Chocoland, a Napoli cinque giorni nella terra dei golosi

Dal 29 ottobre al 2 novembre, in piazza Municipio. Edizione speciale dedicata ad Halloween. Espositori, show cooking, spettacoli, laboratori ed intrattenimento per i più piccoli

Un’edizione speciale di Chocoland dedicata ad Halloween, quella in programma dal 29 ottobre al 2 novembre, a Napoli, in piazza Municipio. Protagoniste saranno le creazioni di maestri cioccolatieri e pasticcieri provenienti da ogni regione d’Italia e non solo. Oltre a specialità come il “torrone dei morti” di tradizione napoletana e il croccante siciliano, sarà infatti possibile gustare, nei numerosi stand allestiti nel cuore della città, il kurtos ungherese o varie tipologie di crepes. E, ancora, show cooking, spettacoli, laboratori ed intrattenimento per i più piccoli.

Organizzata dalla D2 Eventi, con il patrocinio di Casartigiani Napoli, la manifestazione giunge alla sua quarta edizione, forte del successo di pubblico che ha sfiorato lo scorso anno le 500mila presenze nei cinque giorni di apertura al pubblico.

Chocoland, tra le principali fiere del cioccolato artigianale di tutto il Mezzogiorno, sarà allestito anche quest’anno tra il Molo Beverello e Palazzo San Giacomo, con un fitto programma di eventi che prenderanno il via mercoledì 29 novembre alle ore 17, con una cerimonia di inaugurazione, per proseguire fino al 2 novembre con orario dalle ore 10 fino a tarda sera.

Tra i vari show cooking, che saranno presentati dal comico Lino D’Angiò, si segnalano giovedì 30 ottobre, quello che vedrà protagonista la Pasticceria Mignone che presenterà la sua “Perla Tartufata”. Appena ieri, la storica insegna di piazza Cavour, ha ricevuto la “Medaglia della Città di Napoli”, conferita come segno di stima e di gratitudine verso una realtà che da venticinque anni rappresenta un’eccellenza dell’artigianato dolciario napoletano.

Il 31 ottobre sarà invece la volta della Pasticceria Tizzano con lo chef Nicola Paparone che presenterà il celebre “Pastrocchio”, e il suo Babà, per l’occasione farcito al cioccolato. Ancora, sempre venerdì, alle ore 19, l’atteso appuntamento con il “Tiramisù Espresso” di Merisù.

Dal dolcetto allo scherzetto, con lo “Speciale Halloween Make-Up”. Giovedì 30 ottobre e venerdì 31, dalle ore 16 alle 20, sabato 1 novembre e domenica 2 dalle ore 10 alle 13 e dalle 16 alle 20, sarà possibile per adulti e bambini lasciarsi truccare per trasformarsi per qualche ora in esseri spaventosi, dagli zombie ai vampiri. Disponibile anche una selfie zone dove immortalarsi con una foto al fianco dell’Uomo Zucca o dello Stregone.

Tante le occasioni di divertimento per i più piccoli. Tra gli appuntamenti, il “Drago Luminoso”, con spettacoli previsti giovedì 30 ottobre e venerdì 31 dalle ore 16 alle 20, sabato 1 novembre e domenica 2 dalle ore 10 alle 13 e dalle 16 alle 20 e il teatro dei burattini di Mario Ferraiolo, con spettacoli diversi ogni giorno.

“Casartigiani Napoli è accanto a Chocoland per promuovere la fantasia, la cultura e l’artigianato: la vera magia di Napoli nasce infatti dalle mani e dal cuore” sottolinea Fabrizio Luongo, segretario dell’associazione di categoria degli artigiani.

Per Luigi De Simone, presidente della D2 Eventi, “Chocoland rappresenta ormai un appuntamento fisso per i tantissimi appassionati, proponendo una formula itinerante, che si svolge in alcune delle più importanti località della Campania, e che affianca al gusto tante occasioni di divertimento per adulti e bambini”.

Tutti gli eventi sono gratuiti e aperti a tutti. Info ed aggiornamenti sul sito https://chocolanditalia.it

Un viaggio tra gusto ed eleganza da Bellavista con Longo Speciality

Nel territorio collinare della Franciacorta, situato nell’entroterra del Lago d’Iseo, l’evento esclusivo che ha celebrato l’eccellenza enogastronomica italiana. Protagonista della serata è stata Longo Speciality, punto di riferimento nel mondo delle specialità gourmet, che ha scelto Bellavista, nota per la produzione di Franciacorta di alta qualità, quale sede dell’iniziativa.

Fondata nel 1961 da Consiglio e Carla Longo, Longo Speciality è oggi una delle realtà italiane più riconosciute nel settore dei regali enogastronomici aziendali di alta gamma. Nata come impresa familiare, l’azienda ha saputo evolversi nel tempo, mantenendo salde le proprie radici e allargando il proprio campo d’azione.

Giunta alla terza generazione, si distingue non solo per la qualità dei prodotti selezionati, ma anche per la capacità di innovare. L’azienda ha sviluppato una solida rete di export e un canale e-commerce dedicato alla vendita di specialità alimentari e vini italiani, portando l’eccellenza del Made in Italy in tutto il mondo.

Tra le iniziative che hanno segnato il percorso dell’azienda, spiccano la fondazione dell’Enoteca Longo a Legnano nel 1983, oggi punto di riferimento per gli estimatori del buon bere, e la creazione della guida “Fuoricasello”, un progetto editoriale che valorizza le eccellenze gastronomiche italiane situate nei pressi delle principali arterie autostradali.

A testimonianza della sua storia e del suo legame con il territorio, Longo Speciality ha creato lo Spazio Longo, un vero e proprio museo d’impresa situato nella cantina originaria di San Giorgio su Legnano. Qui, tra documenti, oggetti e racconti, si ripercorre il cammino di un’azienda che ha fatto della passione per il gusto e della cura per il dettaglio il proprio tratto distintivo.

Lo Spazio Longo non è solo un tributo al passato, ma anche uno sguardo al futuro, grazie al coinvolgimento della terza generazione – Andrea, Cecilia e Giulia – che porta avanti con entusiasmo e innovazione l’eredità di famiglia.

C’è un legame chiaro e coerente tra la passione per il gusto e la cura del dettaglio che da sempre caratterizzano l’azienda Longo, e l’eleganza della cantina Bellavista. L’esperienza della serata prende il via proprio qui.

La visita alla cantina inizia con il racconto della visione ambiziosa di Vittorio Moretti, patron di Bellavista, e della sua instancabile ricerca della perfezione. Tutto è cominciato con pochi ettari di terra, una casa immersa nel verde e una piccola cantina accanto. Un progetto nato dal desiderio autentico di creare un vino da condividere con gli amici, in un’atmosfera familiare. Ma quel sogno, semplice e genuino, ha presto preso il volo.

