la Malagousia 2024 affina in parte in legno e unisce aromi di litchi e pera a una persistenza elegante; il Rosé 2024, da Sauvignon Blanc e Cabernet, ha un colore luminoso e profumi di fragolina e ciliegia. Più profondo il Grenache 2022, affinato in barrique, con toni di prugna, vaniglia e spezie.

Skevofilax è la cantina più giovane tra le tre, guidata da Sakelaris Skevofilax. La Malagousia 2024 è fresca e aromatica, con albicocca e pesca in primo piano. L’Assyrtiko Tethalassomenos 2024 viene vinificato in legno, cemento e anfora: dorato nel colore, offre aromi di agrumi, miele e lentisco, con una chiusura lunga e salina. La retsina Pine Ritinitis è ottenuta in anfora con resina della Penisola Calcidica e sorprende per finezza e coerenza aromatica.

Tra i rossi, il Mavrothiriko 2023 porta in bottiglia un vitigno recuperato dalla vicina Nysiros: fruttato, con acidità vibrante e un legno ben dosato. Il Karidies Red 2020, Syrah affinato in rovere, gioca invece su prugna, pepe e tabacco. Chiude la gamma Kores, un vino dolce da Assyrtiko e Syrah, complesso e avvolgente, con note di frutta secca e spezie.

I vini prodotti sull’isola sono commercializzati per il consumo locale e talvolta arrivano ad Atene o a Rodi; alcune di queste realtà vitivinicole cominciano a guardare con curiosità anche ai mercati esteri, soprattutto al  Nord Europa, prevedendo un aumento sostenibile della produzione.

I vini che ho assaggiato si sposano sicuramente bene alla cucina greca- una fresca Kidonitsa con il saganaki , il formaggio fritto (il più buono in assoluto quello della taverna Avli a Zia), la malagousia con il pesce al formo e con i calamari alla griglia, i rossi con l’agnello con patate.

Insomma, la nostalgia sta crescendo e forse è quasi giunto il tempo di ripartire…

Montefioralle Divino 2025

Nel piccolo e grazioso Borgo di Montefioralle si è svolto l’evento Montefioralle Divino, giunto alla sua 11esima edizione. Il festival è stato organizzato e promosso dall’Associazione Viticoltori di Montefioralle, nei giorni dal 26 al 28 settembre 2025.

Per l’occasione sono stati allestiti stand in Piazza Santo Stefano con in degustazione etichette di Chianti Classico nelle tipologie, annata, riserva e gran selezione, ma anche alcuni Igt, sia rossi che rosati e bianchi con qualche perla finale di Vin Santo. Cosa molto importante ormai in tali contesti la possibilità di acquistare i vini direttamente dai produttori.

Il territorio

Montefioralle si trova nel comune di Greve in Chianti (Fi) e si erge su di un colle a poca distanza, immerso nel meraviglioso scenario chiantigiano ove il tempo sembra che abbia subito una pausa nel lento scorrere. Montefioralle ha la sua propria UGA (Unità Geografiche Aggiuntive) che al momento è legata alla tipologia Gran Selezione, la seconda più piccola di tutto il comprensorio del Chianti Classico. I vigneti si attestano ad altimetrie mediamente più alte rispetto ad altre UGA e sovente sono terrazzati. Notevole è la presenza dell’olivo.

A livello sensoriale il Chianti Classico è di un colore rosso rubino intenso e trasparente che vira al granato con la maturazione, al naso sviluppa sentori di viola mammola, ciliegia, prugna, amarena e frutti di bosco, per i più evoluti anche note di spezie dolci, vaniglia e nuances balsamiche, al gusto è avvolgente con tannini nobili e dotato di una buona piacevolezza di beva e una lunga persistenza aromatica.

Un vino identitario per ogni produttore

I’ Burasca Toscana Igt 2022 Altiero
Chianti Classico Gran Selezione Sassello 2018 Castello di Verrazzano
Vin Santo del Chianti Classico 2020 Montefioralle
Chianti Classico Gran Selezione La Fornace 2021 Villa Calcinaia
Chianti Classico Gran Selezione Sillano 2021 Terreno
Chianti Classico Riserva 2021 Podere San Cresci
Chianti Classico Riserva 2021 Podere Campriano
Chianti Classico 2022 Le Palaie
Chianti Classico Gran Selezione 2018 Terre di Melazzano
Chianti Classico 2023 Podere Somigli

Roma celebra i vincitori italiani del Concours Mondial de Bruxelles 2025

Palazzo Valentini ha ospitato il 6 ottobre la rassegna dei produttori italiani i cui vini hanno ricevuto il prestigioso premio, la medaglia d’oro del Concours Mondiale de Bruxelles, che da oltre trent’anni distingue professionalmente l’arte della degustazione dei vini di tutto il mondo.

Nel chiostro, incantevole per architettura, i banchi d’assaggio hanno offerto vini provenienti da areali noti o meno conosciuti: dalle Langhe del Barbaresco, qui espresso dall’eccellente Collina Serragrilli, a Montalcino con Radicato e il suo eccellente “Brunello 2019”, ma guardando alle colline dell’Akragas di Filippo Cuffaro e il suo “Filippo II”, al suo prossimo geografico in Paceco con Baglio Ingardia e il suo “Sisilì”, alla Puglia di tradizione borbonica col “Nero di Troia” di Domus Hortae, fino ai Colli di Salerno con Guerritore e l’aglianico del “Fusara”. 

Si guarda anche agli areali del Lazio, partendo da Frascati e dai Colli Romani ben rappresentati da produttori esigenti con Colle De’ Conti, fino a Le Ferriere di Latina con la celeberrima Casale del Giglio.

Ospitalità della venue di Palazzo Valentini, sede della Città Metropolitana di Roma, la cui azione di recupero qualitativo dei vitigni laziali storici vede già un forte impegno istituzionale da quest’anno — notevole la presenza degli uomini delle istituzioni romane all’evento — e per il prossimo quinquennio mediante diversi programmi di sviluppo locale.

Forse il più emblematico di questi è “Roma Mater Vinorum”, patrocinato e sviluppato da “Iter Vitis” iniziativa del Consiglio d’Europa, che valorizza con il “Vigneto di San Sisto” (1400 metri quadrati” entro le mura romane i sette vitigni proto-storici della Roma Antica (su tutti, Cesanese e Nerobuono).

