Pizzeria I Fontana: pizza e solidarietà con la Cooperativa Irene ’95

Avevamo conosciuto Pietro Fontana e il suo concept di pizza alla presentazione del menù estivo della pizzeria I Fontana a Somma Vesuviana. Siamo ritornati non solo per scoprire il menù invernale e l’interpretazione che Pietro dà alle materie prime della stagione fredda, ma anche per conoscere il progetto di solidarietà che, insieme alla moglie Melania Panico, sta sostenendo per la Cooperativa Irene ‘95.

Nata nel 1994, oggi la cooperativa opera sul territorio est di Napoli e si occupa di accoglienza di minori a rischio grazie a due comunità educative a dimensione familiare (Casa Irene e Casa Momo). Alla serata stampa di presentazione sono intervenuti Fedele Salvatore, presidente della cooperativa sociale, e Monica Procentese, responsabile d’area delle comunità, per raccontare il loro impegno in un ambito sensibile, quello dei minori con storie familiari difficili. Tra i progetti nati nell’ambito della cooperativa, c’è Re.S.P.I.R.O. per la presa in carico e tutela degli orfani speciali, segnati dalla perdita di entrambi i genitori: la madre per femminicidio, il padre per suicidio o carcerazione.

L’impegno concreto dei Fontana nasce dal proprio lavoro e dall’esperienza solida di appartenenza familiare: dal 1° Febbraio all’8 Dicembre 2026 parte del ricavato della vendita delle pizze e dei fritti della sezione “Pizza Concept” del menù verrà devoluto alla Cooperativa Irene ‘95. Non è un caso che Pietro, durante la serata, abbia ribadito come l’insegna I Fontana si riferisca a un progetto che coinvolge l’intera famiglia, dalla moglie Melania ai figli della coppia.

Nella tappe di degustazione della serata dedicata a Irene ‘95, abbiamo assaggiato tutte le proposte più rappresentative di ogni categoria: fritti, pizza, padellino, pala, tripla cottura.

La sfera croccante, come tutti i fritti del menù, è ideata e preparata da Melania. Patata della Sila, blu di bufala dei Monti Lattari, panatura extra croccante arricchita con granella di mandorle e un giro d’olio al tartufo: “è una proposta che abbiamo sin dalle origini del nostro menù”, ci spiega Melania, “e nasce dalla mia passione per il blu di bufala.” Un boccone goloso e ricco grazie alla bella persistenza del blu di bufala.

Merito di Melania anche la scelta degli abbinamenti al calice. Aspirante sommelier AIS, per la serata ha prediletto un piccolo birrificio artigianale della provincia di Trento, Fravort dei Fratelli Perrella. Iniziamo con la Fresh, birra chiara di puro malto d’orzo: delicata e fresca accompagna l’arancino e la prima proposta pizza.

La degustazione di pizze concept si apre con la Metamorfosi di carciofo, omaggio a uno degli ortaggi più complessi dal punto di vista organolettico. Pietro Fontana lo gestisce in modo esemplare, riuscendo a conservarne tutte le caratteristiche senza renderle predominanti. Il carciofo viene delicatamente arrostito ma solo le parti nobili (cuore e parte superiore del gambo) diventano protagoniste di questa pizza, insieme a una crema di pecorino dei Monti Lattari, a un pesto di aglio orsino e a foglioline di maggiorana fresca in uscita, che con la loro aromaticità determinano l’equilibrio finale all’assaggio.

Le consistenze sono uno dei tratti distintivi delle pizze di Pietro Fontana che contrappone sempre un elemento di croccantezza a equilibrare, arricchire e migliorare la masticabilità del boccone.

Così la Friarielli e salsiccia in stile padellino: un panino croccante che accoglie salsiccia di suino a punta di coltello e friarielli saltati e in crema, con un ricordo di piccantezza. Uno dei gusti pizza più tradizionali si veste con un tocco di originalità, esaltato anche dall’abbinamento birra: La Rossa del Brenta Fravort, fruttata e fresca, accompagna con passo agile il friariello, grazie alla concordanza di sensazioni amaricanti.

La pizza in pala accoglie la zucca prima ammorbidita in forno e poi ripassata in padella. In uscita blu di bufala, la nduja resa croccante, castagna fermentata in polvere per aggiungere una nota di acidità e zucca in julienne marinata al ghiaccio. Ancora una volta un boccone completo, anche se in questo caso la dolcezza della zucca napoletana, pur tra le più saporite qualità di zucca, si lascia a tratti sopraffare da blu di bufala e dalla nduja croccante.

Pietro Fontana ci stupisce in chiusura serata con la versione dolce della tripla cottura. Le tre distinte fasi di cottura – al vapore, fritta e al forno – determinano il gioco di consistenze della pasta: croccantezza esterna e leggera morbidezza interna.

Dichiaratamente e orgogliosamente ispirata a Francesco Martucci, la degustiamo in versione dolce ai tre agrumi: crema di limone, confettura di mandarino di Ciaculli, polvere di arancia rossa fermentata e timo fermentato a guarnire una cremosa ricotta di bufala. Un contrasto dolce-agrumato di grande equilibrio e aromaticità.

I Fontana Pizzeria

Via Annunziata, 58

Somma Vesuviana (NA)

Campania, dalla Valle Caudina il “33 33 33” di Vallisassoli

La Valle Caudina è una fertile conca in Campania, costituente un vero e proprio territorio cerniera tra le province di Benevento e Avellino, famosa tanto per la storia sannitica che romana, ricca di borghi medievali e aree naturalistiche, come ad esempio quelle dei monti del Taburno e del Partenio. L’epica battaglia delle Forche Caudine, il Medioevo, la fase gotica e bizantina, oltre al periodo del ducato longobardo di Benevento, vedono nell’antica Via Appia, che la attraversa, una congiungente tra il passato e il presente.

Tra i borghi più significativi e caratteristici di questa terra, San Martino Valle Caudina è uno di quelli che meglio conserva il fascino di altri tempi. Con poco meno di 4800 abitanti, il comune è situato ai piedi del monte Pizzone e del monte Teano, con un’altimetria variabile dai 200 ai 1525 metri sul livello del mare, circondato da terre fertili, boschi di castagno e faggi.

