Amphora Revolution torna a Vinitaly, celebrando l’antica usanza della vinificazione in terracotta

In occasione della 57ª edizione di Vinitaly, alla Fiera di Verona, è tornato protagonista Amphora Revolution, progetto nato dalla collaborazione tra Merano WineFestival e Vinitaly, con un’area interamente dedicata alla vinificazione in anfora, una tecnica antichissima che oggi vive una nuova giovinezza.

Lo spazio espositivo, situato nel Padiglione 8 (stand A8-A9), ha accolto una selezione di eccellenze italiane che si sono distinte per l’uso sapiente delle giare di terracotta, utilizzate in tutte le fasi della vinificazione dalla fermentazione all’affinamento. L’iniziativa è un punto di riferimento per appassionati e professionisti interessati a un approccio produttivo che unisce storia, innovazione e sostenibilità.

Attraverso l’anfora si assiste a un ritorno alle origini del vino: questo stile di vinificazione ha infatti radici antichissime, risalenti a oltre 6.000 anni fa, nelle regioni del Caucaso. Oggi, sempre più vignaioli in Italia stanno riscoprendo tale pratica, affascinati dalla possibilità di produrre vini autentici, capaci di esprimere il carattere del vitigno e del territorio con grande trasparenza.

Le anfore, realizzate in terracotta non smaltata, permettono una micro-ossigenazione naturale che favorisce l’evoluzione del vino senza alterarne i profumi originari. A differenza del legno, la terracotta non rilascia aromi esterni, mantenendo intatto il profilo organolettico del vino e offrendo una lettura più pura e sincera della materia prima.

Questa tecnica produttiva si inserisce perfettamente in una visione moderna e consapevole, in risposta alle esigenze di sostenibilità ambientale e adattamento ai cambiamenti climatici.

A testimonianza della vitalità del settore, all’interno dell’area collettiva di Amphora Revolution, erano presenti dieci produttori italiani che lavorano con anfore, ciascuno con una propria interpretazione stilistica e filosofica. Accanto ai vini in terracotta, v’erano anche alcune esperienze legate alla viticoltura biologica e la salvaguardia dei vitigni autctoni e all’innovativo mondo dell’affinamento underwater, che prevede la maturazione delle bottiglie in ambienti marini.

In degustazione allo stand i vini prodotti in anfora delle seguenti cantine:

Nove Lune, Pietramatta, Piona, Jamin UnderWaterWines, Terre Antiche, Nima, Hadrianum, Luca Leggero Villareggia, A Mi Manera e La Vite – F.lli Lizzio.

Situata ad Atri in Abruzzo, la cantina Hadrianum coltiva vitigni autoctoni nei 20 ettari di vigneti tra i 150 e i 600 metri sul livello del mare. Nata nel 2018, vuole essere un alfiere della tradizione vitivinicola locale. Le anfore utilizzate per la vinificazione sono realizzate dai maestri ceramisti di Castelli (TE) con la “tecnica del colombino”, tradizione di più di 2000 anni. In degustazione il Pecorino Colli Aprutini Igt Naevia affinato in anfora e in acciaio, dal colore luminoso e dai sentori di erbe aromatiche, miele e albicocca e il Montepulciano d’Abruzzo Docg Colline Teramane Maximo, che regala note floreali, di frutta rossa matura, di pepe bianco e si offre con una trama tannica gradevolmente integrata.

Nove Lune è la cantina di Alessandro Sala che crede nell’utilizzo dei vitigni Piwi per contenere l’impatto delle pratiche agronomiche in vigna, nel rispetto totale della natura e del suo ecosistema. L’azienda nasce nel 2015 nell’Oasi Naturale della Valpredina, nel comune di Cenate di Sopra (BG) con la coltivazione di 4 varietà d’uva differenti. Per la vinificazione di Rukh, vino orange biologico ottenuto da un blend di Bronner e Johanniter, vengono utilizzate le anfore Tava: sulla bottiglia, è posto un sigillo di ceramica, la stessa utilizzata per il contenitore, che iscritto il nome del vino.

Pietramatta è l’azienda di Andrea Sala, che ha iniziato a seguire i vigneti di famiglia, situati sul colle di Loreto a Cenate di Sotto (BG) nel 1990 e che ha convertito la conduzione in biologico nel 2019. In degustazione Amber, un macerato da Souvignier Gris vinificato totalmente in anfora. Colore dorato, luminoso, al naso emergono sentori di fiori gialli, albicocca, timo, scorza di cedro. In bocca presenta una bella persistenza.

Luca Leggero opera a Villareggia, in provincia di Torino, coltivando Erbaluce e Nebbiolo che vinifica in anfora. La passione per la viticoltura è stata ereditata dal nonno: tradizione, innovazione e sostenibilità coesistono nel progetto di Luca. Erbaluce di Caluso Docg Rend Nen è un vino espressivo, che si propone con sentori di fiori bianchi, di pesca e frutta esotica. In bocca si apre, dimostrando buona struttura e chiusura sapida. Sosta circa 7 mesi in anfora a cui seguono 10 mesi in bottiglia.

La selezione dei vini presentati al banco è stata curata da Helmuth Köcher, fondatore del Merano WineFestival, insieme alle commissioni della Guida The WineHunter, da sempre punto di riferimento per la valorizzazione dell’eccellenza vitivinicola italiana. Amphora Revolution non è solo un’occasione per la celebrazione di una tecnica antica, ma anche una piattaforma per riflettere sul futuro del vino ed in un’epoca in cui la sostenibilità e l’identità territoriale sono valori centrali, la vinificazione in anfora si propone come simbolo di equilibrio tra tradizione e innovazione, artigianalità e ricerca, natura e cultura.

I tanti “Elementi” in gioco nella pizzeria di Mimmo Papa

Acqua, farina e lievito non bastano a fare un bravo pizzaiolo, ma sono “Elementi” essenziali come il nome della pizzeria di Mimmo Papa, classe 1988, a Caserta. È normale che la tecnica deve avere un ruolo principale, dalla preparazione corretta degli impasti ai topping proposti, originali e mai eccessivi. Mimmo non lo poteva sapere che questa sarebbe diventata la svolta della sua vita, quando si iscrisse ad un corso per pizzaioli della Scuola Dolce e Salato di Maddaloni.