L’obiettivo dell’evento è dichiaratamente più ampio della celebrazione dei vini selezionati per una Medaglia CMB: gli organizzatori hanno inteso rappresentare un mosaico di territori, vitigni e identità produttive che costituiscono un patrimonio unico di biodiversità ed esprimono il livello altissimo di tutta l’enologia italiana, da nord a sud del Paese.

Con il 4% dei premiati, sono 582 le etichette italiane medagliate: 40 referenze hanno ottenuto la Medaglia Gran Oro, 218 l’Oro, 340  l’Argento, di cui rispettivamente 44 e 91 solo in Toscana. Bene la Sicilia con nuovi areali interessati alla selezione, insieme con il Friuli Venezia Giulia che, tra Collio e Sauvignon, a detta dei selettori ha raggiunto non solo questa premiazione ma la notorietà nel mondo come vera sorpresa del decennio.

I selezionatori del concorso belga sono circa 250 e vengono scelti per rigorosa reputazione internazionale, per la loro riconosciuta e incontestata capacità di degustazione alla cieca e decantazione dettagliata delle qualità e delle caratteristiche eroiche dei vini iscritti al Concours, guidato da Baudouin Havaux. 

Giudizi indipendenti, credibili, imparziali e ferrei nella analisi dei vini, la cui considerazione per un premio è effetto di una soglia di valutazione affermativa non inferiore ai 2/3 dei selettori.

Interessantissime le due Masterclass proposte: si svolgono in contemporanea e mettono a raffronto in due aule attigue l’una il patrimonio enologico della Capitale e della sua regione, con la masterclass “I migliori vini della Provincia di Roma”, l’altra con la masterclass “Sauvignon Selection” a rappresentare alcuni tra i Sauvignon Blanc più identitari delle colline e delle valli del Sud Africa – notevoli la Franschhoek Valley e Stellenbosch.

Abbiamo avuto modo di conoscere in dettaglio la storia e le ispirazioni delle cantine laziali selezionate nella masterclass, apprezzandone con i loro rappresentanti presenti non solo la qualità eccellente raggiunta ma le ambizioni in un periodo non certo facile per i mercati internazionali a cui i loro vini sono destinati. 

Dal “Satrico” 2024 di Casale del Giglio, una elegantissima continuità del lavoro della famiglia Santarelli e di Paolo Tiefenthaler, al “Villa Simone” 2020 che esprime un cru di Malvasia Puntinata del loro bellissimo vigneto “Falconieri”. 

C’è spazio anche per il rosato “DonnaLuce” di Poggio Le Volpi, azienda di Monteporzio Catone che combina sin dalle sue origini la ristorazione tipica con la valorizzazione di antichi vitigni locali come il Nerobuono blendati con vitigni internazionali come il Merlot. La tecnica estrattiva del “salasso” permette di ottenere per questo vino un colore e un gusto molto vicini ai rosati della Provenza. 

A chiudere, ancora Casale del Giglio con il loro alfiere di sempre, quel “Mater Matuta” che nell’annata 2019 proposta alla masterclass offre la combinazione all’85% di Syrah con il Petit Verdot al 15% — una proporzione quasi inedita che esprime la visione di un prodotto meno figlio di estrazione e più incline a combinare una rinnovata freschezza, eleganza di gusto con una struttura ricca di tannini vellutati e grado alcolico, ma aperta alle notevoli complessità di gusto e olfatto del complesso vegetale di erbe, di foglie di ortaggi e muschi, bilanciato da fruttato di amarena e dalla bella verticalità con un leggero etereo di spirito, di fumosità accennate eppure sensibili assieme a refoli di cacao.

Appuntamento all’edizione del CMB del prossimo anno, ancora a Palazzo Valentini e nel prezioso scenario del suo Chiostro.

I Tre Bicchieri 2026 del Gambero Rosso: il futuro del vino italiano tra passione, qualità e comunità

La luce che filtra dalle vetrate della Nuvola all’EUR ha qualcosa di simbolico. È una luce chiara, viva, che illumina un’Italia del vino più consapevole, più matura e soprattutto più unita. In questa cornice d’autore è stata presentata la 39ª edizione della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso, il riferimento assoluto per chi racconta e vive la cultura del vino italiano.

Un’edizione che segna l’inizio del 40º anno di vita della Guida, nata nel 1986 e diventata nel tempo ambasciatrice del gusto e della bellezza italiana nel mondo. Ma quest’anno, più che mai, l’aria che si respira è quella di una festa collettiva: 530 produttori premiati, un record assoluto che racconta una sola cosa il vino italiano non è mai stato così forte.

“Il vino è incontro, curiosità, cultura”

A prendere per primo la parola è Lorenzo Ruggeri, Direttore Responsabile del Gambero Rosso, che parla con l’entusiasmo di chi vive questo mondo da dentro, ogni giorno.

“Il vino è incontro, curiosità, cultura, educazione alla bellezza,” esordisce. “Siamo qui per celebrare una comunità che cresce e che si rinnova. La qualità del vino italiano non è mai stata così alta, ma oggi la vera sfida è saperla raccontare con un nuovo linguaggio, più autentico e meno prevedibile.”

Ruggeri guarda avanti, con uno sguardo rivolto al futuro digitale e globale del Gambero Rosso. Annuncia l’arrivo di un giornalista londinese che affiancherà la redazione nell’internazionalizzazione dei contenuti, e anticipa un percorso di digitalizzazione intelligente, in cui anche l’intelligenza artificiale sarà strumento di innovazione e fruizione.

La nuova guida cambia pelle: una grafica rinnovata, l’introduzione dei “biglietti da visita regionali” con dati e trend aggiornati, il rilancio dei Vini Rari e una sezione finale dedicata ai “luoghi del vino in Italia e nel mondo”, per riscoprire il senso profondo del fare vino come gesto collettivo, legato ai territori e alle persone.

Dietro le quinte della grande squadra

Sul palco si alternano Marco SabellicoGiuseppe Carrus e Gianni Fabrizio, i tre curatori che da anni danno voce e metodo alla guida. Con loro il Vice Curatore William Pregentelli, il Coordinatore Editoriale Marzio Taccetti, e tutti i collaboratori che ogni anno, con rigore e passione, assaggiano, scrivono, analizzano.