La svolta arriva con i viaggi in Francia, dove Moretti entra in contatto con una cultura enologica profonda e radicata. In quei luoghi, il vino non è solo prodotto: è parte integrante della vita, della storia, dell’identità. Qui si apprende dai grandi maestri, si visitano cantine leggendarie, si respira un’aria nuova che ispira e trasforma.

Nel 1981 l’incontro con l’enologo Mattia Vezzola dà vita a uno stile unico, basato su tradizione e innovazione. Vezzola contribuisce a definire il profilo sensoriale dei vini Bellavista.

Questa visione, nutrita da esperienze internazionali e da un profondo rispetto per il territorio, prende forma concreta nel lavoro quotidiano in cantina. È qui che la filosofia Bellavista si traduce in pratica, a partire dalla cura meticolosa della produzione. La visita prosegue infatti tra le vasche di fermentazione, dove ci viene raccontato il processo di raccolta manuale delle uve, la selezione dei grappoli migliori e l’evoluzione delle tecniche di vinificazione.

La visita prosegue e scendiamo nella bottaia, uno degli ambienti più suggestivi della cantina. Qui ci vengono spiegate le differenze tra i materiali utilizzati nel tempo e le tempistiche di riposo a seconda della tipologia di vino. Percorriamo le gallerie storiche, scavate nella roccia e dedicate al riposo del vino. Qui, l’ambiente è fresco, silenzioso e perfettamente organizzato: migliaia di bottiglie sono disposte ordinatamente, suddivise per annata e tipologia.

In queste gallerie si svolge anche il remuage, il processo che consiste nel ruotare manualmente le bottiglie per far depositare i sedimenti nel collo. Mentre molte cantine hanno automatizzato questa fase, Bellavista continua a eseguirla a mano, mantenendo viva una tradizione che contribuisce alla qualità finale del prodotto.

Concludiamo la visita con un aperitivo, è il momento di degustare Alma Assemblage 2 Pas dosè.

Questo vino rappresenta al meglio il patrimonio vitivinicolo di Bellavista, un perfetto equilibrio tra tradizione, qualità e identità locale. Un perlage fine e persistente, con bollicine cremose e vivaci. Sentori di agrumi, zenzero e note minerali. Equilibrato al gusto, con aromi di cedro, limone ed erbe aromatiche. Una lunga persistenza.

La serata prosegue con la cena gourmet. È l’occasione perfetta per continuare a scoprire il legame tra i vini Bellavista e l’alta cucina, in un contesto che valorizza il territorio e la qualità. Cena curata nei minimi dettagli dal catering Arte del Sapore con i piatti del ristorante stella Michelin Acqua di Olgiate Olona, dove ogni piatto è stato ideato per abbinarsi al meglio con i vini della cantina:

  • Flan di porcini alle erbe di campo, Chutney di zucca, robiola tre latti abbinato al Brut Teatro Alla Scala 2020. È tra le etichette più rappresentative di Bellavista, espressione del suo stile raffinato. Alla vista si presenta con spuma fine e persistente, colore giallo paglierino intenso. Al naso emergono note minerali, agrumi, vaniglia e mandorla. Al palato è fresco, vivace, con un finale cremoso e minerale, elegante e pulito.
  • Ravioli al pomodoro secco, salsa al guanciale e ricotta salata accompagnati dal Franciacorta Rosé, questo Rosé è la declinazione intrigante e seducente del celebre e tradizionale spumante Bellavista, capace di unire la freschezza delle grandi bollicine alla delicata ma intensa struttura del Pinot Nero.
  • Controfiletto di cervo, jus ai mirtilli, purea di topinambur e pepe rosa con il Toscana IGT Merlot Quercegobbe, Rosso rubino intenso. Al naso spiccano frutti rossi, spezie e note balsamiche di mirto ed eucalipto. Al palato è elegante, fresco e sapido, con un finale lungo e armonioso.
  • Pera cotta all’hibiscus, mousse alle vinacce, polvere di sambuco incontra il Nectar. Demi-Sec da sole uve Chardonnay, provenienti da 30 vigneti collinari. I grappoli, appassiti in pianta, fermentano in parte in piccole botti di rovere. Dopo 4 anni di affinamento, il vino si presenta con profumi di frutta candita, miele e fiori. Al palato è morbido, cremoso e avvolgente.

Grazie alla sua profonda conoscenza del territorio e alla passione per l’eccellenza, Longo Speciality ha dato vita a un evento che ha saputo valorizzare le tradizioni locali, l’arte dell’ospitalità e il piacere dello stare insieme. Un’occasione speciale che ha messo in luce il meglio della cultura enogastronomica italiana, lasciando un ricordo vivido e confermando il ruolo centrale dell’azienda nella promozione del bello e del buono.

Un ruolo che trova la sua espressione più autentica nella capacità di trasformare questa ricerca di eccellenza in un linguaggio universale: quello del dono. Ogni confezione, ogni selezione, non è soltanto un insieme di prodotti scelti con cura, ma un gesto pensato per creare legami, emozioni e memoria condivisa. È in questa capacità di rendere il regalo un’esperienza che Longo trova la sua cifra più autentica e unica.

Prosit!

Rosé Revolution a Terre di Pisa Food & Wine Festival

Nel centro storico di Pisa, dal 17 al 19 ottobre 2025 presso piazza Vittorio Emanuele II ha avuto luogo “Terre di Pisa Food & Wine Festival”.

Pensato per diffondere la cultura, la promozione e valorizzazione della filiera enogastronomica pisana del cibo e del vino di qualità e far conoscere i prodotti delle “Terre di Pisa”. Tre giornate che hanno avuto in programma, oltre agli stand d’assaggio, anche numerose masterclass presso il Salone ex Borsa Merci della Camera di Commercio, guidate da esperti del settore e molti interessanti show cooking.

Tra queste anche la degustazione guidata “Rosé Revolution”, dedicata ai vini rosati della provincia di Pisa condotta da Dario Pantani ed Elisa Bani di FISAR Pisa. Un excursus sulla storia dei rosati e sui vitigni più diffusi nell’areale. Durante la masterclass sono intervenuti anche alcuni produttori presenti. Un vino snobbato in Italia per diversi anni, solo recentemente sono state riscoperte e apprezzate le varie tipologie variegate e ricche di fascino.

Qualche breve cenno su come si ottiene il vino rosato in versione fermo, anticipa le note sensoriali dei vini degustati.

