Anteprime di Toscana 2026 – Anteprima Vino Nobile di Montepulciano: il panel di assaggi della tipologia Pieve con la testata amica Vinodabere

Eccoci alla seconda occasione ufficiale di assaggio della tipologia “Pieve” durante le Anteprime di Toscana 2026. Il panel misto formato da Maurizio Valeriani (direttore di Vinodabere) e Alberto Chiarenza autore di 20Italie, ha appena terminato gli assaggi alla cieca dei 28 campioni (15 della 2022 e 13 della 2021) di 10 su 12 Pievi (non presenti Badia e Ascianello), di cui 9 campioni ancora in affinamento in bottiglia.

Di seguito i migliori assaggi del suddetto panel in ordine di preferenza

Migliori Assaggi Vino Nobile Montepulciano Pievi

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Valardegna 2021 – Il Molinaccio

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Cervognano 2021 – Fattoria Svetoni

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Caggiole 2021 – Poliziano

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Sant’Albino Poggio S.Enrico Grande 2021 – Carpineto

Vino Nobile di Montepulciano (campione in affinamento in bottiglia) Pieve Sant’Albino Poggio S.Enrico Grande 2022     – Carpineto

Vino Nobile di Montepulciano (campione in affinamento in bottiglia) Pieve Cervognano Viacroce 2022 – Marchesi Frescobaldi Tenuta Calimaia

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Cerliana 2021 – Tenuta Valdipiatta

Vino Nobile di Montepulciano (campione in affinamento in bottiglia) Pieve Cervognano Costa Grande 2022 – Boscarelli

Vino Nobile di Montepulciano Pieve Cervognano 2022 – Le Bèrne

Vino Nobile di Montepulciano (campione in affinamento in bottiglia) Pieve Sant’Ilario 2022 – Tenuta Poggio alla Sala

PrimAnteprima 2026: la Toscana del vino ancora una volta si unisce nel segno dei valori identitari

Ho partecipato alla giornata inaugurale di PrimAnteprima a Firenze, evento che apre la Settimana delle Anteprime e che ogni anno offre alla stampa specializzata la fotografia più aggiornata del sistema vitivinicolo regionale. Un appuntamento che, ancora una volta, ha restituito l’immagine di una Toscana consapevole, compatta e orientata con decisione verso il binomio qualità–valore.

Mi sembra opportuno e doveroso complimentarmi con la Regione Toscana per l’organizzazione di un momento di confronto così articolato e concreto: un’occasione preziosa per approfondire numeri, strategie e visione futura direttamente dalla voce dei protagonisti.

Una produzione equilibrata, una strategia chiara

Ovviamente l’incontro da una visione sulle cifre che rappresentano il vino toscano, in modo da poter tastare il polso ed avere contezza dei progressi, o regressi se ce ne fossero, in modo analitico.  Il dato produttivo per il 2025 si attesta sui 2,2 milioni di ettolitri, in linea con il trend dell’ultimo decennio dopo il picco del 2024. Una scelta non subita ma governata: contenere le rese per preservare il prestigio delle denominazioni e sostenere il posizionamento qualitativo.

Con oltre 60.000 ettari vitati e 12.324 aziende, la Toscana ribadisce la propria identità: il 97% dei vigneti è iscritto a DOP (contro una media nazionale del 65%) e il 90% del vino immesso sul mercato è certificato. Numeri che non sono solo statistiche, ma strumenti di tutela del valore per i produttori e di garanzia per il consumatore.

Il cuore resta il Sangiovese, che copre il 60% della superficie, ma la vera forza è la biodiversità territoriale: dalle province storiche di Siena e Firenze alle aree emergenti, fino alle isole, in un mosaico di microclimi che rafforza la resilienza ai cambiamenti climatici.

Vigneto giovane, cantine innovative

Uno degli aspetti più interessanti emersi durante il workshop è la struttura del vigneto toscano: grazie all’OCM Ristrutturazione, il 55% dei vigneti ha meno di vent’anni. Modernità agronomica che si accompagna a investimenti in cantina, sostenuti da circa 10 milioni di euro di aiuti per l’innovazione tecnologica.

Non si tratta solo di rinnovamento estetico o produttivo, ma di un adeguamento strategico ai gusti internazionali e alle sfide di mercato.

Export: meno volume, più valore

In un contesto geopolitico complesso, il vino toscano dimostra solidità. I rossi DOP rappresentano il 96% dell’export regionale. Il lieve calo complessivo del valore (-8%) viene interpretato come un fisiologico riassestamento dopo i record precedenti e come una scelta strategica: puntare su marginalità e posizionamento più che su crescita indiscriminata dei volumi.

Gli USA, primo mercato mondiale, registrano un +2,9% in volume, mentre restano centrali Unione Europea e Canada. La Toscana pesa per il 10% del valore totale delle IG italiane: un dato che racconta quanto il brand regionale continui a essere sinonimo di affidabilità e prestigio.

