Modus a Milano festeggia la cucina italiana patrimonio immateriale dell’Unesco

Dietro ogni evento ci sono professionisti che lo rendono possibile. In questa occasione, l’agenzia di comunicazione Carbot Comunication di Carla Botta, lo chef Paolo De Simone del ristorante Modus e la cantina di Francesca Carranante hanno collaborato per organizzare un evento dedicato alla cucina italiana e ai suoi sapori.

Il 10 dicembre, al Modus di Milano, si è svolta una serata speciale dedicata alla cucina italiana, proprio nel giorno in cui è arrivata la notizia storica: la cucina italiana è ufficialmente Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. Per la prima volta nella storia, viene dato questo riconoscimento ad un’intera tradizione gastronomica nazionale. L’UNESCO ha definito la cucina italiana come una “miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie”, capace di esprimere amore, benessere e identità culturale attraverso il cibo.

Il traguardo è il risultato di un iter complesso, iniziato a marzo 2023 con l’annuncio ufficiale della candidatura da parte del Governo, e di un lavoro corale che ha visto in prima linea istituzioni culturali, chef di fama, accademie e comunità locali.

Protagonista dell’evento, Paolo De Simone, patron del ristorante e ambasciatore della Dieta Mediterranea, ha guidato gli ospiti in un viaggio tra i sapori del Cilento, sua terra d’origine. Un percorso che ha spaziato dalle autentiche pizze cilentane, ben diverse dalle celebri napoletane, fino a reinterpretazioni raffinate dei grandi classicidel territorio, sempre nel segno della stagionalità, del rispetto delle materie prime e della sostenibilità.

Dopo anni di esperienza nel cuore del Cilento, Paolo ha scelto di esportare la sua visione gastronomica oltre i confini della sua terra d’origine. Nasce così Modus, un format innovativo che approda a Milano con un’idea chiara: riscoprire la semplicità del cibo.

La filosofia di De Simone, racchiusa nel concetto di “Semplice Mangiare”, si traduce in piatti essenziali, realizzati con ingredienti di stagione provenienti quasi esclusivamente dal Cilento. Dal pesce azzurro alle verdure fresche, fino ai prodotti simbolo della dieta mediterranea. Ha trasformato la sua passione per la panificazione in un percorso di eccellenza.

Oggi Modus vanta quattro location milanesi, tra ristorazione e gastronomia, confermando il successo di un progetto che unisce qualità, territorialità e innovazione.

Le sue pizze si distinguono per l’uso di lievito madre, farine locali integrali macinate a pietra, ricche di fibre e con basso indice glicemico. La sua filosofia punta su qualità e biodiversità, valori che gli hanno valso numerosi riconoscimenti: dal titolo di “Miglior Pizzaiolo d’Italia” fino al recente “Premio Biodiversità d’Italia” assegnato dalla guida Pizza & Cocktail di Identità Golose 2025.

Paolo, con grande passione, ci racconta ogni piatto: le origini, gli ingredienti, le tecniche di lavorazione e la sua visione personale.

Ad accompagnare l’esperienza, gli spumanti Metodo Classico dell’Oltrepò Pavese firmati da Francesca Carranante, perfetti per valorizzare ogni piatto e celebrare l’eccellenza enologica italiana. Il nome rivela origini campane: nata a Bacoli e innamorata del Pinot Nero, ha scelto una delle zone d’elezione di questo vitigno, l’Oltrepò Pavese. Laureata all’Accademia di Belle Arti di Brera, Francesca unisce due mondi, il vino e l’arte. Ne sono testimonianza le splendide cassette porta-bottiglie dipinte a mano, vere opere che riflettono il suo approccio creativo e la cura per i dettagli.

La cena si apre con il tipico antipasto cilentano: un mix di erbe (broccoli, scarola, cardi e cicoria) un piatto semplice ma ricco di sapori autentici; melanzana mbuttunata farcita con uova, cacio ricotta, prezzemolo e pomodoro; mozzarella di mucca che rispetto alla tradizionale mozzarella, risulta più asciutta e compatta. Ad accompagnarlo il Metodo Classico Dosaggio Zero, un profilo olfattivo elegante con sentori agrumati e richiami floreali, una buona struttura e una piacevole sapidità.

Si prosegue con il primo, cavatelli cime di rapa e alici di Menaica. Un piatto che racconta l’incontro tra due anime del Sud: la cucina contadina e la tradizione marinara cilentana. I cavatelli, pasta di semola e acqua, nascono nelle case rurali come simbolo di semplicità e sostanza. Le cime di rapa, ortaggio povero ma ricco di carattere, portano in tavola il gusto amarognolo dell’inverno.

A completare il piatto, le alici di Menaica, presidio Slow Food: pescate con la rete menaica, una tecnica antica che seleziona solo le alici più grandi e sane, salate e stagionate secondo usi che affondano le radici nella storia greca e monastica. Qui il calice accoglie il Metodo Classico Extra Brut 100% Pinot Nero, che ci accompagnerà anche nel secondo piatto. Un vino molto equilibrato con sentori di frutta a polpa bianca, crosta di pane, con una viva acidità e sfumature minerali.

Il secondo piatto fa onore al calamaro, protagonista indiscusso della tradizione marinara cilentana. Qui lo troviamo ripieno di scarola, olive e patate, ingredienti semplici che raccontano la storia di una cucina povera ma ricca di sapori autentici.

Terminiamo con un riconoscimento alla tradizione meneghina: il panettone con crema al mascarpone. Un dolce che non è solo simbolo del Natale, ma emblema di Milano. Completiamo l’esperienza con il Metodo Classico Brut Rosè, uno spumante raffinato e versatile, belle bollicine fini.

La cucina italiana, oggi patrimonio UNESCO, non è solo ricette, ma un sistema fatto di tradizioni, territori e competenze che contribuiscono all’economia e all’identità del Paese. La sfida ora è preservare questa ricchezza, garantendo che innovazione e globalizzazione non ne compromettano autenticità e valori. Un riconoscimento che chiama tutti, istituzioni, produttori e consumatori, a una responsabilità condivisa.

Non sono mancate le critiche, Giles Coren del Times ha alzato i toni, salvo poi ammettere che era solo una provocazione satirica contro lo snobismo britannico che sfoggia il made in Italy come trofeo. Poco male: il riconoscimento UNESCO non è un concorso di opinioni, ma la tutela di un patrimonio culturale universale.

La cucina italiana continuerà a raccontare la sua storia attraverso sapori e tradizioni, indipendentemente dai giudizi di chi preferisce discutere davanti a una tazza di tè.

Prosit!

Gran Caffè Gambrinus – I ritrovamenti nella Sala degli Specchi

Gran Caffè Gambrinus, completati i lavori di restauro alle sale in via Chiaia

Il locale storico torna nella sua dimensione originaria La famiglia Sergio – Rosati: “Un giorno memorabile”

Un’attenta opera di restauro e recupero minuzioso degli spazi quella che ha visto protagonista il Gran Caffè Gambrinus di Napoli ed in particolare le sale in via Chiaia che sono state unite al locale già esistente con ingresso da piazza Trieste e Trento.

Il restauro

La famiglia Sergio- Rosati ha fortemente voluto la riunificazione dell’intero locale, nel patrimonio di Città Metropolitana, annettendo le sale con affaccio in via Chiaia, oggetto di un corposo lavoro di recupero che ha portato alla luce un pavimento originario in marmo di Carrara, le ornie degli infissi, i dipinti, gli stucchi e gli affreschi il tutto con la supervisione della Soprintendenza.

La storia

Finalmente il sogno di Michele Sergio si è avverato: lui agli inizi degli anni ’70 diede inizio alla battaglia per recuperare i locali del Caffè situato nel cuore di Napoli, battaglia poi vinta. Ed ora con la Sala degli Specchi il Gambrinus si riappropria della sua storia.

Il presente

Oggi il lavoro di valorizzazione iniziato da Michele Sergio è portato avanti dai figli Arturo e Antonio Sergio e dai nipoti Massimiliano Rosati, Michele Sergio e Benedetta Sergio.  