A San Martino Valle Caudina, il cui riferimento al santo viene fatto risalire al IX secolo, si respira ancora l’aria di un passato illustre, caratterizzato dalle attività di famiglie come i Della Leonessa, Pignatelli, Del Balzo e Imbriani, giusto per citarne alcune, e dalla presenza di luoghi di grande interesse, sia religioso che laico:  la Chiesa di San Giovanni Battista, dove sono custodite le reliquie dei Santi Palerio ed Equizio, il Convento e Chiesa di Santa Caterina, risalente al 1408, il Palazzo Ducale del XVII secolo, il Palazzo Cenci Bolognetti e Casa Giulia, dimora di Matteo Renato Imbriani, sono solo alcuni esempi, unitamente alle bellezze architettoniche, come l’Obelisco di piazza Santa Maria, la Galleria Civica di Arte Contemporanea, ospitata nel palazzo municipale,e la Fontana del Salvatore.

Particolarmente rilevante il Castello Pignatelli Della Leonessa: di origine medievale, con un impianto normanno, per quanto si presumano origini altomedievali, domina dalle alture il centro storico della cittadina; il maniero è stato molto modificato ed arricchito nella sua struttura, durante il XVII e il XVIII secolo, e nel salone, affrescato con le gesta della famiglia della Leonessa, è conservato il mobilio d’epoca.

San Martino Valle Caudina è stato inserito nel Sentiero Italia, inoltre è possibile compiere il percorso lungo il fiume Caudino e visitare la località Mafariello, nota per la fonte di acqua oligominerale e un’ampia area adibita per pic nic molto frequentata dai turisti.

Il “33 33 33” IGT Bianco Campania Vallisassoli di Paolo Clemente nasce in questa bellissima terra, è un vino biologico, certificato anche Demeter dal 2018 e, sia grazie al nome che all’etichetta, quanto all’attenzione produttiva, costituisce un esempio di numerologia: la veste della bottiglia è infatti ha origine da una ricerca storica del sito dove si trova la vigna, grazie anche al contributo di Giovanni Pignatelli  Della Leonessa, duca di San Martino Valle Caudina, mettendo a disposizione dello studio di Paolo Clemente un libro antico denominato Platea, una forma di catasto di beni  appartenenti al clero e alla nobiltà durante il periodo borbonico. È proprio da questo libro che spunta una mappa del 1714, disegnata a mano da un tecnico napoletano, ritraente la zona della Varrettella e che, dopo un’attenta elaborazione grafica e grazie alla volontà di rappresentare il territorio, è diventata l’etichetta del 33 33 33.

Una numerologia fluida che si configura nella precisione topografica dell’epoca e del suo studio, nel calendario astronomico e nell’avvicendamento delle stagioni, nella scelta paritaria delle uve, oggetto vivo di una vinificazione che avviene nella maniera meno invasiva possibile, ma senza lasciare nulla al caso; inoltre, il 33 33 33 richiama evidentemente una scena del film Non ci resta che piangere con Massimo Troisi e Roberto Benigni.

Partito come autodidatta, Paolo Clemente, la cui attività di vignaiolo ha avuto inizio nel 2011, si è cimentato nell’apprendimento delle tecniche della potatura presso la scuola Simonit & Sirch, frequentando l’associazione biodinamica Campana per apprendere i principi di questo modus operandi al fine di creare un vero e proprio Organismo Agricolo, per migliorare la terra e le uve che coltiva amorevolmente. Oggi Paolo è impegnato altresì nella cura e nel ripristino della vigna all’interno dell’orto-giardino del castello longobardo della famiglia Pignatelli Della Leonessa, in cui spicca anche un particolare biotipo di Aglianico, localmente detto Mangiaguerra.

La vigna che dà vita al 33 33 33, di circa un ettaro complessivo e ubicata in località Varrettella, è posta ad un’altitudine media di 300 metri dal livello del mare e i vitigni di Coda di Volpe, Fiano e Greco, dell’età media di 40 anni vedono una cospicua densità di impianto grazie alla starseta a quattro uscite; le viti vengono allevate con il metodo della vecchia pergola avellinese e affondano le loro radici in terreni argillosi con impasto calcareo sedimentario, piuttosto compatti, ricchi di minerali e buona presenza di fossili marini risalenti almeno al Pleistocene.

La vendemmia, per l’annata 2022, è avvenuta intorno al 20 settembre, portando i grappoli in pressa, senza diraspatura, per consentire un miglior drenaggio. Mosto in serbatoio inox con lieve macerazione entro le 24 ore e fermentazione spontanea senza lieviti aggiunti, per una durata complessiva tra i 15 ed i 20 giorni senza bucce. Dopo la malolattica, una parte del vino è stata travasata, sempre in acciaio, dal contenitore più grande a uno più piccolo, mentre un’altra quota è stata trasferita in contenitori di cemento sulle fecce fini. Il 33 33 33 è stato imbottigliato dopo due anni, per poi affinare in bottiglia fino all’ottobre 2025 prima di uscire in commercio con un numero complessivo di circa 2000 esemplari. 

Paolo, persona estremamente competente per quanto modesta e ospitale, ha offerto un’ampia panoramica sulla sua cantina e sulla sua personale evoluzione come produttore e vigneron, coadiuvato da Maurizio De Simone, attestandosi oggi tra i principali attori della filosofia steineriana in Campania. Gli assaggi di diverse annate del suo vino, nessuna uguale all’altra, dimostrano una capacità di interpretare la vendemmia con sincerità e competenza.

Il 33 33 33 Campania Bianco Igt del 2022 dell’azienda agricola Vallisassoli, ottenuto da Coda di Volpe, per la struttura, dal Fiano per il bouquet odoroso e l’armonia, e dal Greco per l’acidità e la sapidità, indossa una veste dorata vivida, lucente ed elegante, con ragguardevole consistenza. In apertura il naso è pervaso da una brezza di iodio marino e dagli umori dell’ostrica Tsarskaya, inclusa la sua distintiva nota di nocciola, poi nespola, pesca sciroppata, camomilla essiccata, cera d’api e tabacco biondo. Al morso, più che al sorso, tanto voluminosa è la beva, una lieve astringenza stimola subito il palato, presto inondato dalla succulenza sprigionata da una briosa freschezza e da una sapidità che verge all’umami.