Naturalmente, come tutte le storie tribolate, ma dal lieto fine, non poteva mancare l’apertura del locale a settembre 2020 in piena pandemia, quando mangiare anche una semplice pizza in compagnia sembrava una sfida titanica.

Nella zona di San Bartolomeo, Papa è diventato in tempi rapidi una piccola istituzione artigianale, con i quasi 60 coperti interni, cui si aggiungono i 40 esterni nel periodo estivo. E ciononostante la difficile ricerca di personale qualificato e volenteroso, capace di gestire qualsiasi esigenza, compresa una piccola sbavatura nel servizio del dolce finale occorsa al sottoscritto, che nulla toglie però al giudizio finale sulle valide proposte assaggiate durante la serata dedicata alla stampa grazie alla giornalista Laura Gambacorta.

Un’ulteriore sfida imposta dall’era moderna e che già impegna (e non poco) l’intera catena nei settori dell’accoglienza enoturistica e della ristorazione italiana.

Il nuovo menù degustazioneRadiCE”

Fiore all’occhiello della proposta di Elementi è il nuovo percorso degustazione RadiCE, che è allo stesso tempo un omaggio a Caserta e alle eccellenze del territorio.

L’Aran(CE)no di Riso e Verza (risotto alla verza con punta di petto di bovino e parmigiano reggiano Dop stagionato 30 mesi) nasce dal ricordo del piatto preferito che gli preparava la nonna; la RadiCE di Pan Cotto invece, una pizza al padellino con impasto alla segale con cicoria, friarielli e scarola, sbianchiti e ripassati in padella, fagiolo lenzariello e mais, si ispira alla fresella che gli proponeva il nonno.

Proseguiamo con la Merenda della SuoCEra – impasto classico con crema di topinambur, spinaci, spinacino croccante, patate gialle sotto cenere e brunoise di patate dolci – che non ha bisogno di interpretazione.

Poi la Margherita RadiCE con Antico Pomodoro Riccio dell’azienda agricola La Sbecciatrice, di cui abbiamo già parlato nell’articolo sulle eccellenze gastronomiche del Matese, mozzarella di latte di bufala e olio extravergine di oliva è un tributo alla città di origine.

Chiusura con la RadiCE di Genovese, impasto in 3 cotture con genovese in crema con mela cotta, carne di bufalo, carota e cipollotto marinato alla soia e poi cotto al barbecue, crema di carote e basilico viola, una rivisitazione di un classico molto amato dal nonno.

Elementi Pizzeria

Via Maggiore Salvatore Arena, 6

Caserta (CE)

Tel. 0823 1767358 – 339 1246184

www.elementipizzeria.it

Le Macchiole: Cinzia Merli delinea Bolgheri attraverso l’essenza dei monovarietali bordolesi

Oggi Bolgheri è una delle più rinomate denominazioni del panorama vitivinicolo italiano. Fin dalla metà del secolo scorso, nessuno avrebbe realmente scommesso su questo anfiteatro naturale dell’Alta Maremma, a ridosso del mare, risultato dalla bonifica di una vasta area paludosa tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento. Una lingua di terra lunga tredici chilometri e profonda sette, dove la lungimiranza del Marchese Incisa della Rocchetta fece approdare, nel secolo scorso, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc con l’unico scopo di vinificare, nella propria tenuta di caccia, il vino per la famiglia e per gli amici.

Bisognerà attendere gli anni Ottanta perché un manipolo di sette cantine pioniere ne raccolga la sfida e decida di iniziare a produrre vino da vitigni francesi. Tra esse c’è senz’altro Le Macchiole di Cinzia Merli, protagonista assoluta della serata di Banca del Vino presso l’Enopanetteria Stefano Pagliuca. Dalla voce di Cinzia abbiamo ascoltato la storia dell’azienda della famiglia Campolmi, commercianti, che nel 1975 acquistarono i primi ettari di terra, coltivandoli a Sangiovese e Trebbiano. Sarà il poco più che ventenne Eugenio, all’inizio degli anni Ottanta, ad ampliare la superficie vitata con la giovane moglie Cinzia, di origine marchigiana, che ne raccoglierà il testimone quando Eugenio mancherà nel 2002.

La scelta di produrre monovarietali arriva all’inizio degli anni Novanta, dall’esigenza di “rappresentare l’immagine di Bolgheri attraverso ogni singola varietà e ogni vendemmia”, come racconta la Merli. Volontà che ha portato le etichette a uscire dalla denominazione Bolgheri DOC – costituita nel 1984 – e a non rientrarvi più, anche quando questa si è fatta specchio del cambiamento del territorio.  

Oggi gli originari quattro ettari sono diventati trentacinque e la cantina a conduzione familiare si è trasformata in un’azienda strutturata, che produce circa 190 mila bottiglie l’anno che esporta in sessanta paesi nel mondo. Tutto questo senza aver perso di vista l’obiettivo originario di rappresentarsi e di rappresentare il territorio attraverso la vinificazione in purezza. “Solo così infatti si possono gestire le mode e non seguirle”, continua Cinzia.

D’altronde già i cambiamenti climatici impongono studio e adattamento che in vigna e in cantina si applicano con metodo e rigore: l’azienda lavora su undici appezzamenti, ciascuno con un proprio suolo e propri protocolli agronomici ed enologici. Dalla scelta dell’epoca vendemmiale con vinificazione separata a quella dei vasi di fermentazione e affinamento, il processo evolutivo è graduale ma continuo e volto a mantenere integra l’identità territoriale.

Cinque le etichette prodotte: Paleo Bianco IGT, blend di Chardonnay e Viognier, una piccola produzione di appena 4500 bottiglie; Bolgheri Rosso DOC, etichetta d’ingresso della cantina, unico blend di rossi prodotto per assecondare la tradizione bolgherese; Paleo Rosso IGT, Cabernet Franc in purezza, signature label della cantina. E poi Messorio Rosso IGT da Merlot in purezza e Scrio Rosso IGT 100% Syrah.