Il mercato interno e i nuovi consumatori

Interessante l’analisi sul consumo nazionale: mentre il vino generico arretra (-5,7%), le DOP toscane limitano la flessione al 2,1%. Ma il dato più significativo riguarda i giovani adulti tra i 35 e i 45 anni, che, pur acquistando leggermente meno in quantità, hanno incrementato la spesa del 24%.

Il paradigma è chiaro: si beve meno, ma si sceglie meglio.

La leadership green

La Toscana conferma il primato nella sostenibilità con oltre 23.000 ettari a biologico, pari al 38% della superficie regionale e al 17% dell’intera superficie bio nazionale. Non è solo una questione etica: il vino bio toscano intercetta la domanda crescente dei mercati del Nord Europa e del Nord America, trasformando la sostenibilità in leva competitiva.

Enoturismo: la destinazione esperienziale

Altro pilastro strategico è l’enoturismo. Nel 2024 la Toscana ha registrato 15 milioni di arrivi e oltre 46 milioni di presenze, con una forte componente internazionale (58%). Il primato nazionale nell’accoglienza rurale – oltre 6.000 aziende agrituristiche – testimonia un modello diffuso e integrato.

L’enoturismo non è più attività accessoria ma asset centrale: esperienze immersive, partecipazione alla vendemmia, arte in cantina, trekking tra i filari. Un sistema che unisce agricoltura, cultura e comunità locali in una narrazione coerente.

Una Toscana che fa squadra

Il workshop inaugurale ha evidenziato un aspetto determinante: la capacità di “fare sistema” tra istituzioni e consorzi. Programmazione di nuovi impianti (circa 600 ettari nel 2026), integrazione del nuovo pacchetto vino UE, contributi fino all’80%: strumenti concreti per accompagnare la transizione.

L’immagine che porto con me da questa giornata è quella di una regione che non insegue le dinamiche globali, ma le interpreta, orientandole secondo una propria visione. Partecipare a PrimAnteprima significa osservare da vicino un modello che continua a rappresentare un riferimento mondiale per il vino di qualità.

Il libro “La cucina napoletana” di Luciano Pignataro presentato da M. Cilento & F.llo nella sede a Chiaia

Sete preziose e pregiati tweed hanno fatto da sfondo inconsueto alla presentazione del libro La Cucina Napoletana del giornalista Luciano Pignataro, all’interno della maison M. Cilento & F.llo, storica sartoria napoletana. A fianco all’autore sono intervenuti il patron della Casa, Ugo Cilento e la principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli, moderati dalla giornalista Emanuela Sorrentino.

“Luciano Pignataro porta Napoli nel mondo con la sua capacità di descrivere tutte le eccellenze gastronomiche di questa città”, ha commentato Ugo Cilento davanti alla stampa. Ed è proprio il concetto di eccellenza ad accomunare l’alta sartoria con la gastronomia partenopea, lo stile napoletano con la sua cucina, rendendo unico un connubio fatto di gesti semplici e di memoria.

La maison M. Cilento & F.llo, fondata nel 1780, è infatti giunta con Ugo all’ottava generazione di artisti dell’eleganza sartoriale e rappresenta una realtà imprenditoriale di pregio nel comparto dell’alta moda Italiana, non solo da un punto di vista manifatturiero, ma anche per la rilevanza dei propri archivi, dichiarati dal Ministero della Cultura di interesse storico e sottoposti a tutela.

“Quando si superano i 150 anni di attività, non si parla più solo d’impresa ma di cultura”, sottolinea Cilento; non a caso anche la cultura della cucina italiana è stata dichiarata patrimonio immateriale dell’Umanità per l’Unesco.

“La cucina napoletana è lo scheletro della cucina italiana”, ha commentato Luciano Pignataro durante la presentazione. Nell’immaginario collettivo infatti la cucina italiana è spesso identificata e raffigurata con piatti della tradizione partenopea, basti pensare agli spaghetti al pomodoro e alla pizza, ormai simboli del Made in Italy in tutto il mondo. A questo proposito, il giornalista nell’introduzione al suo libro  evidenzia che “ il cibo per i napoletani è talmente importante che non hanno un sostantivo per indicarlo: usano il verbo mangiare che diventa sostantivo, ‘o magnà, ossia il mangiare.”

L’intento di Pignataro non è quello di riscrivere la cucina napoletana rispetto a quanto già codificato a partire dal Cuoco Galante di Vincenzo Corrado del 1773, quanto piuttosto ribadire il concetto che dovrebbe essere alla base di ogni tipo di cucina: la semplicità. In un periodo storico in cui il fine dining cede nuovamente il passo alla cucina di osteria, il vero cuoco, anche stellato, è quello in grado di rappresentare il territorio con una propria interpretazione della cucina tradizionale, possibilmente replicabile da chiunque.

Dalla ricca cucina dei monzù ai piatti semplici di verdura, costituiti spesso da ingredienti arrangiati, la cucina napoletana è una cucina di gioia e ben si presta a questa opera di rilettura continua, tanto che una sezione del libro è dedicata agli chef stellati e ai nuovi classici, come la parmigiana di pesce bandiera di Gennaro Esposito o la lasagna napoletana moderna di Paolo Gramaglia.