Le vinificazioni in rosato più diffuse sono con breve macerazione delle bucce da uve a bacca nera con il mosto e conseguente separazione delle stesse oppure con la tecnica del salasso, prelevando dalla vasca di macerazione da un vino rosso una quantità di mosto variabile per vinificarlo senza il contatto con le bucce.

Le ore di permanenza a contatto con le bucce sono determinanti per fissare il colore e la temperatura in fermentazione influisce sugli aromi. Pertanto i colori variano e assumono varie tonalità, come: rosa tenue, rosa cerasuolo, rosa chiaretto e rosa buccia di cipolla, tuttavia la scala e la nomenclatura dei colori non è uguale per tutte le schede tecniche delle associazioni della sommellerie. La durata della macerazione influisce non solo sulla tonalità del colore ma anche sui sentori e sul gusto.

Le varietà di uva più diffuse in Italia per ottenere vini rosa sono, sangiovese, montepulciano, negramaro,  corvina e nebbiolo. Il rosato è un vino conviviale e versatile, in funzione del vitigno e della tipologia trova abbinamento con un vasto numero di piatti.

Brusio d’Era Le Palaie No Vintage spumante Rosato brut. Sangiovese 100% – Rosa tenue brillante, sprigiona sentori di rosa, fragola, ribes e crosta di pane. Attacco fresco, cremoso, sapido e duraturo.

Penteo Rosato Gianni Moscardini,IGT Costa Toscana Rosato 2024 – Ciliegiolo 100% – Rosa tenue dai riflessi aranciati, emana sentori di ribes, lampone, ciliegia e scorza d’arancia. Sorso fresco, avvolgente, saporito e persistente.

Larthia Podere Marcampo IGT Toscana Rosato 2024 – Ciliegiolo 50% Pugnitello 50% – Rosa cerasuolo, sviluppa note di fragolina di bosco, agrumi, origano e nuances balsamiche; vibrante, vellutato e lungo.

Rubedo Antica Fornace IGT Toscana Rosato 2024 – Foglia Tonda 100% – Rosa cerasuolo, rivela sentori di iris, frutti di bosco, pompelmo rosa, eucalipto e salvia. Attacco fresco e saporito, coerente e persistente.

Cimba Podere Pellicciano IGT Toscana Rosato 2024 – Sangiovese 70% Malvasia Nera 20% Canaiolo 10% – Rosa cerasuolo, rimanda sentori di frutti di bosco, albicocca, pesca, pompelmo e arancia. Il sorso è leggiadro, pieno, saporito e coerente.

Timo-rosa I Moricci IGT Toscana Rosato 2024 – Sangiovese e una piccola percentuale di Colorino – Rosa pallido, presenta sentori di zenzero, lavanda, erbe aromatiche e balsamiche. Fresco, dinamico, armonico e suadente.

Il Rosato di Spazzavento Podere Spazzavento IGT Toscana Rosato 2024 – Sangiovese 100% – Rosa chiaretto, al naso giungono note di agrumi, frutti di bosco e nuances fumée. Ingresso morbido, vibrante e saporito.

Incanto Rifugio dei Sogni IGT Toscana Rosato 2024 – Cabernet Sauvignon 100% – Rosa chiaretto, sprigiona sentori di scorza d’arancia, pietra focaia e frutta a polpa rossa. Al palato è avvolgente, pieno e corrispondente.

IngioveColline Albelle IGT Toscana Rosso 2024 – Sangiovese 100% – Rosa chiaretto, emergono sentori di frutti di bosco, ciliegia e arancia amara. Al gusto è rinfrescante, saporito e coerente.

Rossato Pieve de’ Pitti IGT Toscana Rosato 2024 Sangiovese 100% – Rosso rubino trasparente, presenta sentori di violetta, ciliegia, pino, incenso e menta. Il sorso è fresco, pieno ed appagante.

Un ringraziamento per il gentile invito a Claudia Marinelli di DarWine&Food per l’organizzazione delle masterclass.

Diana Beltrán e la dispensa della cucina messicana

Nel pentolone del tempo si leva un profumo. Il viaggio attraverso gli elementi primordiali, le spezie, la terra e il fuoco, due oceani, le foreste verdi, l’agave blu e il pozole che riempie l’aria. Il mais, dono sacro, macinato con cura, diventa tortilla tonda come la pancia del mondo, letto di gioia per carne, pesce, verdure e salse che danzano insieme in un’armonia di gusto, e dal sapore della Natura.

Il piccante del chili un bacio ardente e vivo; il coriandolo fresco, un’onda che risveglia l’anima. Il fumo del comal, un abbraccio caldo, forte e la vita che si celebra tra riso e fagioli, cacao e canti di gente. Ogni piatto un racconto, una storia da ascoltare, dalle feste di piazza, ai gesti quotidiani. Un inno alla vita, un sapore che incanta, nel cuore del Messico, ogni giorno è una festa.

Non è per nulla semplice cercare di descrivere una cultura millenaria come quella del Messico, dalla complessità antropologica e gastronomica, in un solo pezzo: le sue fondamenta sono gettate sulle straordinarie civiltà precolombiane, come i Maya, gli Aztechi e i Teotihuacani, le quali hanno lasciato a testimonianza siti archeologici come le Piramidi del Sole e della Luna, Chichén Itzá e Tulum, a dimostrazione della loro grande ingegnosità e spiritualità nel rispetto delle leggi della natura.

Tale retaggio e ricchezza storica si manifestano anche in tradizioni dal grande appeal popolare, come ad esempio il Día de Muertos: una ricorrenza che celebra i defunti e onora le radici indigene al tempo stesso, con influenze che restano comunque caratterizzanti dell’identità messicana; durante la celebrazione i messicani offrono ai defunti i loro piatti preferiti, spesso accompagnati dall’atole, una bevanda calda a base di mais, cannella e zucchero di canna. La varietà dei piatti tipici messicani, la ricchezza in termini di valori proteici e sali minerali, sociale e culturale della cucina messicana, è il motivo fondante della decisione da parte dell’Unesco di dichiararla, nel 2010, patrimonio dell’umanità.

Oltre al bellissimo tricolore, una delle cose che unisce e identifica per certi versi l’Italia e il Messico, è proprio la tradizione gastronomica: la cucina messicana e la cucina italiana non esistono, nella misura in cui le similitudini stanno proprio nel fatto che l’identità culinaria e la cultura gastronomica dei due Paesi, in relazioni diplomatiche e scambi bilaterali da oltre 150 anni, sono l’insieme delle reciproche cucine regionali, veri e propri Stati nel caso del Messico, che ne compongono un grande mosaico in termini di cultura, sfumature folkloristiche e sapori incredibili.

