Fuori dal feed: il caffè che devi provare a Napoli non è amaro

Presentiamo la nuova rubrica di Simona Fiengo Ti porto fuori… dal feed
Lontano dai luoghi comuni, dalle mode e dalle mosse di marketing che dominano l’enogastronomia. Andiamo a riscoprire i posti semplici e puri, quelli che non hanno bisogno di filtri per emozionare a tavola.  Una rubrica che racconta ciò che il feed non mostra: la verità dei sapori, delle persone e delle storie che valgono il viaggio. 

Ad oggi possiamo dire di aver provato di tutto, o quasi. La carne stampata in 3D, la pizza con più ore di lievitazione che ingredienti… e persino il caffè con i glitter commestibili.

È come se il nostro palato fosse collegato direttamente allo smartphone, sempre più affamato di novità e di cose incredibili da poter provare (e fotografare). Forse è per questo che mi sono emozionata bevendo il caffè “caldo freddo” di Salvatore Mastracchio a Napoli, in un noiosissimo qualsiasi mercoledì mattina.

La location è vecchio stampo. Un bar poco “aesthetic”, con una vetrina di dolci classici, essenziali e buoni. Dietro il bancone, per nulla patinato, c’è proprio Salvatore che prepara il caffè. Le sue mani si muovono con la precisione di un rituale tra una macchinetta e l’altra, mentre parla del calcio Napoli. Alcuni clienti discutono sulla squadra di Conte; tra loro è presente anche uno juventino e Salvatore interviene nel dibattito senza mai perdere il ritmo.

Dall’altra parte, alla cassa, c’è la moglie: elegante, cordiale, che si emoziona quando le chiedo da quanti anni lavora accanto al marito. Mi mostra orgogliosa i ritagli di due giornali stranieri, uno tedesco, l’altro spagnolo, che parlano proprio di Mastracchio e del suo famoso caffè caldo freddo. Ammetto di non averlo ancora mai provato, “il mio primo caldo freddo”.

Visto l’entusiasmo la signora mi invita a osservare la preparazione da vicino. Salvatore saluta e mi chiede: “Ma mica vuoi copiarmi anche tu il caffè?”. Sorrido e gli dico di no.

La ricetta prevede: caffè caldo, crema fredda, zucchero e cacao amaro. Un contrasto dolce-amaro preciso e perfetto, fin dal primo sorso, problema è che uno tira l’altro e io ne avrei bevuti almeno altri tre.

Il Bar Mastracchio si trova all’inizio dei Quartieri Spagnoli, quelli amati oggi e denigrati nel passato, quelli belli e brutti dove convive il bene e il male. Il contrasto perfetto e perenne unico in una metropoli come Napoli.

I puristi del caffè forse inorridiranno, ma a me è piaciuto. E mentirei se dicessi che è piaciuto solo perché sono una golosa curiosa, sempre pronta a provare nuovi sapori, soprattutto se c’è di mezzo il cacao. Mi è piaciuto sopratutto per averlo bevuto in un contesto vero, circondata da persone vere, da voci vere. Quelle che animano la città e parlano un dialetto autentico di chi è nel commercio da più di trent’anni e non sa nemmeno come si posta una storia su Instagram. Il caffè di Salvatore non ha avuto bisogno di strategie social per emergere, gli è bastata la chimica e l’affetto di un quartiere.

Lo so, qualcuno mi darà dell’ipocrita, dopotutto, io vivo di social, dovrei elogiare chi ne fa buon uso. Ma, dopotutto, sono anche napoletana… vivo di contrasti.

Il salame di Mugnano del Cardinale

Eccellenza gastronomica in bilico tra le province di Avellino e Napoli

Il contesto territoriale e il contesto storico

La conurbazione dei sei comuni che formano l’area baianese costituisce una sorta di territorio cerniera tra la provincia di Avellino e l’Ager Nolanum in provincia di Napoli. I comuni di  BaianoAvellaMugnano del Cardinale, ove è ubicato il famoso santuario di Santa FilomenaQuadrelleSirignano e Sperone, che fanno parte a loro volta della Comunità Montana Vallo di Lauro e Baianese, comunità non contigue in termini provinciali in quanto Visciano che appartiene alla città metropolitana di Napoli in mezzo ad essi.

Tali borghi costituiscono un’eccezione nel contesto avellinese sia perché sono bene accorpati tra loro, e quindi più simili ai comuni napoletani limitrofi, che per il dialetto locale: infatti lo slang del posto non è il dialetto irpino ma bensì dialetto baianese.

In bilico tra queste due province, per quanto originario del comune di cui porta il nome, nasce la tradizione norcina del salame di Mugnano. Il borgo di Mugnano del Cardinale ha visto un primo e vero e proprio nucleo abitativo a partire tra l’XI ed il XII secolo in corrispondenza dell’odierno quartiere Cordadauro, periodo durante il quale la baronia di Avella, a seguito della conquista normanna, fu oggetto di un vasto piano agrario avviato grazie ad opere di dissodamento del terreno e dalla sua conseguente rimessa a coltura, nonché dalla creazione di nuovi insediamenti abitativi, tra cui appunto Mugnano, il cui etimo però sembra derivare da Fundus Munianus, risultante dell’ingrandimento delle proprietà che al tempo, precisamente tra il I secolo a.C. ed il II secolo d.C. , vennero assegnate ai veterani dell’esercito romano e ripartite secondo il criterio della centuriazione.

Nel 1312 Riccardo II Scillato, barone del feudo di Litto e Ponte Mignano, comprendente anche Mugnano, cedette questo territorio all’Abbazia di Montevergine, ricevendo dalla stessa i possedimenti nel salernitano; nel 1430 l’Abbazia di Montevergine ed i suoi feudi divennero una «Commenda», ossia passarono all’autorità di un cardinale «commendatario» e non più all’abate. Nel 1511 la Commenda di Montevergine passò al cardinale Ludovico d’Aragona il quale, dopo quattro anni, la cedette alla Casa dell’Annunziata di Napoli, all’epoca uno dei maggiori enti assistenziali del Regno di Napoli, passando di fatto alla giurisdizione della stessa ed entro alla quale vi rimase sino all’abolizione del feudalesimo nel 1806.