L’atmosfera è quella di una famiglia allargata del vino italiano. E quando Ruggeri consegna 35 rose rosse a Marco Sabellico, simbolo dei suoi 35 anni di cura e dedizione alla guida, l’applauso che esplode in sala è una vera e propria standing ovation. Un gesto di affetto e riconoscenza verso chi, per quasi quattro decenni, ha raccontato il vino con equilibrio, sensibilità e competenza.

L’Italia del vino cresce, il Gambero Rosso evolve

“Ho visto crescere questa famiglia, anno dopo anno,” racconta con emozione Paolo Cuccia, Presidente del Gambero Rosso.

“In questi 15 anni ho assistito a momenti difficili ma anche a una crescita straordinaria. I produttori premiati oggi sono l’eccellenza di un Paese che nel vino trova una delle sue più alte espressioni culturali. Il Gambero Rosso continuerà a modernizzarsi per rappresentare al meglio il Made in Italy nel mondo.”

Le sue parole risuonano sincere, cariche di gratitudine. La platea è un mosaico di volti: produttori, giornalisti, sommelier, giovani vignaioli e maestri del vino che da anni fanno grande l’enologia italiana.

Il coraggio e la poesia del vino giovane

Tra i premi speciali della giornata, uno ha toccato corde profonde: il Premio Giovani Produttori dell’Anno, offerto dalla Banca di Asti, è andato a Davide Zoppi e Giuseppe Luciano Aieta della cantina Cà du Ferrà, in Liguria.

Il loro vino premiato, dal nome già manifesto “Liguria di Levante Bianco Zero Tolleranza per il Silenzio 2023” nasce da vecchie vigne di Ruzzese in purezza, un vitigno quasi dimenticato, che cresce fiero tra muretti a secco e pendii affacciati sul mare. Il risultato è un sorso fine ed elegante, ricco di personalità, in cui si intrecciano sale, vento e memoria.

Sul palco, Davide Zoppi parla con voce ferma ma emozionata:

“Questo premio è un incoraggiamento a non tacere mai davanti alla violenza, all’indifferenza, all’odio. Il vino è libertà, identità, e anche responsabilità.”

Alti Premi Speciali

  • Premio per la vitivinicoltura sostenibile a Antonelli San Marco
  • Cantina Cooperativa dell’anno a La Guardiense – Janare
  • Cantina emergente a Torre Zambra
  • Miglior rapporto qualità prezzo a Cirò Bianco Mare Chiaro 2024 di Ippolito 1845
  • Vino da meditazione dell’anno a Santa Barbara Lina Passito 2023
  • Bollicine dell’anno a Bosio Francia corta Brut Nature 2021
  • Rosato dell’anno a Tenuta i Fauri – Cerasuolo d’Abruzzo Baldovino 2024
  • Bianco dell’anno a Monchiero Carbone – Roero Arneis Renesio Incisa Riserva 2020
  • Rosso dell’anno a GIODO Brunello di Montalcino 2020
  • Vignaiolo dell’anno a Francesco Carfagna – Altura
  • Azienda dell’anno a ABFV ITALY – Alejandro Bulgheroni Family Vineyards

Il momento dei banchi d’assaggio

Dopo la premiazione, la Nuvola si è trasformata in un vero e proprio tempio della degustazione. Tra sorrisi, brindisi e racconti di vendemmie, produttori e appassionati si sono incontrati ai banchi d’assaggio, per celebrare insieme la varietà e la ricchezza del panorama vitivinicolo italiano.

Non potendo rendere giustizia ai 530 vini premiati, mi sono affidato — insieme al mio collega e amico Adriano Romano— a una selezione personale di etichette che mi hanno colpito per identità, eleganza e intensità.

Tra tutte hanno particolarmente colpito:

  • Azienda Agricola Sciara – IGT Terre Siciliane Rosso “1200 Metri” 2022, vigneto Contrada Nave di Stef Yim (Sicilia)
  • Perla del Garda – Lugana Perla 2024 (Lombardia)
  • Goretti – Il Trebbio 2024 (Umbria)
  • Terre Margaritelli – Torgiano Rosso Pictorius Riserva 2019
  • Tenute Lunelli – Castelbuono Montefalco Sagrantino Carapace 2020
  • Macchie Santa Maria – Greco di Tufo Contrada Epitaffio Riserva 2023
  • Marco Ferrari – Valtellina Superiore Sassella 2023
  • Cantina Pantaleone – Pralama 2021
  • Cà du Ferrà – Zero Tolleranza per il Silenzio 2023
  • Cataldi Madonna – “Giulia” Pecorino 2024
  • Tenuta i Fauri – Cerasuolo d’Abruzzo Baldovino 2024
  • Villa Simone – Frascati Superiore Vigneto Falconieri 2020
  • Altura – Ansonaco 2024
  • Monsupello – Brut Metodo Classico
  • Letrari – Trento Brut Rosé +4 Limited Edition Riserva 2012
  • Cantine Monfort – Trento Extra Brut Général Dallemagne Monfort 2019
  • Casale della Ioria – Cesanese del Piglio Superiore Torre del Piano Riserva 2022
  • Emiliano Fini – Lavente 2023 IGT Malvasia Puntinata
  • Gabriele Magno – Vigneto La Torretta di Valle Marciana
  • Colli di Lapio – Romano Clelia Fiano di Avellino DOCG
  • Pietroso – Rosso di Montalcino Vendemmia 2023
  • Tenute di Capezzana – Trefiano Riserva 2021
  • Tenuta di Valgiano – Colline Lucchesi 2022
  • Cantina Kaltern – AA Lago di Caldaro Classico Superiore Quintessenz
  • Cantina Produttori San Michele Appiano – Pinot Nero Sanct Valentin Riserva 2022
  • Le Battistelle – Soave Classico 2023
  • Vinchio Vaglio – Barbera d’Asti Vigne Vecchie 50 2023
  • Santa Barbara – Lina Passito 2023
  • Ronco del Gelso – Traminer Aromatico Aur 2019

Una galleria di vini che attraversa l’Italia intera, da Nord a Sud, raccontando una pluralità di terroir, interpretazioni e visioni. Dai profumi agrumati del Soave alle profondità del Sagrantino, dal rigore alpino dei TrentoDoc alla solarità dei bianchi liguri: ogni calice è stato un frammento di territorio, un racconto in forma liquida.