“Per noi è un giorno davvero importante, un momento in cui ricordiamo nostro padre – affermano Arturo ed Antonio Sergio, titolari assieme al nipote Massimiliano Rosati -. Uno spazio recuperato, testimone di arte e urbanistica di un tempo, con opere d’arte da non sottovalutare, che è stato rimesso a nuovo nel pieno rispetto dei vincoli esistenti”.

L’arte

Affreschi su altorilievi della Scuola di Posillipo, stucchi e fregi nella nuova sala del Gran Caffè Gambrinus in via Chiaia, unita allo spazio del locale storico con affaccio su piazza Trieste e Trento e piazza del Plebiscito. Una sala che in realtà racchiude più ambienti, un colpo d’occhio davvero affascinante all’insegna del culto dell’accoglienza e della cultura. Sedersi ad uno dei tavolini è ripercorrere la storia di Napoli, quella autentica da leggere e approfondire guardando l’arte del locale finalmente nel suo insieme.

I decori in stile liberty e gli affreschi erano coperti dalle pannellature dei negozi che hanno occupato nel corso degli anni questi spazi. La Sala degli Specchi abbaglia chi vi entra per la prima volta, un tuffo all’indietro nel tempo per chi si fermerà ad uno dei tavolini e sui divani che arredano la sala. La Belle Epoque rivive ai giorni nostri e appassionati, turisti e cittadini potranno contare su un altro pezzo di storia napoletana riportato all’antico splendore con cura e attenzione. Uno spazio che nell’idea della proprietà sarà una naturale estensione del Gran Caffè Gambrinus, luogo di letterati, intellettuali, politici e personaggi del mono dello spettacolo.

DALLA RELAZIONE TECNICA

IL PAVIMENTO

Lo scavo, eseguito rigorosamente a mano, ha riservato una sorprendente scoperta: un pavimento originario quasi perfettamente conservato, in marmo bianco Carrara e tozzetti in marmo Emperador. La ritrovata pavimentazione è stata numerata, smontata e conservata in attesa dell’esecuzione dei lavori di manutenzione straordinaria

LE ORNIE
Nel deposito al piano inferiore sono state ritrovate le ornie originarie degli infissi su via Chiaia, cosi come soglie degli scalini dei vani di accesso e la boiserie in marmo.

I DIPINTI

I dipinti presenti nei riquadri che sovrastano le bucature di ingresso e la nicchia posta di fronte all’apertura individuata dal civico n.4 di Via Chiaia sono stati interessati da operazioni di pulitura che hanno ristabilito la leggibilità complessiva delle raffigurazioni.

Gli interventi di restauro sono stati seguiti sotto la supervisione della Soprintendente facente funzione, arch. Rosalia D’ Apice, e sono stati condotti nel rispetto dei principi fondamentali del restauro quali riconoscibilità, reversibilità, compatibilità, minimo intervento e interdisciplinarietà

Grazie al lavoro minuzioso di restauro degli antichi stucchi e di recupero dei pregevoli affreschi, il Gran Caffè Gambrinus rinasce a nuovo splendore. La totalità delle superfici decorate e intonacate è stata interessata dalla rimozione degli strati di tinteggiatura posticci, per restituire, con particolare riferimento per gli stucchi, la qualità e la tridimensionalità originali.

I MATERIALI

Tra i materiali di risulta sono stati ritrovati anche parte degli originali capitelli delle colonnine in legno facenti parte dell’apparato decorativo lateralmente agli specchi. Di questi è stato eseguito un calco e riprodotti quelli mancanti, rivestiti successivamente in foglia d’ oro. La bicromia degli stucchi mancanti è stata richiamata con un duplice trattamento superficiale. Il bianco potrà essere richiamato con finitura satinata; il dorato con finitura lucida.

Napoli: sorprende la veste “green” nei piatti di Michelasso, curati dallo chef Francesco Petito

Per lottare a colpi di mestoli e padelle nella metropoli partenopea bisogna armarsi di coraggio ed un pizzico di fantasia. Come l’audacia dell’imprenditore Lucio Sindaco, che ha voluto dedicare il progetto Michelasso alla mamma; il sogno autentico di alta ristorazione basata sulle tradizioni locali rivisitate.

L’estro invece delle mani del talentuoso chef Francesco Petito (classe ’96) che ha al suo attivo diverse esperienze in cucine importanti come La Mola di Porto Cervo, Casa del Nonno 13 a Mercato San Severino, Villa Crespi a Orta San Giulio (3 stelle Michelin) e Laqua Cannavacciuolo Countryside di Ticciano (1 stella Michelin).

Da ex negozio di abbigliamento con annesso centro estetico a pochi passi, ora qui si parla la lingua della buona cucina, con un occhio in particolare alle proposte vegan esaltate al meglio da Petito. Un sentiero da percorrere con maggior entusiasmo nel futuro, visto gli ottimi risultati della degustazione riservata alla stampa. Una valvola importante di sfogo in un settore che vive di alti e bassi, soprattutto a Napoli ormai presa d’assedio da turisti di ogni genere e tasche.

L’idea di sosta di qualità originale e tarata sulle usanze popolari da tenere sempre a mente come un faro luminoso, fatica a scrollarsi di dosso quell’immagine di mordi e fuggi a macchia di leopardo senza regole di continuità. Michelasso può proporsi come l’alternativa centrale, a pochi passi da piazza Municipio, per un viaggio nell’identità mediterranea italiana, fatta di ortaggi, erbe, funghi e contaminazioni.

Cibo e arte, con l’idea dei menù d’autore limited edition dedicati a risvolti benefici per ragazzi fragili, le cui famiglie necessitano di un conforto morale ed economico grazie al supporto di artisti amici a chilometro zero. Vini e sala affidati alle cure di Giorgio Zoccolella, che ha selezionato circa 450 etichette nazionali ed estere con prevalenza di quelle francesi.

Si parte dall’appetitosa bruschetta al pomodoro con colatura di mozzarella di bufala come amuse-bouche per proseguire con tonno tataki, dressing agli agrumi e mayo al basilico o carpaccio di manzo affumicato, lampone e cipollotto croccante per antipasto.

Coinvolgente e dall’alto profilo organolettico la cotoletta di funghi con salsa d’aglio dolce, bagnetto verde e mayo al prezzemolo. Ecco il profilo “green” giusto da seguire come via maestra, riproposto anche nella Wellington di fungo cardoncello, purea di sedano rapa e jus di fungo.

Artistici anche i dessert, in particolare la millefoglie croccante con crema diplomatica alla vaniglia e zabaione al lampone. Originalità, inventiva e sapore per un viatico intrigante dove l’unica incognita resta il rapporto con il prezzo medio, elevato nel confronto con il panorama dei pari concorrenti gourmet.

Michelasso si sviluppa su due livelli con circa 40 coperti interni divisi tra la sala superiore e la sala cantina, ideale per cene o degustazioni di piccoli gruppi. Dispone anche di un piccolo spazio esterno con 12 coperti.

Ristorante Michelasso

Via Santa Brigida, 14/16 – 80132 Napoli NA

Tel. 342 1689562 – www.michelasso.it

Torna a Isola del Liri la presentazione di “CastelWine”

Sabato 22 Novembre al castello a Isola del Liri in provincia di Frosinone, Stefano Boncompagni Viscogliosi e Isabella Citerni di Siena hanno nuovamente accolto giornalisti, autorità e amici all’evento esclusivo che ha visto la presentazione dei vini prodotti dall’azienda vinicola, curanti dalla mano sapiente dell’enologa Vincenza Folgheretti. Ne avevamo scritto già durante la prima edizione di Castello Viscogliosi presenta l’evento CastelWine e le due etichette prodotte in Toscana

I vigneti da cui si ottengono le uve sono ubicati nel Grossetano e più precisamente a Scarlino, terreni che già anticamente appartenevano alla famiglia Boncompagni Ludovisi e pervenuti per via ereditaria alla famiglia Viscogliosi. La degustazione per un ristretto numero di giornalisti si è tenuta in una bellissima sala affrescata del Castello.