L’avvenimento più importante per la storia di questo borgo di origine medievale avvenne giusto un anno prima: il sacerdote mugnanese Francesco Di Lucia portò a Mugnano i resti di una giovane martire cristiana rinvenuti nelle catacombe romane di Santa Priscilla il 25 maggio del 1802 ottenuti da Pio VII, dando così inizio al culto di Santa Filomena, diffusosi ben preso in tutto il Meridione grazie anche alla protezione di Ferdinando II di Borbone; merita una menzione il Castello del Litto, dall’omonima frazione, costruito su un punto strategico da cui si nominava la Valle del Gaudio, attraversata tutt’oggi dall’importante strada regia delle Puglie.

Le origini medievali di un’eccellenza di origine irpina

Di questo eccellente prodotto di origine irpina si hanno notizie sin dal Medioevo ed anche successivamente: il 7 novembre 1849 il pontefice Pio IX, accompagnato dai regnanti borbonici, dopo aver celebrato messa al Santuario di Santa Filomena, ricevette in omaggio una cassetta in legno col pregiato salame di Mugnano; inoltre questo salame paesano, verso la fine del 1800, coinvolgeva nella sua produzione molte donne della zona, le quali si tramandavano di madre in figlia la tradizione artigianale, alimentando un vero e proprio indotto locale fino a far diventare l’insaccato mugnanese un fiore all’occhiello della gastronomia e utilizzato dai contadini irpini come merce di scambio.

Il Salame di Mugnano: Prodotto Agroalimentare Tradizionale

Il salame di Mugnano è stato riconosciuto quale Prodotto Agroalimentare Tradizionale dal Ministero delle Politiche Agricole con Decreto del 18 luglio 2000, su richiesta della Regione Campania, e la sua lavorazione oggigiorno è ammessa nei seguenti comuni: Mugnano del Cardinale, Avella, Baiano, Sirignano e Sperone, in provincia di Avellino, con Camposano, Casamarciano, Cicciano, Cimitile, Comiziano, Marigliano, Nola, San Vitaliano, Saviano, Scisciano e Tufino nel napoletano, comuni ai quali, nel tempo, si è diffusa la tecnica di preparazione.

Storia Norcina da oltre 700 anni

Un tempo svolta a livello domestico, prevedendo il concorso di più parti del maiale e l’affumicatura dinanzi ai camini o in prossimità delle cucine in muratura, la produzione del salame di Mugnano si è radicalmente evoluta, soprattutto dalla nascita della prima fabbrica norcina che risale al 1890 con la famiglia De Lucia, la quale era solita acquistare suini anche al Nord, di sola provenienza italiana e ancora in vita. Chiaramente, durante un tragitto piuttosto lungo, la carne degli animali finiva con l’indurirsi, sicché la famiglia De Lucia propese per tenerli allo stato brado sulla frazione mugnanese del Litto, per poi ucciderli dopo alcuni giorni.

L’odierna produzione

Per la produzione di questo salume occorrono le carni magre di spalla e fiocco di prosciutto macinate a grana grossa nel tritacarne, unite assieme al grasso di pancetta che dovrà risultare ben sodo per essere idoneo rispetto ai dettami artigianali, che lo vorrebbero tagliato generalmente a punta di coltello, il tutto da miscelarsi naturalmente alla concia fatta di sale e pepe nero in grani e per essere infine insaccato nel cosiddetto budello crespone o culare, corrispondente all’intestino crasso del suino.

Il segreto del Salame di Mugnano: il Vento

Le fasi di asciugatura e stagionatura vengono calcolate nell’insieme per una durata complessiva di almeno due mesi durante i quali, dopo l’affumicatura per mezzo di appositi bracieri, il salame di Mugnano si giova del suo ingrediente più tipico: il vento; infatti la posizione geografica di Mugnano del Cardinale, posta ad un’altitudine media di 250 metri con aree che arrivano a superare anche i 1400 metri sul livello del mare, vede la cittadina svilupparsi alle propaggini occidentali del Massiccio del Partenio ed esposta ai venti di Sud-Ovest, lievi ma costanti, i quali garantiscono una totale assenza di ristagni di aria e sono apportatori delle fragranze montane di castagni, faggi e querce, garantendo un’essiccazione naturale davvero privilegiata.

Caratteristiche Sensoriali del Salame di Mugnano

L’aspetto del salame di Mugnano, legato manualmente con lo spago, è piuttosto tondeggiante ed irregolare, a forma di pugno, con una pezzatura variabile dai 200 ai 500 grammi e con un diametro che supera, giusto per avere un termine di paragone, quello del salame tipo Napoli; una volta affettato si presenta di colore rosso vivo tendente al rubino, per quel che attiene alle carni, e bianco per il grasso, vedendo una buona distribuzione di entrambi ed una piacevole coesione della fetta, che deve essere pelata senza alcuna difficoltà data la natura del budello.

Dalla fetta del salame di Mugnano si irradia un profumo abbastanza intenso, piacevole e delicato di tostatura da legno, affumicato, stagionato e leggera nota piperita, mentre al gusto si avverte, sempre con buona intensità, un piacevole bilanciamento dei sapori, con i ritorni delle note odorose cui si va ad aggiungere il sapore suino unitamente al tocco umami, soprattutto se prodotto con suino nero, una buona persistenza e la texture omogenea che ne rende piacevole palatabilità e masticabilità. Un salume decisamente armonico nella sua semplicità ove il modello produttivo premia maggiormente la qualità della materia prima.

