Damijan Podversic e la poesia dei vini friulani del Collio

L’appuntamento di Banca del Vino presso l’Enopanetteria di Stefano Pagliuca è stata dedicata a Damijan Podversic, in una serata in cui il vino, per una volta, faceva da attore comprimario ad un uomo che ha dato voce al proprio lavoro e al proprio sogno.

Il Friuli-Venezia Giulia, si sa, è terra di passaggio di culture e Damijan incarna perfettamente l’essenza di questo territorio, a cominciare dal momento in cui Gorizia fu annessa al Regno d’Italia nel 1919. Orgogliosamente contadino, ripercorre le difficoltà che la sua terra incontrò, dallo spopolamento delle campagne in favore delle fabbriche di città. Fu suo padre, proprietario di un’osteria, ad acquistare nel 1973 i primi due ettari di terreno per produrre il vinello da servire ai suoi avventori.

Ma è a Mario Schiopetto, Nicola Monferrari e Josko Gravner – assurto a padre spirituale- che deve la sua educazione enologica.  Tornato dal servizio di leva obbligatoria, Damijan inizia a dare vita al proprio sogno. La moglie Elena diviene subito il suo co-pilota in quello che egli stesso ha definito un viaggio verso la Luna. Nella fase di ritorno dal viaggio, ha affidato il timone alla figlia Tamara, sancendo di fatto, per il 2026, la sua ultima vendemmia col berretto da capitano.

Vitigni basali e aromatici e maturazione fenolica, sono i principi alla base della sua idea di viticoltura, in un territorio, quello del Collio, con altitudini comprese tra gli 80 e i 280 metri s.l.m., caratterizzato da argille e silici compresse. Un suolo ricco di scheletro e capace di trattenere l’acqua nei periodi estivi: la cosiddetta Ponca goriziana. I vitigni si chiamano Friulano, Malvasia, Ribolla Gialla, ben predisposti alla Muffa Nobile che determina la differenza tra un’annata calda e una fredda, tra un concerto rock o piuttosto la Nona Sinfonia di Beethoven.

Lo Chardonnay lo allontana dal padre per poi ricongiungerlo nella saggezza del lavoro in vigna e in cantina. Il vino deve racchiudere in sé tre caratteristiche: salinità, croccantezza, tensione; tre parimenti le fasi da rispettare: quella gestazionale, di circa tre mesi, durante i quali si svolge la fermentazione con macerazione sulle bucce ad una temperatura compresa tra 26° e 32° e la successiva malolattica. Segue poi la fase di svezzamento, durante la quale il vino trascorre non meno di tre anni in botti di rovere da 20 o 30 ettolitri ed, infine, la fase di maturità, ossia l’affinamento in bottiglia non inferiore a un anno.

Il vino può essere apprezzato sotto due aspetti, quello determinato dall’impatto olfattivo tipico dei vitigni aromatici, e quello della profondità gustativa, tipica dei vitigni basali. Un concetto che Damijan lega con una metafora alla bellezza esteriore e interiore di una persona. Il Collio Bianco Kaplija nasce quale unione dei due aspetti: l’aromaticità della Malvasia Istriana e del Friulano e la profondità dello Chardonnay. Proprio come predicato dal padre.

Diverso ragionamento spetta alla Ribolla Gialla, definito dal produttore come un vitigno autoctono privo di grande intensità aromatica. Si capisce subito che è il suo figlio prediletto, quello dei dolori e delle grandi soddisfazioni, tanto che, al di là di un convenzionale ordine di servizio, lo inserisce alla fine, dopo la verticale di quattro annate di Kaplija.

Iniziamo proprio dalle quattro annate di Collio Bianco Kaplija: 2020, 2019, 2018 e 2016

Il tratto comune risiede nel sorso caldo e avvolgente, equilibrato, masticabile e succoso, che richiama continuamente ad un successivo assaggio. Tutte e quattro le annate sono state classificate come calde, ma la 2020 e la 2018 hanno in comune una piccola percentuale di uve muffate. Kaplja 2020 ha naso ricco, ancora giovane, in cui si evidenziano sentori fruttati freschi ed erbe di montagna che si traducono in un sorso generoso e opulento. La 2019 evidenzia invece note resinose e di radice di liquirizia, più secco e dalla chiusura amaricante accentuata. Complesso ed evoluto il naso della 2018 dove spiccano confettura di pompelmo, caramella d’orzo e nocciolina americana in perfetta coerenza con l’assaggio denso che ricalca continuamente i sentori agrumati. Nella 2016 a prevalere sono il naso di arancia bionda, caramella gelée all’albicocca e un bouquet floreale ancora vivido, meno slanciato rispetto ai precedenti, ma dotato di maggiore equilibrio.

Tutt’altro che  priva di intensità aromatica la Ribolla Gialla 2020 si presenta su frutta gialla matura, miele d’acacia e caramella d’orzo; al palato comprendiamo appieno il senso del termine profondità che Damijan ha attribuito a questo vitigno. La stessa carezza dell’onda sul bagnasciuga, che ritorna ogni volta con rinnovata potenza ed energia.

Az. Agr. Podversic Damijan 

Via degli Eroi 33

34170 Gorizia (GO)

Indagine su come è cambiato il valore dei vigneti nel mondo nel 2024

Tra diversi indicatori disponibili sul mercato immobiliare, guardiamo alla puntualità del Knight Frank Luxury Investment Index, che rilascia in questi giorni una serie di dati destinati allo studio delle aziende vitivinicole.

L’indice attesta, per il 2024, una diminuzione del valore medio dei terreni dedicati alla coltivazione della Vitis Vinifera: abbiamo un -3,3% nel 2024 rispetto al 2023.