LA DEGUSTAZIONE

Il Bolgheri Rosso nasce nel 2004. La 2023, annata corrente, nonostante il breve affinamento in bottiglia rispetto agli standard aziendali, si muove a pieno agio nei panni del più classico dei tagli bolgheresi: Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Syrah. Fermenta in acciaio; l’affinamento prevede che il 70% della massa trascorra dieci mesi in barrique di terzo/quarto passaggio da 225/228 ettolitri e il restante 30% in cemento.

Mostra ancora sbavature violacee alla vista mentre il naso è caratteristico di cassis, macchia mediterranea, liquirizia, sbuffi mentolati al gusto di lavanda. In bocca, nonostante l’importante impronta calorica, si muove in maniera agile grazie anche al tannino sottile e chiude con timbro sapido.

Paleo è il nome locale di un’erba infestante, la festuca pratensis, quella che cresceva tra i filari scelti per la produzione di questo vino. Nato nel 1989 come “pure Cabernet”, a partire dal 1993 riduce gradualmente la percentuale di Cabernet Sauvignon per diventare Cabernet Franc in purezza dal 2001. Fermenta in cemento, affina per sedici mesi in barrique nuove, troncoconico da 12 hl e anfore Tava.

Una 2021 che apre su sentori vegetali di eucalipto e foglia di ribes, prosegue su piccoli frutti rossi in confettura e spazia, col tempo, tra foglia di tabacco e cioccolato. In bocca è preciso e maestoso su maglia tannica strettissima e lunga persistenza che scivola nelle tostature di caffè.

Infine Messorio, nome derivato da un antico falcetto utilizzato per la raccolta del grano, le messi appunto. Nato nel 1994, da subito Merlot in purezza. A partire dalla 2015 c’è stato un cambio di rotta volto a dare una voce e un’identità ben precisa al merlot. La verticale dalla 2017 alla 2021 ci ha permesso di intercettare questo cambiamento, che è stato graduale ed ha interessato sia la gestione dei vigneti che il lavoro in cantina.

Le annate 2017 e 2018, pur essendo estremamente diverse nell’andamento climatico, mostrano dei caratteri di similitudine che si traducono in un frutto più scuro e opulento. A partire dalla 2019 si nota una progressiva verticalizzazione del frutto, carattere che determina maggior precisione e nettezza di contorno sia olfattivo che gustativo. Le prime due annate infatti derivano dai due vigneti storici, Puntone e Vignone, che per la prima volta svolgono totalmente la fermentazione in cemento, rispetto ai precedenti in cui l’acciaio era ancora presente in questa fase; la 2019 sostituisce il vigneto Puntone con Ulivino, e a partire dalla 2020, nella fase evolutiva alla barrique viene affiancata l’anfora Tava, per una piccola percentuale della massa.

Come per il Paleo, la 2021 si presenta in perfetto equilibrio, risultato di un’annata che ha favorito la maturazione ottimale del frutto. Bacche scure freschissime rubano la scena olfattiva, cesellate da sottili venature speziate dolci, mentuccia fresca, alga bagnata e un afflato umami. Il palato è snello e pulito, il tannino ancora scontroso è quello di un cavallo di razza; mostra la sua anima mediterranea nella lunga chiusura iodata.

LE MACCHIOLE

S. P. Bolgherese 189/A

57022 Bolgheri (LI)

Intervista a Giuseppe Molaro di Contaminazioni Restaurant, una Stella Michelin a Somma Vesuviana

Le fermentazioni, l’estrazione dei sapori e l’umami sono gli elementi grazie ai quali Giuseppe Molaro ha entusiasmato il grande pubblico di affezionati al Contaminazioni Restaurant a Somma Vesuviana (NA), componendo sinfonie di sapori che costituiscono una vera e propria carezza al palato, al cuore e all’intelletto.

Varcare la soglia d’ingresso del Contaminazioni Restaurant è, anzitutto, un’esperienza culturale, un viaggio ideale di andata e ritorno da Napoli a Tokyo. Un viaggio ipotetico, certamente, ma quanto mai tangibile per imprinting gustativo, forma estetica e contenuto.

La cultura dell’ospitalità e la gentilezza, unite alla ricerca dell’essenziale e della resilienza, sono rappresentate nitidamente dalla libellula che svetta alta sull’insegna, che ben descrive l’indole di chef Molaro, professionista dalla personalità cortese e risoluta al contempo.

È stato un percorso intenso ed altamente competitivo quello di Giuseppe, il quale oggi, come agli esordi, continua a studiare, ad incuriosirsi ed appassionarsi. Una cucina sempre in continua evoluzione, ma con la stella polare dei valori familiari, della spontaneità, di una educazione d’altri tempi e della giusta misura delle cose.

Sono appena 16 i coperti del Contaminazioni Restaurant, elegante ed essenziale nel format, con una cucina a vista, che costituisce l’anima stessa del locale da cui traspare ogni singolo gesto e passaggio atto a dare forma al contenuto. In sala gli ospiti sono seguiti da Nancy Gallotta, responsabile della carta dei vini.

La trasformazione degli elementi in latto-fermentazione dà vita a note organolettiche desuete, ove la tendenza dolce volge in acidità e le note acide di altri ingredienti si traducono invece in morbidezza. Presupposto per un gioco di contrappesi organolettici che riunisce ingredienti di culture differenti, agli elementi mediterranei in maniera armonica ed equilibrata.

Cosa ti ha avvicinato alla cucina e cosa ti consente di proseguire nel percorso che hai iniziato?

<<La cucina mi ha conquistato perché è un’arte che unisce tecnica, creatività ed emozione. Quello che mi spinge a proseguire è la ricerca continua di nuove contaminazioni di sapori, la soddisfazione di vedere le persone apprezzare il mio lavoro e la voglia di migliorarmi ogni giorno>>.

Qual era la tua idea sulla cucina di 20 anni fa e cosa invece pensi adesso di questo mondo?