Il salame di Mugnano rappresenta ancora oggi il salume delle feste, quelle che pur riunendo talvolta il sacro col profano continuano ad essere feste concrete, fatte di valori familiari e gioia, pertanto un rosso frizzante della Penisola Sorrentina Doc come il Gragnano sarebbe un abbinamento ideale grazie al brio ed all’eleganza contadina che entrambi sono capaci di evocare con la loro genuina rusticità, piuttosto che una Vernaccia di Serrapetrona spumantizzata nella sua versione dry, così come anche l’avvolgente morbidezza di un Aglianico nella versione Campi Taurasini, meno austera rispetto al Taurasi ma comunque di buona persistenza aromatica intensa, potrebbe costituire un buon match.

Hambo a Napoli, il gusto fa 90 quando la fame fa paura

Da un ex ricevitoria del banco lotto, a pochi passi da Piazzetta Ascensione e dal cuore pulsante di Chiaia, arriva Hambo con i panini ispirati alle ricette della tradizione italiana.

Napoli è da sempre legata ai numeri e alla cabala e Gennaro Natale e Luigi Crispino, titolari del piccolo locale in stile anni ’80, rievocano l’emozione di una scommessa nata per caso in un giorno di fine settembre.

Il progetto

Già esperti di ristorazione con Upnea – Salumeria Mediterranea – ed i piatti classici partenopei rivisitati in chiave moderna, hanno qui puntato sullo street food di qualità. Prendendo l’idea dalle ruote del Lotto, da Hambo di ripercorre un viaggio lungo lo Stivale con le specialità tipiche regionali.

Da Milano arriva la polenta, a Genova il pesto di basilico e poial sud Italia tra l’hamburger di salsiccia a Napoli e melanzane alla norma a Palermo. I numeri vincenti sono della smorfia: il 49 riferito a ’o piezz’e carne o il 50 o pane per restare, infine, a meraviglia col 72.

La selezione dei “panini vincenti” accontenta ogni gusto ed è rinvenibile in carta tutto l’anno. Hambo, Therno, Quatherna e Quinthina sono di fatto già richiestissimi dal pubblico. Ogni mese una ruota special che ad ottobre propone pastrami di manzo, caciocavallo, verdure di stagione e la salsa segreta barbeque della casa.

Prezzo medio 7 euro per le versioni semplici con un risparmio per la giocata multipla con aggiunta di bibita e contorno e 10 euro taglio fisso per i più farciti. Ad accompagnare le proposte gli sfizi tipici con patate fritte in vari gusti, alette di pollo e bao con pancia di maiale, per apetizer o variazione al menu.

Nella drink list alcolica un buon calice di vino del Sannio con la Falanghina e l’Aglianico dell’azienda Nifo Sarrapochiello, birra alla spina o l’immancabile cocktail spritz. Tutto è compostabile nel rispetto della sostenibilità ambientale e delle esigenze per i celiaci.

Le origini e il futuro

Da ex chimici farmaceutici, Gennaro e Luigi partirono 17 anni fa da un piccolo appartamento con alcune serate vernissage a cui accompagnare le proposte gastronomiche. Il successo dell’iniziativa li ha presto dirottati verso la ristorazione anche fuori dai confini italiani per poi stabilirsi a Napoli.

Infine, un corso di formazione con Gambero Rosso per imparare le tecniche di corretta preparazione e cottura degli alimenti. <<Per il futuro, modificando in positivo un motto pratico, posso dire che le nostre società sono utili se in numero “pari” inferiore a 3 – dichiara Gennaro Natale – Grazie alla nostra amicizia, forte sin dai tempi degli studi, sognamo di aprire altri punti vendita non in franchising, garantendo un rigoroso controllo per la clientela>>.

Gli assaggi

Palermo: filetto di tonno impanato nel corn flakes gluten free con melanzane a funghetti e ricotta salata

Milano Vegano: hamburger di polenta ai funghi porcini, crudocotto di scarola con cappoeri e olive e maionese vegan allo zafferano.

Genova: pesto con pomodorini secchi e provola originale e mediterraneo.

Quatherna: con hamburger, caciocavallo, pomodoro e lattuga con salsa Hambo Roma con pancia di maiale cotta a mo’ di porchetta, scamorza peperoncini verdi e maionese.

HAMBO
Via Ascensione 7
Napoli (NA)
aperto sempre pranzo e cena – domenica solo pranzo

Un giorno tra gli antichi documenti dell’Archivio Storico del Banco di Napoli, Patrimonio Unesco

Ben 100 chilometri di documenti, 4 piani ed oltre 200 stanze di Palazzo Ricca a Napoli occupate dagli antichi scritti del Fondo Apodissario degli otto Banchi Pubblici presenti nel capoluogo partenopeo, facente parte del più articolato Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli.

Stiamo parlando di un Patrimonio Unesco di rara bellezza, memoria storica delle principali attività economiche dal 1500 fino alla metà del secolo scorso. Agli inizi dell’opera manuale certosina, Napoli era considerata la seconda città più popolosa dopo Parigi e la capitale del Mediterraneo, grazie all’espandersi del sistema portuale. Con la guida Dalila Lahoz ha inizio da qui un lungo viaggio tra cultura e affari, che dura da quasi cinque secoli.

La Napoli del 1500 e la nascita dei Banchi Pubblici

I suoi abitanti attendevano un radicale intervento utile a favorire e implementare gli scambi commerciali; un metodo alternativo all’usura, considerata senza alcuna deroga un peccato mortale da parte della Chiesa Cattolica e, pertanto, screditata e osteggiata. Dall’arpagone singolo, al classico e regolare rapporto bancario, tutto ciò che richiedeva il pagamento di interessi a fronte di un prestito veniva bollato dall’opinione pubblica e condannato dalla Legge.

Il teologo predicatore Bernardino da Siena aveva aperto, in precedenza, un piccolo spiraglio nella visione dogmatica dell’impresa e della proprietà privata, ammettendo la legittima ambizione al guadagno del lavoratore onesto e timoroso di Dio. A buona azione deve corrispondere un vantaggio sia personale che per l’intera collettività: ecco la decisione coraggiosa dell’istituzione del primo Banco Pubblico nel 1539: il Banco di Pietà a San Biagio dei Librai.