In una città in cui i contrasti convivono da sempre, la cucina diventa il comune denominatore di appartenenza e inclusione. Nella sua prefazione al testo, la principessa Pignatelli ricorda l’episodio in cui la madre, Francesca Pulci Doria Principessa di Strongoli, cucinò il ragù in occasione della visita di ospiti milanesi. Il più squisito mai mangiato, un vero e proprio ricordo proustiano: “d’altra parte il ragù è una religione in ogni famiglia napoletana, senza alcuna differenza di classe, e il migliore resta sempre quello di mammà, sia essa una popolana oppure una principessa.” Il cibo diventa quindi, nella cultura napoletana, la vera livella, tanto per citare un altro illustre partenopeo.

La Cucina Napoletana è stato edito per la prima volta nel 2016. Questa riedizione rappresenta  una versione rinfrescata, che accompagna il lettore nelle strade, nelle case e nelle cucine di Napoli grazie al contributo fotografico di Ciro Pipoli. Non si tratta solo di un ricettario,  bensì di un vero e proprio scrigno di storia e cultura partenopea: scopriamo ad esempio che il  termine scammaro – legato a una delle frittate di pasta più note – si riferisce ai monaci, che in tempo di Quaresima, scammaravano, cioè uscivano dalla propria cella per consumare il pasto di magro.

L’originale presentazione non ha tradito il suo intento anche grazie alla felice sinergia con alcune eccellenze del territorio: lo chef Paolo Surace del Ristorante Pizzeria Mattozzi, tra le più antiche pizzerie di Napoli e uno dei luoghi d’elezione del critico letterario Francesco De Sanctis; Vincenzo Setaro e Valeria Di Martino di Casa Setaro insieme allo chef Pierpaolo Giorgio, a cui è affidato il progetto di ospitalità Vigna delle Rose della casa vinicola vesuviana.  

A loro abbiamo dovuto il rinfresco che ha concluso l’evento.

Salvatore Santucci apre al Vomero con tanta passione e con i suoi celebri impasti

Chi dice che la tradizione non si possa sposare con la creatività e l’evoluzione?

E’ su questa filosofia che si basa l’arte di Salvatore Santucci, ambasciatore e Istruttore senior della Associazione Verace Pizza Napoletana nel mondo e formatore internazionale del Gambero Rosso, che lo scorso novembre ha inaugurato in via Giotto, a due passi da Piazza Medaglie d’Oro, il suo nuovo locale napoletano.

Di concept pulito ed essenziale, alterna elementi estrosi – come lo scatto di Oliviero Toscani che immortala Santucci in una posa semiseria – a elementi tipici dell’iconografia napoletana.

Abbiamo avuto occasione di visitarlo per assaggiare alcune delle creazioni più note e alternarle a due chiacchiere col Maestro Pizzaiolo.

Salvatore Santucci ha le mani in pasta dall’età di nove anni, da quando, dopo scuola, andava a imparare il mestiere nella pizzeria di quartiere, a Forcella. Di strada ne ha fatta, sia materiale in giro per il mondo che professionale, tanto che oggi può vantare i tre spicchi nella Guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso oltre ad essere l’ideatore della filosofia BSB – Buona, Sana e Bella – applicata alla pizza: “La pizza deve essere Buona perché va messa al pari della cucina degli Chef, Sana, perché bisogna avere consapevolezza di ciò che mangiamo per il nostro benessere, e anche Bella da vedere.”

Iniziamo dalla Montanara con Genovese, come tradizione comanda: una nuvola soffice e asciutta che non si fa sopraffare dal condimento, anch’esso leggero e cremoso.

Continuiamo con i Lapilli del Vesuvio, prima nota fuori dal coro:  ritagli di pizza con impasto al carbone, conditi con Nduja di Spilinga, salsa di pomodorino Cesarino e filamenti di peperone dolce. Il colpo d’occhio fa pensare a una creazione pop di Andy Warhol, ma è all’assaggio che ci convince e ci conquista per il corretto gioco di equilibri: la lieve sensazione amaricante del carbone in impasto viene bilanciata dall’aromaticità e dalla piccantezza della Nduja a sua volta equilibrata dalla tendenza dolce del pomodorino Cesarino e dei filamenti di peperone.

La Margherita ci riporta di nuovo ai canoni della Pizza Verace, ma ci introduce al mondo degli impasti alternativi di Santucci. “Quindici sono quelli che si alternano sul menù, ma solo quattro quelli stabili: il verace o tradizionale e poi quelli che definisco alternativi. Con essi il cuore verace si veste con qualcosa di diverso.”

Farina 0, un lievito madre di venticinque anni (‘o creaturo, lo chiama Salvatore) e lievito di birra come starter, sono alla base dell’impasto verace di Santucci, che caratterizza la nostra Margherita, condita con pomodoro San Marzano, mozzarella e basilico. I tre impasti alternativi invece integrano rispettivamente carbone, curcuma e nove cereali.