Una variabile dipendente di tale deprezzamento, ancorché minimo, può individuarsi nella decrescita del valore delle vendite nel mondo ( -9,1% nel 2024), con i distillati che seguono a ruota al -9,9%.

Ecco i valori medi di alcuni tra i maggiori areali, in relazione alle loro variazioni di prezzo per ettaro

1. Barolo: 2,08 MLN$/ha, +5%

2. Margaux, Bordeaux: 1,25 MLN$/ha, -4%

3. Ruthefort, Napa Valley: 1,2 MLN$/ha, 0%

4. Côte de Nuits, Borgogna: 1,09 MLN$/ha, 0%

5. Champagne: 1,04 MLN$/ha, +2%

6. Brunello di Montalcino: 0,91 MLN$/ha, +3,3%

7. Bolgheri: 0,81 MLN$/ha, +3%

8. Chianti Classico: 0,18 MLN$/ha, +2,2%

9. Essex, UK: 0,12 MLN$/ha, +20%

10. Marlborough, NZ: 0,11 MLN$/ha, -33%

Altre zone ad alta reputazione vedono decrementi, come Barossa Valley, in Australia, a -10%, intorno a 60.000 dollari ad ettaro, o la Côte de Provence a 100.000 dollari ad ettaro; mentre crescono del +5% i valori dei vigneti della Loira, a 90.000 dollari, e i vigneti dell’Oregon mediamente si attestano a 58.000 dollari.

Perdono, invece, il -10% i terreni della Côtes du Rhone, scesi a 30.000 dollari. Stabili sui 110.000 dollari i vigneti del Kent e del Sussex, nel Regno Unito. 

La prima considerazione da fare è che la curva della crescita del valore dei terreni dedicati a vigna, ha visto aumenti probabilmente sproporzionati lungo l’intero arco temporale dal 2010 al periodo della pandemia.

Proprio il fallout dei mercati in piena pandemia, seguito dal blocco dei porti della Cina e dalla scarsità di container prima e alla relativa chiusura de mercato cinese poi, hanno impattato sul costo dei terreni il cui valore, in particolare quelli francesi e australiani.

Guardando anche al continente americano, si attestano notevoli perdite di valore delle vigne californiane in conseguenza degli ormai ciclici incendi selvaggi, che falcidiano le viti non con le fiamme, fumo e ceneri disperse. Mentre si associa una relativa svalutazione dei terreni, appena mitigata dalla crescita costante dei valori delle vigne, in Sud America, specie in Cile e Argentina.

Un outlook possibile è tuttavia non collegato alla ripresa di un mercato del vino già afflitto da minori, seppur sensibili, tendenze “Low & No Alcohol”: nonostante l’ombra dei giganti mondiali delle bevande si stenda ormai anche sul mondo della vite e del vino, si registra da anni un costante incremento del valore medio delle bottiglie dei vini d’eccellenza. Il canale Ho.Re.Ca. influenza, insomma, più del canale G.D.O. (o “Retail”) il valore dei terreni vitati e l’indice KFLI delinea questa strada.

Per i produttori italiani di vino, insomma, la via del perfezionamento sarà intuibilmente foriera di un apprezzamento anche del loro valore capitale.

Aversa: Pasticceria Biagio Martinelli, bontà dolci e salate

Giovane e talentuoso pasticciere di Aversa, Biagio Martinelli si è fatto conoscere per le nuove proposte dell’indiscussa regina di Aversa, la Polacca Classica, rivisitata nelle versioni Rustica e con Mela Annurca.

Vari i riconoscimenti assegnati negli ultimi anni da riviste specializzate. Nel 2021 è stato definito miglior pasticciere dalla Guida “Mangia & Bevi” de “Il Mattino” di Napoli; nel 2022 ha fatto il suo ingresso nella sezione Giovani Lievitisti dell’Accademia dei Maestri del Lievito Madre e del Panettone Italiano. Per la quattordicesima edizione della Guida “Pasticcieri & Pasticcerie” del Gambero Rosso gli sono stati attribuiti punteggi elevati a due sue torte e la sede storica di Via Paolo Riverso è menzionata nella guida “Bar & Pasticcerie”.

Figlio d’arte, lo scorso 19 febbraio, in occasione di una cena organizzata nei locali del suo nuovo laboratorio di pasticceria, aperto nel giugno 2024 in via Enrico Fermi 25 ad Aversa, ho avuto il piacere di conoscerlo e constatare che nei suoi occhi c’è ancora quell’entusiasmo iniziale e quella passione nata fin da piccolo, quando si aggirava tra i locali della pasticceria del padre e dello zio, storici pasticcieri di Aversa.

Biagio tiene a precisare che non intende assolutamente rinunciare alle proprie radici: la sua è una proposta innovativa, pur sempre legata alle tradizioni. Nei nuovi locali, con cinquanta coperti disponibili all’interno e circa trenta all’esterno, si è preferito concentrare tutta la produzione.

Un ambiente sobrio ed essenziale, dove recarsi per un aperitivo o per gustare una proposta varia tra primi e secondi scelti giorno per giorno per una pausa lavorativa di gusto. La proposta di pasticceria salata è stata oggetto della cena a cui ho avuto il piacere di partecipare. Un menù studiato per degustare creazioni appaganti, abbinate ad un calice di buon vino o a un cocktail dalla sua ampia drink list.

Equilibrato il “Maritozzo salato”, con il contrasto tra la sofficità della brioche e la texture del ripieno, e “Danubio”, esaltato a sua volta dalla piacevole aromaticità dell’agrume e l’affumicato del prosciutto cotto. Ho scelto un “Negroni Sbagliato”… ma perfetto in accompagnamento!