Ad esso si aggiunsero, fino al 1640, altri 7 banchi posti nel perimetro del centro storico. A palazzo Ricca, attuale sede dell’Archivio Storico, sorgerà il Banco dei Poveri; ognuna di queste strutture gode delle medesime procedure amministrative e associative, compresa la scelta di un’Opera Pia (o Ente ecclesiastico affine) di carità per garantire una facciata sana a protezione da qualsiasi stigma religioso.

Studiando e leggendo le decine di migliaia di reperti, si risale al momento di passaggio dall’utilizzo della moneta contante alla nascita delle fedi di credito, antesignane dei moderni titoli all’ordine e delle madrefedi, sorta di primordiale conto corrente.

Ma cos’è una “fede di credito”?

All’epoca non era semplice certificare le reali sostanze patrimoniali negli accordi e nei contratti. La fede di credito era una testimonianza scritta, da parte di chi la rilasciava e controllata da notai, del rapporto esistente tra banco e cliente correntista. Divenne rapidamente una sorta di valore di scambio, utilizzabile previa girata e intestazione al posto del conio in vigore. In ogni causale veniva indicata la motivazione del pagamento, al fine del prelievo dei soldi da parte di chi fosse in possesso della notula.

Era prevista la possibilità di girare intestando all’infinito le fedi di credito, al punto tale che molte di esse non rientreranno mai nelle filiali d’emissione, consentendo un utilizzo effettivo dei depositi da parte dei governatori spagnoli per le spese più disparate comprese quelle per armi, abbellimento dei quartieri e sanità.

Immancabile la contraffazione dei documenti: gli impiegati dei banchi furono costretti ad applicare un bollo a freddo per registrare le fedi di credito. Quelle non più utilizzabili venivano impilate in apposite “filze” appese al soffitto, per esigenze di spazio e per essere salvate dalla fame dei roditori.

La pregiata carta d’Amalfi di cui erano composte ne ha consentito la perfetta conservazione fino ad oggi, divenendo lo specchio raffigurante di un passato, lungo trecento anni, di evoluzione della comunità non solo napoletana, ma mediterranea e delle crisi socio-politiche precedenti la fine del Regno delle Due Sicilie e l’unità d’Italia.

I registri: pandetta, libro dei conti e giornale copia polizze

Le vite di 17 milioni di persone in 4 secoli vennero registrate ad eterna memoria nei registri bancari, composti dalla pandetta dove veniva indicato nome e cognome e numero di conto. Si iniziava così per usanza spagnola, dando precedenza alle lettera A – F – G iniziali dei nomi più diffusi a Napoli all’epoca.

Si procedeva quindi con il libro dei conti dare/avere che includeva le spese e le entrate, elencate con dovizia minuziosa da ogni funzionario riconoscibile per sigla. Infine, per avere contezza delle effettive causali, si passava all’analisi e relativa compilazione del giornale copia polizze, elemento fondamentale per risalire alla storia finanziaria di ciascun cliente.

La peste e l’emergenza sanitaria

A metà del XVII secolo imperversò l’epidemia di peste bubbonica, che colpì la metà della popolazione partenopea. Napoli venne blindata, non si poteva entrare né uscire, ma i Banchi restarono comunque aperti per le spese del personale sanitario, dei farmaci, lazzaretti e persino dei becchini. Il medico siciliano Carlo Amorexano venne richiesto d’urgenza dal collega amico Agostino Baratto per salvare la vita del figlio, pagandolo in cambio con una fede di credito, a testimonianza dell’uso di tale strumento anche nel periodo più buio dell’Umanità.

La storia del Cristo Velato commissionato dal principe Raimondo di Sangro

Allo scultore Giuseppe Sammartino venne commissionato uno dei capolavori marmorei di indiscussa bellezza, all’interno della cappella Sansevero del principe Raimondo di Sangro. Nella causale, compilata dal servo Gennaro Tibet, venne indicato dal nobiluomo ogni minimo particolare di come dovesse essere realizzata la statua del Cristo Velato e il pagamento promesso di ben 500 ducati, quasi 120 mila euro attuali.

La nascita del Regno d’Italia

Nel 1819 gli 8 Banchi esistenti nel capoluogo vennero unificati dai Borbone nel Banco delle Due Sicilie; nel 1861, all’arrivo dei Savoia, il nome muterà in Banco di Napoli. La storia post-unificazione racconta dell’ingente attività di invio somme di denaro per il mondo, seguendo i flussi migratori.

Ogni cliente poteva spedire un conforto economico da e per il luogo dove i parenti erano emigrati per lavoro. Tante le storie di sofferenza documentate, quando i soldi non potevano essere consegnati per irreperibilità o morte del beneficiario o, semplicemente, perché rientrato in Patria.

Il compositore Rossini e la fine dei rapporti con l’impresario Domenico Barbaja

Anche il gossip dietro le fedi di credito conservate in archivio. Il celebre compositore Gioacchino Rossini, talento scoperto e scritturato da Domenico Barbaja per il Real Teatro di San Carlo di Napoli, dovette restituire parte dei compensi percepiti a seguito della rottura dei rapporti tra i due.

Motivo del contendere fu una donna, la cantante d’opera Isabella Colbrand compagna di Barbaja, che fuggì per amore con Rossini divenendo in seguito sua moglie.

Michelangelo Caravaggio nell’Archivio Storico del Banco di Napoli

Anche Caravaggio figurò nei rapporti del Banco. In realtà l’archivio è la testimonianza scritta con il maggior numero di documenti attribuibili all’artista. Caravaggio dovette fuggire a Napoli dopo un duello vinto durante il quale uccise Ranuccio Tomassoni, per una disputa d’amore e debiti. Protetto dalla famiglia Colonna, trovò asilo in Campania dove alcuni mercanti gli commissionano quadri e rare opere d’arte. Uno di essi, Nicolò Radolovich, pagò 150 ducati per una tela mai rinvenuta.