<<Venti anni fa vedevo la cucina come qualcosa di semplice, legato al piacere di mangiare e stare in compagnia. Oggi la vedo come un universo complesso, fatto di tecnica, ricerca, passione e impegno costante, spessissimo sottratto al tempo libero. È un mondo che richiede disciplina e dedizione, ma che offre anche grandi soddisfazioni>>.

Il più grande insegnamento di Heinz Beck…

<<Se dovessi riassumere il più grande insegnamento di Heinz Beck direi senza dubbio: cucina salutare e organizzazione. Mi ha mostrato che un grande chef non si limita a cucinare piatti buoni, ma pensa alla salute di chi li mangia e a come costruire un menù bilanciato e sostenibile. Questo principio mi accompagna ogni giorno nel mio lavoro>>.

Il fine dining è in crisi, sono in molti a sostenerlo. Una tua personale osservazione su cosa si debba fare per risollevare il settore, senza perdere di vista l’ospite.

<<La crisi del fine dining è un tema ricorrente, dovuto a diversi fattori: l’aumento dei costi operativi, la difficoltà nel reperire personale qualificato, il provare un’esperienza che non sia estremamente rigida e formale. Tuttavia, il settore resta cruciale per l’innovazione culinaria e l’eccellenza gastronomica. In ogni caso, quello che è alla base del nostro concept è sia la sostenibilità e cioè puntare su ingredienti locali e pratiche a basso impatto ambientale, sia creare un ambiente accogliente, dove il cliente non si senta intimidito>>.

Il Contaminazioni Restaurant prima e dopo la stella Michelin…

<<Il nostro ristorante prima della stella era già un luogo in cui la qualità e l’attenzione ai dettagli erano fondamentali. La stella è arrivata come un riconoscimento del lavoro che stavamo già facendo, e dopo non abbiamo cambiato filosofia: continuiamo a migliorarci ogni giorno, con la stessa passione e dedizione di sempre. Abbiamo affinato ogni dettaglio, dalla cucina al servizio, per essere all’altezza del riconoscimento, senza mai perdere l’anima che ci ha portati fin qui>>.

Dieta Mediterranea e Cucina Giapponese: al Contaminazioni Restaurant succede. Dove sta il segreto?

<<La dieta mediterranea e la cucina giapponese sono entrambe considerate tra le più sane al mondo, e il loro segreto sta nell’equilibrio, nella qualità degli ingredienti e nelle tecniche di preparazione. Il vero segreto? Rispetto per gli ingredienti>>.

Una tua prospettiva sulla Cucina Italiana. Come siamo messi rispetto alle altre scuole di pensiero culinario all’Estero e in che direzione stiamo andando?

<<La cucina italiana ha sempre avuto un ruolo di primo piano nel panorama gastronomico mondiale, grazie alla sua tradizione, alla qualità delle materie prime e alla sua capacità di evolversi senza perdere identità. La nostra forza sta nella profondità della tradizione, ma a volte questo può essere un limite rispetto a scuole più sperimentali come quella spagnola e scandinava, che osano di più in termini di tecniche e presentazioni. L’Italia ha un vantaggio unico: la biodiversità. Abbiamo prodotti di eccellenza in ogni regione, un aspetto che ci distingue rispetto a molte cucine internazionali>>.

E in Campania come ci collochiamo rispetto alle altre regioni italiane?

<<La Campania occupa un posto di assoluto rilievo nella gastronomia italiana, sia per la sua tradizione profondamente radicata che per l’impatto che ha avuto sulla cucina nazionale e internazionale. La Campania ha un forte legame con la cucina mediterranea, ponendosi come una delle regioni che meglio incarnano i principi di questo stile alimentare, riconosciuto come uno dei più sani al mondo>>.

Il tuo personale rapporto con il vino e con gli abbinamenti. In cosa si distingue poi la carta del vino al Contaminazioni Restaurant. E il sake giapponese?

<<Il mio rapporto con il vino è basato sulla ricerca dell’equilibrio perfetto tra il calice e il piatto. Credo che un buon abbinamento non debba mai sovrastare i sapori, ma accompagnarli e valorizzarli. Con il personale di sala ci piace sperimentare sia con gli abbinamenti classici, che rispettano il terroir e la tradizione, sia con accostamenti più audaci che giocano su contrasti e assonanze. Per quanto riguarda il sake, con il prossimo menu lo introdurremo assieme al kombucha>>.

Cosa bolle in pentola in termini di menu e quali sono i tuoi progetti e sogni per il futuro?

<<Le ambizioni sono tante, una di queste è arrivare alla seconda stella continuando a creare un concetto di cucina differente rispetto a quello che è il nostro circondario. Stiamo già lavorando per il prossimo menu, ci saranno tantissime novità>>.

Le pizzerie Maturazioni, La Fenice e Biga Milano insieme in un inedito itinerario di Pizza tra Sud, Centro e Nord

Comunicato Stampa

Il primo appuntamento è il 14 aprile da Pizzeria Maturazioni, a San Giuseppe Vesuviano, con gli chef Antonio Conza, Manuel Maiorano e Simone Nicolosi Milano

Lunedì 14 aprile dalle ore 20, presso Maturazioni, pizzeria a San Giuseppe Vesuviano, le pizzerie Biga Milano, Maturazioni e La Fenice saranno insieme per la prima tappa di una cena a 6 mani, un itinerario della pizza tra Sud, Centro e Nord Italia. Protagonisti sono i pizza chef Antonio Conza, patron di Maturazioni, Manuel Maiorano patron de La Fenice (Pistoia) e Simone Nicolosi, pizza chef di Biga Milano.

«Abbiamo pensato di cucinare insieme ospitando l’un l’altro nelle pizzerie dove siamo protagonisti – raccontano Antonio Conza, Manuel Maiorano e Simone Nicolosi. La pizza ha il potere di unire e nei locali dove lavoriamo ogni giorno vogliamo portare la gioia  di stare insieme e l’importanza della condivisione».