Maestro d’impasti ma anche attento nella scelta e nell’abbinamento degli ingredienti da usare sui topping: “Non più di tre. Riesco a sentirne il gusto, prima ancora di assaggiare il risultato finale”, capacità innata ma anche coltivata grazie allo studio e all’affiancamento a maestri di cucina come Heinz Beck.

Nell’ordine, la pizza Marinera è la versione nera della classica marinara: il condimento abbina pomodoro San Marzano e Piennolo oltre ad aglio, origano e pecorino romano. Succulenta ed equilibrata, richiama un boccone dopo l’altro. La Gialla in Crosta è golosa, grazie al connubio tra l’aromaticità dell’impasto alla curcuma e l’opulenza del topping  di pancetta, pomodorini gialli, crema e granella di pistacchi.

Non da meno la Fossa & Fichi, che sfrutta il più classico degli abbinamenti a contrasto, pecorino di fossa e confettura di fichi, sull’impasto rustico ai nove cereali.

Un percorso di degustazione che partendo da una grande base, l’impasto verace, ce ne mostra le molteplici possibilità. E’ come ascoltare Toccata e Fuga di Bach prima interpretata dal classico organo a canne e poi nella moderna versione elettronica dei Symphonics: il valore della composizione rimane indiscusso, semmai arricchito.

Apprezzabile anche l’attenzione agli abbinamenti proposti di volta in volta al calice. Anche in questo caso siamo partiti dalla tradizione, con Gragnano Ottouve di Salvatore Martusciello, fino ad arrivare all’intrigante cocktail Santexperience, un mix di Franciacorta e albicocca pellecchiella del Vesuvio, passando per Nero Metà – aglianico vinificato in bianco – di Mastroberardino, senza dimenticare il più popolare degli abbinamenti alla pizza: birra bionda e birra ambrata Paulaner alla spina.

Salvatore Santucci Pizzeria

Via Giotto, 14

Napoli (NA)

Il pastificio 28 Pastai al Pitti Taste 2026 di Firenze ospite dell’osteria contemporanea Casa Ciabattini

Durante una cena presso Casa Ciabattini a Firenze abbiamo assaporato alcuni piatti di pasta del Pastificio “28 Pastai” di Gragnano, marchio italiano al 100%.

In occasione di Pitti Taste che si è svolto dal 7 al 9 febbraio alla Fortezza da Basso di Firenze, viene ogni anno organizzato il “Fuori di Taste” in vari locali del capoluogo toscano. A tavola con noi c’era Elena Elefante, CEO aziendale, che ci ha illustrato l’ambizioso progetto. L’attuale pastificio artigianale nasce nel 2019, anche se vanta una storia centenaria. Dopo oltre 2 anni di ricerche i primi prodotti vengono posti sul mercato nel 2021.

Il nome deriva dal numero di mulini che erano presenti in passato sulla Valle del territorio campano. La pasta di 28 Pastai nasce con il preciso obiettivo, in primis, di essere buona  e soprattutto sana. Un prodotto che pone al centro la persona, non solo il piatto. È una pasta a basso indice glicemico, certificata Zero Pesticidi e Zero Glifosato, realizzata con una miscela speciale registrata di grani tutti italiani, completamente tracciata in blockchain da Authentico, sostenibile nel pack (sia nel materiale sia nel design destinato al riutilizzo) e nei processi produttivi.

Grazie ad un QR code presente su ogni confezione, il fruitore può accedere a un sistema di trasparenza totale: celle di essiccazione, temperature, lotto di provenienza del grano e ogni fase di filiera.

Un’ ampia gamma di paste prodotte a marchio Gragnano Igp con vari formati che variano da quella corta a quella lunga, dalle penne rigate agli spaghetti alla chitarra. La lavorazione segue i canoni della tradizione di Gragnano: trafile in bronzo e vera essiccazione lenta a basse temperature, fondamentale per preservare struttura, digeribilità e qualità nutrizionale. In occasione di Pitti Taste 2026, 28 Pastai ha presentato nuovi prodotti, come la linguina al limone e curcuma, il conchiglione e la penna quadrata,  ottenuti con gli stessi principi e la stessa miscela registrata di grani selezionati 100% italiani.

Casa Ciabattini è un’osteria fiorentina nata nel 2021, nei locali all’interno di un antico palazzo a poca distanza sia da Porta al Prato che dalla Fortezza da Basso. Il progetto ha preso forma grazie alla volontà di Leonardo, Giulio e Alberto Ciabattini. Un ristorante accogliente dal servizio valido, empatico e cortese. La cucina a vista sforna piatti tipici toscani, rielaborati e resi più attuali senza perdere l’anima originale. Una postazione di fronte alla vetrata e visibile dall’esterno è  dedicata alla pasta fresca fatta a mano ogni giorno.