Il dubbio che non sia stata mai realizzata dal pittore risiede nel fatto che egli incassò l’acconto a valere su 200 ducati totali. La forma del contratto indicava con dovizia la data di consegna e come dovesse essere dipinto il quadro, comprese le posizioni delle figure.

La digitalizzazione: una nuova era per l’Archivio Storico del Banco di Napoli

Nella prospettiva di un più ampio disegno di definizione e implementazione delle risorse digitali  dell’Archivio Storico del Banco di Napoli è stata compiuta un’operazione di recupero e integrazione dei contenuti informativi degli inventari cartacei dei diversi fondi documentali. Gli inventari trattati sono collocati in tre sezioni: la prima dedicata ai banchi pubblici di età moderna, la seconda al Banco delle Due Sicilie, la terza al Banco di Napoli.

L’intervento, praticato con l’ausilio dell’applicativo Arianna, ha previsto una attività iniziale dedicata al trattamento delle scritture apodissarie degli otto antichi banchi di età moderna (secc. XVI ultimo quarto – XIX primo quarto). Le scritture patrimoniali sono attualmente in revisione, ma un primo supporto ha riguardato la serie delle pergamene del Banco della Pietà. È inoltre in via di completamento il lavoro di inventariazione analitica dei verbali degli organi sociali del Banco di Napoli (secc. XIX seconda metà – XX seconda metà).

Negli ultimi anni sono stati varati progetti di ricerca e repertoriazione dedicati alla pratica di Arti e mestieri (secoli XVI-XIX) e al primo biennio del Decennio francese (1806-1808): le schedature hanno previsto la creazione delle relative collezioni digitali e rappresentano un’agile risorsa per studi ed indagini.

Ultimo nato è l’intervento sulle pandette del XVI secolo dedicato all’indicizzazione dei nominativi dei clienti degli antichi banchi pubblici napoletani. A questo si aggiunge comunque la possibilità per i visitatori, previa apposita richiesta da inoltrare alla Fondazione Banco di Napoli, di poter visitare tutte le aree adibite alla raccolta dei documenti storici, negli orari aperti al pubblico.

Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli

Palazzo Ricca – Via dei Tribunali 213 – 80139 Napoli
Centralino +39 081 449400
E-mail: archiviostorico@fondazionebanconapoli.it

Chiuso il mercoledì e la domenica pomeriggio

Pasqua 2025 – la colomba Violetta del Gran Caffè Gambrinus

Comunicato Stampa

Si chiama Violetta ed è la colomba ideata dal Gran Caffè Gambrinus di Napoli per la Pasqua 2025. Un omaggio alla Principessa Sissi che sul finire dell’Ottocento gustò proprio nel locale storico il gelato alla violetta che è ancora in produzione. E così il gusto delicato che conquistò la bella imperatrice d’Austria durante la sua tappa a Napoli, dove approdò con il suo yacht l’11 novembre 1890, ora si ritrova nel lievitato preparato dal pasticciere Stefano Avellano che ha nell’impasto l’aroma di violetta, bacche di vaniglia, aroma di fori di acacia.

Nel ripieno gocce di cioccolato bianco e copertura di cioccolato Ruby con praline dello stesso cioccolato. Disponibili nello shop on line e nel bar che rientra tra i Locali Storici d’Italia, anche altri gusti di colombe oltre alle pastiere, un must del periodo, ma che oramai si trovano sempre nelle vetrine del Gran Caffè Gambrinus.

Napoli: gusto e arte si incontrano da Riserva Rooftop

Riserva Rooftop e Galleria Morra Arte Studio presentano “Vernissage sensi in mostra”: Otto esperienze immersive nella bellezza visiva, nell’arte, nel gusto. 

Sarà capitato a molti di voi di cenare in uno dei tanti art-restaurant presenti nel panorama enogastronomico. Un concetto avveniristico di accoglienza sempre più ricercato al posto delle visioni minimaliste stereotipate di qualche anno fa. Il calore dato dai colori di un’opera d’arte, dalle forme sinuose di una scultura e da una scelta contemporanea in linea con gli arredi del locale non stona, anzi.

Esistono poi le piacevoli eccezioni alla regola, quando ti avvicini a luoghi iconici come Riserva Rooftop a Napoli, dove il panorama dalla collina di Posilippo varrebbe già il prezzo della piacevole sosta. Ad aggiungere valore le creazioni del giovane chef Davide Cannavale che propone nel menù i classici rivisitati della tradizione ed uno speciale angolo a tema riguardante alcune ricette storiche delle regioni italiane, variabili in funzione della stagionalità degli ingredienti.

Ciò che stupisce, però, è l’idea assolutamente geniale di stuzzicare le menti degli avventori con una rassegna da vera pinacoteca, creata da Salvatore “Sasy” Maresca, Roberto Bianco (titolari del ristorante) e dalla celebre galleria Morra Arte Studio fondata nel 1980 da Vincenzo Morra ed oggi aiutato dai figli Ivan e Raffaele. Due mondi che si incontrano – spiega Maresca– creando momenti immersivi in cui gli ospiti possono assaporare piatti  ispirati al file rouge della serata. Ogni appuntamento segue infatti un tema artistico e gastronomico diverso, curato nei minimi dettagli.

Ovviamente, nel giorno di San Valentino dedicato a tutti gli innamorati, non poteva mancare il tema dell’amore e della passione. Otto appuntamenti che metteranno al centro dell’attenzione la bellezza ed il gusto: si comincia con le opere della mostra collettiva realizzata dagli artisti Dario Tironi, Marco Lodola, Giuliano Grittini, Ugo Nespolo, affiancati alla nuova scuola, rappresentata da, Francesco Pezzuco, Daniela Lupi, che mettono al centro anche l’ecologia e l’ambiente.