Altra citazione la merita il “Macaron”, per la composta unione tra tendenza dolce e sapidità del cremoso, e lo “Scarpariello”, preparato con scialatiello fresco (mai provato prima in abbinamento a questa ricetta storica e popolare), mantecato con ragù napoletano e cremoso al formaggio, rifinito poi su salsa al basilico. Da natio di Ercolano, cresciuto all’ombra dei pomodorini del Piennolo, è stata un’eccezionale ricetta di recupero.

La “Polacca rustica”, non poteva mancare; mi ha colpito la leggerezza della crema pasticcera salata (ma non troppo); la sapidità era data sia dal “Provolone del Monaco” che dal “Salame di maialino nero casertano”. Aggiungo un ulteriore nota di merito a Biagio per aver potuto scegliere un buon calice di spumante metodo classico da Asprinio di Aversa. Un esempio da seguire.

Quando tutto sembra volgere al termine, come nelle migliori occasioni, Martinelli tira fuori dal cilindro la sorpresa che non t’aspetti: con i suoi collaboratori organizza uno show-cooking per deliziarci con zeppoline da friggere e guarnire al momento. Una piacevole condivisione dove il maestro pasticciere è lì a spiegarti tutto per filo e ingrediente. Raggiunta la giusta temperatura dell’olio, ecco la manualità di Biagio all’opera: con paletta e sac à poche, le cala una ad una nell’olio bollente e le frigge. Pochi minuti ed eccole pronte per essere farcite di crema, anche nel cuore, e farcite di amarene.

Un’esperienza gustativa emozionante per il palato; avrei voluto assaggiare tante altre cose, come a volte si fa quando si è a casa senza freni e inibizioni. Perché, in fondo, è così che Biagio Martinelli mi ha fatto sentire.

Anteprima Cortona Syrah Doc “Sarà Syrah” 2025: i migliori assaggi e le considerazioni finali

Si torna sempre sul luogo del delitto, soprattutto quando ci si trova bene. Parlare di Syrah a Cortona equivale ad entrare in una pasticceria fornitissima, quando in mente si conosce solo il cioccolato. Come arrendersi all’evidenza che la Syrah sia un vitigno dal potenziale multietnico e sovranazionale, dai contorni differenti a seconda dello sguardo di colui che osserva.

Non è semplice descriverne il carattere, così come è impossibile proporre un vino valido per tutti. La versatilità nell’utilizzo, ad esempio, della fermentazione a grappolo intero e di contenitori di maturazione variegati, arricchisce di variabili l’aderenza ai gusti personali. Dovessimo proprio immaginare un adagio per questa varietà antichissima, proveniente dal Rodano e che ben ha attecchito in altri Continenti e Paesi, Italia inclusa, potremmo dire che si adatta ad una moltitudine di mercati e di territori.

Tra Toscana e Umbria si coltiva da decenni sulle colline di Cortona, sovrastanti la Valdichiana. Pioniere fu la cantina Tenimenti d’Alessandro e col tempo lo scettro è passato in mano ad artefici illuminati e rivoluzionari, quali Stefano Amerighi e Fabrizio Dionisio. L’areale meriterebbe un supporto maggiore per tal impegno e sacrificio profusi; forse il vero cruccio del perché i vini di questa zona non hanno potuto sfondare come dovrebbero, visto il loro potenziale.

Manca quel gancio traino, quel nome altisonante che potrebbe determinare con la propria immagine un cambiamento epocale sul territorio. Un centro d’attrazione enoturistica, dove buona tavola e vita lenta sono da sempre protagonisti, ma che abbisogna di un faro comunicativo luminoso. In attesa di sviluppi e di possibili modifiche al Disciplinare di produzione (quanto mai urgenti), per offrire a chiare lettere una visione del futuro unicamente a base Syrah, segnaliamo la nostra soddisfazione attuale per gli assaggi riguardanti i Syrah Cortona Doc al Museo Maec il giorno 8 marzo durante l’evento Chianina & Syrah.

Le 2021 e 2022 generalmente in grande spolvero sono premonitrici della 2024, dai risvolti similari per nerbo ed eleganza, proposta comunque in degustazione con sparuti campioni da botte. Interlocutoria la 2023, ma non per questo da denigrare pur nella difficoltà tecnica e ubiquitaria della vendemmia. Su 39 campioni totali ben 12 sono risultati degni di menzione, una percentuale di tutto rispetto che conferma i progressi consolidati dai big e i corretti insegnamenti per le nuove leve.

Altalenante la valutazione sui migliori Syrah d’Italia, con alcune ottime espressioni, ma in generale sottotono rispetto agli omologhi cortonesi. Bene l’Australia, tra gli ospiti esterni, e la sempiterna Francia, così come, a sorpresa, la Bulgaria sulle proposte del Sud Africa. La degustazione vini è stata svolta rigorosamente alla cieca, ma anche questa non è una vera novità…