Siti di riferimento: https://www.28pastai.it

https://www.casaciabattini.it

Road to Chianti Classico Collection 2026: Fattoria San Giusto a Rentennano

Nel cuore autentico della denominazione Chianti Classico, precisamente a Gaiole in Chianti, sorge una delle realtà dal forte carattere identitario nel panorama toscano: Fattoria San Giusto a Rentennano. Un luogo dove la storia millenaria incontra una visione agricola rigorosa e un’idea di vino che mette al centro il territorio, prima di ogni moda.

Un monastero, una fortezza, una famiglia

Le origini di San Giusto a Rentennano affondano nel Medioevo. Nato come monastero cistercense femminile – San Giusto alle Monache – il complesso fu fortificato nel 1204 dai Fiorentini, data la sua posizione strategica al confine con Siena. Ancora oggi, le mura merlate e le antiche cantine sotterranee raccontano questa storia di pietra e silenzio, diventando luoghi ideali per l’affinamento dei vini.

Dal 1914 la tenuta appartiene alla famiglia Martini di Cigala, che ne guida il destino con continuità e visione. Oggi sono i figli di Enrico Martini di Cigala a condurre l’azienda, mantenendo saldo un equilibrio raro tra tradizione e consapevolezza contemporanea.

Un mosaico agricolo nel sud del Chianti Classico

La proprietà si estende per circa 160 ettari, di cui 31 vitati, immersi in un paesaggio di oliveti, boschi e seminativi che contribuiscono a preservare biodiversità ed equilibrio naturale. Siamo nella parte meridionale del Chianti Classico, un’area capace di regalare maturità e struttura al Sangiovese, senza rinunciare a tensione e freschezza.

I suoli sono eterogenei – sabbie tufacee, componenti limoso-argillose e calcaree – e, uniti alle marcate escursioni termiche tra giorno e notte, favoriscono maturazioni lente e complete. Dal 2006 l’azienda è certificata biologica: la gestione agronomica è attenta, rispettosa, con raccolta manuale e selezioni scrupolose in vigna. In cantina si lavora con fermentazioni separate per parcella, uso prevalente di lieviti indigeni e un affinamento calibrato, mai invasivo, pensato per accompagnare – non sovrastare – l’identità del frutto.

Il volto del Sangiovese

Il cuore produttivo è naturalmente il Sangiovese, interpretato con coerenza stilistica e profondità territoriale.

Il Chianti Classico DOCG (95% Sangiovese, 5% Canaiolo) rappresenta la sintesi dell’azienda: nitido, verticale, con una trama tannica precisa e un frutto croccante che dialoga con note floreali e una tipica impronta sapida. È un vino che rifugge l’eccesso e punta sull’equilibrio.

La Riserva “Le Baroncole” alza l’asticella in termini di concentrazione e complessità. L’affinamento più lungo le conferisce struttura e potenziale evolutivo, ma senza perdere quella freschezza che è cifra stilistica della casa.

E poi c’è Percarlo – IGT Toscana, probabilmente l’etichetta più iconica: un Sangiovese in purezza che nasce come selezione delle migliori uve aziendali. Profondo, stratificato, capace di coniugare potenza e finezza, è uno dei grandi rossi di Toscana per capacità di invecchiamento e coerenza espressiva. Non è un esercizio muscolare, ma un racconto fedele del sud del Chianti Classico.

A completare la gamma, il tradizionale Vin San Giusto, passito da Malvasia e Trebbiano, che riporta alla memoria la vocazione storica delle pievi toscane: appassimento lento, dolcezza mai stucchevole, equilibrio tra zucchero e acidità.

Identità, non tendenza

In un territorio spesso attraversato da spinte stilistiche diverse, San Giusto a Rentennano ha scelto la strada della coerenza. Niente concessioni superflue, nessuna ricerca di sovrastrutture: il lavoro è concentrato sulla vigna, sulla selezione, sulla lettura puntuale delle annate.

Il risultato sono vini che parlano con voce chiara, capaci di evolvere nel tempo e di restituire il carattere di un luogo che è insieme storia, paesaggio e cultura agricola, presidio di memoria e di autenticità dove il Sangiovese trova una delle sue espressioni più rigorose e riconoscibili.

La degustazione: il racconto dell’annata e del tempo

Rosato 2025

Da salasso di Sangiovese, Canaiolo e Merlot, vinificato in bianco; da quest’anno le uve provengono dal diradamento e sono lavorate sempre in bianco. Il profilo è immediato e territoriale: emerge una nota polverosa tipica del Sangiovese, seguita da un frutto fresco e croccante. Il sorso è agile, fragrante, con una bella dinamica fresco-fruttata che invita alla beva senza rinunciare a personalità.

Chianti Classico 2023

Naso elegante, centrato su frutti rossi nitidi, con lievi accenni vegetali che ne sottolineano la freschezza. L’ingresso è fresco e tannico, con un tannino ben integrato; la frutta rossa sotto spirito arricchisce il centro bocca. Chiude con una bella sapidità e richiami di erbe officinali, in una progressione coerente e territoriale.