Un rilancio del territorio in chiave culturale, per la promozione e la diffusione dell’arte contemporanea e dell’enogastronomia moderna. Attraverso collaborazioni mirate, si creano opportunità uniche per artisti, emergenti e affermati, di esporre le proprie opere a un pubblico più ampio.

«È un evento creato per chi ama l’arte in ogni sua forma – ribadisce Bianco – perché in fondo anche la cucina non è altro che arte. Ogni dettaglio è pensato per emozionare e stupire; gli ospiti saranno accolti da artisti, esperti d’arte, chef, sommelier, bar mixologist, che li guideranno in un viaggio sensoriale tra forme, colori e sapori».

Proprio con quest’ultimo, che ricopre il ruolo, nella struttura, di manager di sala, abbiamo analizzato anche la versatilità delle proposte culinarie di Riserva Rooftop. Si cerca di soddisfare ogni esigenza, pur mantenendo un’impostazione di clientela selezionata. Esclusività che non significa necessariamente esclusione, con prodotti ricercati di elevata qualità, ma anche scelte a portata di tasca per garantire l’esperienza sensoriale anche ai più giovani.

La brace, in aggiunta alle proposte gourmet di Cannavale, amplia l’offerta consentendo l’accompagnamento al cibo con una vasta scelta dalla carta dei vini, tra cui alcune chicche senza tempo. O, perché no, un cocktail come quelli realizzati dal talentuoso barman Mickael Reale presente alla serata per la stampa. Manca un vero e proprio percorso degustazione, preferendo dare libertà di iniziativa al cliente, affidandolo nelle mani degli esperti Sasy e Roberto e al loro staff.

Ovviamente allietati nell’attesa dalle opere d’arte di “Vernissage Sensi in mostra” a cura di Galleria Morra Arte Studio. Un grazie, infine, alla giornalista Federica Riccio ed all’Agenzia Visivo Comunicazione per l’ottima organizzazione. Ultima considerazione importante: tutte le opere sono acquistabili anche in loco, come da catalogo.

Riserva Rooftop

Via Manzoni, 308 – Napoli

Aperti dal lunedì al sabato 19:30 – 01:00

Domenica: 12:30 – 01:00

info: 081 6125267

Le “P” nascoste nel simbolo VitignoItalia

No, non siamo impazziti! L’anticiclone africano sta finalmente prendendo piede con sole e temperature estive quasi tropicali, ma abbiamo avuto la vista lunga, a maggior ragione da Media Partner della manifestazione, per capire che VitignoItalia contiene ben 3 volte la lettera “P” dell’alfabeto nascosta tra le pieghe del suo simbolo.

P come Produttori, quelli entusiasti di partecipare all’evento per avere visibilità e presentare una Campania enogastronomica che ha ancora tantissimo margine in potenziale: 300 aziende e consorzi presenti hanno popolato la Stazione Marittima di Napoli, all’altezza della situazione. Tra banchi d’assaggio, talk e degustazioni top level, VitignoItalia ha acceso i riflettori sulle realtà enologiche più prestigiose della Penisola, puntando sul dialogo diretto con i produttori, che da sempre caratterizza questo format di successo.

Ampi focus sulle grandi denominazioni quali Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg, Friuli Doc e Roma Doc , intervenuti ai microfoni di 20Italie, passando per i migliori vini regionali come i rossi di Sicilia, i bianchi vulcanici da invecchiamento, i bianchi e spumanti siciliani e il verdicchio dei Castelli di Jesi.

P come Premiazioni, con il meglio dell’enologia tricolore grazie alla quarta edizione di 100 Best Italian Rosé, la guida edita da LucianoPignataroWineBlog di Luciano Pignataro e curata dai giornalisti Antonella Amodio, Chiara Giorleo, Adele Granieri Raffaele Mosca, che hanno raccontato da Nord a Sud le migliori etichette di una tipologia spesso erroneamente vista come vino semplice e beverino senza prospettiva di evoluzione nel tempo.

P come Protagonisti dunque, anche nell’arduo abbinamento pizza-vino con la presentazione di Calici & Spicchi di Antonella Amodio, Verso del Vino – Verso Divino, il volume di Marianna Ferri e Ottavio Costa e con la presentazione di 50 Insoliti Noti, la guida ai migliori 50 vini per tradizionalità e legame con il territorio, a cura di Gimmo Cuomo, firma del Corriere del Mezzogiorno. Cala così il sipario su VitignoItalia 2024, giunta all’anno della “maturità” simbolica con le sue diciotto candeline spente e che ha riunito 10.000 tra wine lover e traders.

Maurizio Teti Direttore di Vitigno Italia

Un’edizione eccezionale nei numeri e più coinvolgente che mai – sottolinea Maurizio Teti, Direttore di VitignoItaliaresa possibile grazie alla sinergia con i principali player della manifestazione a partire dalle istituzioni. In particolare con l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Campania che da sempre crede fortemente nel nostro progetto. Siamo stati spettatori di un’edizione davvero sorprendente: a partire dal nostro fedele pubblico che ogni anno ci stimola nell’ideazione di nuovi contenuti, alle grandi cantine presenti che costituiscono l’essenza della manifestazione”.

Abbiamo messo in campo – prosegue Teti – un programma di incontri che hanno soddisfatto e incuriosito tanto gli appassionati quanto gli esperti, con attività trasversali tra il vino e altri settori, mettendo sempre al centro il piacere della degustazione e l’interazione con i produttori. Chiuderei con un ringraziamento a Unicredit e FEAMPA per il prezioso contributo e all’ICE per l’importanza in ambito internazionale che ogni anno conferisce alla nostra manifestazione, coinvolgendo grandi esperti del settore”.

Non da meno l’interesse dei buyers, un gruppo di 30 tra gli operatori più competenti provenienti da 18 paesi, selezionati in collaborazione con ICE, che hanno mostrato grande apprezzamento per le cantine presenti e hanno preso parte all’educational tour nei Campi Flegrei, approfondendo i vini di questo territorio enologico, tra i più affascinanti della regione. 