Migliori Syrah Cortona Doc in ordine di preferenza

Cortona Doc Syrah 2022 – Stefano Amerighi

IGT Toscana Rosso Arenite 2021 – Baldetti

Cortona Doc Syrah Castagnino 2024 – Fabrizio Dionisio

Cortona Doc Syrah 2021 Apice – Stefano Amerighi

Cortona Doc Syrah Candito 2022 – Eredi Trevisan

Cortona Doc Syrah Crano 2021 – Baldetti

Cortona Doc Syrah Linfa 2023 – Fabrizio Dionisio

Cortona Doc Syrah Polluce 2022 – Chiara Vinciarelli

Cortona Doc Syrah Terrasolla 2022 – Cantina Canaio

Cortona Doc Syrah Rugapiana 2023 – Poggio Sorbello

Cortona Doc Syrah Poggilunghi 2023 – Il Fitto

Cortona Doc Syrah Principe 2020 – Stefania Mezzetti

Migliori Syrah d’Italia in ordine di preferenza

Syrah 2022 – Michele Satta

Lazio Rosso ICP Puddinga 2021 – Il Vecchio Poggio

Toscana IGT Occhio di Civetta 2023 – Il Querciolo

Toscana IGT Mandorli 2021 – Cincinelli Marco

Costa Toscana IGT Hide 2021 – Bulichella

Lumeo 2022 – Toscani

Terre Siciliane IGP Bio Sole dei Padri 2016 – Spadafora

Varramista 2018 – Fattoria Varramista

Mater Matuta 2019 – Casale del Giglio

Valle d’Aosta DOP Syrah 2014 – La Source

Migliori Syrah di Francia in ordine di preferenza

Cornas Chaillot 2021 – Cyril Courvoisier

Les Chailles 2022 – Alain Voge

Saint Joseph 2023 – Domaine De La Sarbèche

Terre Brulée 2022 – Domaine Lionnet

Migliori Syrah d’Australia in ordine di preferenza

Greenock Shiraz 2022 – Kalleske (Barossa Valley)

Command Shiraz 2021 – Elderton (Barossa Valley)

Octavius 2018 – Yalumba (Barossa Valley)

Migliori Syrah di Bulgaria in ordine di preferenza

Tradition Life 2019 – Minkov Brothers

Syrah 2024 – Downtown Winery

Migliori Syrah del Sud Africa in ordine di preferenza

Estate Shiraz 2020 – Hartenberg (Stellenbosch)

Stranveld Shiraz 2021 – Stranveld (Elim)

Carbonè Meat House: a Palma Campania l’idea di macelleria gastro-gourmet dei fratelli Carbone

Di bracerie se ne trovano tante in giro. L’idea stessa venne sdoganata nei primi anni del nuovo millennio, quando cominciarono a comparire, in Campania, i primi locali pienamente organizzati per offrire selezioni di carni italiane ed estere, lontani dal concetto di trattoria con piatto al centro e commensali ad allungare la forchetta, per dividersi porzioni spesso cotte oltre ogni misura.

Adesso in braceria si entra con i guanti di velluto, accompagnati ai tavoli arredati con gusto moderno, da ragazzi professionali, che offrono competenza negli abbinamenti tra cibo e vino e servizio premuroso e rapido. Niente tovaglie a quadrettoni, niente bicchieri tozzi e larghi, ogni ingrediente al posto giusto e continua ricerca della qualità. Giocoforza anche i prezzi si sono adeguati al rialzo e sentire nostalgia per i pranzi economici, crapuloni e smodati dove tutto era lecito non solo è anacronistico, ma persino poco salutare.

Da Carbonè Meat House a Palma Campania (NA), l’attività di macellai – in arte dialettale detti “chianchieri” – dei fratelli Mario e Pietro Carbone ha fatto pienamente i conti con la contemporaneità del mercato e con il concetto di economia sostenibile. «La filosofia che guida la selezione delle nostre carni – spiega Mario – prevede solo ed esclusivamente animali allevati in maniera naturalerispettosa del loro benessere e dell’ambiente. Ciò significa che proponiamo innanzitutto carne di qualità, proveniente da allevamenti virtuosi, oltre a metodi di cottura che ne esaltano i sapori. Un modo per educare i clienti a scegliere correttamente anche per il consumo casalingo».

Il banco dei salumi e formaggi predispone in maniera positiva alla cena, con quel senso di familiarità dal carattere intimistico simile all’ingresso nelle antiche salumerie e drogherie di un tempo. A voler essere pignoli, una maggior scelta di prodotti locali, eccellenti al pari se non meglio delle blasonate norcinerie umbro-toscane, potrebbe essere la sfida per il futuro. Il chilometro zero ha sempre un proprio fascino ed è l’eccezione che conferma la regola quando i Carbone propongono le loro selezionatissime carni da filiera controllata.

Il resto lo fanno i consigli e le storie sui prodotti, i tempi di cottura e gli abbinamenti: «Semplicità e attenzione, sono le nostre parole d’ordine – commenta Pietro – e questo si ritrova nel modo di grigliare: un po’ di sale e il gioco è fatto, e massima cura del cliente, che viene coccolato dall’arrivo nel nostro locale al commiato». 

Alla brace c’è Mario, al banco Pietro, in sala i bravissimi Raffaella D’Ambrosio e Alfredo Falciano, diretti da Gina Memmolo, moglie di Mario. In cucina gli chef Luigi Guarna e Michele Langella ad ampliare l’offerta gastronomica con alcune ricette tipiche dell’entroterra locale.

La tartare carbonè di manzetta piemontese, con salsa di nocciole, capperi fiore, pepe nero e senape di Digione ha carattere e spinta, da dosare con cura nelle parti speziate. Il carpaccio carbonè con salsa al caciocavallo podolico, pomodorini semi-dry, insalata riccia è delicatissimo, così come la Porter House di Manzetta Beneventana, filetto e controfiletto da 40 giorni di frollatura.

Finale su Galiziana dal grasso marcatamente saporito e ricco di Omega 3, a sconfessare il vecchio tabù del grasso animale dannoso per la salute. Ovviamente vale il saggio motto latino del cum grano salis: tutto fa bene, alle giuste misure.

La carta dei vini conta circa 450 etichette; costruita intorno ai rossi, vanta interessanti incursioni di referenze naturali e champagne di cui, a breve, Raffaella prenderà le redini da aspirante sommelier. Ultima nota a margine la scelta fondamentale del legno utilizzato per la brace. Quanto più neutro possibile per non rovinare gli aspetti organolettici della carne. Da Carbonè Meat House si utilizza unicamente legno di leccio… e tanto amore.

Carbonè Meat House
Via Trieste, 147 – Palma Campania
aperto lun., mart., giov., ven. 19:30-23
sab. e dom. 12:30 – 15, 19:30-23
mercoledì chiuso
tel. 08118280407

Salumi e Bollicine, binomio di gusto

La nascita dei salumi è antichissima, certamente più remota rispetto alla scoperta casuale della tecnica della spumantizzazione, ma è indiscutibile quanto irresistibile e attuale sia l’abbinamento tra i nobilissimi prodotti della norcineria e le bollicine.