Chianti Classico Riserva “Le Baroncole” 2022

La ciliegia domina il quadro aromatico, accompagnata da una nota gessosa che dona finezza. Il sorso è ricco e complesso, con richiami alla ciliegia matura, succosa e piena. L’evoluzione porta verso sfumature legnose e di tabacco, in un equilibrio tra struttura e slancio che promette ulteriore sviluppo in bottiglia.

Percarlo 2021

Sangiovese in purezza, ottenuto da una rigorosa selezione dei grappoli (prima scelta). È un vino decisamente complesso e strutturato: frutta rossa matura, confettura, erbe aromatiche e accenti balsamici si intrecciano con profondità. Il sorso è fresco, lungo e fine, sostenuto da una trama tannica precisa. Grande capacità evolutiva, in linea con la storia dell’etichetta.

Ricolma 2022

Il Merlot di casa conferma uno stile lontano dall’opulenza. È un vino verticale, con freschezza importante ma ben bilanciata dalla componente fruttata. Emergono note di arancia sanguinella e melograno, con una chiusura sapida che allunga il sorso e ne rafforza la tensione.

Il valore del tempo

La degustazione di annate più mature conferma la vocazione all’invecchiamento dei vini di San Giusto a Rentennano.

  •        Chianti Classico Riserva 2015: versione oggi particolarmente interessante. Ha mantenuto intatte le caratteristiche del Sangiovese, evolvendo con eleganza. Ancora presenti frutto e freschezza, elementi che fanno pensare a un’ulteriore e potenzialmente lunga evoluzione.

  •        Percarlo 2006: semplicemente straordinario. Dopo quasi vent’anni conserva la freschezza di un vino recente, senza alcuna imperfezione. Lungo, ampio, armonico: una prova concreta della longevità del progetto Percarlo.

La memoria dolce: Vin San Giusto

Il Vin San Giusto rappresenta il legame con la tradizione più antica della tenuta.

  •        Vin San Giusto 2017: profilo ricco e avvolgente, con note di caramello, caffè, dattero e una trama balsamica che sostiene la dolcezza.

         •        Vin San Giusto 1999: decisamente balsamico, con note dolci evolute che virano verso miele di castagno, frutta candita, cacao e caramello. La chiusura sorprende per freschezza, dimostrando una vitalità ancora intatta.

Tra le etichette aziendali, Ricolma (IGT Toscana) rappresenta l’anima più internazionale della tenuta. Si tratta di un Merlot in purezza, nato dalla selezione delle migliori parcelle dedicate a questo vitigno, coltivate su suoli particolarmente vocati. Il nome evoca concentrazione e pienezza, e il vino ne è coerente interpretazione.

Ricolma è profondo, avvolgente, con un frutto scuro maturo che si intreccia a note di grafite, spezie dolci e sfumature balsamiche. La struttura è importante, ma sempre sostenuta da una tessitura tannica precisa e da una freschezza che ne bilancia la ricchezza. L’affinamento in legno è calibrato, mai dominante, e contribuisce a costruire un profilo elegante più che opulento.

Se Percarlo è il manifesto del Sangiovese secondo San Giusto, Ricolma è la dimostrazione della capacità dell’azienda di interpretare il Merlot con identità toscana, senza cedere a eccessi estrattivi o a sovramaturazioni. Un vino che amplia la narrazione della tenuta, confermandone la competenza agronomica e la sensibilità stilistica.

Fuori da Feed – A Posillipo c’è “UnPizzicoDi… sale e poesia

A Napoli c’è un quartiere capace di farti sognare senza troppi sforzi. È come l’uomo dei sogni nelle commedie romantiche degli anni ’90: bellissimo, elegante, schivo, impossibile.

Tra sole e mare, panorami da film e palazzi storici, Posillipo sembra avere tutto. Se però parliamo di cibo, ho fatto una gran fatica a trovare ristoranti in cui mi piace davvero tornare. O meglio, le eccezioni si contano sulle dita di una mano e una di queste è “UnPizzicoDi”.

Una trattoria a carattere familiare guidata da Federica Reale, giovane imprenditrice locale. Il locale è aperto da otto anni e mezzo ed è uno di quei posti conosciuti soprattutto da chi vive il quartiere. E questo, per me, è sempre un ottimo segno.

Qui non ci sono frottole né forzature. Una sala ampia, pareti blu, foto di viaggi personali e quadri che catturano l’essenza napoletana. C’è la stessa vitalità semplice e autentica delle persone che lo frequentano, e un’atmosfera che ti fa sentire subito a tuo agio a tavola.

Dalla cucina a vista si scorge lo chef Vittorio Sorriente ai fornelli, insieme al suo team. Sul lato sinistro, accanto alla vetrata, una lavagnetta con il menù del giorno scritto col gesso, che viene cancellato man mano che i piatti terminano.

Gli antipasti non cercano di stupire con effetti speciali, ma conquistano al primo morso per genuinità: la mozzarella impanata con salsa di pomodoro, ad esempio, è stata una vera coccola. La tartare di ricciola con cavolo rosso marinato, mandarino, semi di zucca, girasole e lino era fresca, equilibrata, elegante senza essere snob.