Infine l’affascinante masterclass sugli underwater wine, un viaggio tra i vini degli abissi più interessanti della Penisola che ha dato risalto ai produttori (Tenuta del Paguro con il Romagna Albana Docg Squilla Mantis 2019 UWW, Tenuta Campo al Signore con il Bolgheri Rosso Doc 2018 UWW, il Consorzio Agerasprinio Più o Meno Dieci con Asprinio DOC Aversa 2023 e Tenuta Asinara e il suoCayenna Submariner) che con passione e cura si dedicano a questo tipo di produzione singolare quanto affascinante. Un ringraziamento particolare all’Agenzia Mg Logos di Stefano Carboni e Maria Grazia D’Agata per il supporto, la condivisione e l’organizzazione stampa.

Masi Agricola: la Valpolicella in tour a Napoli da Cisterna Bistrot

Nord chiama Sud: la Valpolicella proposta nei vini di Masi Agricola e i piatti dello chef Pierpaolo Musto di Cisterna Bistrot a Napoli.

Evento organizzato grazie all’impegno di Titti Casiello, nostro autore di 20Italie, quest’oggi invece in veste di intermediaria tra due realtà che fungono da guida nel panorama enogastronomico. A Napoli le contaminazioni esistono da sempre e da Cisterna Bistrot, sotto le mani sapienti di chef Pierpaolo Musto, vanno in scena piatti della tradizione rivisitati appositamente in chiave veneta per l’ospite d’onore: i vini di Masi Agricola.

Chef Pierpaolo Musto

La storia di Masi inizia nel 1772, data della prima vendemmia della famiglia Boscaini nei pregiati vigneti del “Vajo dei Masi”, valle nel cuore della Valpolicella Classica. Da qui prende il nome l’azienda, tuttora di proprietà della famiglia, che, dopo oltre 200 anni di appassionato lavoro, opera attivamente oggi con la sesta, settima e ottava generazione. Fanno parte del Gruppo anche le cantine Conti Serego Alighieri, Conti Bossi Fedrigotti e Canevel, oltre le Tenute a conduzione biologica Poderi del Bello Ovile in Toscana e Masi Tupungato in Argentina.

Il menù prevedeva un trittico composto da:

alici ‘mbuttunate in saor accompagnate dal Valpolicella Classico Doc “Possessioni” 2021 di Serego Alighieri, classico incontro di uve Corvina, Rondinella e Molinara (clone Serego Alighieri da una vigna a piede franco), dai tannini morbidi e dall’ottima bevibilità fruttata.

Montanarina con baccalà mantecato proposta in abbinamento al Rosso Verona IGT “Campofiorin” 2020, una vendemmia tardiva in stile tipico per l’areale ed una tecnica peculiare, affinatasi negli anni, che consiste nel far rifermentare la massa vinosa sulle bucce semi-appassite dell’Amarone. Potenza e controllo viaggiano sullo stesso ritmo, non coprendo la delicatezza della mantecatura.

Polenta con salsiccia e friarielli servita con Amarone della Valpolicella Classico Docg Riserva “Costasera” 2017. La storia di Masi qui presentata in un’annata straordinaria, che ha consentito di ottenere un vino dalla gradevole freschezza non rimarcata da eccessive sensazioni morbide.

Prima del gran finale non poteva mancare il classico Risotto all’Amarone, eseguito alla perfezione con l’aggiunta di yogurt di bufala e nocciole di Giffoni. Qui la maggiore età dell’Amarone della Valpolicella Classico Docg “Vaio Amaron” 2016 di Serego Alighieri, con le sue nuance da confettura di frutti di bosco e una speziatura completa tra pepe nero e cannella, ottiene il massimo consenso dei presenti.

Chiusura su un plateau di formaggi erborinati a base di latte di pecora e bufala, ben sorretti dall’avvolgenza del Recioto della Valpolicella Classico Docg “Angelorum” Masi e sulle frittole veneziane (simili alle zeppole partenopee) con crema al limone di Sorrento con un calice di Elisir allo zenzero in Grappa di Amarone Masi.

Un prodotto di particolare rarità e degno di una serata all’insegna del buongusto, dell’eleganza e della musica jazz, con le indimenticabili melodie di Ella Fitzgerald.

Napoli: Vallepicciola porta il vento del Chianti Classico nel “paese d”o sole e d”o mare”

Bello rivedere, dopo la mia visita di qualche anno fa, Alberto Colombo CEO di Vallepicciola a Napoli nel “paese d”o sole e d”o mare”, come la famosa melodia di Bovio e D’Annibale. Bello riassaporare anche i vini provenienti da quest’angolo di Chianti Classico appartenente alla UGA Vagliagli, piccola frazione di Castelnuovo Berardenga.

Un doppio evento organizzato da smstudio pr & communication in un press day entusiasmante, suddiviso tra una tappa pomeridiana per la stampa ad Altogrado Vineria ed un momento più informale e interattivo nella cena serale al Ristorante Steak House, con l’abbinamento perfetto per i rossi toscani: la “ciccia” cotta a puntino.

Cantina avveniristica, sogno di Bruno Bolfo imprenditore ligure leader nel settore siderurgico. Per anni la consulenza enologica fu affidata alle abili mani di Riccardo Cotarella, che ne ha seguito le fasi prodromiche, lasciando poi il testimone per scelta aziendale ad Alessandro Cellai. L’opera di quest’ultimo, già riconosciuta e apprezzata in passato nei Domini Castellare di Castellina, è stata quella di rendere la materia prima eccellente, meno ricca e opulenta nella trasformazione e maturazione dell’uva in vino, anche grazie alla scelta di contenitori in cemento.