Dopo il 14 aprile, ci sarà un secondo appuntamento a Pistoia, dove Manuel Maiorano ospiterà i due colleghi e amici, e un evento conclusivo da Biga Milano, dove Simone Nicolosi è pizza chef.

Il menù prevede cinque portate al prezzo di 35 euro, con la possibilità dell’aggiunta di wine pairing a 25 euro.

Per la prima volta, gli ospiti potranno degustare pizze e portate inedite, pensate e realizzate da rinomati pizzaioli. Maturazioni è di forte impatto sui social, Antonio e sua moglie Gabriella Esposito girano il mondo con il loro staff per eventi pop-up e consulenze; per il terzo anno consecutivo Maturazioni è stata inserita nella Guida Campania Mangia e Bevi e per l’edizione 2025 ha ricevuto il Premio “Comunicazione Moderna”. La Fenice ha raggiunto il 36° posto nella Guida 50 Top Pizza Italia nel 2024 (ottenendo anche il Premio Frittatina di Pasta 2024 Pastificio Di Martino Award) e il 69° in 50 Top Pizza World 2024. Simone Nicolosi ha ricevuto il premio Pizza Gluten Free dell’anno dalla Guida Milano e Lombardia a Tavola 2025 e Biga Milano ha ottenuto la certificazione AIC grazie al reparto “gluten free” appositamente allestito.

Itinerario di Pizza – Tappa 1/ Maturazioni

Amuse bouche (Antonio Conza)

Crostino al lievito madre, pestato di friarielli, pancetta di patanegra flambata

Croissant dell’armatore (Manuel Maiorano)

Scarola riccia, ricciola marinata ai sali bilanciati e pepe rosa, crumble di olive taggiasche, mayo alla colatura di alici

Padellino Napoli 2.0 (Simone Nicolosi)

Pomodo San Marzano dop, ciliegino confit, parmigiano reggiano 24 mesi, mousse di aglio nero, alici di cetara, terra di olive caiazzane, origano di Siracusa

Margherita (Antonio Conza)

Pelato dell’agro nocerino sarnese, fior di latte, basilico, olio evo oro di Caiazzo

Uramaki rosa di sera (Manuel Maiorano)

Uramaki di pizza, philadelphia, tartare di salmone, mandorle tostate, zest di limone, salsa guacamole

Pala romana Nerano (Simone Nicolosi)

Crema di Nerano, stracciatella vaccina, chips di zucchine, fiori di zucchina, provolone del monaco, basilico

Omaggio a San Giuseppe (Antonio Conza)

Trancio di pizza in due cotture (fritta/forno)

Crema pasticcera, amarene sciroppate, zucchero a velo


Per informazioni e prenotazionimaturazioni.it – tel. 3761125596

Ufficio stampa: Francesca Panìco  – francescapanico.art@gmail.com – 348 3452978

Pasqua 2025 – la colomba Violetta del Gran Caffè Gambrinus

Comunicato Stampa

Si chiama Violetta ed è la colomba ideata dal Gran Caffè Gambrinus di Napoli per la Pasqua 2025. Un omaggio alla Principessa Sissi che sul finire dell’Ottocento gustò proprio nel locale storico il gelato alla violetta che è ancora in produzione. E così il gusto delicato che conquistò la bella imperatrice d’Austria durante la sua tappa a Napoli, dove approdò con il suo yacht l’11 novembre 1890, ora si ritrova nel lievitato preparato dal pasticciere Stefano Avellano che ha nell’impasto l’aroma di violetta, bacche di vaniglia, aroma di fori di acacia.

Nel ripieno gocce di cioccolato bianco e copertura di cioccolato Ruby con praline dello stesso cioccolato. Disponibili nello shop on line e nel bar che rientra tra i Locali Storici d’Italia, anche altri gusti di colombe oltre alle pastiere, un must del periodo, ma che oramai si trovano sempre nelle vetrine del Gran Caffè Gambrinus.

Aldo Viola: il cuore di Alcamo batte attraverso i suoi vini naturali

Il nostro viaggio ad Alcamo, culla storica della viticoltura siciliana, è iniziato con una visita che non dimenticheremo facilmente: la cantina di Aldo Viola. Figura carismatica e punto di riferimento per il territorio, Aldo incarna tutti quei valori che rendono unica questa terra. In un momento in cui il mercato aveva messo a dura prova il settore vitivinicolo della Doc Alcamo, lui è riuscito a restituire dignità e valore al territorio, elevandolo ad espressione autentica di tradizione e innovazione.

La storia della famiglia Viola

Discendente di quattro generazioni di vignaioli, Aldo sceglie tuttavia di percorrere una strada perigliosa, un percorso che lo ha portato a sfidare con energia le tesi paterne, sperimentare e viaggiare per aprire nuovi orizzonti rivoluzionari. A 20 anni lascia la città natale e approda a Copenaghen, lontano anni luce dalla comodità di oggi. In tale periodo si impregna di nuove esperienze, apre la sua visione del mondo e del vino, immergendosi in un contesto internazionale. Ma l’inverno in Danimarca è buio, spesso umido e grigio, ogni giorno l’alba si posticipa di 10 minuti e il richiamo del sole della sua terra si rivela irresistibile.

Ritorna in Sicilia con una consapevolezza rinnovata e uno sguardo diverso: scopre così che molte delle scelte del padre, apparentemente tradizionali, erano in realtà profondamente moderne, anticipatrici di tendenze che il mercato avrebbe riconosciuto solo molto più tardi.

I vigneti aziendali

Le vigne si estendono su due territori dalle caratteristiche uniche, tra Feudo Guarini e Contrada Pietrarinosa, dove i suoli argillosi-calcarei si intrecciano a microclimi estremi. “Ogni anno è una tela bianca da dipingere”, ogni dettaglio della produzione è una scelta consapevole: nessuna chimica in campo o in cantina, basse rese, uve selezionate manualmente chicco per chicco e processi artigianali curati direttamente da Aldo. “Più cose fai più il vino ti chiede una risposta”.