L’azienda Castelli di Viscogliosi possiede circa tre ettari nella zona di Scarlino, di cui due impiantatati a vigneto, caratterizzati da suoli prevalentemente argillosi ricchi di sabbia, formatisi nell’Oligocene; si è scelto di puntare sui vitigni autoctoni quali pugnitello, ansonica e aleatico. La scelta di includere il merlot è stata dettata dal discendenza francese di Stefano. Il progetto è iniziato intorno al 2016 e sin dal principio si è voluto dare voce all’aleatico, vitigno molto difficile da seguire e vinificare, soprattutto quando si opta per la versione secca.

Il primo vino in degustazione è Carpiano 2024 un rosato da aleatico 100%, vinificato e affinato interamente in acciaio. La raccolta viene fatta manualmente intorno alla terza settimana di agosto,

Rosa salmone delicato e luminoso, profilo olfattivo discreto, che resta fedele alla qualità aromatica dell’uva senza esprimerla in modo esagerato: lampone, fragola, ciliegia, un nota speziata. In bocca il sorso è pieno, materico, e ha una bellissima chiusura sapida. Un rosato che si sposa bene con il cibo, mai banale e che invita alla beva.

Vincenza Folgheretti aggiunge che è un vino giovane, frutto di sperimentazioni eseguite nelle annate precedenti, per cercare di ottenere quel risultato che sembra proprio raggiunto con l’annata 2024.

La gestione tecnica è stata orientata per contenere e comporre gradevolmente la componente romantica. Sicuramente un’uva non semplice da seguire sia in vigna che in cantina, ma profondamente amata da Stefano Viscogliosi, perché legata ai ricordi dell’infanzia e alla tradizione della sua famiglia.

In assaggio anche Carpiano 2022, in cui spicca sicuramente il colore decisamente più intenso e la componente speziata che risulta in evidenza quasi rispetto alla componente fruttata che vira su note più mature. In bocca si percepisce l’identità del vitigno e la coerenza con quanto prima espresso a livello olfattivo e la distintiva nota salina, che rimanda al territorio da dove provengono le uve.

Il merlot dà vita a due vini, che si differiscono per lo stile di vinificazione: il primo in acciaio, il secondo in barrique nuove per un 25% e per il restante di terzo e quarto passaggio per 13 mesi e successivi 15 in bottiglia.

Alma è la versione che affina in acciaio per 9 mesi e a cui seguono altri 6 in bottiglia. Un vino che si offre nel calice con un rosso rubino con bagliori granato sul bordo, profumi di prugna, lentisco, ciliegia. Un tannino preciso e composto, come del resto la componente alcolica. Buona la persistenza e la sua versatilità negli abbinamenti.

Guado dell’Alma è la versione che prevede l’uso del legno, premiata a Merano Wine Festival: le note speziate, di cacao e tabacco arricchiscono il bouquet e donano un tocco elegante e internazionale, predisponendo a scenari evolutivi sicuramente interessanti.

Dulcis in Fundo – in tutti i sensi- una meraviglia prodotta in circa 400 esemplari: Alea, la versione dell’aleatico vendemmia tardiva. Una dolcezza che fa emozionare Stefano Viscogliosi, perché lo riporta al vino fatto dal nonno e bevuto durante le feste. Un bouquet che avvolge i sensi e si apre su note di marasca, china, dattero, prugna, pepe; l’acidità dà brio alle sensazioni dolci al palato e il finale è molto lungo e persistente.

Terminata la degustazione, i partecipanti hanno potuto ascoltare i saluti del sindaco di Isola del Liri e il racconto del Professor Viscogliosi sulla storia della famiglia del principe, che attraverso i secoli ha visto intersecarsi i destini di Papi, Nobili  e Reali e che ha svelato il motivo di questa liaison tra il Lazio e la Toscana, che ha visto i natali all’azienda Castello Viscogliosi.

Il pomeriggio si è concluso con l’assaggio dei vini abbinati a deliziosi finger food.

Muzic on Tour a Milano: il sottile filo rosso che unisce la cucina meneghina con i vini del Collio

Milano ha fatto da cornice a una serata che non è stata solo degustazione, ma racconto: Muzic on Tour, il progetto itinerante di Gambero Rosso, che fa dialogare cucina d’eccellenza e l’Azienda di grandi vini del Collio. L’evento ha confermato la cantina Muzic come una delle voci più autorevoli dell’areale, capace di tradurre in bottiglia la sensibilità agronomica del territorio e far brillare il territorio di San Floriano, uno spicchio eccellente della complessità geologica del Collio.

Dopo Roma, l’appuntamento meneghino ha confermato il ruolo della cantina Muzic, oggi la più premiata del Collio secondo Decanter, come ambasciatrice di un territorio che sta ridefinendo la propria identità.

Fabijan Muzic: un volto giovane per un Collio in evoluzione

Fabijan rappresenta la generazione che ha ricevuto in eredità una tradizione familiare e l’ha trasformata in progetto contemporaneo. I suoi vini cercano chiarezza e territorialità: profili aromatici netti, acidità vibrante, texture minerale. La sua è una pratica che unisce cura in vigna e decisioni coraggiose in cantina, con l’obiettivo di far emergere la singola parcella più che uno stile omologato.

Vini puliti, sinceri, capaci di raccontare il territorio senza forzature. La sua filosofia del “meglio non imbottigliare piuttosto che offrire un vino non all’altezza” è diventata la cifra stilistica dell’azienda e fa di questa Cantina l’ambasciatrice di un Collio unito e forte, che vuole essere Brand sociale ma oggi può e deve essere di più, deve essere riconosciuto per il mosaico di zone, microclimi e vigneron che rappresenta.

Dal Collio Evolution a Milano: un messaggio chiaro

Il recente evento Collio Evolution ha segnato un passaggio decisivo: il Collio non si accontenta più di rappresentare l’eccellenza tecnica dei bianchi italiani, ma punta a farsi riconoscere come territorio con molte facce e un linguaggio comune. La valorizzazione delle singole unità zonali, l’approccio agronomico più accorto e la comunicazione di una matrice geologica e pedologica (la “ponca”) sono i pilastri di questa nuova consapevolezza.

In questo contesto, Muzic si inserisce come interprete autentico: la ponca è lo spartito, le note sono gli autoctoni: Ribolla, Malvasia, Friulano, ed è un’arte del territorio e dei grandi Vigneron ricamare attraverso queste note grandi composizioni, vinificazioni e evoluzioni in contenitori differenti per ogni singola parcella, poi riuniti come in un coro polifonico all’interno di uno stesso calice.

Abba: Milano industriale e cucina contemporanea

La serata si è svolta da Abba, ristorante milanese guidato da Fabio Abbattista, dalle radici pugliesi e consolidate esperienze internazionali, una mano delicata, saporita ed eccellente per una cucina dal passo moderno. Il locale, si trova nel Certosa District, una zona rinnovata di Milano, in grande fermento, è un open space in un contesto industriale ristrutturato, e ha offerto un palcoscenico ideale: piatti pensati per esaltare i vini Muzic, con un approccio che privilegia leggerezza, contrasti e precisione tecnica.

Abba non ha mai cercato di sovrastare i vini, ma di dialogare con loro: ogni portata è stata costruita come un racconto parallelo, capace di sottolineare freschezza, sapidità e profondità delle etichette in degustazione. Il nostro plauso a Gambero Rosso per aver curato e creato questo splendido connubio.

I piatti e gli abbinamenti, tanti i richiami alle origini dello Chef, rivisitati in una chiave di grande eleganza:

Il primo calice è una Ribolla Gialla 2024 in versione ferma. Premesso che l’apertura con bolla non è una convenzione ma una scelta largamente diffusa (a volte scientemente) i Muzic non spumantizzano, non per intolleranza verso le bolle ma per una scelta dettata dall’interpretazione del vitigno che il loro territorio permette. Il clima nella località Bivio di San Floriano del Collio è Mediterraneo, accogliente, e la Ribolla che ama questo clima qui esprime il suo varietale fruttato agrumato in maniera importante, abbinato a una piacevole mineralità e salinità figli del patrimonio geologico. Un vino schietto, che soddisfa fin dal primo sguardo dai contorni dorati, coinvolge con i suoi toni di pompelmo e la freschezza che insieme alla dotazione salina invogliano tantissimo la beva.