Che si tratti di cene di gala o di aperitivi disinvolti il brio del perlage ed il sapore dei salumi generano combinazioni appetitose davvero infinite, dando ampio spazio alla creatività e alla sperimentazione. Elementi, questi, indispensabili al largo ed avvincente consenso gustativo, ma che necessitano di alcuni suggerimenti per essere valorizzati appieno.

Il “gradiente” del perlage, tra persistenza, grana e numero delle bollicine, deve poter essere crescente in relazione alla presenza di grassezza del salume, direttamente proporzionale alla capacità del grasso di patinare il palato, richiedendo pertanto un effetto “scrub” pulente. Naturalmente la cremosità del perlage sarà un elemento da contestualizzare al grado di masticabilità del salume: una suadente cremosità certamente più apprezzata quando la macinatura delle carni è più fine.

Un valido supporto al perlage nella sua funzione è fornito dall’acidità, accentuata dalle basse temperature e che coadiuva a resettare la bocca, inducendo salivazione. Maggiore sarà il residuo zuccherino negli spumanti e maggiore sarà la ricerca di salumi che abbiano una percezione maggiore del sale impiegato per produrli. La sapidità deve poi incontrare un valido alleato nella morbidezza del vino, abbinata per contrapposizione. Basti pensare alla saggezza popolare toscana che con i salumi vuole un accompagnamento con il pane sciapito.

Diversamente dalla percezione sapida nel cibo e nel vino, bisogna prestare assolutamente attenzione al “fattore umami”, di cui talvolta il kokumi effect ne è l’evoluzione più complessa. In luogo di prodotti norcini, elementi come la tirosina ad esempio conferiscono il senso del saporito ed estendono la persistenza. Necessario abbinare, per concordanza, dei vini spumantizzati che abbiano essi stessi una persistenza aromatica intensa, fattore decisivo che deve poter essere crescente man mano che la presenza di spezie nei salumi si fa più evidente.

Un elemento fondamentale qui è la stagionatura dei salumi: anche in questo caso l’intensità dei sapori e la persistenza che normalmente ne deriva deve poter vedere l’abbinamento a vini con un fattore di affinamento e persistenza altrettanto importante.

Tenendo conto di ciò, non soltanto l’esperienza gustativa ci andrà a guadagnare dal punto di vista edonistico, godendo appieno tanto dei salumi che degli spumantizzati ma, come nel caso della sapidità e delle irruenze del due elementi, sapremo tenere un po’ più a bada la sete o quantomeno terremo ad affaticare il meno possibile il palato.

Alcuni esempi pratici

Un Vallée d’Aoste Lard d’Arnad Dop si abbina egregiamente ad un Franciacorta Demi-sec Rosé Docg con sosta sui lieviti per almeno 36 mesi, mentre il cugino toscano, il Lardo di Colonnata Igp, vorrebbe meglio un Prosecco Valdobbiadene Superiore Metodo Classico Extra Brut Docg. E con lo Speck Alto Adige Igp perché non un sorso di Brut Metodo Classico Trento Doc rigorosamente a base di Chardonnay e con 36 mesi di affinamento? Per la popolarissima, quanto nobile Mortadella di Bologna Igp, sarebbe intrigante l’abbinamento con l’Asprinio di Aversa Spumante Metodo Charmat Brut Doc, volendo giocare in casa in Campania. Avrebbe però successo anche una bollicina di Lambrusco di Sorbara Spumante Metodo Classico Brut Rosè Doc.

A proposito di eccellenze gastronomiche dell’Emilia, il Culatello di Zibello Dop, nella sua finezza, si sposa benissimo ad uno Champagne Brut Blanc de Blancs della Côte des Blancs, così come il Pata Negra, il cui nome corretto sarebbe Jamón Iberico de Bellota, vedrebbe soddisfazione con un Cava Brut Metodo Classico Riserva ma, complice il sentore nocciolato dato dalle ghiande, anche con un Brut Metodo Classico Trento Doc, sempre rigorosamente a base Chardonnay, magari nella versione riserva e affinato per 10 anni sur lies.

Nella Coppa di Testa, comunemente detta Capaccia o Sopprassata Toscana, si apre un mondo: Spumante Metodo Ancestrale Pignoletto di Modena Doc oppure Prosecco Spumante di Valdobbiadene Superiore Brut Nature “Col Fondo” Docg. Con la Mortadella di Campotosto PAT, merita buona compagnia a tavola l’Asolo Prosecco Metodo Charmat Superiore Brut d’annata oppure uno Spumante Metodo Classico Brut a base di Caprettone del Vesuvio.

La Slinzega di Carne di Cavallo, antenata della Bresaola, vedrebbe una buonissima combinazione con uno Spumante Metodo Classico Brut a base di Vermentino della Sardegna Doc, ottimo proprio con la Mustela Sarda Pat e con molte versioni spumantizzate in rosa. La Finocchiona Igp e che la ‘Nduja di Spilinga vedrebbero nello Spumante di Vernaccia di Serrapetrona Docg, bollicine più uniche che rare, in versione secca.

L’intrigante mondo della multi-sensorialità meriterebbe un capitolo a parte, dimostrando da un lato la complessità dell’attività della degustazione tecnica e dell’abbinamento tra i vini ed i salumi, mentre dall’altro ne potrebbe mettere in discussione l’oggettività, quando il grasso di origine animale gioca un ruolo da protagonista assoluto e, in determinati casi, aiuta a controbilanciare gli effetti dell’anidride carbonica.

Bon appétit!