Un brindisi lungo quarant’anni

La presentazione della Guida Tre Bicchieri 2026 è stata molto più di una cerimonia: è stata una dichiarazione d’amore verso il vino italiano, una promessa di futuro.
In un momento in cui tutto cambia — i mercati, i gusti, i linguaggi — resta immutato ciò che dà senso a tutto: la passione di chi il vino lo fa, lo racconta e lo vive. Il Gambero Rosso, alla soglia dei quarant’anni, rinnova la sua missione: celebrare la qualità, promuovere la conoscenza e costruire ponti tra i territori e il mondo.

E, come sempre, con un calice di bellezza tra le mani.

La pasticceria in Campania è in forma strepitosa

Si parla spesso e a sproposito della lotta agli zuccheri in difesa della salute, ma c’è un comparto in Campania che vive metaforicamente un momento di forma strepitosa: quello dei maestri pasticceri.

Se n’è parlato a Casertavecchia, tra la curiosità del pubblico, durante l’evento “aperitivo di gusto sulla pasticceria italiana” moderato dalle giornaliste Antonella D’Avanzo ed Emanuela Sorrentino. Quattro racconti profondamente diversi tra di loro, che rappresentano vite di scelte e sacrifici in laboratorio, nel seguire le orme dei genitori o scegliendo la professione solo grazie al talento scoperto per caso in gioventù.

L’evento è stato introdotto da Luigi Ferraiuolo nell’ambito del percorso letterario denominato Un Borgo di Libri ed ha visto la partecipazione di Nicola Goglia “Emilio il Pasticcere” a Casal di Principe, Alessandro Mango “Lombardi Pasticcieri dal 1948” a Maddaloni, Biagio Martinelli “Pasticceria Biagio Martinelli” ad Aversa e Marco Cesare Merola “Pasticceria Contemporanea” a Caserta.

Nella speranza di vedere a dicembre la cucina italiana patrimonio immateriale dell’Unesco per biodiversità e sostenibilità, il comparto di torte, dolci iconici, cioccolata, dessert al piatto, lievitati e piccole coccole da vetrina, vive già il suo riconoscimento più importante, quello del mercato. Ben 10 i miliardi del fatturato annuo complessivo – compreso l’indotto – e l’inversione della gerarchia delle eccellenze con il Sud Italia, in particolare Campania e Sicilia, a farla da padrone. Mentre il dolce italiano più conosciuto al mondo resta il tiramisù, pastiera, cannoli e altre delizie sono le preferenze dei consumatori italiani.

Nicola Goglia ha persino registrato il marchio Roccobabà. A Casal di Principe, terra di riscatto, il padre aveva aperto piccolo laboratorio da 40 metri quadri. Oggi se ne contano 700 e tanti posti di lavoro nel Rione San Donato, mai abbandonato. Il vassoio della domenica è tornato in auge: babà e sfogliatelle ricce non possono mancare insieme alla classica zuppetta. Forme antiche di street food per le signore bene della borghesia napoletana, divenute col tempo una tradizione culturale del popolo. Il sacrificio e la gavetta degli inizi e la difficoltà attuale a trovare manodopera qualificata e volenterosa lasciano un immagine in chiaroscuro dove non è semplice fare impresa. E poi ci sono le esigenze alimentari di una visione contemporanea dove tutto sembra nuocere alla salute, in particolare zuccheri a grassi. «Lo zucchero era un conservante naturale, ecco perché se ne abusava in passato – spiega Goglia – Prima si mangiavano dolci una o due volte alla settimana, adesso bisogna preservare l’equilibrio calorico più volte al giorno. Quindi ridurre anche le pezzature, contenendo però i costi».

Alessandro Mango è un “genero d’arte”. Il suocero è il aestro pasticciere Aniello Di Caprio della Scuola Dolce e Salato di Maddaloni, vera eccellenza in Italia, nonché titolare di Lombardi Pasticceri dal 1948. Alessandro è un appassionato dei lievitati, nella cura con amore di un ceppo di lievito madre di oltre 40 anni, rigenerato di continuo. Starter uva sultanina, mele, yogurt. «Bisogna distinguersi nella lavorazione delle materie prime. Ad esempio, dare personalità alla frutta presente nel panettone con una canditura artigianale. Non ci siamo tirati indietro neppure con la pizza in pasticceria, format innovativo del 2023 che quest’anno ha visto il riconoscimento deiTre Spicchi della Guida Pizzerie Gambero Rosso» racconta un’entusiasta Mango.

Biagio Martinelli invece tiene a precisare le sue origini non da aversane, accolto però come un figlio dalla popolazione. Da ragazzo ha scelto la sua strada staccandosi dall’azienda di famiglia. Oggi presenta la polacca in più versioni, anche nel rispetto della ricetta originale della monaca di Aversa. Il primo locale nel 2017 e la polacca con variazione alla melannurca; nel 2019 la rustica con crema pasticcera salata e brioche salata con salame di suino casertano nero e provolone del Monaco. Immancabile la classica con amarena all’interno: «Nel 2024 nasce nasce il mio secondo progetto “Martinelli Cafè” per proporre dolce e salato alla clientela ed offrire formazione il cliente dal caffè alle preparazioni dolciarie», come accennato nell’articolo Biagio Martinelli, una vita tra il dolce e il salato.

Marco Cesare Merola vola prima negli Stati Uniti, laureandosi in lingue straniere prima di tornare a casa con il ruolo di executive chef in una struttura di prestigio. Pasticceria Contemporanea rappresenta il suo spazio libero al centro di caserta, dove coniugare il confort della tradizione con un piede nel futuro per creare la giusta experience. «Fare avanguardia oggi costa tantissimo. Ad esempio nel giocare sull’idea di una pizza scomposta come nella Miscake in collaborazione con il pizzaiolo Ciccio Vitiello. Una crostatina al limone. con pomodoro del Piennolo confit, fragole e agrumi. Ormai si sta spingendo sempre più verso gli estremi del palato e la percezione concreta del dolce sta diminuendo. L’esaltazione dell’amaro, dell’acido e salato sono una realtà» conclude Merola mentre i presenti non aspettano altro che assaggiare le proposte.

A Salerno la Gluten Free Experience: senza glutine, non senza piacere

Gusto e convivialità senza confini: Le Parùle presenta il menu senza confini. Giuseppe Pignalosa sfida i pregiudizi sul gluten free e inventa la vera pizza per tutti.