In abbinamento:

•          Entreè di Benvenuto, Polpettine di Melanzana e Melanzana laccata al mosto di fichi. La prima è un racconto classico e una frittura ben eseguita, la seconda un perfetto gioco di texture, che danno alla melanzana una consistenza caramellata e brunita fuori, succulenta e scioglievole all’interno, impreziosita dal cacioricotta a sovrastare. Un ricordo spensierato delle grigliate tra amici, abbinamenti puliti e piacevoli.

•          Triglia di Scoglio, pepe Timut e mandorla — Splendido il ricordo delle fritture di paranza fronte mare, un assaggio carnoso,dai contorni crunchy, dal tocco pepato e quel finale lungo e umami portato dalla mandorla tostata che crea dipendenza. Qui la Ribolla Gialla Muzic ha trovato il suo terreno ideale: freschezza e acidità hanno bilanciato la grassezza del pesce, con ritorni agrumati che hanno accompagnato la nota aromatica del piatto.

Si prosegue col Collio Sauvignon DOC “Pàjze” 2024 di Muzic, una anteprima la cui chiave è ancora il territorio e il suo calore ben dosato. È un Sauvignon paglierino, di bell’ampiezza, che mette i toni vegetali in coda e coinvolge con toni di ananas e frutti freschi tropicali, erbe balsamiche, salvia e mentuccia, un leggero peperone in sottofondo.

•          Seppia e Carciofi — Bellissimo a vedersi e non solo, il velo è delicato e tenace al tempo stesso, il ripieno un concentrato di mare. L’abbinamento di difficile esecuzione del vegetale del carciofo è ottimamente riuscito e il sauvignon, ha accompagnato la delicatezza del ripieno che a sua volta esalta la freschezza del vino.

Proseguiamo col Collio Friulano Valeris 2024 un vino fortemente territoriale, è prodotto con vigne di oltre 40 anni, è la spina dorsale, del blend dello Stare Brajde e vinificato a sé fa subito comprendere perché. Carattere, bouquet olfattivo ampio e intensamente floreale svelano un sorso secco e morbido, dalla grande freschezza e con chiusura ammandorlata.

•          Gnocchetti di zucca, robiola e berberè – Un ricordo d’autunno. La dosata dolcezza gioca con l’acidità del formaggio, poi intervengono le spezie magistralmente dosate che proseguono il messaggio del piatto e donano nuovi spunti. Il Friulano trova in questa pienezza terreno fertile e completa benissimo creando sinergia e piacevolezza.

Entra in scena il Collio Bianco DOC “Stare Brajde” 2023 – Muzic, una celebrazione del Collio, una selezione delle migliori uve friulano, malvasia istriana, ribolla gialla, a cui viene effettuata decantazione statica, poi fermentazione in Tonneau di acacia e affinamento sur lie. 12 mesi minimi di affinamento in bottiglia. Vino di equilibrio estremo, curato da mani sapienti minuziosamente.

Descrive perfettamente la bellezza del Collio e la tradizionalità, l’arte del mélange di queste bacche bianche che tra loro si completano, si rafforzano, ampliano il loro messaggio e sotto mani sapienti si uniscono in una voce unica. Si apre al naso un ventaglio di agrumi, girando si amplia e svela toni di salvia e rosmarino, miele, mandorle tostate. Tensione di beva, salinità e una giusta grassezza lo rendono agile e versatile, più teso in gioventù, più largo e persistente nell’invecchiamento, che in questa etichetta (ma anche nelle altre) può protrarsi davvero molto e dare grandi emozioni.

•          Risotto, Castelmagno e mais Affumicato – una cartolina dal Piemonte, impreziosito dal mais affumicato da personalità. Lo Stare Brajde 2023 si coniuga e duetta bene col piatto, dando pulizia, coinvolgendoci con la sua vivacità aromatica.

Si torna allo Stare Brajde ma in annata più vecchia e temperatura leggermente più alta. Il volume si amplifica, la burrosità emerge, le note di frutta a guscio, di humus iniziano a far capolino al naso insieme a una piacevole oleosità al palato che lo allarga e gli da più capacità di pulizia.

•          Lavarello, lenticchie nere e curcuma — Piatto di equilibrio, succulenza e ricercata aromaticità, in abbinamento si completa gradevolmente e con pulizia.

•          Manzo alla brace, pastinaca e fava tonka – Dietro un canovaccio semplice si cela una esecuzione attenta a rendere ogni singolo morso un concentrato di sapore, delicato e suadente. L’abbinamento regge e convince, è pulito e piacevole.

Doc Friuli Isonzo – Picolit 2018 chiude gli assaggi di giornata un vino dolce raro, il Picolit soffre di acinellatura, ha rese bassissime ma estremamente eccellenti. L’uva viene raccolta e lasciata appassire sui graticci di legno per 30 giorni. Viene poi diraspata e lasciata macerare in botti di rovere da 228 litri per circa dieci mesi. Giallo dorato dai profondi riflessi ambrati, ricco e complesso al naso apre con ricordi di Frutta gialla matura, confettura di albicocca e miele, poi spezie dolci sul finale. Vellutato e ben dosato di zucchero.

•          Sorbetto ai cachi e cannella – Un duetto perfetto col picolit, la componente grassa lenisce l’effetto termico del sorbetto e lascia un tema fruttato giallo perfettamente in armonia col vino.

•          Focaccia dolce – Chiudiamo con un dolce della tradizione e col suo intingolo cremoso un percorso eccelso.

Oltre il “brand sociale”

Il Collio è conosciuto e amato, ma spesso percepito come marchio collettivo più che come somma di storie individuali. È necessario raccontare le zone, i singoli vignaioli, le radici familiari. Fabijan Muzic, con la sua energia e la sua visione, rappresenta proprio questo: una generazione che porta nel sangue i valori del territorio e li traduce in vini capaci di parlare al mondo con voce limpida e coerente.

Cosa ci lascia questo racconto La serata milanese è stata un tassello di un racconto più ampio: Muzic e Fabijan non rappresentano solo una cantina premiata, ma un modello di come il Collio possa farsi riconoscere uscendo dalla dimensione di “brand sociale” per affermarsi come territorio vivo, plurale e identitario. Milano ha ascoltato, assaggiato e capito: il prossimo passo è far conoscere ancora meglio le singole zone e gli autoctoni che rendono unico questo territorio. E Muzic, con Fabijan, è oggi uno dei protagonisti di questa rivoluzione.

Osteria Frangiosa a Ponte, la cucina tipica del Sannio beneventano

Ponte, nel Sannio beneventano, all’ombra del massiccio del Monte Taburno, è terra contadina di tradizioni vitivinicole e olivicole che evocano il buon vivere e il buon godere. L’anno che volge a concludersi è stato un anno particolare per Osteria Frangiosa, che da mezzo secolo racconta la storia del piccolo comune fatta di generazioni passate, dove ogni piatto, boccone e ricetta rappresentano un tuffo nella memoria gastronomica di un’epoca e di una cultura mai sopita. Anzi, spesso persino rimpianta.

Giovanni Franciosa, seconda generazione di osti, e sua moglie Annalisa accolgono sempre col calore del sorriso e con la voglia di non deludere mai. Ma prima di lui papà Oreste Frangiosa, fin dalle prime battute nel lontano 1975, era stato l’appassionato artefice di una avventura nella storia culinaria del Sannio che dura da dieci lustri mentre in cucina, a dirigere le operazioni, c’è sua moglie Concetta, mamma di Giovanni.   

L’atmosfera

Quando si varca la porta di un’osteria che segue la tradizione, oltre alla cura dell’oste, si viene fatalmente avvolti da un’aria d’altri tempi, fatta di luci soffuse e tavoli di legno che sembrano narrare dei propri innumerevoli utilizzatori. Il chiacchiericcio degli avventori si mescola al il tintinnio delle posate, creando un suono familiare che fa sentire ogni cliente come a casa propria. Giovanni, con il suo grembiule sbiadito dal lavoro e dalle risate, è pronto a raccontarti la storia di ogni ingrediente, ogni ricetta, ogni tecnica culinaria che ha attraversato il tempo per arrivare fino a quel piatto fumante che ti viene servito.