Le “stelle” di Sicilia tratte dalla Guida Vini D’Italia del Gambero Rosso in scena ad Alcamo

La Sicilia del vino brilla alla masterclass dedicata ai vini delle cantine che hanno ottenuto più Tre Bicchieri in assoluto dalla prima edizione della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso. Della nostra visita ad Alcamo, uno dei luoghi più affascinanti dell’Isola, ne abbiamo scritto a dicembre all’articolo Alcamo Wine Fest, che sia un Catarratto per tutti.

La regione ha da tempo un posto in primo piano sui palcoscenici italiani e internazionali. La scelta del Gambero Rosso di portare un evento di caratura nazionale ad Alcamo è stata lungimirante e dona a questa terra il lustro che si è meritatata con grande fatica.

Storiche riconferme affiancate dal fermento dei nuovi e giovani produttori. La linea verde ci ha guidato nel cambiamento con il 58% delle aziende che ha un giovane under 35 in ruoli strategici.

Per Gambero Rosso sono state 28 le bottiglie meritevoli dei 3 bicchieri della Sicialia, 1 in più dell’anno scorso e pienamente in linea con gli anni passati. L’Etna continua a dimostrare la sua vocazione e versatilità, con ben 12 i vini premiati in questo splendido areale, 9 rossi, tra cui il vino d’autore che non si avvale della DOC Munjebel Rosso MC 2021 di Frank Cornelissen, un pioniere assoluto del territorio.

Le varietà autoctone dominano su un terroir poliedrico: molte aziende stanno investendo sul Nero d’Avola vitigno più che mai attuale ed elegante. Ne sono degna prova Duca di Salaparuta con il Sicilia Nero d’Avola Duca Enrico 2020 e Feudo Maccari con il Sicilia Nero d’Avola Saia 2022.

La degustazione guidata sapientemente tenuta da Giuseppe Carrus, curatore della Guida Vini d’Italia, partendo dalla storia, ha evidenziato la qualità dimostrata oggi dalla Trinacria. La sede bellissima della Biblioteca del Collegio dei Gesuiti di Alcamo ha completato il quadro.

È la prima volta per le Masterclass di Gambero Rosso in cui la scelta è totalmente “stellata”: si tratta infatti dei vini di che hanno ottenuto almeno dieci Tre Bicchieri dal 1988, anno della prima pubblicazione della Guida.

Gli assaggi proposti

  • Sicilia Bianco Catarratto Buonsenso 2023 Tasca d’Almerita È Ivo Basile, responsabile marketing e comunicazione di Tasca d’Almerita a presentare il vino. Siamo nella Tenuta Regaleali, uno splendido Cru di 600 ettari in cui viene coltivato il Cataratto. Giallo paglierino materico e protagonista al naso, dalle note leggermente tostate che si allargano su un caleidoscopio di agrumi, tra i quali spicca il pompelmo rosa, ricordi di alghe e conchiglie, melone e macchia mediterranea. Le spezie dolci chiudono in profondità, anticipando un sorso saporito, fresco e rotondo, dal calore che dona ampiezza. Tridimensionale.
  • Etna Bianco Alta Mora 2023 Alta Mora – Nel 2001 i Fratelli Cusumano iniziano il loro racconto della Sicilia al mondo attraverso i terroir e le cultivar distintive; nel 2013 con Alta Mora si arricchiscono del territorio dell’Etna, fatto di piccoli Cru selezionati. Qui il Catarratto entra in simbiosi col vulcano, per un vino che riflette la purezza del territorio. Al naso fiori d’agrume, infuso, miele di agrumi marzapane, scorza di limone, mentuccia, seguono ricordi di fico bianco secco, salgemma e grafite. In bocca vive due fasi, una prima della deglutizione più verticale e fragrante e una successiva più larga e cremosa, merito di una vivida tensione gustativa e di una mineralità dal lungo finale nel ricordo di fico bianco.
  • Cerasuolo di Vittoria 2022 Planeta Una delle aziende pioniere a cui dobbiamo il merito di aver cambiato la Sicilia enologica. Quaranta anni fa ha inizio il viaggio da Ovest a Est della Sicilia, alla ricerca di vitigni dimenticati e di territori in cui crearne una loro interpretazione. Planeta sceglie di vinificare Nero d’Avola e Frappato selezionati a mano e vinificati in acciaio, offrendo un’interpretazione stilistica molto riconoscibile. Il rosso rubino si tinge di sfumature porpora e al naso le note speziate da pepe nero si combinano a frutta fresca di bosco e croccante, fragole e frutti di bosco. Seguono in successione ricordi di oliva sotto sale e macchia mediterranea, ginepro, finocchietto essiccato. In bocca il sale è protagonista e su questo caposaldo si legano armoniosamente i tannini, di estrema eleganza e finezza, dal finale leggermente amaricante.
  • Moro di Testa 2021 Feudi del Pisciotto – Gruppo Domini di Castellare di Paolo Panerai. Il Moro di Testa nasce dai terreni sabbiosi in cima all’azienda, perfetti per la Syrah che qui ha un’anima mediterranea. Il Nero D’Avola completa al 10% il vino con sfumature di spezia, pepe nero e cannella, dai toni di piccoli frutti rossi, macchia mediterranea, menta e rosmarino. Sorso ricco, di sostanza, potenza portati con eleganza e verticalitá grazie alla bassa carica tannica e la temperatura bassa di servizio che gli dona ulteriore grazia. Finale di pepe verde.
  • Sicilia Nero d’Avola Saia 2022 Feudo Maccari Proprietà di Antonio Moretti Cuseri, che dall’Aretino compra in Sicilia questo Feudo, con 265 ettari di uliveto e 60 di Vigna a Nero d’Avola e Grillo. Il Saia è un Nero d’Avola di grande stoffa. L’impatto cromatico è dalle tonalità cupe. Il naso è espressivo e appagante: rovo e frutti di bosco scuri, macchia mediterranea, sottobosco, prugna essiccata e ancora cappero, carrubo e alloro, gelée alla mora. L’assaggio ha carattere, sale e sostanza, il tannino è legato perfettamente e ci riconduce all’uva, in una massa amalgamata benissimo. Chiude con grande lunghezza su ricordi di fico d’india rosso e ciliegia. I rossi non hanno la prerogativa dell’invecchiamento tuttavia sono stati aspettati e resi perfetti per l’assaggio.
  • Sicilia Nero d’Avola Duca Enrico 2020 Duca di Salaparuta Sono 200 candeline per l’azienda che insieme a Florio, rappresenta la Sicilia per il gruppo ILVA di Saronno. Coniugare grandi numeri con l’eccellenza non è facile e i tantissimi riconoscimenti ricevuti negli anni mostrano la classe limpida di un protagonista indiscusso della storia vinicola isolana.Nero d’Avola rubino carico e ricco all’olfatto. Venatura balsamica in cui emergono frutta nera matura, erbe officinali, carbone e succo di mora e arancia sanguinella. Il sorso è saporito, polposo e lascia un finale balsamico.
  • Passito di Pantelleria Ben Ryé 2021 Donnafugata Gioiello della famiglia Rallo. Zibibbo passito coltivato ad alberello pantesco, oggi patrimonio dell’Umanità UNESCO, su terreni sabbiosi di origine lavica. Al mosto in fermentazione viene aggiunta uva passa sgrappolata a mano per favorirne l’aromaticità. Ben Rye deriva dall’arabo e significa “figlio del vento”, caratteristica dell’isola di Pantelleria. Ha le sfumature del sole, il vino è materico e crea raggi luminosi. Il naso è di rara ricchezza pienezza e eleganza. Il varietale dell’albicocca disidratata si fonde a note di lavanda e rosmarino, finocchietto di mare, salsedine, cappero sotto sale ed elicriso. In bocca è sontuoso, la nota sapida dona pulizia, lo zucchero è perfettamente bilanciato, amalgamato alla massa e fruttoso, in un finale di frolla salata alla marmellata di albicocche.