Il 15 ottobre la Pizzeria Le Parùle di Giuseppe Pignalosa, maestro riconosciuto per la sua filosofia di cucina legata al territorio e alla biodiversità, apre un nuovo capitolo con una serata-evento dedicata al mondo senza glutine che vedrà la partecipazione di Alfonso Del Forno, Giornalista Enogastronomico specializzato in alimentazione senza glutine e birra artigianale.

Giuseppe Pignalosa

Un menu senza compromessi, una sfida di gusto e sperimentazione: pizze appena sfornate, fritti partenopei, dolci e birre rigorosamente gluten free diventano protagonisti di un’esperienza pensata per chi convive con la celiachia e per tutti coloro che vogliono scoprire un nuovo linguaggio del piacere a tavola.

La serata si terrà in un ambiente coperto e riscaldato, pensato per accogliere e favorire la convivialità. Sarà possibile parcheggiare comodamente nei pressi, accedendo dall’ingresso principale di Marina d’Arechi.

Alfonso Del Forno

La pizza che sfida le regole e conquista il palato

Un progetto che nasce dall’esperienza diretta, dall’ascolto e dalla volontà di creare uno spazio autorevole e inclusivo, dove le esigenze dei celiaci incontrano la creatività di uno chef capace di valorizzare ogni ingrediente senza mai rinunciare al gusto.

Dal limite alla possibilità: la rivoluzione gluten free di Giuseppe Pignalosa

Mangiare senza glutine non deve mai significare mangiare senza scelta, senza gioia. Fino a pochi anni fa, proporre piatti e pizze senza glutine era per i ristoratori una sfida complessa: difficile reperire prodotti di qualità, spesso sostituiti da soluzioni standardizzate o surgelate, che mal si adattavano al gusto e alla tradizione mediterranea. Oggi, grazie alla crescente consapevolezza e all’impegno di produttori e chef, il “gluten free” è uscito dal recinto della necessità per trasformarsi in un linguaggio di inclusione, qualità e innovazione.

Il progetto di Giuseppe Pignalosa nasce da qui: dare forma a una cucina senza glutine, dove pizza, fritti e dolci raccontano la stessa storia di convivialità, artigianalità e amore per la materia prima. Un percorso reso possibile grazie all’alleanza con produttori che lavorano materie prime di eccellenza gluten free, costruendo così un modello sostenibile e replicabile.

La serata del 15 ottobre a Marina d’Arechi diventa un manifesto di cucina inclusiva: la dimostrazione che la pizza e i grandi classici partenopei possono essere vissuti da tutti, senza rinunce e con lo stesso piacere.

Dettagli evento:

📅 Data: 15 ottobre 2025

📍 Location: Le Parùle – Porto Marina d’Arechi, Salerno

Orario: dalle 20:00

Home Restaurant Il Professore: il Cilento intimo di Michele Giaquinto. Un viaggio emozionale tra sapori, storie e mare

Tra il respiro salmastro del Tirreno e il profilo sinuoso delle colline cilentane, si cela un luogo dove la cucina non è solo nutrimento, ma narrazione, memoria e incanto. È l’Home Restaurant Il Professore, un piccolo eden sospeso tra cielo e mare, dove ogni pasto diventa un rito intimo e poetico.
Solo tre tavoli, affacciati su una terrazza che abbraccia l’orizzonte, accolgono i commensali in un’esperienza che fonde territorio e anima, gusto e ricordo.

A firmare questa esperienza è Michele Giaquinto, docente presso l’Istituto Alberghiero Ancel Keys di Vallo Scalo e raffinato ambasciatore della Dieta Mediterranea cilentana, che insieme al figlio Carmine, ha deciso di trasformare la propria casa in un luogo d’incontro tra cultura e sapore, dove la materia prima locale dialoga con suggestioni lontane, in un equilibrio che è pura emozione.
Michele non ha mai abbandonato il suo amato Cilento, ma lo ha portato con sé nel mondo: ospite di eventi internazionali, cene culturali e scambi enogastronomici, ha fatto conoscere il valore della sua cucina fatta di semplicità e memoria.

Da ogni esperienza all’estero, Michele ha riportato concetti, tecniche e suggestioni che ha saputo fondere con la sua identità contadina: l’arte della fermentazione appresa in Asia, l’uso armonioso delle spezie scoperto nei paesi del Maghreb, la cura estetica del piatto mutuata dalla tradizione francese. Ne è nata, così, una cucina identitaria e aperta, dove la radice contadina dialoga con il respiro cosmopolita, in un equilibrio che emoziona e racconta, una cucina autentica ma mai immobile, radicata e insieme curiosa.

Ma ciò che rende unica l’esperienza all’Home Restaurant Il Professore è anche la presenza carismatica del suo anfitrione. Durante la cena, Michele non si nasconde dietro ai fornelli: visita i tavoli, dialoga con gli ospiti, racconta aneddoti e memorie del suo Cilento. Con voce pacata e sguardo appassionato, narra la storia di un formaggio stagionato tra i muretti a secco, di una rete gettata al tramonto, di un campo di grano antico che profuma di vento e sale. Ogni racconto diventa parte integrante del pasto: un condimento invisibile che arricchisce il gusto con la forza dell’appartenenza e della condivisione.

L’esperienza culinaria si apre con un benvenuto contadino che evoca la generosità del Cilento: salumi di produzione propria, cacioricotta di pecora, mozzarella nella mortella e alici di menaica addolcite da una melassa di fico bianco artigianale, prodotta artigianalmente da Michele stesso. Segue una trilogia di marinato e crudo, arricchita da vegetali fermentati – una tecnica ispirata alle esperienze orientali del Professore. Le triglie di scoglio, le perchie e il tonno alalunga si fondono con cipolle e zucchine fermentate, in un abbraccio che celebra il mare e la memoria contadina.
Non manca un tributo alla tradizione più umile e autentica: la scarola ripiena, antica regina delle tavole rurali, che racchiude uova, formaggio e pane raffermo, cotta in padella per conservarne il sapore schietto e intenso.