La cucina di Osteria Frangiosa non ha bisogno di fronzoli. Non si trovano in menu piatti ultra-fotografati o ingredienti esotici, ma piuttosto una cucina che rispetta la semplicità ed esalta l’autenticità, grazie all’amore che viene messo in ogni dettaglio e – soprattutto – nella cura maniacale e nella selezione delle materie prime.

Le “stelle” della Tavola

I veri protagonisti del menù (sempre rigidamente stagionale) di Osteria Frangiosa sono senza dubbio i piatti della tradizione locale: le lasagne preparate come una volta, con la sfoglia fatta a mano e il ragù che cuoce lentamente per ore; la polenta che ti scalda il cuore, servita con un ricco sugo di cinghiale o con formaggi che si fondono in un abbraccio perfetto; i bolliti misti, che tra il brodo e le salse varie raccontano la storia di una cucina che affonda le radici nella cultura contadina.

La selezione di salumi e formaggi locali è una sinfonia di sapori, un viaggio attraverso i terreni e i pascoli che hanno dato origine a questi prodotti. Le bruschette, abbondanti di olio extravergine di oliva e aglio, sono un richiamo irresistibile alla semplicità del buon cibo. Una menzione speciale merita proprio l’olio EVO di casa. “Emozionare” è un monocultivar di Ortice dedicato da Giovanni e Annalisa, che ne ha personalmente curato il bellissimo labelling, hanno dedicato alle quattro generazione che hanno portato ad oggi la coltivazione dell’oliveto di famiglia e l’Osteria. 

Non puoi uscire da Osteria Frangiosa senza però aver assaggiato i rustici ammugliatielli alla brace, le Rane fritte, la Panzetta di agnello ripiena oppure il rinomato ed introvabile piccione imbottito.  Ma per preparare il palato a queste vere gocce di tradizione vanno preventivamente assaggiati il pancotto con broccoli spadellati, l’uovo in salsiccia e l’involtino ai funghi porcini. E se la devozione alla pastasciutta non ammettesse deroghe, allora verranno in soccorso le orecchiette e broccoli con pomodori secchi e olive oppure, se di stagione, i paccheri alla zucca rossa con salsiccia e gli scialatielli ai funghi porcini.

Neppure nei vini sono ammesse deroghe nella tradizione locale: Falanghina del Sannio DOC solo per l’entrèe e poi Aglianico del Taburno DOCG nelle sue eclettiche espressioni. Un sorriso ti accoglie e un sorriso (quello disegnato dai dessert fatti in casa da mamma Concetta) ti congeda, come un arrivederci, una promessa di ritorno ed un augurio per i prossimi traguardi di Osteria Frangiosa, magari sotto la guida dei giovanissimi Oreste, Cosimo e Chiara Frangiosa.

Viaggio attraverso la Grecia del vino a Merano Wine Festival 2025

A Merano, in occasione della 34° edizione del WineFestival che ha avuto luogo dal 7 all’ 11 novembre 2025, in uno degli ampi saloni dell’Hotel Therme, si è tenuta una masterclass dal titolo: Viaggio attraverso la Grecia del Vino. Curata da “I Vini del Cuore” con Olga Sofia Schiaffino , in collegamento vi erano, Haris Papandreou, ideatore del Wine Greek Day e le cantine Hatzidakis, Jima e Diamantakis. Olga Sofia Schiaffino, esperta sommelier, nonché, autore di 20Italie, ha presentato i tre vini in degustazione interagendo con le persone citate.

I Vini del Cuore e una guida social, la prima in Italia, ideata da Olga Sofia Schiaffino in collaborazione con Clara Maria Iachini, giunta ormai alla sua quinta edizione. Al progetto sono stati coinvolti e selezionati Wine Blogger, Sommelier, Wine Expert ed Instagramer di tutta Italia e non solo. La prefazione in questa edizione è stata curata dal patron del Merano WineFestival Helmut Köcher.  Nella guida sono rappresentate tutte le regioni dello stivale ed alcune aree dei Balcani e della Grecia selezionate rispettivamente dai Wine Ambassador Haris Papandeou e Michela Cojocaru e molte novità a partire dai vini della Gran Bretagna curati dall’esperta e MW Patricia Stefanowicz e aggiunte e riconfermate Clizia Zuin e Tamar Tchitchiboshvili.

Ai vini selezionati dai partecipanti della guida non viene assegnato nessun punteggio, ma vengono solo raccontati in maniera emozionale. Per i vini da esaminare non viene richiesto l’invio da parte dei Blogger alle aziende. I vini sono talvolta di piccole aziende e reperibili sul mercato, capaci di suscitare piacevoli sensazioni dal profondo del cuore.

Ecco i vini degustati durante la masterclass:

Pgi Creta Diamatopetra bianco 2024 Diamantakis Winery – Vidiano 50% e Assyrtiko 50% –  Giallo paglierino con sfumature verdoline, emana sentori di ananas, pesca, albicocca, cedro e vaniglia, il sorso è vibrante, coerente, stimolante e persistente.

Kalomodia Super Girl 2024 Jima – Debina 100% – Giallo paglierino luminoso, sprigiona sentori di mela, pescanoce, ananas e zagara, al palato è fresco, saporito, corrispondente e duraturo.

Pdo Santorini Skitali 2023 Hatzidakis – Assyrtiko 100% – Giallo paglierino, sfumature oro, sviluppa sentori di fiori di camomilla, susina, albicocca e lime, al gusto è dinamico, leggiadro, pieno ed avvolgente.

Giovanni Senese: la nuova visione della pizza napoletana tra tradizione, contemporaneità e sostenibilità

Il pizzaiolo originario di Napoli entra nella guida “Identità Golose – Pizzerie e Cocktail Bar d’Autore 2026”

Napoli – Giovanni Senese, pizzaiolo napoletano e interprete appassionato della cultura gastronomica partenopea, è stato ufficialmente inserito nella guida Identità Golose 2026 dedicata alle pizzerie e ai cocktail bar d’autore, un riconoscimento che premia la sua visione  la sua costante dedizione nel valorizzare l’arte della pizza.

Il suo percorso nasce da un’idea precisa: raccogliere l’eredità della tradizione napoletana e proiettarla nella contemporaneità, sviluppando un linguaggio culinario capace di restare fedele ai sapori autentici, ma anche di dialogare con le esigenze del presente.

Tradizione come radice, innovazione come chiave di lettura

Per Giovanni Senese la pizza oltre ad essere un piatto popolare e iconico, è soprattutto un patrimonio culturale da raccontare.
Il suo lavoro punta a preservare gesti, tecniche e sapori di un tempo, reinterpretandoli attraverso processi moderni: impasti alleggeriti, fermentazioni controllate, cotture studiate, topping che nascono dal dialogo tra memoria e ricerca. Il risultato è un impasto che racconta nello stesso morso passato e presente, nella pizza e in altri panificati di sua produzione.

Educare alla qualità, costruire un futuro più sostenibile

Uno dei cardini della filosofia di Giovanni Senese è la scelta rigorosa delle materie prime. Le collaborazioni con produttori che condividono la sua attenzione per la stagionalità, unita al lavoro quotidiano nel suo orto sinergico, rappresentano solo una parte del suo impegno: la stessa cura è rivolta a tutti gli altri ingredienti, dalle verdure ai latticini, alle carni allevate in modo etico, fino ai prodotti del mare provenienti da filiere controllate. Per lui, qualità e sostenibilità non sono solo un valore aggiunto, ma una responsabilità che guida ogni scelta nel suo laboratorio.

La sua missione è anche educare il pubblico alla qualità, far comprendere che una pizza eccellente nasce da un equilibrio tra gusto, tecnica e sostenibilità. Una pizza che rispetta la terra, chi la lavora e chi la mangia.

Il piacere resta al centro

In un’epoca in cui si parla molto di attenzione all’alimentazione, approccio moderno e tecniche, Giovanni Senese non dimentica la matrice del suo mestiere: donare piacere attraverso una pizza buona, genuina e memorabile. Ogni creazione resta visceralmente napoletana, intensa e armonica, capace di suscitare emozioni al primo morso: una pizza che si rinnova.