La sintesi apparentemente semplice di Aldo è frutto di una grande ricerca e di una filosofia radicata in lui e figlia di profonde riflessioni. “Causa ed effetto nel vino sono espressioni in un range di parametri” che bisogna limitare il più possibile. I suoi vini sono figli di un equilibrio perfetto tra biodiversità e creatività. Le tecniche di coltivazione in Biologico si affiancano alla Biodinamica con l’unico obiettivo di riattivare il ciclo vitale e con esso ridare al suolo tutta la sua fertilità. Le pratiche in cantina ridotte all’essenziale per non rovinare, semmai esaltare, quanto di buono è stato fatto prima. Ne escono vini dalla fortissima presenza e identità territoriale.

La Syrah dell’etichetta “Coccinella” più fresco e affinato in acciaio, racconta la forza del vento e la mineralità della terra, mentre il complesso Syrah “Plus” si fa portavoce di ambizioni più strutturate. Il Catarratto “Krimiso” è pura poesia: nato a 430 metri di altitudine, è il frutto della combinazione tra tradizione e l’istinto di un artista. E non possiamo dimenticare il “Moretto” blend di Nerello Mascalese, Syrah e Perricone, capace di esplodere in un ventaglio di sapori e una grande bevibilità.

L’assaggio dei vini di Aldo Viola

Brutto – Frizzante – Metodo Ancestrale – rifermentazione in bottiglia. Si tratta di un Cataratto nato da suolo argilloso e sabbioso a un’altitudine di 400mt, fermentato spontaneamente in acciaio e poi imbottigliato in primavera. Pungente, esuberante ben amalgamato con la massa giustamente zuccherina e dal sorso pieno e compiuto. Decisa freschezza e mineralità che amplifica la generosità fruttata e floreale, con sbuffi di caramella agli agrumi.

Brutto Rosè Frizzante – altro rifermentato in bottiglia, rosso nel carattere ed elegante, da vigne coltivate su un terreno argilloso, sabbioso e calcareo di Nerello Mascalese, Perricone e Syrah. Dopo una fermentazione spontanea in vasche d’acciaio il vino affina in bottiglia; un sorso di grande piacevolezza.

Egesta – 2018 – Grillo all’ennesima potenza, senza compromessi, proveniente da territori di elezione unici, una singola vigna sita sulle colline di Pietrarossa nei pressi di Calatafimi, 250slm. Vinificato a grappolo intero e con macerazione per 6 mesi senza solforosa, filtrazioni o chiarifiche. In tutte le fasi ricorda l’arancia, prettamente candita, ma anche macchia mediterranea ed effluvi minerali. La bocca è setosa, cremosa e profonda, marina. Il finale è lunghissimo e con una leggera frizione tannica a impreziosirlo.

Krimiso – 2016 – Cataratto – Il nome proviene dalla Dea di un fiume termale della provincia di Trapani. L’interpretazione del Cataratto parte da una vigna di 15 anni a 500 m.s.l.m. in una vallata scoscesa con vista mare, terreni sabbiosi rossi, a diversi km da Alcamo. 5 mesi di macerazione sulle bucce di uve diraspate e fermentate con i propri lieviti indigeni. Arriva in bottiglia senza pressatura meccanica, esclusivamente per gravità, senza stabilizzazioni o filtrazioni, solo l’aggiunta di 20mg/s di solfiti per conservarlo alla sfida del tempo, che nel nostro assaggio vince a man basse. Il colore intenso è da orange wine, poi sorprende al naso con note di agrume bianco, frutta candita e fiori freschi ancora bianchi. In bocca è sensuale e vivace, freschezza e salinità donano dinamicità, il finale è lungo leggermente ammandorlato.

Shiva – 2006 – Prodotto solo quando l’annata ispira e, così come il Dio Shiva, della distruzione e della rinascita può presentarsi in molteplici forme. Vendemmia tardiva di Cataratto da vecchie viti dell’azienda poi macerato 6 mesi insieme alle sue bucce, pressato e affinato in botte di rovere francese. Il 30% del raccolto viene appassito prima della fermentazione, conferendogli una concentrazione di frutta eccezionale. Il profondo tono ambra è punteggiato di riflessi aranciati. Al naso è ampio e variopinto, miele di agrumi, zafferano, note iodate, pepe bianco, fiori d’arancio. Il vino si apre, continuando con richiami a arancia amara e macchia mediterranea, caramello salato.

Guarini – 2014 – Syrah per Aldo è il ricordo della madre francese e del vino rosso delle feste. Quando rientra dalle sue esperienze all’estero Aldo ha nella testa tante idee e ancora quello spirito di rivoluzione, che lo porta a sfidare la cultura bianchista dei suoi avi. Individua nel Feudo Guarini, a 30 km dall’Azienda di famiglia una montagna vergine, 6 ettari a 350mslm rubati alla roccia marnosa bianca affiorante, che ritiene perfetti per esprimere a meglio i caratteri di Syrah e Nero d’Avola.

I terreni sono argilloso-calcarei ricchi di scheletro e sostanza, sormontata da forte vento in un contesto climatico caldo e asciutto. Forti escursioni termiche, nella testa di Aldo c’è una Syrah floreale, salina e verticale. La vigna allevata ad alberello ha circa 25 anni, avviene una accurata cernita dei grappoli, in cantina fermentazione spontanea e invecchiamento avvengono in tonneaux di rovere francese e per almeno 9 mesi. Nessuna chiarifica o filtrazione, aggiunta minima di solforosa.

Il calice è rosso rubino scuro dalle sfumature granato. Il naso ha un impatto importante e ricco, un perfetto incontro tra la Sicilia e il Rodano, con toni fruttati di prugne e arancia sanguinella e macchia mediterranea che si alternano a ricordi salmastri di oliva nera, pepe nero, carruba e ginepro. Grande carattere, sorso fresco e coerente, una generosità ben retta da una impalcatura salina importante. Lungo materico e longevo.