I primi piatti sono un inno alla terra e alla biodiversità dei grani antichi. Le lagane multicereali, condite con ceci di Cicerale, peperone crusco e un filo di colatura di alici di menaica, esaltano la semplicità come atto di raffinatezza.
Chi cerca un’eco marina può deliziarsi con il mezzo pacchero ai pomodorini, tonno fresco, friggitelli e limone, una danza di profumi che richiama il Mediterraneo al suo massimo splendore.

A suggellare il percorso salato, la cornucopia di merluzzo al guazzetto, ripiena di scarola ripassata, simbolo di un legame profondo tra terra e mare.
La proposta enologica è un viaggio parallelo nel territorio: Michele sceglie vini capaci di raccontare la stessa lingua dei suoi piatti. Spiccano le etichette della cantina Albamarina, con l’Eremita – elegante spumante di Fiano – e il Valmezzana, Fiano Cilento DOC, che accarezzano il palato come un’eco del tramonto sul mare.

Il gran finale è un dolce che parla di infanzia e radici: la Zuppa inglese cilentana, velata di cioccolato e punteggiata da confettini colorati. Un dessert che non imita, ma rievoca, come un ricordo felice custodito nella credenza di una casa di campagna. L’Home Restaurant Il Professore non è solo un luogo dove si mangia: è un viaggio nella memoria sensoriale, un dialogo tra passato e presente, tra Cilento e mondo.

Ogni piatto è una pagina di vita di Michele Giaquinto: il mare che lo ha visto crescere, la terra che lo nutre, i viaggi che lo hanno formato. Tra un piatto e un aneddoto, Michele Giaquinto accompagna i suoi ospiti in un viaggio dentro la memoria e il sapore, dove la Dieta Mediterranea torna ad essere ciò che è sempre stata: una filosofia di vita, una poesia del quotidiano, un atto d’amore verso la terra.

Qui, sotto la luna che si riflette sul mare, il cibo diventa linguaggio dell’anima, e il tempo, finalmente, torna a scorrere lento, come una poesia da gustare con rispetto e meraviglia.

La Torta Caprese si fa Panettone con Grotta Azzurra Gourmet

Ecco il nuovo lievitato natalizio di Grotta Azzurra Gourmet

All’interno cubetti del dolce tipico dell’isola azzurra regalano un gusto intenso e goloso

La tradizionale Torta Caprese, a base di mandorle e cioccolato, ispira il nuovo grande lievitato dei Maestri Pasticceri di Grotta Azzurra Gourmet.Nasce così il Panettone gusto Torta Caprese, una creazione unica che unisce al re della tavola natalizia un’icona della pasticceria partenopea, portando in tavola un’esperienza di gusto ineguagliabile.

Cubetti di torta caprese disidratata arricchiscono il cuore del panettone, impasto naturalmente lievitato, morbido e burroso, completato da mandorle pralinate e una glassatura croccante al cacao e mandorle. La farina di frumento sostiene il lievitato con leggerezza e struttura, mentre il burro belga e le uova fresche regalano rotondità e una consistenza vellutata che si scioglie al palato.

E poi, protagonisti indiscussi della ricetta sono le mandorle di Bari e il cacao, che sprigionano fragranza mediterranea, note croccanti e intensità aromatica. Lo zucchero bilancia dolcezza e aromi, mentre il lievito madre garantisce una crescita lenta e perfetta, esaltando i profumi autentici della tradizione campana. Aromi naturali completano l’armonia dei sapori, rendendo ogni morso un viaggio sensoriale tra Milano e Capri.

La glassatura al cioccolato fondente belga, con mandorle croccanti, avvolge il panettone in un abbraccio goloso, creando un irresistibile contrasto tra la leggerezza dell’impasto e la forza del cioccolato. Il risultato è un capolavoro artigianale, che porta in tavola il calore delle feste e il fascino dell’isola di Capri.

Perfetto da gustare in famiglia o da regalare, il Panettone gusto Torta Caprese di Grotta Azzurra Gourmet è un dono che racconta passione, tradizione e qualità, una rivisitazione che unisce Nord e Sud, Milano e Capri, in un equilibrio sorprendente e indimenticabile.

Milano apre il mese della prevenzione oncologica con il convegno organizzato da Varvello 1888, la farina che fa bene

Si è svolto a Milano, presso il Talent Garden di via Arcivescovo Calabiana, il convegno “Nutrizione e Prevenzione. Quanto pesa la farina?”, promosso da Varvello 1888.

L’evento ha segnato l’avvio ufficiale del mese dedicato alla prevenzione oncologica, mettendo in luce il ruolo centrale dell’alimentazione e, in particolare, delle farine a basso indice glicemico nel mantenimento della salute.

Nel corso del convegno, specialisti in ambito medico e scientifico hanno presentato studi, esperienze e considerazioni su come una scelta informata delle farine possa contribuire in modo significativo alla riduzione del rischio di tumori e malattie metaboliche. È stato sottolineato che le farine con basso indice glicemico possono abbattere l’impatto glicemico fino al 50% rispetto alle farine raffinate, rappresentando una valida opzione per seguire uno stile di vita orientato al benessere.

A condurre il dibattito è stata la giornalista Emanuela Sorrentino, che ha guidato un confronto ricco e stimolante tra esperti di primo piano nel campo della salute e della nutrizione. Tra i relatori, Federico Bertuzzi, diabetologo dell’Ospedale Niguarda e Presidente della sezione lombarda della Società Italiana di Diabetologia (SID); Laura Boldrini, oncologa presso lo IEO – Istituto Europeo di Oncologia; Patrizia Gnagnarella, dietista, ricercatrice presso lo IEO e Presidente regionale della Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU); e Clelia Iacoviello, farmacista e consulente specializzata in nutraceutica, che ha illustrato i benefici della Farina e i progetti educativi legati alla corretta alimentazione.

Farina Intera Varvello, racconta Clelia Iacoviello, è una farina bianca di nuova concezione, apprezzata per il suo gusto gradevole e per le eccezionali qualità nutrizionali. Grazie alla presenza di fibra solubile contribuisce a ridurre la risposta glicemica fino al 50% rispetto alle farine tradizionalmente raffinate. Attraverso un processo brevettato, è possibile estrarre e reinserire la componente solubile della fibra, nota come arabinoxilani. Questa innovativa tecnologia conferisce al prodotto proprietà distintive: è facilmente assimilabile, aiuta a prolungare il senso di sazietà e svolge un’azione prebiotica che favorisce l’equilibrio del microbiota intestinale.