Un riconoscimento che consolida un percorso

L’ingresso nella guida Identità Golose 2026 conferma il valore del lavoro di Giovanni Senese e il crescente apprezzamento della critica di settore. Un traguardo importante che racconta un percorso di studio, dedizione e visione.

FIVI Bologna 2025: la festa dei vignaioli e il nuovo rapporto tra vino e consumatore

Bologna, 15–17 novembre 2025, con oltre 1100 produttori presenti, l’edizione 2025 del Mercato dei Vignaioli Indipendenti FIVI si conferma uno degli appuntamenti più coinvolgenti del panorama enologico italiano. Un evento che molti considerano il più “positivo” tra quelli dedicati al vino, capace di restituire un rapporto diretto, vero, umano tra vignaiolo e consumatore.

Fin dall’apertura, l’affluenza ha superato le edizioni precedenti: professionisti, ristoratori, enotecari, appassionati, tutti rigorosamente muniti delle piantine con la mappa degli stand, alla ricerca dei loro produttori del cuore. Il mercato FIVI resta uno dei luoghi dove acquistare vino è più conveniente, e la varietà proposta è semplicemente unica.

“Il vino deve tornare quotidiano”

Tra gli stand ho iniziato il mio percorso da Tre Botti, cantina dell’Alto Lazio, dove ho incontrato Ludovico Maria Botti, Consigliere Nazionale FIVI e Vicepresidente CEVI. La sua riflessione sul presente del vino è lucida: «Dobbiamo riportare il vino nella quotidianità delle famiglie. Negli ultimi decenni lo abbiamo caricato di una complessità eccessiva, creando un muro tra produttori e consumatori.»

Botti sottolinea come il prezzo dei grandi vini abbia generato l’idea che ciò che costa meno non sia di qualità. «Non è così. Molti vignaioli lavorano con una filosofia virtuosa, sostenibile, attenta alla salute delle uve».

A rallentare il settore c’è un’altra sfida: la burocrazia europea, che sottrae tempo al lavoro agricolo e pesa soprattutto sui piccoli produttori.

Visitare il FIVI significa osservare carrelli carichi di scatole, acquisti ponderati, regali già pronti per il periodo natalizio. La data a ridosso del Black Friday aiuta, trasformando il mercato in un’occasione perfetta per scegliere bottiglie significative da condividere o donare.

La logistica 2025 ha fatto un passo avanti: nuovo ingresso da Piazza della Costituzione e più punti di distribuzione dei bicchieri. Risultato: file ridotte, esperienza più fluida.

Le cantine che ho visitato: un viaggio attraverso l’Italia del vino

Di seguito le realtà incontrate nei tre giorni bolognesi, ognuna con il suo stile, il suo territorio e la sua personalità.

La Perla del Garda – Lombardia

Vini eleganti del Lago di Garda, freschezza e finezza con un’attenzione maniacale alla pulizia aromatica. Grandi spumanti Metodo Classico che valgono la bevuta.

Ca’ du Ferrà – Liguria

Cà du Ferrà è una cantina sospesa tra mare e cielo, nata su terrazze di pietra che guardano la Riviera ligure come palchi naturali affacciati sull’infinito. Qui la viticoltura è eroica nel vero senso della parola: ogni filare è conquistato alla montagna, ogni grappolo è il frutto di mani che lavorano con la stessa tenacia del mare contro le scogliere. Davide e Giuseppe sono la testimonianza della resilienza e dell’amore per il vino.

Alle Tre Colline – Piemonte

Produzioni artigianali e territoriali, con rossi che uniscono tradizione langarola e immediatezza espressiva. Elisa è giovane ma già con una grande forza e determinazione. Insieme al papà e al fratello, porta avanti una bellissima realtà.

Cantina Morichelli – Lazio

Una delle voci nuove più convincenti del Lazio: vini diretti, sinceri, ricchi di identità territoriale. Vini che rimangono impressi.

Casa Lucciola – Matelica (Marche)

Verdicchi di grande verticalità e precisione, capaci di sorprendere per struttura ed eleganza. Un posto che rimane nel cuore. Da sottolineare la nuova etichetta del Verdicchio Riserva, appositamente realizzata dalla famosa winedesigner Federica Cecchi e che al FIVI ha riscosso molto successo.

Fattoria di Poggiopiano – Firenze

Per me una nuova conoscenza e scoperta. Chianti autentici e dal timbro classico, espressione sincera delle colline fiorentine.

I Pampini – Lazio

Micro-produzioni curate e personali, dove l’attenzione al dettaglio è protagonista.

Tre Botti – Lazio

Dialogo e visione, vini che riflettono l’essenza agricola del territorio e una filosofia FIVI pura. Una realtà da approfondire.

Cipriani – Marche

Bianchi e rossi marchigiani di carattere, con interpretazioni fresche e gastronomiche. Protagonista la terracotta delle anfore.

Ciucci – Lazio

Una piccola realtà vinicola che lavora con passione e territorialità, vino schietto e diretto. Piccola si fa per dire in quanto i vigneti sono compresi in una estensione molto importante con produzione di olio di oliva e molto altro. Un punto di riferimento a Orte.

Terre D’Aquesia – Lazio

Interpretazioni moderne della Tuscia, vini equilibrati con un tocco di mineralità ed eleganza. Siamo ad Acquapendente, nel punto in cui il Lazio incontra Umbria e Toscana.

Podere dell’Anselmo – Montespertoli (FI)

Chianti e IGT toscani vigorosi, ben lavorati, con una bellissima impronta artigianale.

Antonella Pacchiarotti – Lazio

Interpretazioni eleganti e originali dell’Aleatico e non solo, con mano femminile e grande precisione. Antonella è la “Regina dell’Aleatico!”

Tenuta San Marcello – Marche

Verdicchio e Lacrima di grande personalità, territoriali e sempre più convincenti.

Casaleta – Marche

Casaleta è una cantina marchigiana che conquista con la sua autenticità: vini puliti, immediati, dal sorso piacevole e perfettamente bilanciato. Ogni bottiglia racconta la cura artigianale e l’armonia del territorio, con espressioni fresche, sincere ed emozionanti. Una realtà che sorprende per costanza, precisione e capacità di lasciare un segno nel cuore di chi la incontra.

Pantaleone – Marche

Pantaleone è una cantina che incarna l’anima più autentica delle colline ascolane: vigneti abbracciati dal vento, suoli ricchi e un approccio agricolo rispettoso che valorizza ogni sfumatura del territorio. I suoi vini sono vibranti, luminosi, profondamente territoriali: espressioni sincere che uniscono eleganza naturale e una freschezza che conquista il palato. Una realtà che racconta le Marche con purezza, passione e un’identità inconfondibile.

La Querce – Firenze

La Querce è una piccola gemma delle colline fiorentine, dove il lavoro artigianale incontra una visione moderna del Chianti. I vini nascono da vigne curate con precisione e rispetto, e raccontano un territorio vivo, solare, ricco di storia. La differenza la fanno i terreni, composti di argilla rossa — la stessa con la quale sono realizzate le anfore in cui maturano i vini, che conferisce mineralità, struttura e una personalità unica a ogni bottiglia. Tannini finissimi, freschezza equilibrata e una bevibilità schietta rendono ogni sorso autentico e appagante. Una cantina che parla con sincerità e conquista chi cerca vini veri, puliti e profondamente toscani.

Cristina Del Tetto – Langhe (Piemonte)

Ottimo vini Barbera e Nebbiolo di stile sincero, con una bella impronta di frutto e territorialità. Alta Langa che lascia il segno.

Palazzone – Umbria

Una delle firme più solide dell’Orvieto: bianchi profondi, nitidi, di impeccabile equilibrio. Una famiglia che da sempre fa vino e lo fa molto bene.

La Pazzaglia – Tuscia (Lazio)

Vini vulcanici tesi e sapidi, capaci di raccontare perfettamente la Tuscia collinare. Vini bianchi con grande tendenza all’evoluzione, tanto da rimanere impressi per la loro complessità.