Questo vino, materico e avvolgente grazie alla voluminosità del sorso e per la verticalità conferita dall’acidità, restituisce alla via retronasale le note fruttate e il tabacco, ove però la nespola diventa tamarindo, vi si aggiungono sottili note di tè verde, e la cera d’api volge in miele di corbezzolo, per una chiusura finemente amaricante, decisiva ed elegante. Per la sua ricchezza in umami e la buona acidità, oltre che per una buona persistenza aromatica intensa, il 33 33 33 di Paolo Clemente si abbina perfettamente alle cannazze alla genovese, soprattutto per la sua sapidità in contrapposizione con la tendenza dolce della cipolla ramata di Montoro, che finisce con l’appassire ancor più, oltre che per la lunga cottura, per il suadente abbraccio con questo piacevolissimo vino. La pienezza e la godibilità di questo armonico abbinamento non distraggono dal chiedersi come evolverà nei prossimi cinque anni.

Amarone Opera Prima 2026

A Verona, cittadina di Giulietta e Romeo, il 31 gennaio e il 1 febbraio 2026 si è svolta la 22esima edizione di Amarone Opera Prima, organizzata dal Consorzio per la Tutela Vini della Valpolicella. Questa edizione ha avuto luogo presso le Gallerie Mercatali in zona Veronafiere. 

L’anteprima 2021

L’annata presa in esame è la 2021, definita, equilibrata, tipica ed elegante. Un’annata complessa, caratterizzata da un inverno freddo con gelate primaverili e da un’estate calda e siccitosa, tuttavia i vigneti hanno resistito bene e grazie all’esperienza dei vigneron sono arrivate in cantina uve sane che hanno dato origine a vini di elevata qualità. 

Prima di passare ai campioni  degustati alla cieca, alcuni dei quali appena imbottigliati, presso la sala dedicata alla stampa con servizio sommelier, diamo alcuni spunti sulla tipologia.

La storia dell’Amarone della Valpolicella

L’Amarone della Valpolicella è una gemma dell’enologia italiana posizionata nelle colline intorno a Verona in Veneto. L’etimo deriva da “valle dalle tante cantine” e ci ricorda che qui la coltivazione della vite ha una storia millenaria. Quella dell’Amarone è relativamente contemporanea: un vino rosso secco, ottenuto da uve appassite proprio come il Recioto, la cui fermentazione viene invece arrestata con un residuo zuccherino da vino dolce. L’Amarone compie una fermentazione completa, il cui residuo zuccherino risulta molto basso e variabile.

Le varietà di uva per ottenere il vino Amarone sono la Corvina, il Corvinone e la Rondinella, tuttavia, possono essere utilizzate anche altre varietà come l’Oseleta, talvolta anche la Molinara ed altri vitigni autorizzati. I comuni ricadenti nella denominazione sono 19: Dolcè, Verona, San Martino Buon Albergo, Lavagno, Mezzane, Tregnago, Illasi, Colognola ai Colli, Cazzano di Tramigna, Grezzana, Pescantina, Cerro Veronese, San Mauro di Saline e Montecchia di Crosara; specificamente, i vini prodotti nei restanti cinque comuni di Marano, Negrar, Fumane, Sant’Ambrogio e San Pietro in Cariano sono gli unici che possono fregiarsi del suffisso “Classico”, dato che sono quelli di originaria tradizione.

A livello sensoriale: si presenta nel calice con un bellissimo colore rosso granato intenso, consistente e trasparente, al naso emana sentori di lampone, amarena, prugna, fico, spezie dolci, polvere di cacao, polvere di caffè, tabacco e vaniglia,  al palato è  avvolgente, setoso, armonioso, persistente e decisamente coerente.

Per la sua rilevante struttura, può essere ritenuto un vino da meditazione, tuttavia, può essere abbinato con svariate preparazioni a base di carne rossa e selvaggina, si accosta bene al brasato all’Amarone e allo stufato di cervo, eccelso con formaggi stagionati, come il parmigiano reggiano, il pecorino toscano e formaggi erborinati.

Ecco i 10 assaggi che mi hanno maggiormente colpito

Amarone della Valpolicella Docg Classico Brolo del Figaretto 2021 Corte Figaretto.
Amarone della Valpolicella Docg Classico Acinatico 2021 Accordini Stefano.
Amarone della Valpolicella Docg Classico San Giorgio 2021 Boscaini Carlo.
Amarone della Valpolicella Docg Classico Pietro dal Cero 2021 Fa’ dei Frati.
Amarone della Valpolicella Docg Classico Albino Armani.
Amarone della Valpolicella Docg 2021 La Giuva.
Amarone della Valpolicella Docg 2021 Bennati.
Amarone della Valpolicella Docg Classico Punta di Villa 2021 Roberto Mazzi e Figli.
Amarone della Valpolicella Docg 2021 San Cassiano.
Amarone della Valpolicella Docg 2021 Torre di Terzolan.

Quando la Valpolicella parla in versi: Azienda Agricola Meroni

Chi non ha mai visitato la Valpolicella non può capire bene che luogo magico rappresenti. La Valpolicella è un insieme di colline e valli a nord della città di Verona, in Veneto e si divide in Classica, Valpantena e Orientale.

Ed è proprio qui, nella Valpolicella Classica, a Sant’Ambrogio di Valpolicella, che troviamo Azienda Agricola Meroni. La cantina nasce nel 1935 dal nonno degli attuali proprietari che acquista i terreni dove tuttora sorgono i vigneti e la cantina.

Carlo Roberto Meroni arriva sul territorio veronese dalla Brianza fra la prima e la seconda guerra mondiale e apre una cappelleria proprio nel centro della città scaligera in Piazza delle Erbe. Qui viene in contatto con una serie di personalità dedite alle più svariate occupazioni, dal commerciante, al cantante, all’ artista al poeta, inserendosi appieno nel tessuto sociale della città.

Anche grazie a queste conoscenze nel 1943, in pieno periodo di guerra, il Signor Meroni riceve una lettera da quello che senza dubbio è il più celebre poeta veronese, Berto Barbarani, uno dei maggiori esponenti della poesia dialettale italiana.

In questa missiva il Barbarani scrive così:

“Meroni caro abbiamo ricevuto 

il Sant’Ambrogio fatto di Velluto

che alla tua salute abbiam bevuto…

In queste universali parapiglie

ti assicuriamo che le tue bottiglie

sono la farmacia delle famiglie !”