Nata da una passione tramandata in famiglia, questa farina è stata creata con l’intento di riportare sulla tavola pane e pasta genuini e salutari.

Per far conoscere i benefici di Farina Intera Varvello 1888, sono stati organizzati laboratori nelle scuole, dove i bambini hanno potuto assaggiare prodotti preparati con questa farina innovativa, apprezzandone gusto, leggerezza e digeribilità. L’iniziativa ha avuto anche un forte impatto educativo: attraverso semplici esperimenti, come il confronto tra il contenuto di zucchero nelle bevande, i bambini hanno sviluppato maggiore consapevolezza alimentare.

Il progetto ha coinvolto anche chef italiani, impegnati a reinterpretare ricette tradizionali in chiave salutare. L’obiettivo è promuovere un’alimentazione più equilibrata, partendo dai più giovani, dimostrando che mangiare sano può essere anche piacevole e soddisfacente.

Il diabetologo Federico Bertuzzi sottolinea come il diabete sia una malattia in crescita costante, con oltre 500.000 casi in Lombardia e circa 4 milioni in tutta Italia: è fondamentale sensibilizzare cittadini e istituzioni, il diabete può essere prevenuto con stili di vita sani, ma serve maggiore consapevolezza.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di una vera e propria pandemia: negli ultimi 20 anni i casi sono aumentati del 60% a livello globale. In Italia, si stima che oltre un milione di persone siano diabetiche senza saperlo, rendendo cruciale la diagnosi precoce.

Tra i principali fattori di rischio ci sono obesità e sovrappeso, condizioni che colpiscono già i più piccoli. I dati dell’ISS mostrano che il 28,8% dei bambini italiani tra 8 e 9 anni è in eccesso di peso, con punte più alte nel Sud Italia. Il consumo di cibi ultra-processati e bevande zuccherate, anche solo una lattina al giorno, può aumentare del 25% il rischio di sviluppare la malattia.

I costi per il sistema sanitario italiano superano i 29 miliardi di euro l’anno.

La prevenzione passa da una dieta equilibrata, attività fisica regolare (almeno 150 minuti a settimana) e educazione alimentare. Camminare 10.000 passi al giorno, ad esempio, riduce significativamente il rischio di malattie croniche.

L’intervento della dottoressa Laura Boldrini, riguarda le patologie oncologiche che oggi rappresentano una delle principali emergenze sanitarie mondiali, con forti ripercussioni economiche e sociali. Secondo i dati del Global Cancer Observatory del 2022, sono stati diagnosticati circa 20 milioni di nuovi casi e registrati 9,7 milioni di decessi legati al cancro.

Tra i fattori di rischio non modificabili ci sono: Predisposizione genetica; Età; Genere; Storia clinica personale. Questi elementi rendono la prevenzione e la diagnosi precoce strumenti fondamentali nella lotta contro il cancro.

Oltre ai fattori genetici e biologici, esistono comportamenti e abitudini modificabili che incidono sul rischio di sviluppare tumori. Intervenire su questi aspetti è possibile, attraverso campagne di sensibilizzazione e politiche educative. Tra i principali fattori di rischio evitabili troviamo: fumo; alcol, alimentazione scorretta e stili di vita sedentari.

Anche la qualità della cottura degli alimenti gioca un ruolo importante: griglia e frittura possono generare sostanze cancerogene. Meglio preferire cotture più delicate, come vapore o umido.

Secondo l’OMS, tra le sostanze sicuramente cancerogene per l’uomo rientra anche la carne lavorata e processata. Il rischio dipende da quantità, frequenza e modalità di consumo.

La prevenzione secondaria riguarda chi ha già affrontato un tumore e punta a ridurre il rischio di recidive. Studi recenti mostrano che peso corporeo e stile di vita influenzano l’efficacia delle terapie post-operatorie.

L’aggiornamento 2025 della piramide alimentare mediterranea rafforza il ruolo centrale degli alimenti vegetali. Alla base troviamo olio d’oliva, frutta, verdura, cereali integrali e legumi, veri pilastri di un’alimentazione sana.

Tra le novità: Latte e yogurt freschi consigliati quotidianamente; formaggi freschi e stagionati distinti per frequenza di consumo; carne rossa e lavorata spostata al vertice della piramide, da consumare solo occasionalmente; alcol escluso, per l’assenza di benefici riconosciuti.

Il messaggio chiave è chiaro: privilegiare ingredienti di origine vegetale, combinare cereali e legumi, e scegliere metodi di cottura salutari per mantenere una dieta equilibrata e preventiva.

Patrizia Gnagnarella, dietista, riprende il discorso sul diabete, una patologia in costante che, oltre a compromettere la qualità della vita, è tra le principali cause di malattie cardiovascolari, poiché l’iperglicemia danneggia i vasi sanguigni.

I fattori di rischio sono sia non modificabili (genetica, età, sesso) sia comportamentali, come sedentarietà, dieta sbilanciata, fumo e alcol. Negli ultimi decenni, lo stile di vita è cambiato: ci muoviamo meno e mangiamo peggio, con forti differenze regionali. Al Sud si registrano più casi di sovrappeso, mentre al Nord si consuma più alcol.

Un concetto chiave è l’indice glicemico (IG), che misura l’impatto dei carboidrati sulla glicemia. Alimenti come legumi e cereali integrali hanno un IG basso, mentre pane bianco e patate lo hanno alto. Anche il carico glicemico (CG), che considera le quantità consumate, è utile per valutare l’effetto reale sulla salute.

Studi internazionali dimostrano che una dieta ad alto IG aumenta il rischio di diabete, malattie cardiovascolari e tumori. Per questo è importante preferire alimenti vegetali, ricchi di fibre e antiossidanti, e limitare quelli ultra processati, come carni lavorate, dolci e bevande zuccherate.

Filippo Varvello, CEO di Varvello 1888, racconta il percorso imprenditoriale dietro Farina Intera, un prodotto nato per unire gusto e benessere. In occasione del mese della prevenzione, l’azienda devolve 5 centesimi per ogni kg venduto alla Fondazione Umberto Veronesi, sostenendo la ricerca oncologica.

Farina Intera è frutto, come abbiamo già visto, di un processo naturale, basato su enzimi vegetali, che conserva la fibra solubile del grano, riducendo l’indice glicemico e migliorando la digeribilità. Il prodotto è pensato per essere versatile e sano, adatto a tutti, anche in presenza di terapie farmacologiche.