Diana Beltrán, la Cucina del Messico in Italia e nel Mondo

Si è trasferita in Italia da quando aveva 19 anni, decidendo di restare per l’amore della sua vita. Da qui ha viaggiato attraverso la gastronomia italiana e ne conosce le diverse sfumature regionali. Originaria dello Stato di Guerrero, precisamente di Acapulco, Diana Beltrán è una cuoca straordinaria che promuove da sempre la più autentica cucina messicana sia nel nostro Paese che in Città del Vaticano.

La sua è una storia fondata sulla necessità e al tempo stesso sulla passione, grazie alla quale si è sempre contraddistinta, facendo prevalere le sue radici e l’importanza di mostrare al mondo l’arte culinaria messicana e la sua grande vocazione ad essere, di diritto, parte della cucina internazionale.

Diana si è dedicata sin da piccola alla cucina, come ricordano le sue parole:

Il mio incontro con gli aromi e i sapori della cucina è iniziato da bambina, perché mia nonna era cuoca di un imprenditore e io vivevo in mezzo a quegli aromi. Ho un aneddoto d’infanzia: quando arrivavamo in paese, mia nonna aveva una di quelle vecchie cucine, tutte fatte di argilla, con un grande comal. Una donna arrivava con l’impasto appena macinato e nixtamalizzato e ci preparava le tortillas. Adoravo mangiarle solo con il sale. Ho imparato da mia nonna. È stata mia mentore e per me la cucina è stata le ali per volare. Grazie alla cucina, oggi sono Diana Beltrán e mi ha dato molte soddisfazioni“.

È molto apprezzata anche nel nostro Paese, dove ha aperto il suo primo ristorante venticinque anni fa, richiedendo sempre che gli ingredienti provenissero dalla Madrepatria e imparando l’arte dell’arrangiarsi. Creativa, volitiva, ingegnosa e lavoratrice ancora oggi Diana è sempre in prima linea per gli eventi ufficiali presso l’Ambasciata del Messico in Italia e per la Camera del Turismo del Messico, curando in prima persona tutte le preparazioni. È stata invitata diverse volte a Masterchef, come giudice internazionale, e ha svolto diverse masterclass per Gambero Rosso, fino ad ottenere un prestigioso premio da parte del governo messicano: il Premio Ohtli, ottenuto per la sua pedissequa promozione della cultura messicana all’Estero.

Proprietaria di celebri ristoranti capitolini come La Cucaracha e El Tiburon, Diana è affiancata oggi da suo figlio Gianluca Marinelli che presiede alle operazioni digitali dei suoi ristoranti, lasciandola concentrata sulla promozione della cucina di pesce messicana, ancora oggi poco conosciuta in Italia e che tanto rappresenta Guerrero.

Oltre ad aver cucinato per il Papa emerito Benedetto XVI, continua a preparare i suoi manicaretti per le centinaia di persone che visitano il Vaticano il tradizionale Presepe ogni anno, per non parlare delle celebrità tra attori cinematografici, letterati, cardinali, politici e calciatori che, provenienti dall’Italia e dal mondo, siedono alla sua tavola. Ama tantissimo dell’Italia il pane, la pizza e la pasta e i pomodorini dolci, come tutte le sfumature di pomodoro che il nostro Paese ha da offrire del resto.

Tra i piatti messicani in cui più si identifica Diana menziona le enchiladas verdes: è un piatto che va servito nelle tortillas di mais e che richiede piccoli pomodori verdi di origine messicana, a cui vanno aggiunti pollo, coriandolo, peperoncino, cipolla e molto altro.

La Cucina Messicana è Patrimonio Unesco

La cucina tradizionale messicana è un modello culturale completo che comprende l’agricoltura, le pratiche rituali, le abilità secolari, le tecniche culinarie e le usanze e i modi ancestrali della comunità. È resa possibile dalla partecipazione collettiva all’intera catena alimentare tradizionale: dalla semina e dalla raccolta, alla cottura e al consumo.”

Questo è quanto l’Unesco ha asserito nell’inserire la cucina messicana tra i patrimoni immateriali dell’Unesco.

Ovviamente, gli ingredienti più caratterizzanti alla base della cucina messicana, così come la descrissero i conquistadores quando approdarono sulle coste del Messico nel 1519, sono il mais, i fagioli e il peperoncino: questi elementi costituivano la colonna portante della dieta delle popolazioni indigene locali, per quanto è opportuno sottolineare che, ai nostri giorni, la produzione di caffè, cacao e vaniglia è di grande qualità.

Dalle contaminazioni con la cucina spagnola e dagli ingredienti provenienti dal Vecchio Continente nacque la cucina messicana, così come la riconosciamo e la apprezziamo oggi, da non confondere però con i modelli Tex-Mex, Mex-Cali e del Nuovo Mexico, dovuti all’influenza reciproca con gli Stati Uniti, che hanno dato vita a piatti come la tortilla arrotolata, il chili con carne e i burrito, spesso confusi come preparazioni autentiche.

Senza nulla togliere alle eccellenti gastronomie di altre aree del Messico, vale assolutamente la pena di menzionare almeno quelle più famose, professate e praticate nelle macro-regioni come Oaxaca, Yucatan e Riviera Maya, Veracruz, Puebla e Chiapas.

Il peperoncino

Il peperoncino è chiaramente originario del Messico: coltivato e utilizzato fin dal 5000 a.C. dalle civiltà preispaniche per la cucina, la medicina e come moneta di scambio, è stato introdotto in Europa da Cristoforo Colombo nel 1493, e da lì si è poi diffuso in Asia e Africa, diventando parte integrante di molte cucine del mondo. La stragrande maggioranza di cultivar di Capsicum L si trova in questa parte del mondo. Ciò che è opportuno sapere è che le proprietà organolettiche del peperoncino cambiano da fresco a essiccato, così come, nella versione disidratata, ne aumenta il contenuto di capsaicina.

Per questa motivazione il nome del peperoncino muta a seconda che sia fresco o secco: l’jalapeño, fresco e verde, diventa chipotle quando viene affumicato ed essiccato, presentando aroma affumicato, piccantezza media, rendendolo ideale per salse e stufati; il poblano, carnoso e poco piccante da fresco, da essiccato prende il nome di ancho e, sfoggiando note dolci di cacao e uvetta, si presta bene per diversi tipi di mole e le salse scure; Il chilaca, allungato e sottile, una volta disidratato diventa pasilla: con profumi di prugna secca e cioccolato, è perfetto per salse vellutate; Il mirasol, quando essiccato, si trasforma in guajillo: dal colore rosso brillante e dai sapori fruttati di pomodoro e frutti rossi, questa varietà è molto versatile in stufati e marinature; Il serrano fresco, una volta seccato, prende il nome di colorado e il suo colore rosso acceso arricchisce diversi tipi di salse; Il peperoncino bola è tondeggiante e croccante: da essiccato diventa cascabel, i semi liberi lo fanno vibrare come un sonaglio e l’aroma tostato e nocciolato è inconfondibile.