Sicuramente un forte impulso per continuare nella sua giovane attività di produttore di vini. Vini fortemente identitari come si confà alla Valpolicella, già serbatoio dell’impero romano a cui deve proprio il nome “val polis cellae” la valle dalle mille cantine. Oggi l’Azienda Agricola Meroni produce un’ampia gamma di vini tipici della denominazione, utilizzando, in diverse percentuali, un blend di uve autoctone, caratteristica peculiare della vallata: Corvina, Corvinone, Rondinella e Molinara.

Quest’ultima viene volutamente mantenuta per preservare un tratto distintivo dei vini di famiglia, in pieno accordo con la tradizione della cantina. Cambiano le lavorazioni e gli appassimenti, al fine di conferire caratteri e profondità differenti ai vini seguendo i vari disciplinari, ma vengono sempre e solo impiegate uve autoprodotte nei terreni di proprietà. Il podere La Sengia si trova subito dietro alla cantina e nella vallata sotto lo spettacolare paese di San Giorgio ”In Gana poltron” da cui si gode di una bellissima vista.

L’altro è Podere Maso località la Grola, situato sull’ ultima collina della Valpolicella Classica con un clima particolarmente benevolo grazie all’influsso del vicino lago di Garda che mitiga le temperature d’estate e d’inverno. Dalla raccolta di queste uve, dall’appassimento naturale su graticci e dal processo tradizionale di vinificazione si ottengono le due loro linee di prodotti “Sengia” e il “Il Velluto” appunto dedicata al poeta veronese.

In un calice dei vini Meroni si ritrova così non solo l’espressione autentica della Valpolicella, ma anche il racconto di una famiglia, di un territorio e di una tradizione che attraversano il tempo. È una viticoltura che dialoga con la storia e con la poesia, capace di trasformare il paesaggio, la memoria e la cultura in esperienza sensoriale. Un patrimonio enologico che continua a rinnovarsi, rimanendo fedele a sé stesso, come solo i grandi territori e i grandi vini sanno fare.

Umbria – Dalla quercia alla vite: la storia di Terre Margaritelli

Nascosta tra le dolci colline dell’Umbria, a pochi passi da Perugia, sorge Torgiano, un luogo intriso di storia, cultura e tradizione agricola. È qui, in questa terra generosa, che prende forma una delle storie più affascinanti del panorama vitivinicolo italiano, quella di Terre Margaritelli, azienda capace di unire mondi apparentemente lontani, il legno e il vino, in un racconto di famiglia, visione e qualità.

La famiglia Margaritelli affonda le proprie radici nel mondo del legno. Per generazioni ha prodotto e lavorato quercia, acquisendo foreste in Francia e sviluppando, nel tempo, una straordinaria competenza nella trasformazione del legno in prodotti finiti per l’edilizia e il design. È da questa lunga tradizione che nasce il celebre marchio Listone Giordano, oggi sinonimo di eccellenza nel parquet a livello internazionale.

Percorrendo una strada bianca che sale tra i vigneti, si arriva al casale rosso sulla sommità della collina di Miralduolo. Qui incontro Maurilio Chioccia enologo di riferimento del progetto. È in questo luogo che passato e presente dialogano in modo naturale.

Già nella seconda metà dell’Ottocento, la famiglia Margaritelli si era distinta come legnaioli, diventando celebre per la realizzazione delle traverse in legno per i binari ferroviari. Ma accanto alla cultura del legno, cresceva silenziosa una passione parallela: quella per il vino. Inizialmente coltivata per uso familiare e per la condivisione con gli amici, questa passione si trasformò nel tempo in un progetto strutturato, guidato da una scelta chiara: puntare sulla qualità.

Tutto ebbe inizio nel 1950, quando Fernando Margaritelli, dopo una vita dedicata all’industria del legno, decise di intraprendere un nuovo percorso. A sessant’anni, anziché ritirarsi, scelse di investire energie e visione nella viticoltura, trasformando parte della sua proprietà in vigneti. Quella che sembrava una passione privata divenne presto una forma autentica di espressione del legame con la terra.

Alla sua scomparsa, il testimone passò prima al figlio Giuseppe, e successivamente a Dario Margaritelli, che seppe dare una svolta decisiva al progetto. Dario ampliò la proprietà, investì nei vigneti e trasformò quella passione ereditaria in un’azienda vitivinicola vera e propria: nasce così Terre Margaritelli.

Una delle scelte più significative fu l’orientamento verso la produzione biologica, dettata da un profondo rispetto per l’ambiente e per il territorio. Oggi l’azienda è completamente biologica e fortemente orientata alla sostenibilità, valori che si riflettono in ogni bottiglia prodotta.

Terre Margaritelli ha raggiunto uno stile enologico riconoscibile, fatto di eleganza, precisione e profondità, capace di coniugare tradizione e innovazione senza mai perdere identità.

Oggi, però, la storia di Terre Margaritelli guarda avanti con rinnovata energia. La nuova generazione è rappresentata da Francesco Margaritelli, giovane ingegnere con una solida formazione tecnica e una passione autentica per i vini di qualità. A lui spetta il testimone della conduzione aziendale: nuova linfa e nuova visione per innalzare ulteriormente il livello qualitativo, con uno sguardo attento ai nuovi mercati, alle nuove tendenze e a una comunicazione sempre più consapevole del valore del brand e del territorio.

La filosofia produttiva di Terre Margaritelli trova piena espressione nei vini, che raccontano il territorio di Torgiano attraverso interpretazioni eleganti, mai urlate, ma profonde e riconoscibili. I vini di Terre Margaritelli sono l’espressione più autentica di una viticoltura consapevole, dove la qualità nasce prima di tutto dal lavoro meticoloso in vigna, da scelte agronomiche rispettose e da una profonda conoscenza del territorio. È qui, tra i filari, che prende forma l’identità delle uve, seguite con attenzione lungo tutto il ciclo vegetativo, per arrivare in cantina con un patrimonio aromatico e strutturale intatto.