La sfida principale è comunicare il valore di un prodotto che, pur simile nell’aspetto a una farina comune, ha caratteristiche nutrizionali superiori. Per questo l’azienda ha scelto di collaborare con artigiani del settore e di investire in formazione e vendita diretta, creando una rete di agenti preparati.

Prepariamoci a gustare un pane più leggero, una pizza più gustosa, e una pasticceria più soffice. Il convegno si è confermato come un importante momento di confronto tra scienza, nutrizione e industria alimentare, sottolineando l’importanza di una crescente consapevolezza sul valore del cibo come strumento di prevenzione e benessere.

Trentodoc Festival: bollicine di montagna e visioni d’altura

Un lungo weekend d’inizio autunno ha trasformato Trento in una capitale effervescente, dove il Trentodoc Festival ha celebrato le bollicine di montagna con un palinsesto ricco di incontri, degustazioni e visite in cantina. Curato da Luciano Ferraro, Vicedirettore del Corriere della Sera e Direttore Artistico del festival, l’evento ha saputo intrecciare cultura, innovazione e territorio, offrendo un’esperienza immersiva e multisensoriale.

Nel cuore del programma, i Wine Talks hanno rappresentato momenti di riflessione ad alta quota tra AI e biodiversità. Il futuro del vino tra AI e nuove tecnologie, ha visto il giornalista Riccardo Luna dialogare con Ferraro sulle potenzialità dell’intelligenza artificiale nella filiera vitivinicola. Dalla gestione dei vigneti alla personalizzazione dell’esperienza enologica, il confronto ha aperto scenari stimolanti, sollevando interrogativi etici e strategici sul ruolo della tecnologia nel preservare l’anima del vino.

Il vino di montagna e la sfida della biodiversità, ha offerto una lettura evolutiva del vino come espressione di resilienza. Il filosofo Telmo Pievani, insieme a Ferraro, Stefano Fambri presidente dell’Istituto Trento Doc, e Andrea Buccella, responsabile produzione di Cesarini Sforza, ha evidenziato come la viticoltura alpina rappresenti una forma di resistenza creativa, capace di custodire biodiversità e autenticità in un equilibrio fragile ma vitale.

Momenti complementari, intensi e profondi, che hanno arricchito il Festival di contenuti e prospettive, confermando il vino come linguaggio, visione e progetto.

Molte le cantine aperte con eventi ad hoc, che hanno offerto uno sguardo ravvicinato sulle eccellenze artigianali del Trentodoc, tra queste Reví e Spagnolli.

Reví Spumanti: eleganza e precisione artigianale

Fondata nel 1982 da Paolo Malfer, Reví è una cantina familiare che incarna l’anima più autentica dello spumante Metodo Classico trentino. Il nome stesso, “Reví”, richiama il toponimo “Re del vino”, evocando una zona storicamente vocata alla viticoltura. Oggi, sotto la guida dei figli Stefano e Giacomo, la cantina coniuga tradizione e innovazione, distinguendosi per uno stile raffinato e coerente.

I vigneti di Chardonnay e Pinot Nero si estendono in un territorio alpino fresco e asciutto, ideale per la produzione di spumanti di montagna. La filosofia produttiva si fonda su una lavorazione manuale meticolosa, pressature soffici e lunghi affinamenti sui lieviti, elementi che conferiscono ai vini eleganza, complessità e una spiccata identità territoriale.

Durante la visita, accompagnata da una merenda conviviale, sono stati proposti in degustazione Reví Dosaggio Zero 2021, Reví Rosé 2021 e Reví Riserva Magnum 2014. Millesimati che rappresentano un racconto di famiglia, territorio e dedizione che si rinnova ad ogni bottiglia.

Cantina Spagnolli: la piccola Epernay del Trentino

Immersa tra le terrazze eroiche di Cimone, la Cantina Spagnolli è il frutto di una visione pionieristica e di una dedizione familiare che attraversa tre generazioni. L’intuizione originaria di Francesco Spagnolli e Gino Veronelli risale al 1978, quando identificarono in quei terreni impervi una vocazione spumantistica straordinaria. Da allora, la famiglia ha trasformato quel frammento di montagna in una vera e propria stazione sperimentale del Metodo Classico.

Oggi è Alvise Spagnolli, ingegnere energetico convertito alla viticoltura, a guidare con passione e precisione la produzione. Il vigneto si distingue per la sua eterogeneità geologica e microclimatica: fondali marini, marne e calcari organogeni, esposizioni multiple e venti alpini contribuiscono a una maturazione differenziata delle uve, raccolte manualmente in piccole ceste e vinificate separatamente.

Il risultato è un mosaico di cru che, una volta assemblati, danno vita a spumanti dalla firma gusto-olfattiva elegante e irripetibile. Il Pinot Nero, protagonista assoluto, diventa strumento espressivo per raccontare il territorio e la sua storia, in particolare nell’etichetta Disìo, sintesi dell’identità dell’anfiteatro Spagnolli.

Accolti da Susi, regista silenziosa e maestra d’accoglienza, la visita si è conclusa con una degustazione autentica e conviviale di Disìo e Fral (Chardonnay 65%, Pinot Nero 35%), accompagnata da salumi, formaggi a km zero e dalla celebre focaccia di farro e patate. Un’esperienza che ha unito rigore tecnico e calore umano, lasciando il segno per qualità, autenticità e bellezza.

Il Trentodoc è una denominazione dalle molte anime, capace di accogliere grandi maison e piccole realtà con pari dignità e valore. Se le prime contribuiscono alla visibilità internazionale, sono spesso le seconde a custodire l’identità più profonda del territorio: visione, sperimentazione, artigianalità e racconto.

Cantine come Reví e Spagnolli rappresentano le punte di diamante di una viticoltura alpina che non teme la fatica, ma la trasforma in bellezza. Sono laboratori di autenticità, dove ogni bottiglia è il risultato di scelte consapevoli, di mani esperte e di un dialogo costante con la natura. In un mondo del vino sempre più globalizzato, queste realtà ci ricordano che il futuro passa anche dalla cura del dettaglio, dalla valorizzazione delle differenze e dalla capacità di raccontare storie vere. E che dietro ogni bollicina di montagna, c’è un’anima che merita di essere ascoltata.