La Nerano è così cremosa che la ordino ogni volta. Una classica lardiata, invece, dal sapore intenso e familiare, era tra gli special del giorno. E poi il tiramisù: semplice, fatto bene, come quello di casa.

Finito di mangiare, sai qual è la cosa giusta da fare? Salire in moto, raggiungere via Alessandro Manzoni – a pochi metri dal ristorante – e fermarti a guardare il tramonto. Nella vità c’è bisogno di “UnPizzicoDi” bellezza e poesia che puoi trovare in posti del genere, fuori dal feed. 

“La cucina napoletana” di Luciano Pignataro da Maison Cilento1780

La cucina e la sartoria napoletane: due forme d’arte che si uniscono martedì 10 febbraio in occasione della presentazione del libro di Luciano Pignataro “La cucina napoletana” (Hoepli Editore).

Appuntamento alle ore 18 presso Maison Cilento 1780, una più antiche case di moda italiane, in via Riviera di Chiaia 203-204 a Napoli.

Con l’autore interverranno la principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli e l’imprenditore Ugo Cilento, modererà la giornalista Emanuela Sorrentino.

Seguirà una degustazione con i piatti di Paolo Surace, patron del ristorante-pizzeria Mattozzi Carità 1833, e lo spumante metodo classico Pietrafumante di Casa Setaro.

Il nuovo menù di Antonio Della Volpe dedicato alla memoria di Don Peppe Diana

Si chiama “La memoria che vive” lo special del pizzaiolo Antonio Della Volpe, che prosegue nel comunicare un vero modello di legalità con il locale La Vita è Bella. La “traccia” lineare di Don Peppe Diana e delle sue preferenze gastronomiche, prima che venisse barbaramente assassinato in sagrestia dalla mano sporca della Camorra il 19 marzo del 1994.

Un simbolo di libertà

Prima di tutto l’uomo dunque, davanti al male stesso dell’uomo. La sorella Marisa, con gli occhi lucidi, lo rivede ancora lì, seduto a tavola, quasi come se il tempo non fosse mai passato. I piatti che preferiva erano quelli della tradizione, dal baccalà, ai peperoni, per finire col ragù della domenica a base di cotica e braciole.

Da questi ricordi nasce l’idea di rivivere quel particolare momento storico, riscrivendone però il passato ed il finale, quando Casal di Principe amò Giuseppe Diana per essere divenuto un faro luminoso di legalità. Quel gesto vigliacco e quel supremo sacrificio hanno rappresentato, come due lati della stessa medaglia, gli inizi della rinascita di un territorio e una boccata d’aria fresca per la popolazione residente. A volte il ghiaccio si può rompere anche con la propria vita, dando un esempio che vale più di tante parole dove lo Stato non può arrivare.

La pizzeria La Vita è Bella, già dal 2024, ha scelto scelto di ricorrere a materie prime a chilometro zero da terreni confiscati alla criminalità organizzata (Pizzeria La Vita è Bella a Casal di Principe: solo nella legalità si può puntare alla qualità). Ma Antonio Della Volpe non si è voluto fermare alla parte superficiale, andando a toccare il cuore della sofferenza con un percorso degustazione ispirato ai gusti, alle abitudini e ai ricordi della famiglia Diana.

“La Memoria che Vive”

Il sentiero comincia da Il gesto semplice, un crocchè di patate rosse di Letino e La Tavola a casa, polpetta di manzo su ragù al pecorino e riduzione di prezzemolo. La concretezza negli impasti delle pizze, soffici al punto giusto e dai topping appetitosi e mai stravaganti: la Radici e identità viene cotta nel ruoto con pomodoro San Marzano Dop, datterino liternese spadellato e grattugiata di parmigiano.

Infine Il rito della domenica, pizza in doppia cottura con ragù di braciola e riduzione di prezzemolo con pinoli e uva passa, saporito dal primo all’ultimo morso. Chiusura in dolcezza con Il Ritorno, un bon bon con crema pasticciera e confettura di mela annurca e cannella,e la Memoria viva, spumone classico cioccolato e nocciola realizzato dalla gelateria artigianale La Fenice di Caserta.

In abbinamento per la serata i vini dell’azienda Cantine Vitematta, che produce Asprinio d’Aversa su terreni sequestrati alla Camorra, sia le birre del birrificio artigianale Alba.

Pizzeria La Vita è Bella

Via Circumvallazione

Casal di Principe (CE)

Tel. 388 1268927

Maison Encry – Una storia italiana scritta nel gesso della Le Mesnil-sur-Oger

In Champagne non ci si improvvisa. Il territorio è codificato, la gerarchia dei villaggi è storica, il lessico produttivo è preciso. Per questo la nascita della Maison Encry merita attenzione: non come favola romantica di italiani all’estero, ma come progetto costruito con metodo, dentro uno dei luoghi più esigenti della Côte des Blancs.