Fondamentale, in questo percorso, è anche il contributo dell’enologo Maurilio Chioccia, la cui esperienza e sensibilità guidano ogni fase della vinificazione. Il suo approccio, fatto di equilibrio, misura e profondo rispetto per la materia prima, consente ai vini di esprimersi con precisione, eleganza e coerenza stilistica. Ogni etichetta racconta così una storia chiara, dove territorio, vitigno e mano dell’uomo dialogano senza forzature. Dalle bollicine ai grandi rossi da invecchiamento, il filo conduttore resta la finezza, mai l’eccesso.

Thadea – Spumante Rosato Brut

Sangiovese

Alla vista si presenta con un delicato colore rosa, luminoso ed elegante. Il perlage è fine e continuo, indice di una spumantizzazione accurata. Al naso esprime un bouquet complesso e raffinato, con richiami a piccoli frutti rossi, petali di rosa e leggere sfumature agrumate. Il sorso è equilibrato, fresco e armonico, sostenuto da una bollicina cremosa che accompagna verso una chiusura pulita e sapida. Uno spumante di grande eleganza, capace di unire finezza e carattere.

Venturosa – Rosato di Torgiano DOP

Sangiovese

Rosato di bella luminosità, conquista subito per il suo profilo aromatico giocato su fragoline di bosco e ribes, con leggere note floreali. In bocca è sapido e fresco, agile e scorrevole, con una beva immediata ma mai banale. Un rosato solare, dalla forte vocazione gastronomica, capace di raccontare il Sangiovese in una veste fresca e contemporanea.

Costellato

Trebbiano (80% acciaio, 20% barrique) con Grechetto e Chardonnay

Al naso si apre su frutta a polpa bianca, ananas maturo e delicate note erbacee di timo e salvia, che donano complessità e profondità. Il sorso è fresco, balsamico e raffinato, con una trama elegante e ben definita. Il passaggio in legno è misurato e preciso, capace di arricchire il vino senza sovrastarne la finezza. Un bianco armonico e moderno, che coniuga precisione aromatica e struttura.

Greco di Renabianca

Grechetto

Un bianco di grande personalità, arricchito da un passaggio in barrique di rovere francese delle foreste di Betranges. Al naso emergono intense note balsamiche, accompagnate da sentori di cedro, ginestra, erbe di campo, mandorla e liquirizia. Il palato è dominato dalla struttura e dalla potenza del Grechetto, sostenute da una grande acidità, una calibrata alcolicità e una persistenza lunga e vibrante. Un vino profondo, complesso, capace di evolvere nel tempo con grande eleganza.

Freccia degli Scacchi – Riserva

Sangiovese

Di un rubino brillante, si distingue per l’eleganza del profilo olfattivo: ciliegie, amarene, mirtilli e violetta, arricchiti da una fresca speziatura. In bocca è sapido, fresco e minerale, con un tannino importante ma perfettamente controllato, che conferisce struttura e profondità senza appesantire il sorso. Un vino potente e coerente, capace di unire forza ed equilibrio, espressione autentica del Sangiovese di Torgiano nella sua versione più ambiziosa.

Lab

Etichetta sperimentale e contemporanea, Lab è un vino pensato per dialogare con un pubblico giovane, curioso e informale. Al naso è immediato e fragrante, con profumi di frutta fresca, fiori leggeri e delicate note agrumate. Il palato è scorrevole, fresco e di grande bevibilità, con un sorso agile e diretto che invita al secondo bicchiere. Un vino conviviale, moderno, capace di avvicinare senza rinunciare alla qualità.

Miràntico

Sangiovese, Malbec e Canajolo,

Miràntico è un vino di grande intensità espressiva, profondo e avvolgente. Il bouquet è ricco, con richiami di frutta scura, spezie, erbe officinali e leggere note tostate. In bocca è strutturato, caldo ma ben sostenuto da freschezza e tannini maturi, che conferiscono equilibrio e longevità. Il finale è lungo, complesso, con ritorni speziati e minerali che ne amplificano il carattere.

Accanto ai vini, emerge con forza anche l’anima più sperimentale e contemporanea di Terre Margaritelli, ben rappresentata dal progetto “Test a Test”: una bottiglia da 250 ml, pensata per due calici. Un formato simbolico, che invita a un bere consapevole, condiviso e sostenibile. Un’idea semplice ma profondamente significativa, che riflette una visione moderna del consumo del vino, attenta ai nuovi stili di vita senza tradire la propria identità produttiva.

Non sorprende, dunque, che Terre Margaritelli sia stata premiata dalGambero Rosso come Cantina più sostenibile d’Italia 2024. Un riconoscimento pienamente meritato, perché qui la sostenibilità non è un semplice protocollo produttivo, ma un vero e proprio modo di vivere, di lavorare e di raccontare il territorio. Un valore che nasce dal rispetto per la terra passa attraverso scelte responsabili e si traduce, concretamente, nella qualità e nella coerenza dei vini.

Visitare Terre Margaritelli significa vivere un’esperienza che va oltre il vino. La margherita bianca su fondo rosso, simbolo dell’azienda, accompagna il visitatore in un percorso fatto di storia, artigianato, paesaggio e cultura. È il racconto di una famiglia che ha saputo trasformare il sapere del legno in sensibilità enologica, senza mai perdere il contatto con la terra.

Terre Margaritelli non è solo una cantina: è un progetto di vita, un esempio virtuoso di continuità generazionale e di rispetto per il passato, capace di parlare il linguaggio del futuro con credibilità, eleganza e passione.

30 anni di Villa Raiano “serviti” da 20 vini iconici e 10 piatti della tradizione

Abbiamo già avuto modo di visitare Villa Raiano in più occasioni, durante un press tour organizzato dall’agenzia Miriade & Partners ed in un momento di celebrazione delle vecchie pergole avellinesi, le cosidette “starsete”, patrimonio d’Irpinia sempre più a rischio scomparsa.

Una storia, quella della famiglia Basso, che nasce dall’amore per l’agricoltura e per l’olio d’oliva, anche se i ricordi degli studi di Sabino Basso tra i banchi dell’Istituto Agrario Francesco De Sanctis di Avellino e l’incontro con il professor Luigi Moio han piano piano fatto maturare il sogno della cantina vini.

«Dopo 30 anni di attività nel campo enologico posso dire di essere conosciuto più per le quasi 300 mila bottiglie di vino che per le oltre 70 milioni di quelle di olio prodotte ogni anno» afferma, ancora incredulo, Sabino.