La gastronomia di Oaxaca

La cucina do Oaxaca è fatta di saperi antichi, ingredienti specifici e preparazioni, come quelle che vedono peperoncini, frijoles e spezie, selezionati con cura e preparati in un metate, un mortaio di pietra. La cucina oaxaqueña, oltre ai lunghi processi di tostatura e frittura degli ingredienti, seguiti da lunghe cotture, fonde sapori dolci a quelli aciduli, incorporando ingredienti tropicali come le banane, a formaggi, come il Quesillo, e alla panna acida. Le salse tipiche di Oaxaca sono i moles, il guacamole e la salsa molcajete, salsa piccante tradizionale, preparata con peperoncino morita tostato, pomodoro verde e aglio, il tutto pestato in un molcajete, un mortaio di pietra diverso nella forma rispetto al metate.

Il mole negro è una salsa ricca e scura, preparata con vari tipi di peperoncino e ingredienti tostati, come la tortilla di mais bruciata, e spesso include anche il cacao; Il mole amarillo, di colore giallo, è il meno complesso da preparare rispetto ad altri moles, ma è altrettanto ricco di ingredienti e gustoso. Il mole mancha manteles è una salsa rossa, che contiene peperoncino ancho, pomodoro, aglio, cipolla e spezie come ad esempio i chiodi di garofano; il mole mojo è una salsa rossa a base di peperoncino guajillo, cipolla, pomodoro, aglio, nocciole e sesamo.

Il Mole Verde invece ha un sapore leggero ed erbaceo, e viene preparato con tomatillo, peperoncini verdi, la hoja santa, un tipo di spezia messicano che ricorda il gusto del pepe, e il prezzemolo. Il mole amarillito deve il suo colore giallo al peperoncino chilhuacle, detto anche chile wajillo, mentre il mole coloradito ha un sapore leggermente dolce e il suo colore rossastro deriva dall’uso di pan de yema e zucchero, oltre a peperoncini rossi e, infine, il mole chichilo è il più raro e complesso, preparato con il peperoncino chilhuacle negro, in via di estinzione, e foglie di avocado.

Il guacamole, come tutti sanno, è una salsa verde a base di avocado, peperoncino verde, pomodoro, cipolla, coriandolo e succo di lime. A tavola non mancano mai le chapulines, cavallette tostate e condite, che aggiungono un sapore croccante e insolito a piatti come il guacamole, piuttosto che i tamales, panetti di pasta di mais, cotti al vapore e ripieni di carne, formaggio o pollo, oppure le tetelas: triangoli di masa ripieni, spesso di fagioli neri, che rappresentano un antojito, uno spuntino, costituito da un incrocio tra una tortilla e un tamale. Le tlayudas sono grandi tortillas di mais molto sottili e croccanti, simili a una pizza, guarnite con una tipologia di lardo tostato detto asiento, fagioli, insalata, cavolo, carne e quesadillo. Invece le tortillas fritte con carne, cipolla e un’insalata fermentata, sono chiamate garnachas.

È opportuno prestare attenzione a ciò quando si parla di tortillas de mais: quelle ben fatte ricordano talvolta l’odore della pioggia quando bagna la terra, talvolta di lieve sentore di muffa, ciò deriva dal processo di nixtamalizzazione, ossia dalla bollituradei chicchi in acqua e calce, atta ad aumentare la biodisponibilità e valore nutrizionale del cereale.

Ci sono anche il mole de Chepil, il chileatole, i mengues, l’estofado tehuano, il Zee Belá Bihui, una ricetta ancestrale, tramandata di generazione in generazione, che valorizza l’uso del mais tostato alla carne di maiale, poi la quesadilla de arroz e la malanga dorada, a base di un tubero tropicale appartenente alla famiglia delle Araceae, caratterizzato da una polpa gialla e un sapore che ricorda quello della castagna o delle patate dolci, sebbene più nocciolato. Immancabile il mezcal, di cui Oaxaca è la capitale assoluta.

Oaxaca è uno degli Stati del Messico che ben dimostra quanto questo Paese sia altamente produttivo: la sua biodiversità è considerata la più varia di tutto il Messico, la sua cucina ineguagliabile, tra le migliori del panorama nazionale, e le sue bellezze architettoniche, ragioni che richiedono a chiunque di visitare Oaxaca almeno una volta nella vita, potendo così ammirare templi religiosi, siti archeologici, edifici antichi e musei, passeggiando tra le variopinte strade di Oaxaca de Juárez. L’estate è probabilmente il periodo più indicato per visitare Oaxaca, di modo da apprezzare la cultura delle diverse etnie e partecipare alle celebrazioni della Guelaguetza.

La gastronomia dello Yucatan

Qui gli ingredienti, oltre a quelli che compongono la base tipica della cucina messicana sono l’achiote, noto anche come annatto o rocou, è una spezia derivata dai semi della pianta tropicale bixa orellana, utilizzata come colorante naturale rosso-arancio per alimenti come formaggi e riso, e come ingrediente per conferire un sapore lievemente pepato e terroso a piatti come la cochinita pibil; poi abbiamo il peperoncino habanero, per conferire una particolarissima piccantezza alle ricette e, infine, il chaya, una foglia spinosa locale che può essere usata nelle empanadas. Tra le salse più caratterizzanti merita la menzione il sikil pak, una crema densa a base di pomodori grigliati, semi di zucca e succo d’arancia, servita su tortillas, mentre l’huevo motuleño, consiste in un piatto di uova fritte servite su tortillas con fagioli neri, formaggio, prosciutto, piselli, banana e una salsa piccante.

Un piatto molto diffuso nello Yucatan, a base di formaggio di origine olandese riempito con carne macinata, servito con salsa bianca e salsa di pomodoro, è il queso relleno. Tipiche sono le papadzules, un tipo di tortillas di mais ripiene di uova sode, ricoperte da una salsa di semi di zucca e salsa di pomodoro e habanero, così come le panuchos y salbutes, tortillas fritte che possono essere farcite con fagioli neri, pollo, tacchino e accompagnate da verdure come pomodoro, lattuga e cipolla rossa sottaceto.

Il poc chuc, maiale marinato agli agrumi e cotto alla griglia, è molto apprezzato, esattamente come la sopa de lima, una zuppa profumata a base di carne di tacchino, tortilla chips e lime, il relleno negro, un piatto piccante di carne di tacchino o maiale, immersa in una salsa scura di peperoncini, oppure pescado en Tikin-Xic, cernia preparata con cipolle, spezie, tra cui pasta di achiote, chiodi di garofano, aglio, pepe di Castiglia, pepe Tabasco e sale, il tutto macinato e diluito in arancia amara, successivamente ricoperta con peperoni, cipolla e pomodoro a fette, avvolta nelle foglie di banano e grigliata.