La storia di Encry

Enrico Baldini e Nadia Nicoli provenivano da un mondo diverso quando arrivarono a Le Mesnil-sur-Oger nei primi anni Duemila: infatti Enrico era un esperto di inerbimento paesaggistico e con la sua azienda era stato chiamato in champagne da un vigneron che conferiva le uve alle grandi maison, per migliorare la composizione dei suoi vigneti. Fu l’inizio di un dialogo che si spostò poi sulla possibilità di produrre un champagne di qualità eccellente con le proprie uve.

Si iniziò quindi a lavorare sullo Chardonnay, dove questo vitigno ha una delle sue espressioni più nette. Qui il suolo è quasi tutto gesso affiorante, drenante, capace di trattenere l’acqua in profondità e restituirla lentamente alle radici. Il risultato, nel bicchiere, è una trama salina, lineare, una tensione che non ha bisogno di effetti speciali.

Encry nasce così, da parcelle selezionate tra Mesnil e gli altri villaggi Grand Cru della fascia centrale della Côte des Blancs, con un’impostazione da récoltant-manipulant: controllo diretto della materia prima, vinificazioni parcellari, tempi lunghi sui lieviti. L’obiettivo dichiarato non è “stile di casa” imposto a tavolino, ma coerenza con annata e terroir. In vigna pratiche attente, rese misurate; in cantina niente forzature, dosaggi contenuti, legno usato con discrezione quando serve struttura, non aroma.

Nel tempo la gamma si è allargata, ma la matrice resta quella: Chardonnay come asse portante, con incursioni mirate di Pinot Noir per i rosé.

Durante l’undicesima edizione di Wine and Siena, la manifestazione organizzata secondo il format di Merano Wine Festival da Helmuth Kocher, nella mattinata di domenica 1 febbraio, si è svolta una masterclass dedicata alla maison Encry e ai suoi vini, condotta da Paolo Cepollaro, presidente FIS Toscana nella splendida cornice di Palazzo Squarcialupi.

La masterclass a Siena è stata l’occasione per leggere la maison in sequenza, senza filtri. Non una degustazione “spettacolare”, piuttosto didattica nel senso migliore del termine: stessa mano, sfumature diverse, progressione tecnica evidente.

I vini in degustazione

Naissance Brut – 100% Chardonnay
Attacco diretto, quasi affilato. Naso minerale prima che fruttato: gesso bagnato, agrumi freschi, una nota di pepe bianco che dà ritmo. Bocca tesa, verticale, finale salino. È la carta d’identità della casa: pulizia e precisione.

Essence Brut – Chardonnay da Mesnil, Avize e Oger, 46 mesi sui lieviti

Qui la sosta prolungata si sente: bollicina più cremosa, tessitura ampia. Il frutto vira verso pompelmo e cedro, con una componente quasi pasticcera appena accennata. Persistenza lunga, chiusura composta. Un vino di equilibrio, più che di spinta.

Matière Extra Brut – 4,2 g/l, 48 mesi sui lieviti, 100% Chardonnay
Il nome non è casuale: più materia, più profondità. Profumi floreali, nespola, uva spina. In bocca allarga il centro palato ma resta asciutto, grazie al dosaggio contenuto. È probabilmente la bottiglia che racconta meglio il lavoro sul tempo e sulle fecce fini. Eleganza senza alleggerimenti.

Éclatante Grand Rosé Extra Brut – 95% Chardonnay Mesnil, 5% Pinot Noir da Bouzy
Colore buccia di cipolla luminoso. Il Pinot, pur minoritario, incide: piccoli frutti rossi, lampone e fragola fresca, senza dolcezze. Bocca dinamica, taglio fresco, finale netto. Rosé di struttura, non ornamentale.

Nuances Grand Rosé Brut – 83% Chardonnay, 17% Pinot Noir, 36 mesi sui lieviti

Il più complesso della serie. Assemblaggio da più villaggi, dosaggio leggermente superiore (7 g/l) che arrotonda i bordi. Profilo olfattivo integrato, dove Chardonnay e Pinot si rincorrono senza sovrastarsi. La bollicina è setosa, la progressione gustativa ampia ma sempre sostenuta da una spina acida viva. Chiude lungo, pulito.

Quello che colpisce di Encry non è la ricerca dell’effetto, ma la costanza stilistica. Nessuna etichetta cerca di stupire con maturità eccessive o dosaggi coprenti. C’è piuttosto un filo conduttore: trasparenza del luogo, rispetto dei tempi, mano leggera.

Per una coppia italiana integrarsi in un contesto come la Champagne significa prima di tutto accettarne le regole. Baldini e Nicoli lo hanno fatto, aggiungendo però una sensibilità personale nella gestione dell’equilibrio e nella leggibilità dei vini. Il risultato non è un racconto “esotico”, ma una maison che parla la lingua del territorio con accento proprio.

Ed è forse questa la cifra più interessante: uno champagne senza sovrastrutture, dove il gesso di Mesnil resta sempre al centro del bicchiere.