Per tutti Villa Raiano era l’Aglianico, quello straordinario di Castelfranci con i vecchi impianti di mezzo secolo d’età coltivati a raggiera. Poi il cambio di rotta verso la prima decade del nuovo millennio, l’arrivo del giovane enologo Fortunato Sebastiano e l’idea di creare veri e propri cru di Fiano e Greco da valorizzare in etichette storiche come “Bosco Satrano”, “22” e “Contrada Marotta”.

Le nuove leve generazionali entrate in azienda e la visione contemporanea in un contesto economico di particolare delicatezza, con i consumi in calo che però non hanno intaccato le vendite di chi, come Villa Raiano, ha sempre puntato sulla qualità. Così la Falanghina, l’entry level che portava risorse da investire nelle selezioni superiori, venne affiancata e infine superata nelle scelte di mercato dai degni rappresentanti delle tre Docg irpine.

Proprio nel momento di massimo splendore l’ennesimo cambio di passo, con l’addio al Fiano di Avellino “22” e al “Bosco Satrano”, le cui uve confluiscono adesso pienamente nel Fiano di Avellino versione base, mentre resta immutato il Fiano di Avellino “Alimata”. Quasi il commiato stesso all’idea di lieu dit verso il più ampio concetto borgognone di climat e di rappresentazione reale di una delle varietà a bacca bianca straordinaria per spettro aromatico e capacità evolutive.

«In tante zone d’Italia si cerca di lavorare in purezza, come fosse una sorta di Santo Graal – afferma Fortunato Sebastiano – Eppure pochi vitigni sanno giocare davvero da soli come il Fiano, in qualche modo performante e identitario in tutte le annate, anche quelle difficili». Una scommessa vinta, quando pochi conoscevano nel passato le differenze d’espressione organolettica tra zona e zona.

Villa Raiano è diventata, all’alba delle 30 candeline, un tempio del vino anche grazie alle visioni architettoniche del compianto Raffaele Vitale, che immaginava persino una sala ristorante in uno degli spazi della bottaia, con momenti emozionanti per degustare la cucina territoriale e le varie etichette in carta.

Dopo la scomparsa le redini sono passate in mano al suo allievo Claudio Marcelo Ruiz che si occupa degli eventi in cantina e delle serate di gioia come queste, organizzate per stampa, operatori del settore e amici. Lo chef ha messo le mani simbolicamente sui 10 piatti di pasta simbolo della Campania, tra frittatine varie, spaghetti alla colatura d’alici, linguine alla Nerano e bucatini con ragù e cotenna.

Tra le vecchie vintage, fuori dagli schemi per rara bellezza il “22” Fiano di Avellino 2010, tropicale, mediterraneo e dall’esuberante allungo iodato e il Fiano di Avellino “Bosco Satrano” 2018 agrumato e teso come il vento di mare. Tra i rossi, irragiungibile l’energia vibrante del Taurasi 2016 ricco di essenze boschive, dal tannino palpabile, saporito e perfettamente integrato.

“Bisogna comunicare l’Irpinia” conclude Sabino Basso. Noi ci proviamo da sempre, evidenziando però, ancora una volta, che un treno è fatto di vagoni e di locomotive trainanti. Mentre i primi sono numerosi e ben distinti, manca ancora un forte cavallo a vapore che possa trascinare il territorio e i suoi produttori ai vertici ambiti da tempo. A chi dunque l’arduo compito?

Piemonte: Grandi Langhe 2026 – Un successo clamoroso, con la denominazione Barbaresco in gran spolvero

La decima edizione di Grandi Langhe conferma il suo successo della passata edizione, con ben 515 espositori e un focus speciale sul Barbaresco.

Si è conclusa con grande soddisfazione la decima edizione di Grandi Langhe, kermesse che ha riunito i produttori vinicoli del Piemonte alle OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino. Dal 26 al 27 gennaio 2026, 515 espositori, di cui 379 provenienti da Langhe e Roero e 136 dal resto della regione, hanno presentato oltre 3100 etichette in degustazione.

La Kermesse

Per la seconda volta, la manifestazione ha coinvolto tutte le denominazioni piemontesi, arricchendosi anche di un’area dedicata interamente alla stampa con servizio Sommelier e dei consueti desk di assaggio. L’evento, organizzato dal Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani e dal Consorzio Tutela Roero, in collaborazione con Piemonte Land of Wine, ha registrato numeri da record, con un’affluenza significativa di operatori professionali del settore e stampa nazionale ed estera, quest’ultima proveniente da varie nazioni del mondo.

Le anteprime e il focus sul Barbaresco

Le anteprime più attese dell’evento hanno riguardato le annate 2022 di Barolo, 2021 di Barolo Riserva, 2023 di Barbaresco e Roero e 2022 per le rispettive tipologie Riserva. Tra i protagonisti della degustazione, il Barbaresco 2023 ha impressionato per eleganza e piacevolezza di beva, grazie a un’annata particolarmente propizia.

Ecco alcuni assaggi per i lettori di 20Italie

Giuseppe Cortese – Barbaresco Rabaja 2023 – Bel rubino con sfumature granato, al naso sprigiona sentori di viola, ciliegia,  frutti di bosco, menta e spezie dolci. Il sorso è vibrante e saporito, setoso, armonioso e lungo.

Paitin – Barbaresco Serraboella Sorì Paitin 2022 – Colore rubino con riflessi granati, rivela sentori di viola appassita, ciliegie sotto spirito, prugna, arancia sanguinella. tabacco e liquirizia, al palato è avvolgente, fine, coerente e persistente. Grande sorso.

Massolino –  Barbaresco Albesani 2023 – Rosso rubino intenso tendente al granato emana sentori di petali di rosa, amarena, prugna, mora e pepe bianco. Al gusto è vellutato con tannini nobili,  appagante, generoso e duraturo.

Tenute Cisa Asinari dei Marchesi di Gresy – Barbaresco Camp Gros Martinenga Riserva 2021 – Il calice é rosso granato intenso, dipana sentori di violacciocca, marasca, rosa appassita, ribes, spezie fini e con cenni balsamici. Sorso leggiadro, avvolgente, setoso e saporito.

Cigliuti – Barbaresco  Bricco di Neive Vie Erte 2022 – Bel rubino con sfumature granato, al naso sprigiona sentori di ciliegia, frutti di bosco, menta e spezie orientali. Il sorso è vibrante e saporito, setoso ed armonioso.