Merumalia – Frascati (Lazio)

Merumalia è una cantina dei Castelli Romani che interpreta il Lazio con freschezza, eleganza e grande personalità. I suoi vini, coltivati su terreni vulcanici, esprimono tensione minerale, luminosità e un’identità territoriale chiara. Dietro ogni bottiglia c’è attenzione maniacale in vigna e in cantina, capacità di leggere il territorio e rispetto per la natura: vini vibranti, sinceri e contemporanei, capaci di sorprendere e di rimanere impressi nella memoria di chi li degusta.

Il Poggio di Gavi – Piemonte

Cortese di grande pulizia, vini freschi e minerali, perfetti per la tavola quotidiana. Straordinaria bevuta lo spumante Gavi di Gavi 2015 a base Cortese.

L’Avventura – Lazio

Stile contemporaneo del Cesanese e ricerca: vini dinamici e identitari, tra i più innovativi della regione. Un lavoro continuo sulla ricerca della qualità. Gabriella e Stefano sono simbolo di gentilezza, empatia e visione.

Cantinamena – Lazio

Cantina Amena è una realtà giovane e dinamica dei Castelli Romani, nata a Lanuvio su terreni di origine vulcanica che conferiscono ai vini freschezza, finezza minerale e forte identità territoriale. Gestita dalla famiglia Mingotti, l’azienda abbraccia da sempre una filosofia agricola biologica e sostenibile, unendo tradizione contadina e tecniche moderne di vinificazione. 

Donato Giangirolami – Lazio

Azienda biologica di lunga esperienza, famosa per bianchi nitidi e territoriali. Giangirolami è noto per la sua interpretazione pulita e contemporanea dei vitigni del territorio. Sauvignon, Malvasia Puntinata, Bellone, Merlot e Nero Buono, con vini sempre equilibrati, luminosi e di grande bevibilità.

Paride Chiovini – Piemonte

Paride Chiovini è una cantina artigianale situata nelle Langhe, in Piemonte, che interpreta con cura e attenzione i vitigni autoctoni del territorio: Nebbiolo, Barbera e Dolcetto.

I Ciacca – Lazio

Viticoltura storica e di montagna, recupero di antichi vitigni e identità contadina autentica. Famiglia emigrata in Scozia agli inizi del secolo scorso, riscopre le sue origini grazie a Cesidio che torna a Picinisco e inizia la sua riscoperta del territorio e dei vitigni dimenticati.

Antonelli San Marco – Umbria

Antonelli San Marco è una delle realtà storiche e più rappresentative del territorio di Montefalco, nel cuore dell’Umbria. La tenuta si trova nella zona di San Marco, una collina particolarmente vocata per la viticoltura e per la produzione di vini da uve autoctone, in primis Sagrantino, Sangiovese e Grechetto.

Castello di Torre in Pietra – Lazio

Castello di Torre in Pietra è una delle realtà più affascinanti e storiche del Lazio, situata alle porte di Roma, nel comune di Fiumicino. La tenuta si sviluppa attorno a un castello del XVII secolo costruito su una antica cava di tufo, elemento che segna profondamente l’identità dei suoi vini: bianchi salini e rossi morbidi, sempre equilibrati.

I Fauri – Abruzzo

I Fauri è una cantina familiare delle Colline Teatine, in Abruzzo, guidata dai fratelli Valentina e Luigi Di Camillo. Produce vini autentici e territoriali da vitigni autoctoni come Montepulciano, Pecorino, Passerina e Trebbiano, lavorando in biologico e privilegiando vasche in cemento e acciaio. Lo stile è fresco, pulito e sincero: vini immediati ma mai banali, che raccontano l’Abruzzo con genuinità e una piacevole capacità di beva.

Fongaro – Veneto

Fongaro è una storica cantina dei Monti Lessini, in Veneto, specializzata quasi esclusivamente nella produzione di metodo classico da uve Durella, vitigno autoctono noto per l’elevatissima acidità e la grande longevità.

Elena Fucci – Basilicata

Elena Fucci è una delle voci più autorevoli e identitarie del Vulture, in Basilicata. La sua cantina nasce da una scelta coraggiosa: non vendere i vigneti di famiglia, ma valorizzarli dedicandosi totalmente al vitigno simbolo della zona, l’Aglianico del Vulture, potenza e profondità, con uno stile impeccabile.

Borgo Stajnbech – Veneto

Borgo Stajnbech è un’azienda vinicola del Veneto orientale, situata nell’area di Belfiore di Pramaggiore, in una zona storicamente vocata alla viticoltura grazie ai terreni argillosi, ricchi di minerali e influenzati dalle brezze dell’Adriatico. Vini dal profilo elegante, pulito e ben definito.

Migrante – Lazio

Un progetto giovane e coraggioso per il Cesanese di Olevano Romano: vini vulcanici dallo stile sincero, vibranti e contemporanei, che sorprendono.

Colombaio Di Santachiara – Toscana

Colombaio di Santachiara è una delle cantine più rappresentative di San Gimignano, nel cuore della denominazione Vernaccia di San Gimignano DOCG. Azienda familiare guidata dai fratelli Logi, nasce da un forte legame con il territorio e da una visione produttiva che unisce tradizione e precisione tecnica. Specializzati nella Vernaccia, interpretano questo vitigno con stile contemporaneo: vini verticali, sapidi, minerali, capaci di evolvere nel tempo grazie ai suoli ricchi di sabbie marine e conchiglie fossili.

Palmento Costanzo – Sicilia (Etna)

Palmento Costanzo è una cantina simbolo dell’Etna e del suo straordinario patrimonio viticolo. Le uve principali sono le varietà autoctone: Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio per i rossi, Carricante e Catarratto per i bianchi. Lo stile dei loro vini è nitido, vibrante, profondamente minerale. Etnei autentici, capaci di coniugare eleganza, verticalità e una precisa impronta vulcanica.

El Zeremia – Trentino

Cantina El Zeremia è una piccola e preziosa realtà artigianale della Val di Non, in Trentino, conosciuta soprattutto per la produzione del Groppello di Revò, un raro vitigno autoctono coltivato quasi esclusivamente in questa valle. A conduzione familiare, El Zeremia lavora con grande attenzione alla tradizione: vigneti in aree vocate, rese contenute e vinificazioni semplici e trasparenti che lasciano emergere il carattere del Groppello.

Al FIVI di Bologna Filippo Legnaioli (FIOI) ribadisce il ruolo chiave dell’Olio Extravergine di Oliva nella cultura alimentare italiana

Uno degli appuntamenti più autorevoli dedicati ai vignaioli indipendenti, l’intervento di Filippo Legnaioli, Presidente Nazionale di FIOI – Federazione Italiana Olivicoltori Indipendenti, ha riportato al centro del dibattito un protagonista spesso dato per scontato ma essenziale: l’Olio Extravergine di Oliva.

Legnaioli ha sottolineato come l’extravergine non sia semplicemente un condimento, bensì un pilastro culturale, agricolo e nutrizionale del nostro Paese. «L’olio di qualità – ha ricordato – deve essere riconosciuto come un alimento, non come una merce indistinta. È il risultato di un lavoro artigianale, identitario, legato al territorio e alla sostenibilità».

Un messaggio forte in un momento in cui il settore olivicolo italiano vive sfide legate ai cambiamenti climatici, alla concorrenza internazionale e alla scarsa consapevolezza del consumatore sulla differenza tra un extravergine di alta qualità e un prodotto industriale.

Il FIOI, sotto la guida di Legnaioli, si sta affermando sempre più come un attore fondamentale nella promozione della cultura dell’extravergine. L’obiettivo è duplice: da un lato valorizzare il lavoro degli olivicoltori indipendenti, dall’altro educare il pubblico al riconoscimento delle qualità sensoriali e nutrizionali dell’olio prodotto con cura, trasparenza e rispetto della terra.

Durante l’incontro bolognese è emersa chiaramente la visione della Federazione: l’Olio Extravergine di Oliva non è solo un ingrediente cardine della Dieta Mediterranea, ma un patrimonio da tutelare. Un prodotto che racconta territori, cultivar, manualità, biodiversità, e che oggi più che mai necessita di essere difeso e comunicato con competenza.