Ruby – 2000 – Chi ha una passione sa che ci sono cose che non si possono comprare, ma piuttosto si condividono con amici e gli appassionati. Di quest’ultimo vino possiamo discutere delle note di degustazione, ma non possiamo condividere il momento e la ritualità, secolare, che Aldo ha voluto condividere con noi. La strada è quella dei vini ossidativi, ispiranti dalle creazioni capolavoro del vicino De Bartoli e dei Marsala pre-British. Parte da una base Rossa, Nero D’Avola e Syrah alla quale si aggiungono i bianchi Grillo e Cataratto, pratica di antica memoria ma spiegata con un senso moderno, ossia donare al vino il Ph necessario per la sfida del tempo. Viene realizzata 1 barrique, dimenticata per 14 anni, 80 litri, 102 bottiglie, senza etichetta, perché è “il vino dell’amicizia”.

Abbiamo rivissuto un rito georgico bagnando con questo vino delle Sarde sotto sale, tesoro delle acque Siciliane e dell’Olio Estravergine di Oliva Viola, altro gioiello dell’Azienda e Oro di Sicilia. Aldo Viola non è soltanto un vignaiolo, ma un visionario che ha saputo riaccendere ad Alcamo il fuoco della tradizione e della conoscenza vinicola, ispirando i giovani, i Cataratto Boys e donando loro il ruolo che sicuramente meritano nel panorama vitivinicolo italiano.

C’è vino senza alcool? Il Cilento si interroga nel confronto sul futuro del settore

Il convegno su “Vini dealcolati e naturali: le nuove tendenze”, il tema dei vini senza alcool ha polarizzato l’attenzione di esperti e addetti ai lavori, generando un caleidoscopio di riflessioni che meritano di essere ordinate e vagliate con acribia.

Il convegno, organizzato da FISAR Salerno, moderato da Raffaella D’Andrea, si è tenuto il 30 marzo 2025 al Next – ex Tabacchificio di Capaccio Paestum – con i relatori: l’Assessore all’Agricoltura Regione Campania Nicola Caputo, Massimo Setaro, Vincenzo Vitiello, Gaetano Prosperini, Michele D’Argenio, Enrica Cotarella, Antonio Napoli (AgroCepi).

Dopo i saluti iniziali di Augusto Notaroberto, delegato FiSAR Salerno, e di Angelo Coda, organizzatore dell’evento “Open Outdoor Experience”, si è parlato delle opportunità e delle potenzialità del territorio cilentano, ricco di storia e tradizioni vitivinicole, con Giuseppe Cuccurullo, Presidente del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, e Carmine Farnetano, presidente del GAL.

Un nodo concettuale di primaria importanza, quasi un discrimine filosofico, ha riguardato la pertinenza della nomenclatura “vino” per designare un prodotto privo del suo intrinseco componente etilico. Con un interrogativo, che lambisce la semantica stessa della tradizione, Enrica Cotarella ha posto la questione se si possa ancora parlare di “vino” in senso lato per un prodotto che ha perso le connotazioni dell’anima fermentativa. In un’eco di prudente scetticismo, il Dottor Gaetano Prosperini ha propugnato una cautela definitoria, suggerendo l’adozione di locuzioni quali “bevande a base di vino”, in virtù della drastica alterazione della tessitura gustativa e della struttura che la dealcolizzazione inevitabilmente comporta.

Sul versante delle dinamiche commerciali si sono delineate prospettive sensibilmente distinte. Mentre l’Assessore all’Agricoltura (Regione Campania) Nicola Caputo ha stigmatizzato il tardivo approccio del comparto vitivinicolo nazionale rispetto a un trend globale in inarrestabile ascesa, paventando ripercussioni competitive per il vino tradizionale, Antonio Napoli (già sindacalista del settore) ha intravisto nei vini dealcolati un’inedita frontiera di opportunità commerciali, aprendo varchi verso mercati refrattari al consumo di bevande alcoliche per motivazioni culturali o religiose. Tale dicotomia di vedute riflette una tensione tra la salvaguardia di un’eredità secolare e l’imperativo di intercettare le mutevoli esigenze del mercato globale.

Le perplessità di ordine tecnico e qualitativo hanno rappresentato l’ulteriore fulcro del dibattito. Michele D’Argenio (Associazione Assoenologi), con la lucidità propria dell’enologo, ha dimostrato la complessità dei processi di dealcolizzazione quali la distillazione e l’osmosi inversa, evidenziando come tali manipolazioni possano compromettere l’armonia organolettica stessa del prodotto finale. Sollevata, inoltre, la questione della scarsa comunicazione sui livelli alcolemici associati a un consumo responsabile, sottolineando la necessità di sfide sostenibili legate a impianti produttivi diversi da quelli tradizionali.

Le implicazioni sul piano socio-sanitario hanno suscitato riflessioni di diversa natura: il dottor Prosperini ha ribadito la tossicità intrinseca dell’alcool, ammonendo sul rischio concreto di considerare il senza alcool una panacea contro l’alcolismo, richiamando l’attenzione sulla persistenza di condotte negative tra le giovani generazioni. Massimo Setaro, con un approccio più ancorato alla tradizione, ha espresso un’iniziale reticenza verso il tema, interrogandosi sulla natura effimera di tali tendenze e richiamando l’importanza di una consumazione consapevole e conviviale del vino tradizionale, dissociando l’abuso dalla nobile consuetudine del bere moderato.

Infine, l’Avvocato Vitello (Associazione Consumatori Certo Consumo) ha focalizzato l’attenzione sulla zona grigia normativa che ancora avvolge il settore dei vini dealcolati, generando incertezze sul fronte della tutela del consumatore, in particolare per quanto concerne l’etichettatura e la tracciabilità dei processi produttivi. Ha altresì rilevato l’attuale impossibilità per i vini dealcolati di fregiarsi delle prestigiose denominazioni di origine, un vulnus non trascurabile per la loro credibilità e riconoscibilità.

Persistono gli interrogativi sostanziali sulla identità, qualità e sul loro ruolo all’interno della secolare cultura del vino dei nuovi prodotti alcool-free. Forse la vera sfida non è adattare il vino a ogni cambiamento, ma capire cosa non debba cambiare per restare autentico.