La Sicilia del vino non vuole e non deve essere più considerata una sorpresa ma una realtà consolidata, che da anni porta avanti con impegno assiduo i concetti di qualità e di sostenibilità in maniera elegante e contemporanea.

Le Girolì ad Eboli, tutta la dolcezza del mondo

Rossella e Livia, braccio destro e braccio sinistro de Le Girolì ad Eboli (SA), gastro-boutique specializzata nella realizzazione di dolci e torte dal gusto irresistibile.

Gli studi compiuti che miravano ad altri settori, poi la passione di famiglia per le creazioni di pasticceria hanno trasformato la vita delle due giovani titolari nel sogno più bello da realizzare: veder soddisfatti bambini e adulti mentre assaporano le loro delizie.

Torte appetitose e colorate, come la New York Cheese Cake, passando per i classici Cookie ripieni di cioccolata, Brownie, Cupcake e, per finire, Red Velvet, Carrot Cake e Tiramisù in versione americana. Proprio in tema di stile le ricette ricalcano quelle anglosassoni d’oltreoceano, atipiche per la Campania regno di zeppole, struffoli, sfogliatelle e pastiere.

Un punto di forza che determina anche l’originalità de Le Girolì nel far viaggiare, attraverso i morsi ed il palato, il consumatore verso lidi lontani all’insegna della beat generation. Una ribellione positiva, che si smarca dal concetto tipico di fare dolci in Italia.

La sac à poche sempre carica nel laboratorio, dove Livia inventa a seconda del momento e degli ingredienti stagionali. In sala Rossella a completare l’offerta con caffè, liquori aromatizzati e altre specialità dolciarie.

Una piacevole pausa di ristoro in un luogo rilassante, dai toni caldi e accoglienti, che abbiamo visitato per voi lettori di 20Italie, da sempre attenti alle novità del territorio.

Il linguaggio del vino e le nuove forme di comunicazione nel convegno promosso da Associazione Italiana Sommelier – AIS Italia

Cosa succede quando un filosofo, un enologo, una blogger e un sommelier si siedono insieme per discutere di comunicazione e linguaggio del vino nell’era moderna? Ne scaturisce un confronto ricco di spunti dove il focus si concentra sul grado di attrazione che il vino è capace di esercitare, in base alle modalità di comunicazione e al pubblico al quale ci  rivolgiamo.

È stato questo il tema del convegno promosso da AIS, Associazione Italiana Sommelier, in collaborazione con AIS Campania al De Bonart Naples Hotel, che ha visto intervenire Sandro Camilli, Presidente AIS Italia, Nicola Perullo, Professore ordinario di Estetica all’Università di Pollenzo, Roberto Cipresso, enologo, Giulia Sattin, blogger, Cristiano Cini, Comitato Esecutivo Didattica AIS, moderati dal giornalista Luciano Pignataro, davanti ad una nutrita platea di giornalisti, comunicatori, sommelier e appassionati di vino.

Due round per un dibattito che ha coinvolto relatori e pubblico, in cui le suggestioni emerse riguardavano le modalità di coinvolgimento dei cosiddetti millenial nel racconto vino, ma anche il re-engagment di altre fasce d’età, in una fase cruciale che vede il comparto sotto scacco. Basti pensare al crescente interesse per le bevande dealcolate, all’attenzione sempre più forte verso stili di vita salutisti, all’ondata di ritrazione dei consumi di vino anche a seguito delle nuove norme di legge in vigore.

Parola chiave e filo conduttore di tutti gli interventi è esperienza: come modalità di fruizione della bevanda vino, che può avvenire attraverso linguaggi e forme di comunicazione diverse, come la musica e l’arte ad esempio.