Il piatto più iconico dello Yucatán, a base di carne di maiale marinato in succo d’arancia achiote, poi arrostito lentamente in foglie di banana, resta la cochinita pibil, mentre le marquesitas costituirebbero un delizioso dessert: consistono in cialde croccanti arrotolate, come crespelle, ripiene di formaggio Edam e dolcetti come latte condensato, crema pasticcera o cioccolato.

Tra i vari stati del Messico, quello dello Yucatan è uno dei più emblematici: siti archeologici, natura, città coloniali e spiagge dalle acque cristalline che si affacciano sul Mar dei Caraibi. Un viaggio nello Yucatan è un viaggio trasversale capace di incontrare le esigenze di ogni tipo di viaggiatore.

La gastronomia di Veracruz

A partire dalle picaditas, una tipologia regionale di antojos, preparato con una tortilla di mais con salsa de jitomat, carne di maiale o pollo, frijoles e peperoncino, la cucina di Veracruz si colora di ingredienti e sapori che trovano ottime combinazioni in piatti come l’arroz a la tumbada, un riso che combina un brodo molto ristretto e cremoso a gamberi, polpo e granchio a seconda della disponibilità.

Nella ricetta originale questa tipologia di molluschi e crostacei viene combinate anche ad altri pesci in tranci, piuttosto che a vongole e a cozze, a seconda della disponibilità, con cipolle e pomodoro, mentre l’aroma più caratterizzante è costituito dall’epazote, che può essere sostituito con il coriandolo. Imperdibile sia lo huachinango a la veracruzana che il pescado alla veracruzana: in un intingolo molto gustoso di pomodori, aglio, olive, capperi e peperoncini, serviti entrambi con tortillas di mais, il primo contempla prevalentemente pesci al trancio come il dentice o il branzino, mentre il secondo vede l’impiego di frutti di mare e crostacei.

Giusto per la cronaca: in questo Stato del Messico si trovano allevamenti di tarantole ed esistono pochi locali dove è legalmente consentito di servire ai clienti i tacos con l’artropode.

Tra le bevande tipiche di Veracruz vanno annoverate la Michelada, una birra con tabasco, salsa al pomodoro e peperoncino, e il Torito de Cacahuates, a base di arachidi, latte condensato e rum; inoltre, vista la rinomata produzione di caffè e vaniglia occorre provare il cafè lechero e godersi il rituale di preparazione.

Lo Stato di Veracruz si sviluppa entro la parte più interna del Golfo del Messico, presentando un paesaggio marcato da coste basse e mangrovie, nell’interfaccia marittimo, piantagioni nell’interno e montagne verso la Sierra Madre Orientale. il porto di Veracruz, detta “cuatro veces heroica”, è una tappa fondamentale in quanto mostra il volto messicano che sia apre ai commerci e all’incontro tra culture.

La cucina veracruzana è di grandissimo rilievo culturale in Messico, non soltanto perché combina i sapori di mare a quelli di terra, bensì perché costituisce l’eredità culinaria della cucina Jarocho e si distacca per alcune influenze ispano-mediterranee. Xalapa, la capitale, ospita il MAX – Museo de Antropología de Xalapa, tra le migliori collezioni olmeche del Paese, mentre più a nord precisamente a Papantla, è possibile visitare il sito archeologico di El Tajín, cuore della cultura totonaca.

La gastronomia del Puebla

Le attrattive di questa regione sono tantissime ma vale la pena citare al meno la piramide di Cholula, la più grande al mondo, e il Tempio di Santa María Tonantzintla, un mirabile esempio di architettura barocca messicana, con interni finemente decorati.

Tra le pietanze più iconiche del Messico, al punto da essere definito il piatto nazionale e che viene preparato, generalmente, da luglio a settembre, c’è il piatto di Puebla per eccellenza: il Chile en Nogada. Viene preparato con un tipo di peperoncino di dimensioni maggiori, il chile poblano, la salsa di noci e chicchi di melograno, come a rappresentare il tricolore messicano, assieme a una complessa preparazione di carne macinata di vitello e maiale, cipolla, pere, pesche e mela cotogna, con pinoli, mandorle, prezzemolo, peperoncino e formaggio di capra.

Non si può non contemplare il tradizionale Mole de Caderas: un piatto elaborato con carne di capra della regione di Tehuacan che, grazie al lungo ed attento periodo di svezzamento dell’animale, dona un sapore delizioso ed unico che potrà essere assaporato esclusivamente a novembre. Inoltre, ci sono le tradizionali Las Chalupas, piccole tortillas di mais e grasso di maiale, bagnate da una salsa verde o rossa ed accompagnate da cipolle, carne secca di manzo, maiale e pollo. Infine, le Cemitas Poblanas: pani croccanti ricoperti da semi di sesamo, farciti con carne di manzo o pollo, avocado, formaggio, peperoncino, cipolla olio di oliva. 

La gastronomia del Chiapas

Il Chiapas è lo stato più a sud del Messico, presenta una natura incontaminata e vari microclimi che presentano condizioni variabili di sole, caldo, freddo e abbondanti piogge. Per quanto non sia economicamente avvantaggiato, il Chiapas rappresenta una risorsa insostituibile per il Messico in quanto a naturalezza e paesaggi di incredibile bellezza, tra cascate, laghi, fiumi, flora e fauna. Questa regione si distingue dal punto di vista gastronomico per la sua cultura indigena, per l’erba chipilìn, usata in nessun’altra parte del Messico, impiegata per zuppe e tamales e per la preferenza di peperoncini dolci e di stagione, per quanto sia molto apprezzato anche il piccantissimo simojovel; nel Chiapas, grazie ai grandi pascoli, la cucina tende a impiegare le pregiate carni di manzo e una buona varietà di formaggi.

Il piatto che meglio riflette la gastronomia dell’area è il tamal, nella versione del tamal de chipilín, del tamal toro pinto, dal carattere rituale, fatto con fagioli freschi e offerto durante le celebrazioni del Giorno dei Morti e le feste patronali, e il tamal de bola, che presenta un ripieno di mole, zucca con svariate tipologie di carne, talvolta anche gamberi, e frutta secca come le prugne. Infine non mancano la chanfaina, la sopa de pan e il menudo, quest’ultima con la trippa.