Eleganza, lunghezza ed espressività inserite nel ricamo territoriale. Vagliagli è nota per i suoi terreni compositi, basati su argille di tipo galestroso, calcare, buone altitudini ed esposizioni per garantire ventilazione con escursioni termiche notturne. L’incanto del paesaggio, i Monti del Chianti in lontananza, le vallate di Radda e Gaiole a pochi chilometri, è tale da rendere l’intera zona un sito di alto prestigio sul lato enoturistico.

Nella degustazione guidata presso Altogrado Vineria abbiamo riconosciuto la bellezza della diversità, raccontata nei calici da prodotti e annate differenti. In particolare il Chianti Classico 2021 ha un corredo di frutta e agrume rosso su nuance fumée di brace e radice di liquirizia. Il tannino lascia una scia avvolgente, quasi gelatinosa che rende il sorso aggraziato e godurioso. Annata della potenza e della morbidezza contrapposta alla fresca e floreale della Riserva 2020, dove i richiami di incenso, spezie scure e macchia mediterranea ben si uniscono alla trama antocianica irta e polverosa da sbuffo boschivo.

L’idea del Rosso Toscana IGT 2021 realizzato da Sangiovese in purezza ricalca la volontà di non adeguarsi ed adagiarsi per forza ai dettami di un disciplinare di produzione, cercando piuttosto di valorizzare quanto il terroir sa offrire senza incastonarlo in schemi prefissati. In questo caso il campione deve ancora digerire le espressioni boisé date dall’utilizzo di legni piccoli per la sosta in bottaia. Dalla vigna vecchia di 40 anni ne deriva un vino materico, strutturato e mellifluo, con dicotomia di bocca tra lievi surmaturazioni e pungenze tanniche. Ciò che è sicuro è che avrà molto tempo davanti per potersi esprimere nella sua piena compiutezza.

Chiudiamo i sipari con la garanzia di casa Vallepicciola: il Pievasciata Pinot Nero, che nella vintage 2022 ha regalato emozioni palpitanti ai cronisti, compreso il sottoscritto. Non serve attendere nulla per divertirsi con un sorso dinamico, ricco di piccoli frutti di bosco (lampone e fragoline) su tocchi balsamici e di cannella nel finale. Versatile, ottimo nel rapporto qualità-prezzo per non concentrarsi solo sul “Re” Sangiovese.

Due righe di chiosa le merita anche il Ristorante Steak House, con Francesco, Barbara e Gennaro che ci hanno accolto nel segno della tradizione partenopea di 54 anni di storia e una selezione di carni e frollature da autentici numeri uno. Apprezzabile il contesto “goliardico” per finire la giornata insolitamente calda, tra i ricordi del vento del Chianti Classico e del sole e del mare di Napoli.

Anteprima Vitigno Italia 2024

Tutto pronto per Anteprima VitignoItalia 2024: appuntamento con oltre 500 etichette da tutta la Penisola

Maurizio Teti, Direttore della manifestazione: “Record di accrediti da parte degli operatori di settore a testimonianza del ruolo che VitignoItalia ha nell’ambito della manifestazioni di settore a livello nazionale”.

Anteprima VitignoItalia 2024 è alle porte. Una giornata di degustazioni e incontri con i produttori dedicata alla stampa, appassionati e operatori di settore per conoscere le migliori espressioni enologiche da nord a sud della Penisola. 500 tra le migliori etichette delle più prestigiose cantine e consorzi vitivinicoli italiani saranno protagoniste a Napoli, negli eleganti saloni dell’Hotel Excelsior, dalle ore 15.00 fino a serata inoltrata. Una straordinaria opportunità per vivere l’esperienza di un percorso alla scoperta dell’Italia del Vino, che accompagnerà il pubblico partenopeo e non solo, naturale preludio alla 18esima edizione VitignoItalia prevista a giugno 2024 (da domenica 2 a martedì 4 giugno).

Si prospetta un’edizione dai grandi numeri – commenta Maurizio Teti, Direttore di VitignoItalia – infatti il dato che più ci soddisfa è il forte interesse riscontrato dalle enoteche, sommelier, ristoratori e dagli operatori di settore provenienti da tutta la regione, a cui è dedicata la fascia dalle ore 15.00 alle ore 17.00. Un’affluenza che conferma la nostra manifestazione come punto di riferimento tra gli eventi enologici del BelPaese, soprattutto in virtù di un notevolissimo parterre di grandi produttori. Tanti nomi e vini da conoscere, che ogni anno coinvolgono un numero crescente di appassionati e professionisti che trovano in Anteprima VitignoItalia, il perfetto binomio tra degustazioni di grandi vini e approfondimenti su produttori, territori e vitigni”.

Confermata quindi la grande attenzione di cui Anteprima VitignoItalia gode tra addetti ai lavori e appassionati, cui va aggiunta la presenza di numerose firme della stampa nazionale e estera, provenienti dall’Austria, UK, Croazia, Bosnia-Erzegovina e Israele. I media, oltre alla giornata di lunedì, potranno soddisfare la propria curiosità sulle cantine del territorio con un press tour che vedrà protagonista il Sannio, terroir in costante ascesa nel panorama nazionale e non solo.

“Una delle caratteristiche delle manifestazioni targate VitignoItalia – conclude Teti è quella di creare diversi momenti di approfondimento e di confronto, valutare le tendenze, confermare la crescita di nuove realtà senza mai dimenticare i territori tradizionalmente vocati. Il tutto con uno sguardo proiettato al futuro non solo per quello che concerne l’aspetto squisitamente qualitativo dei vini ma anche con approfondimenti su tematiche come il marketing, la comunicazione e le mille sfaccettature che fanno del nostro mondo un microcosmo affascinante e complesso”.

ANTEPRIMA VITIGNOITALIA 2024

Hotel Excelsior, Napoli – Via Partenope, 48

Lunedì 27 novembre 2023

Orario evento: dalle ore 15:00 alle ore 21:30

www.vitignoitalia.it

Tel 08/14104533; segreteria@vitignoitalia.eu

Ufficio Stampa MG Logos – Tel 06/97270151 – comunicazione@mglogos.it