Concordano Nicola Perullo e Roberto Cipresso, ponendo entrambi l’accento sul concetto di gusto e di variazione di quest’ultimo nel tempo. Il vino è un “artefatto”, e come tale soggetto alle mode e all’esperienze personali e soggettive.

Giulia Scattin parla della rilevante figura dell’Influencer marketing, modulando il suo intervento sul concetto di semplificazione della comunicazione. Semplificazione che non va intesa come banalizzazione, ma come possibilità di fruizione da parte di un pubblico il più ampio possibile.

È indubbio che in questa variabilità di forme di comunicazione, quella legata alla formazione didattica può apparire la più rigida, continua Cristiano Cini, ma in questo senso AIS ha completamente riformato il proprio approccio introducendo il concetto di soggettività basato sull’oggettività di un linguaggio (la nuova scheda di degustazione) in grado di codificare l’esperienza personale del relatore o del degustatore.

Non bisogna infine dimenticare che il vino è prima di tutto espressione di territori e valori umani: se condiviso in questa prospettiva, spogliato di ogni forma di autoreferenzialità,  può offrire emozioni ed esperienze diverse con il medesimo grado di soddisfazione.

E a questo proposito appaiono calzanti le parole del compianto Giampaolo Gravina, citate ad apertura di Convegno dal Presidente nazionale AIS Sandro Camilli: <<Quella lingua che assaggia e degusta è infatti la stessa lingua che parla e comunica, evidenziando nell’atto del gustare una vocazione genuinamente linguistica in virtù della quale le questioni di palato si risolvono continuamente in questioni di parlato. Ora però nel parlare di vino, la sete generica di storia si va facendo sempre più forte della sete di lingua, o meglio di storia con una bella lingua. E così le parole del vino, già troppo spesso confinate in un gergo autoreferenziale poco comprensibile ai più, perdono simultaneamente eloquenza e originalità. Rinunciano cioè a quella capacità di persuasione, stimolata dal tentativo di riformulare personalità ed energia del vino, così necessarie a comunicarne la qualità dei sapori, a condividere la temperatura emotiva e, allo stesso tempo, sacrificano l’originalità del gusto in nome di una tipicità banalizzante>>.

Assegnato a “Montagne e Valli Trentine” il Premio Vinarius 2025 al Territorio

Come nasce una vera cultura del vino? È frutto certamente di sinergie.

Una comunicazione efficace da persone competenti e la partecipazione a corsi dedicati segnano un ottimo punto di partenza, così come la curiosità, che è sempre il motore della scoperta. Ma c’è un elemento fondamentale che spesso viene sottovalutato: il passaggio di emozioni e conoscenze tra chi il vino lo produce e chi lo degusta.

Ed è qui che entrano in gioco le enoteche, luoghi magici in cui le bottiglie non diventano solo referenze da vendere, ma storie da raccontare, esperienze da vivere e passioni da condividere, per offrire al pubblico la possibilità di conoscere e sapere: un “hub” tra cantine e territorio.

Maurizio Zanella disse che <<il vino si divide in due famiglie, il vino commodity ed il vino “nobile”, il cui commercio non può essere demandato a formule come l’on-line o la GDO perché ha bisogno di un accompagnamento che lo spieghi, lo racconti: vini che hanno bisogno di lavorare sul posizionamento di valore e le enoteche sono le uniche in grado di dare questo grazie al fattore umano e allo speciale legame con il cliente>>.

Vinarius è l’Associazione delle Enoteche Italiane, fondata nel 1981 con l’obiettivo di promuovere e valorizzare la cultura del vino attraverso una rete di associati distribuita capillarmente in tutta la Penisola, atta a svolgere un ruolo chiave nella diffusione della conoscenza e nella promozione delle eccellenze vitivinicole italiane.

Un punto di riferimento per gli operatori del settore e per i consumatori alla ricerca del buon bere, di vini di qualità selezionati da professionisti.

Nel 2004 è stato instituito il Premio al Territorio che, con cadenza biennale, si pone l’obiettivo di valorizzare le aree italiane con una forte vocazione vitivinicola, un ricco patrimonio agroalimentare e un’attenzione particolare alla sostenibilità, alla valorizzazione delle tradizioni e all’accoglienza enoturistica.

Presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica, si è svolta la cerimonia di premiazione. Il prestigioso riconoscimento è stato assegnato a “Montagne e Valli Trentine”, esempio virtuoso di integrazione tra produzione vitivinicola di qualità, rispetto per l’ambiente e valorizzazione delle tradizioni locali.

Alla cerimonia erano presenti il Senatore Pietro Patton, il Presidente di Vinarius Andrea Terraneo, l’ideatrice del Premio Vinarius al Territorio Gigliola Bozzi e il Senatore Luca De Carlo, Presidente della 9ª Commissione permanente (Industria, commercio, turismo, agricoltura e produzione agroalimentare).

L’evento è stato trasmesso in diretta streaming sulla WebTv del Senato e sul canale YouTube del Senato, permettendo a un vasto pubblico di seguire l’evento.

Il senatore Luca De Carlo ha sottolineato l’importanza del settore vitivinicolo per l’economia italiana, un settore che da difendere, e ha elogiato l’impegno di Vinarius nel promuovere la cultura del vino e nel sostenere i territori che investono nella qualità e nella sostenibilità.

Il senatore Pietro Patton ha concluso l’incontro mettendo in evidenza come sia stata premiata non solo un’eccellenza enologica, ma anche una visione virtuosa di sviluppo che mette al centro il territorio e le sue comunità.

Questo riconoscimento è un tributo al lavoro di tanti produttori che, con passione e competenza, rendono il Trentino un simbolo di valore e innovazione nel panorama vitivinicolo italiano.