In onore alle origini della chef Diana Beltrán un accenno alla Cucina Messicana di Guerrero

Dai siti archeologici precolombiani all’antica arte rupestre delle caverne sulle montagne, sino alle meravigliose aree balneari, lo Stato di Guerrero è uno dei più famosi del Messico: si consideri che Acapulco è stata la meta prediletta delle star di Hollywood sin dagli anni ’50 e continua ad affascinare ancora oggi, tanto per l’architettura coloniale del suo centro storico che per la sua caratteristica baia. Nella terra guerrera è possibile comprendere la cultura del Mezcala, tipica della regione, visitando uno dei numerosi siti archeologici del territorio: mirabili esempi dell’architettura locale si trovano presso la località di La Organera-Xochipala; altrettanto affascinante è il complesso speleologico costituito dal sistema di caverne del Parco Nazionale Grutas de Cacahuamilpa e, per i più avventurosi, è possibile fare rafting lungo il fiume Papagayo.

Come per tutto il Messico, gli ingredienti essenziali della cucina guerrera sono il mais, il peperoncino e i fagioli, ma il pescato e i frutti di mare rivestono un ruolo decisivo per la gastronomia di quest’area, soprattutto nelle regioni di Costa Chica e Costa Grande. Anche la cucina di Guerrero affonda le sue radici nelle tradizioni delle etnie locali che hanno abitato questi luoghi: infatti, essa si basa sulla fusione delle tradizioni nahuatl, purépecha, mixteca, tlapanec o yope e amuzga, con influenze spagnole, francesi, africane e di altri paesi europei.

Il pescado a la talla consiste in un dentice, o altre varietà, arrostito a fuoco dolce con una marinatura a base di chile guajillo, tipico della costa guerrera; la ricetta del pulpo en su tinta, servito in una casseruola con aggiunta di platani fritti e riso bianco, è frutto di un soffritto di aglio in olio di oliva, cui si aggiunge la cipolla, del peperoncino del tipo serrano e il pomodoro, a cui va aggiunto il polpo tagliato a pezzi e l’inchiostro di seppia; il ceviche verde consiste in pesce crudo marinato con succo di lime e pepe, origano, cipolla, tomatillo, coriandolo fresco e cetrioli, servito con una salsa verde e semi di zucca tostati, mentre i camarones al mojo de ajo sono gamberi saltati con aglio, olio e varie spezie. Che si tratti di gamberi, scampi, aragoste o polpi, conditi con olio, sale, pepe, limone e talvolta con erbe aromatiche o aglio, per fare un buon barbacoa de mariscos il segreto sta nel cuocerli alla parrilla di modo che i frutti di mare restino succosi.

Celebre il pozole: è una zuppa tradizionale a base di mais nixtamalizzato, spesso preparata con diverse tipologie di carne e ne esiste anche una versione verde con una salsa specifica, pomodori verdi, semi di zucca, spinaci e coriandolo; Il barbacoa de chivo, a base di carne di capra, prevede una marinatura preventiva con sale, pepe, origano e timo, per poi essere cotta scavando una buca di circa un metro, contornata di pietre laviche ardenti. Una volta sigillato il contenitore di terracotta con dentro carote, cipolle, aglio, foglie di maguey e una tazza di ceci, bisognerà solo attendere che la lenta cottura, che talvolta supera le 6 ore, giunga a compimento. Il bazo relleno è un piatto tipico della Costa Chica, è molto apprezzato quello di Cuajinicuilapa, che consiste in tagli di carne di manzo, talvolta anche la milza, con patate, cipolle, salsa aromatica e foglie di hierba buena, molto simile alla menta, cotto molto lentamente al forno e in tegami di terracotta.

Nello Stato di Guerrero si fa presto a dire frijoles, o quasi: le preparazioni contemplano i frijoles de fiesta, frijol de vara, frijol mongo adobado, frijoles apozonquis, frijoles charros e si potrebbero mangiare tutti i giorni senza mai annoiarsi.

Creata a Taxto inizialmente con il nome di “La Vencedora” da Manuel Castrejón Gómez, lo Yoli, noto anche come Yoli de Acapulco, è una bevanda analcolica messicana al limone il cui marchio era un tempo di proprietà del Grupo Yol, una società di imbottigliamento della Coca Cola nello stato di Guerrero. La bevanda si inserisce comunque nella tradizione delle aguas frescas per certi versi: in Messico e in diversi paesi dell’America Centrale, come El Salvador, Guatemala e Hondura, sono delle bevande analcoliche a base di acqua, frutta come papaya, ananas, cocco, guava e melone, ad esempio, con semi, cereali o fiori e zucchero. Speciale il chilate, una bevanda fredda a base di cacao, riso, cannella e zucchero di canna, chiamata piloncillo.

Un dolce per tutti: le cocadas sono fatte di polpa di cocco, latte e acqua di cocco, cotti fino a caramellare.

Culturalmente legato al Centro America ma geopoliticamente appartenente all’America del Nord, il Messico deve poter essere considerato un continente a sé stante per complessità storica, per lo spaccato demografico, per la diversificazione dei suoli e del territorio e per la biodiversità, come già detto, riservando pertanto costanti sorprese e un’infinità di curiosità. Una curiosità gastronomica è costituita dal huitlacoche: meglio noto come Ustilago Maydis, è un fungo patogeno e parassitario che infesta i chicchi del mais con le sue spore che, una volta penetrate nello spadice della pannocchia, rendendoli gonfi e grigiastri.

Detta anche carbone del mais, questa malattia ha un etimo che viene fatto risalire alla lingua nahuatl, ed è stato dimostrato che il consumo di mais infestato ha avuto origine nella cultura azteca e anche tra l’antica popolazione dello Utah. In realtà l’huitlacoche, noto anche come “tartufo messicano”, è decisamente molto apprezzato anche oggi: studi recenti lo annoverano come potenziale alimento funzionale, producendo sostanze bioattive naturali che conferiscono caratteristiche organolettiche e nutraceutiche tanto da poterlo considerare tale, oltre che foriero di composti per arricchire altri alimenti con cui si abbina nella cucina messicana.

Nel mais dove si è sviluppato si riscontra un aumento delle proteine dal 3% al 19% con un incremento dei livelli di lisina e di altri sedici amminoacidi essenziali, ad esclusione del triptofano. L’huitlacoche presenta un gradevole e ricercato gusto nocciolato tendente alle note fungine e del sottobosco, prestandosi ad una infinità di applicazioni culinarie. Durante il suo sviluppo produce una sostanza chiamata ustilagina, il cui principio attivo presenta effetti simili all’ergotamina prodotta dalla segale cornuta, in quantità troppo basse per provocare effetti indesiderati. Per tutto il resto c’è pur sempre il peyote.