Il messaggio finale è stato chiaro: sostenere l’extravergine di qualità significa sostenere la nostra agricoltura, la nostra identità e la salute dei consumatori. E la FIOI, con il suo lavoro di valorizzazione, formazione e difesa dell’autenticità, si conferma un presidio essenziale per il futuro dell’olivicoltura italiana. Il FIVI Bologna 2025 si è confermato molto più di un mercato: è stato un abbraccio collettivo tra chi il vino lo fa e chi lo ama davvero.

Tre giorni in cui fatica, visione e identità si sono trasformate in calici condivisi, storie raccontate, incontri che restano. In un momento storico in cui il mondo del vino cerca nuove direzioni, i vignaioli indipendenti hanno ricordato a tutti da dove si riparte: dalla terra, dalle mani, dalla verità di un prodotto che nasce per essere vissuto, non solo giudicato.

Si torna a casa con qualche bottiglia in più, certo, ma soprattutto con la sensazione che il futuro del vino italiano sia già qui ed è più umano, più consapevole e più luminoso che mai.

Il Chianti Classico di Panzano secondo Tenuta Casenuove

A Panzano in Chianti una storica realtà viticola ha riconquistato giovinezza, si tratta di Tenuta Casenuove, localizzata nella parte nord orientale del comune su suoli di pietraforte e galestro.

Qui nel 2015 Philippe Austruy ha avviato il suo progetto chiantigiano, avvalendosi della collaborazione di Alessandro Fonseca, agronomo, e di Cosimo Casini e Maria Sole Zoli, enologi. Abbiamo recentemente avuto occasione di visitare la tenuta e di fare un consuntivo dei primi anni di attività attraverso le corrispondenti prime dieci annate di Chianti Classico prodotte.

Ad accoglierci sono Alessandro, Cosimo e Maria Sole.

Austruy imprenditore francese nel mondo della sanità e appassionato d’arte, approda al mondo del vino negli anni Novanta del secolo scorso con l’acquisizione di una tenuta in Provenza. E’ poi la volta di Bordeaux e del Portogallo per giungere infine in Italia, dove incontra Alessandro Fonseca e Casenuove.

“Nel 2014 facevano capo alla cantina poco più di 13 ettari di vigne, la maggioranza a sangiovese, il saldo a merlot e cabernet,” ci racconta Alessandro, “lo stato agronomico non era dei migliori. Oggi gli ettari vitati totali sono trenta a conduzione biologica.”

La cantina si trova a quota 440 mt s.l.m. ma la tenuta, di circa 120 ettari – tra boschivo, vigneti e uliveti – si estende tra i 365 e i 500 mt sul livello del mare. Quattro le etichette prodotte: IGT Toscana, Chianti Classico Annata, Riserva e Gran Selezione, per cui verrà rivendicata UGA Panzano in Chianti.

Il progetto di Austruy include anche l’ospitalità: il casale originario, risalente alla metà del diciassettesimo secolo e teatro si rilevanti azioni partigiane durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato opera di recupero conservativo per la creazione di un B&B di charme di sole sei stanze.

La cantina invece, completamente ristrutturata, è stata adeguata alle più moderne tecniche costruttive: le vasche di fermentazione in cemento non vetrificato si aprono a livello pavimento calpestabile, nell’area di accettazione uve, in modo da avere un controllo visivo diretto della fermentazione e due di esse sono predisposte per la macerazione semicarbonica.

La fermentazione per singole parcelle avviene ad acino intero  per controllare l’estrazione in maniera meticolosa. Anche il successivo affinamento avviene in diversi contenitori per assecondare il più possibile le caratteristiche parcellari delle vigne: si prediligono i legni grandi, ma è lasciato spazio anche alla barrique e all’anfora clavyer. L’assemblaggio delle diverse masse avviene dopo circa un anno.

La degustazione delle prime dieci annate di produzione della Tenuta è avvenuta nella sala ricavata dall’antico frantoio.

Al di là delle valutazioni fatte sui singoli campioni, legate all’andamento stagionale, quello che ci preme sottolineare è l’evoluzione stilistica del Chianti Classico di Tenuta Casenuove, non solo percettibile nel percorso di degustazione, ma anche contestualizzato dalla  narrazione di Cosimo e Maria Sole, che hanno posto l’accento sulle tappe di crescita della cantina, sia da un punto di vista agronomico che di tecnica enologica.

I campioni a partire dalla 2015 sono stati divisi in tre batterie; per quanto riguarda le annate 2024 e 2025, si trattava rispettivamente di campioni da botte e da vasca.

2015 – 2018 – LA TRANSIZIONE

La prima batteria di vini è quella prodotta utilizzando le attrezzature cedute col passaggio di proprietà e le vigne nello stato in cui si trovavano. La proprietà è stata acquisita nel febbraio 2015, dunque, in particolare la prima annata, è di transizione dal punto di vista agronomico. 

I cambiamenti iniziano già dal 2016: nuovi impianti di vigna e sperimentazione di potatura a guyot, anziché a cordone speronato, su alcuni filari di sangiovese.

In questa prima tornata di campioni, è ancora importante la presenza dei vitigni internazionali in uvaggio col sangiovese, il 20% tra merlot e cabernet sauvignon.

Da un punto di vista climatico, i primi quattro anni di produzione si alternano tra annate calde se non estreme (la 2017 in particolare) ad annate più fresche e piovose (la 2016 e la 2018)

La 2015 è un vino generoso e profondo, specchio dell’annata di cui è figlio.

I frutti scuri in confettura dominano l’olfatto, al palato è caldo e potente. Di passo completamente diverso, le tre annate successive: con la 2016 inizia a dominare l’espressione varietale del sangiovese che si traduce in un sorso più scattante e succoso; la 2017, frutto di un’annata estrema, ci restituisce comunque un campione equilibrato, mentre la 2018 ci porta nel bicchiere un campione nuovamente più tagliente e diretto.

2019 – 2021 IL CAMBIAMENTO

Con il 2019 inizia il rinnovamento delle attrezzature di cantina, a partire dalle vasche di fermentazione in cemento. Questo favorisce un controllo nella fase fermentativa, soprattutto per quanto concerne tempistiche di macerazione ed estrazione.

Da questa annata la potatura a guyot viene estesa a tutto il sangiovese; inoltre gli internazionali cedono il passo nell’uvaggio ai vitigni autoctoni, in particolare al canaiolo.

Le tre annate degustate hanno in comune il tratto elegante che valorizza la tipicità del sangiovese, la più completa ci sembra la 2022, capace di coniugare in modo armonico caratteri di freschezza, sapidità, trama tannica ed esprimere un’importante ampiezza gusto-olfattiva, che spazia dalla frutta in confettura, alle spezie fino a declinare nell’arancia dolce essiccata.

2022-2025 IL NUOVO PASSO

Le annate 2022 e 2023 sono state per diversi motivi estremamente difficili, con una resa ridotta fino al 35% nel 2023: secca e calda la prima, molto piovosa la seconda, si esprimono con grande carattere nel bicchiere, a testimonianza della raggiunta maturità nella gestione delle uve e delle tecniche di cantina. La 2022 grazie a tempi di macerazione accorciati, esprime un tannino ben integrato e un sorso equilibrato. Mentre la 2023, imbottigliata nel mese di maggio di quest’anno,  ha un ventaglio olfattivo molto variegato ed espressivo, e al sorso risulta più incisiva, golosa e persistente.

Una storia ancora tutta da scrivere invece per la 2024 e per la neo-nata 2025.  La prima è un campione da botte, andrà in bottiglia nella primavera del 2026. Esprime un carattere fruttato e risulta succosa e già ben equilibrata. Con la 2025 sangiovese e canaiolo andranno in blend con una piccola percentuale di colorino e ciliegiolo. Il campione degustato deriva per la prima volta da una macerazione semicarbonica che ha esaltato la parte fruttata e fresca del sangiovese.

Chiudiamo la nostra degustazione con un fuori programma, il canaiolo risultato della vendemmia 2025. Dal 2019 in blend con il sangiovese, grazie al corredo floreale e speziato, ben si presta a ingentilire il carattere più spigoloso del fratello maggiore.