“Destinazione Vesuvio” – Cerimonia di presentazione del Portale Vesuvio Way al Palazzo Mediceo ad Ottaviano

COMUNICATO STAMPA

Destinazione Vesuvio – presentato il portale Vesuvio Way a Palazzo Mediceo, Città di Ottaviano NA giovedì 3 aprile 2025 alle 18.30

La presentazione del progetto VesuvioWay, portale che unisce operatori del turismo e viaggiatori appassionati, per vivere la storia e la bellezza della provincia di Napoli attraverso percorsi ed esperienze autentiche, alla presenza dei maggiori esponenti del territorio.

Dalla collaborazione tra il Consorzio Tutela Vini Vesuvio e il Consorzio di Tutela del Pomodorino del Piennolo nasce il relativo Distretto Agroalimentare di Qualità (DAQ) che lancia il Portale Vesuvio Way: la risposta concreta alla domanda di turismo esperienziale per esplorare tutte le eccellenze territoriali.

Vesuvio Way intende porsi come strumento strategico e aggregante, una vetrina privilegiata su cui esporre il ricco ventaglio di itinerari alla scoperta dei luoghi, della storia, della cultura e del vino a partire del napoletano per aprirsi a tutta la regione Campania.
Una proposta di viaggio destinata al turista attento e alternativo, a chi ama la natura, a quanti preferiscono mete meno affollate alla continua ricerca del bello e del buono, del piatto genuino, della ricetta antica, della sapienza vitivinicola propria di queste terre.

La cerimonia di presentazione ha previsto i saluti di Biagio Simonetti, Sindaco di Ottaviano; Raffaele de Luca Presidente Parco Nazionale del Vesuvio e Cristina Leardi, Presidente Consorzio di Tutela del Pomodorino del Piennolo del Vesuvio dopo l’introduzione di Ciro Giordano, Presidente Consorzio Tutela Vini Vesuvio e del DAQ il quale ha tenuto a sottolineare lo spirito di apertura e collaborazione di tutta la comunità e degli attori della regione Campania nel loro insieme, elementi fondamentali per il successo di questa iniziativa e non solo.

A seguire, si sono confrontati su “Il ruolo della motivazione nella scelta della destinazione dei viaggiatori contemporanei”: Marco Razzano, consigliere nazionaledell’Associazione Città del Vino – che già dagli anni ’80 punta alla valorizzazione del paesaggio – il quale auspica un coinvolgimento sempre maggiore dei giovani nel settore agricolo per nuovi sviluppi; dopo di lui, Maria Paola Sorrentino, presidente Movimento del Turismo del Vino Campania la quale ha sottolineato, tra le altre cose, che siamo tutti ospiti di un territorio, i turisti così come i promotori di un servizio, e come tali dobbiamo rispettarlo, consapevoli dell’unicità del territorio in cui operiamo. Infine Luciano Pignataro, noto giornalista professionista e scrittore ha ricordato gli esempi virtuosi di questo territorio e della Campania in generale per affrontare senza timori le sfide di questi tempi, appellandosi anche a un cambio di approccio alla comunicazione, ad esempio nel mondo del vino, affinché si possa arrivare prima e ancora meglio. Il confronto è stato moderato da Chiara Giorleo, giornalista e capo-panel Italia del concorso mondiale sull’enoturismo la quale ha tenuto ad aprire i lavori sottolineando la crucialità di un dialogo tra tutte le parti al fine di sfruttare al meglio l’enorme potenziale che l’accoglienza integrata offre per rispondere in modo strutturato ad una domanda sempre più complessa.

L’idea progetto VesuvioWay è stata presentata, con la solita professionalità, da Nicola Matarazzo, consigliere di amministrazione DAQ Vesuvio e coordinatore progetto Vesuvio Way prima della dimostrazione pratica di Gianluca Annunziata, gestione piattaforma digitale – Seed Media Agency.
Decisivo l’appoggio di Nicola Caputo, Assessore Agricoltura Regione Campania, il quale sottolinea la puntualità di un lancio del genere in un momento difficile come questo che ci trova uniti in una sinergia ancor più necessaria.

In tema di eccellenze territoriali, la presentazione si è conclusa con un percorso enogastronomico raffinato grazie alla preparazione dei piatti tipici preparati dai docenti e dagli studenti dell’Istituto Alberghiero “Luigi De’ Medici” di Ottaviano, con la partecipazione straordinaria dello Chef Domenico Iavarone, e una ricca proposta di Vini della Vesuvio DOP e IGP Pompeiano curata dall’AIS Vesuvio.

Vesuvio Consorzio Tutela Vini | Segreteria

Via Pomigliano, 6 | 80048 | Sant’ Anastasia (NA) | Italia

Fax/Ph. +39 081 5306951

www.vesuviodop.it |consorzio@vesuviodop.it

Premio EXTRABIO 2025 per gli Oli Biologici della Campania

Il 2 aprile si è svolta a Napoli, presso il Palazzo della Borsa Merci, la manifestazione dedicata al Premio EXTRABIO 2025 per gli Oli Biologici della Campania.

Giunto ormai alla XVI edizione, il Premio è nato dalla volontà di valorizzare gli oli extra vergini di oliva ottenuti da agricoltura biologica in Campania, fornendo ai consumatori un catalogo selezionato utile nell’effettuare scelte consapevoli.

Una splendida occasione per avvicinarsi al mondo degli oli extra vergini di qualità e spaziare tra i meravigliosi profumi e sapori provenienti da tutto il territorio regionale. Il catalogo quest’anno è particolarmente ricco con ben 53 oli selezionati tra i quali scegliere i più adatti alle proprie esigenze.

Si sono aggiudicati il premio come primi classificati per categoria:

• categoria fruttato leggero: Le Colline Lubrensi di Antonio Gargiulo, Massa Lubrense (NA)

• categoria fruttato medio: Benedetta Cipriano, Piedimonte Matese (CE) olio Koinè monovarietale di Tonda del Matese

• categoria fruttato intenso: Oleificio FAM, Venticano (AV), DOP Irpinia-Colline del’Ufita

Premio Biolabel (alla migliore etichetta): Az. Ag. Pipolo Antonio, olio Panerba, monovarietale di biancolella.