Angelo Negro – Barbaresco Basarin 2022 – Tonalità granato intenso e trasparente, giungono al naso sentori di rosa canina, lampone, ciliegia, tabacco e liquirizia. Dai tannini setosi è intenso, di buona struttura e notevole persistenza.

Pelissero – Barbaresco Vanotu 2022 – Tonalità rosso granato trasparente, libera sentori di rosa, lampone, ciliegia, timo e vaniglia. Al gusto è vellutato, avvolgente, pieno e decisamente persistente.

Socrè – Barbaresco Pajore 2021 – Veste color granato vivace e trasparente, rimanda sentori di floreali che richiamano la mammola, poi mora, prugna,  ribes, tabacco e bacche di ginepro. Il gusto è contraddistinto da una setosa trama tannica e una buona piacevolezza di beva.

Michele Chiarlo – Barbaresco Faset 2022  –  Granato intenso e consistente, con raffinati sentori di ciliegia, prugna, mirtillo, liquirizia e nuances mentolate. Sorso vellutato, suadente e persistente.

Adriano Marco e Vittorio – Barbaresco Docg Basarin 2022 – Rubino con sfumature granato, si percepiscono note di rosa, violetta, ciliegia, pepe nero e nuance mentolate. Il sorso è  fresco e sapido, al contempo setoso e armonioso.

A Massa Lubrense la dolce scoperta della gelateria Ikigai – Intervista a Marco Casa

“Ikigai” è un termine giapponese che indica lo scopo e la ragione di vita o, meglio ancora, ciò che la mattina ti fa alzare con gioia.

E’ anche il nome scelto da Marco Casa per la gelateria che da quasi cinque anni gestisce a Monticchio, piccola frazione di Massa Lubrense. Insieme a lui, il fratello Davide, la moglie Giovanna Aiello e la pasticcera Ilenia Gargiulo. Abbiamo raggiunto Marco poco prima delle festività natalizie, per farci raccontare una storia fatta di piccoli passi e grandi soddisfazioni.

Ci troviamo sulla punta estrema della Penisola Sorrentina, in un luogo lontano dalle rotte turistiche più battute, che preserva un fascino antico: quello capace di coniugare la tradizionale operosità degli abitanti con la bellezza degli scenari naturalistici, senza scadere nei cliché del turismo di massa.

E’ stata una scelta obbligata, ci ha spiegato Marco, che nel 2020, poco prima dell’esplosione della pandemia di Covid, decide di uscire da un’avviata attività di famiglia per mettere in gioco le proprie idee e competenze.

“Il progetto era già concreto”, racconta Marco a 20Italie, “ma il mondo faticava a ripartire, le persone avevano paura, così ho aperto questo piccolo locale vicino casa, in un posto isolato. Oggi la più grande soddisfazione è vedere tre o quattrocento persone che affollano la piazza solo per venire a gustare i miei gelati.”

Come ci sei riuscito in così poco tempo?

“La qualità del prodotto, in prima battuta”, continua Marco, “poi il passaparola e infine l’attività di marketing e la presenza costante sul territorio.”

Sì, perché ad affiancare l’attività del punto fisso di Monticchio, ci sono anche tre carretti tradizionali con i quali Ikigai porta i suoi gelati a eventi, ricevimenti e manifestazioni, come la serata White Summer di Gambero Rosso, che ogni anno anima l’estate della Costiera Sorrentina. E a proposito di Gambero Rosso, è Marco a sussurrare con timido orgoglio che non si aspettava, a soli tre anni dall’apertura, i due coni della prestigiosa guida Gelaterie d’Italia.

“Speriamo in una riconferma nel mese di gennaio.”

Oggi si fa presto a dire gelato artigianale, ma cosa significa fare realmente un gelato artigianale?

“Il gelato artigianale – che non è ancora regolamentato da specifiche norme di legge (n.d.r.)- si racconta in modo breve, perché breve deve essere la lista degli ingredienti.”, prosegue Marco.

“Non utilizziamo emulsionanti, ma solo latte intero e panna fresca di origine italiana, farina di semi di carrube, zucchero d’uva, saccarosio e destrosio, oltre ai diversi ingredienti in base al gusto del gelato.”

Ikigai aderisce al progetto Eccellenze Contadine, una sezione di Città del Gelato, che seleziona materie prime da Presidi Slow Food e di origine Italiana. Nascono così alcuni dei gusti più originali della gelateria di Monticchio, che normalmente propone al banco una ventina di tipologie tra gelati, sorbetti e granite: il Vesuviano (gelato fior di bufala, variegato all’albicocca pellecchiella e nocciole pralinate) o il Siciliano (gelato alla mandorla d’Avola con variegatura di pistacchio crunch e mandarino tardivo di Ciaculli) o ancora il Gelato Gourmet al Provolone del Monaco (gelato con Provolone del Monaco dei F.lli Cacace, servito con albicocca pellecchiella e crumble al rosmarino), oppure la granita al gelso selvatico o quella di bergamotto.

Tra i gusti che hanno spopolato nel 2025 c’è il sorbetto alla Mela Annurca IGP con crunch di noci caramellate. Invece, il gusto del mese è sempre legato alla stagionalità dei prodotti: protagonista di novembre è stata ad esempio la castagna.

“Nel periodo delle festività non abbiamo creato il gusto del mese, ma ci siamo concentrati sulla produzione dei panettoni, fatti con lievito madre, burro e panna da affioramento.”

Ikigai infatti affianca all’attività di gelateria, anche quella di pasticceria tradizionale, avvalendosi del lavoro della pasticcera Ilenia Gargiulo.

I nuovi progetti?

“Al SIGEP di Rimini (Salone Internazionale Gelateria, Pasticceria, Panificazione Artigianali e Caffè. n.d.r.) abbiamo presentato una demo live e presto Tommaso Foglia ci dedicherà uno speciale sul suo programma A Scuola di Dolcezza, in onda su Discovery Channel”.

Quali sono i tuoi gusti gelato preferiti?

“Due grandi classici, cioccolato e pistacchio.”

Prima di lasciare Marco al suo lavoro gli chiediamo come mai la scelta di un nome giapponese per la sua gelateria:

“Il lavoro è la mia passione: con esso riesco a creare piccole gioie quotidiane per i miei clienti, che mi restituiscono un sorriso e la loro presenza quotidiana. Questa soddisfazione genera felicità, mi fa stare bene, mi ripaga con un senso di serenità che mi permette di raggiungere il mio IKIGAI.”

IKIGAI

Piazza S. Pietro in Monticchio

80061 Massa Lubrense (NA)

Caserta, il 6 febbraio la presentazione del libro “La cucina napoletana” di Luciano Pignataro a L’Amo Racconti di Mare

Cena-evento con ospiti e vini iconici della Campania

Caserta, 27 gennaio 2026 – Venerdì 6 febbraio, alle ore 20, il ristorante L’Amo Racconti di Mare di Rosario Rondinone, in vicolo Pietro Mascagni 10 a Caserta, ospiterà la presentazione del volume “La cucina napoletana” (Hoepli) di Luciano Pignataro, giornalista de Il Mattino,  tra i più autorevoli comunicatori e divulgatori del giornalismo enogastronomico italiano.

Giunto alla seconda edizione, il libro è uno degli ultimi lavori editoriali dell’autore e racconta Napoli come

un viaggio dell’anima, dove ’o magnà non è solo nutrimento, ma linguaggio, identità, rito quotidiano. Una città dai mille volti, in cui ogni quartiere possiede una propria psicologia e una specifica inflessione culturale, capace di intrecciare realtà e immaginazione, quotidianità e mito, vita e memoria. A Napoli anche chi non c’è più continua a vivere nei gesti, nei sogni e nella proverbiale scaramanzia del popolo partenopeo.

Il volume, impreziosito da una veste grafica rinnovata, dalla prefazione della Principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli e dalle fotografie di Ciro Pipoli, è un omaggio ai 2.500 anni della città e alla sua inesauribile capacità di trasformare il cibo in cultura condivisa.

La cena-evento del 6 febbraio sarà un invito concreto alla condivisione e al piacere della tavola come stile di vita. A dialogare con l’autore saranno la giornalista di settore Antonella D’Avanzo e Pietro Iadicicco, responsabile dell’Associazione Italiana Sommelier di Caserta (AIS).

In cucina, accanto al giovane executive chef de L’Amo, Pasquale Cavallo, che proporrà una personale interpretazione di alcuni dei piatti del cuore di Luciano Pignataro, ci sarà il pastry chef Guido Sparaco di Castel Morrone, socio fondatore di PAART, associazione impegnata nella valorizzazione della pasticceria d’arte attraverso l’uso esclusivo di ingredienti naturali e privi di semilavorati, con una selezione dedicata alla pasticceria napoletana.

Nel calice, a raccontare il territorio, due aziende simbolo della viticoltura campana di qualità: Montevetrano e Villa Matilde, realtà capaci di coniugare tradizione, ricerca e visione contemporanea. Vini iconici che, anche grazie alla firma enologica di Riccardo Cotarella, trovano spazio naturale nelle carte dei ristoranti che intendono rappresentare al meglio l’eccellenza della Campania.

A Roma l’evento “L’Italia del Pinot Nero e del Sauvignon”

Due vitigni internazionali nell’interpretazione dei produttori dello Stivale, saranno al centro dell’evento organizzato da Vinodabere a Roma il 7 e l’8 febbraio presso l’Hotel Belstay, via Bogliasco 27.

La testata giornalistica Vinodabere è da tempo impegnata in focus riguardanti territori (vedi ad esempioGuida ai Migliori Vini della SardegnaGuida ai Migliori Vini della ValtellinaGuida ai Migliori Vini dell’Alto PiemonteGuida ai Migliori Vini della Basilicata) e vitigni, come appunto il Pinot Nero (Guida ai Migliori Pinot Nero d’Italia) e il Sauvignon (Guida ai Migliori Sauvignon d’Italia 2025, a breve uscirà l’edizione 2026).

L’Italia del Pinot Nero e del Sauvignon sarà quindi un’occasione per fare un piccolo giro virtuale tra alcuni degli areali italiani dove si producono queste varietà.

Programma

sabato 7 febbraio mattina

Masterclass con orari e vini da definire

sabato 7 febbraio pomeriggio (dalle 14 alle 16)

Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 6 febbraio (e ricevendo poi conferma) aitaliapinotnerostampa@gmail.com.

Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 6 febbraio (e ricevendo poi conferma)aitaliapinotnerostampa@gmail.com.

Apertura banchi di assaggio per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso): kit di degustazione 25 euro.  L’acquisto del kit di degustazione è possibile on line qui:link,oppure direttamente al desk dell’evento.

sabato 7 febbraio pomeriggio (dalle 16 alle 20)

Apertura banchi di assaggio per il pubblico (kit di degustazione 35 euro con calice incluso), per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso kit di degustazione 25 euro). L’acquisto del kit di degustazione è possibile on line qui:link,oppure direttamente al desk dell’evento.

Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 6 febbraio (e ricevendo poi conferma) aitaliapinotnerostampa@gmail.com.

Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 6 febbraio (e ricevendo poi conferma)aitaliapinotnerostampa@gmail.com.

Apertura banchi di assaggio per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso): kit di degustazione 25 euro.  L’acquisto del kit di degustazione è possibile on line qui:link, oppure direttamente al desk dell’evento.

domenica 8 febbraio  (dalle 10:30 alle 18:30)

Apertura banchi di assaggio per il pubblico (kit di degustazione 35 euro con calice incluso), per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso kit di degustazione 25 euro). L’acquisto del kit di degustazione è possibile on line qui:link,oppure direttamente al desk dell’evento.

Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 6 febbraio (e ricevendo poi conferma) a italiapinotnerostampa@gmail.com.

Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 6 febbraio (e ricevendo poi conferma)aitaliapinotnerostampa@gmail.com.

Apertura banchi di assaggio per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso): kit di degustazione 25 euro.  L’acquisto del kit di degustazione è possibile on line qui:link, oppure direttamente al desk dell’evento.

Tutte le altre informazioni sono disponibili qui: https://vinodabere.it/litalia-del-pinot-nero-e-del-sauvignon-levento-organizzato-da-vinodabere-sabato-7-e-domenica-8-febbraio-2026-a-roma-presso-lhotel-belstay/