La Cucina Napoletana di Luciano Pignataro, edizioni Hoepli, è in libreria

Lunedì 27  ottobre, ore 18.00  la presentazione

alla Feltrinelli in Piazza dei Martiri

La Casa editrice Hoepli ha deciso di ripubblicare la seconda edizione de La Cucina Napoletana di Luciano Pignataro dopo il successo della prima del 2016 andata completamente esaurita.
Il volume si presenta in una veste completamente rinnovata, con la prefazione della Principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli e le bellissime foto di Ciro Pipoli. Una grafica che riflette il bellissimo momento che vive Napoli, un regalo per i suoi primi 2500 anni.

Dopo un saggio introduttivo sulla storia della cucina napoletana, il libro ripropone tutto il ricettario classico che costituisce la base della cucina italiana alle soglie del suo riconoscimento come Patrimonio Immateriale dell’Umanità dell’Unesco.

 La grande novità è un elenco di nuovi classici che portano la firma di alcuni dei cuochi che hanno fatto grande questa tradizione negli ultimi anni rinnovandola e imponendola all’attenzione della critica e del pubblico con ricette che sono entrate nella tradizione popolare: Nino Di Costanzo, Antonio Dipino, Gennaro Esposito, Salvatore Giugliano, Paolo Gramaglia, Peppe Guida, Rosanna Marziale, Maicol Izzo, Fabrizio Mellino, Francesco Sposito e Marianna Vitale sono i nuovi alfieri di questa tradizione che non è un museo, ma un patrimonio di un’intera comunità che vive e si rinnova.

Non mancano capitoli sui prodotti della Campania e sui vini.

Il suo successo è così spiegato dall’autore: “Napoli è un viaggio dell’anima. Ogni quartiere ha la sua psicologia, quasi una
sua inflessione dialettale, qui si nascondono meraviglie incredibili
nelle quali sembra quasi che la realtà si incroci con l’irrealtà,
il quotidiano con la fantasia, i vivi con i morti, perché qui le
persone scomparse continuano a essere presenti nei piccoli gesti
quotidiani, nei sogni, nella proverbiale scaramanzia del popolo
partenopeo… Il cibo per i napoletani è talmente importante che non hanno un sostantivo per indicarlo: usano il verbo mangiare che diventa sostantivo, ’o magnà, ossia il mangiare”.

Il libro sarà presentato lunedì 27 ottobre alla libreria Feltrinelli in Piazza dei Martiri alle 18.00, presenti l’autore, la Principessa Pignatelli, la giornalista del Mattino e Presidente dell’Accademia della Cucina Italiana Santa di Salvo. Partecipa l’Onorevole Alfonso Pecoraro Scanio, Presidente della Fondazione Univerde e promotore della proposta  di Patrimonio della cucina italiana all’Unesco.

Modera il giornalista Antonio Puzzi.

Luciano Pignataro. La cucina napoletana, Hoepli Editore. pp. 256, euro 26,90

Premiate Trattorie Italiane: la forza della tradizione che guarda avanti

Quando il crepuscolo accarezza i colli umbri, qualcosa di speciale nell’aria richiama l’istinto di tornare a tavola. È in quel momento che Posta Donini, con i suoi giardini secolari e gli affreschi antichi, si trasforma in un palcoscenico sospeso tra memoria e promessa: è qui che, il 6 ottobre, ventuno trattorie provenienti da ogni angolo d’Italia si sono riunite per celebrare un legame antico con la cucina, con la terra e con chi mangia con anima e pancia.

Quella sera, non era solo una cena. Era un racconto corale, un annuncio di fiducia nel futuro: tre nuove trattorie entreranno nel gruppo nel 2026, portando il totale a 24.

La rete che difende l’identità gastronomica italiana

Nata nel 2012 dall’iniziativa di quattro osti Federico Malinverno, Sergio Circella, Alberto Bettini e Avgustin Devetak Premiate Trattorie Italiane si fonda su un patto non scritto: custodire la cucina popolare territoriale come espressione profonda di comunità, accoglienza e autenticità.

Oggi l’associazione include ventuno insegne sparse da Nord a Sud, unite da valori condivisi: uso di materie prime locali, piatti legati alla memoria, prezzi onesti, carta vini curata, accoglienza autentica, cura del cliente.

Ma più di tutto, è l’etica del mestiere che fa da collante: “cucinare per gli altri come si farebbe per casa”, con rispetto, passione e trasparenza.

Il racconto della serata: memoria, incontri, sapori

L’atmosfera era quella delle grandi occasioni: luci soffuse, tovaglie bianche, sorrisi veri. Dopo un aperitivo nel parco tra calici di Grechetto e stuzzichini, gli ospiti sono stati invitati alla cena ufficiale, dove ogni portata è diventata un invito a viaggiare da una regione all’altra, cucinata e servita dagli stessi osti del gruppo.

Piatti protagonisti:

  • Strangozzi spoletini al ragù bianco di abbacchio e porcini
  • Filetto di maialino in crosta di manna, mandorle e pistacchi con timballo di cicoria selvaggia, zucca gialla, farro croccante e caciocavallo del Gargano
  • Interpretazioni eleganti di dolci della tradizione contadina

Questi piatti erano “parlanti”: nessuna messa in scena, solo sapori riconoscibili che emozionano, come la memoria che ride.

Tra gli interventi ufficiali, uno dei momenti più intensi è stato l’annuncio delle tre nuove trattorie 2026, scelte per autenticità, coerenza e radicamento territoriale. Un gesto che non è soltanto espansione, ma fiducia nel futuro della cucina italiana.

Menù e vini: un’armoniosa sinfonia da vivere

Aperitivo: l’aperitivo è stato proposo nei bellissimi spazi all’aperto e nella sala adiacente, con l’accompagnamento musicale dal vivo di musica

Piatto / propostaTrattoria
Crostini di LampredottoTrattoria da Burde, Firenze (FI)
Zuf Carsolino (farinata di semolino con ricotta caprina e erbe del Carso)Lokanda Devetak, San Michele del Carso (GO)
Porcino fritto, polenta e crema di CasoletRistorante Boivin, Levico Terme (TN)
Minestrone alla genovese con i brichettiLa Brinca, Ne (GE)
SottoboscoEnoteca della Valpolicella, Fumane (VR)
Patè di fegatini di pollo con confettura di mele e pan briocheAntica Trattoria del Gallo 1870, Gaggiano (MI)
Tirtler con le ortichePitzock, Funes (BZ)
Luccio in salsa isolanaCaffè La Crepa, Isola Dovarese (CR)
Polpettine di zucchine con giardiniera dell’ortoTrattoria Visconti, Ambivere (BG)
Acciughe con salsa verdeAlbergo Ristorante Cacciatori 1818, Cartosio (AL)

Pane a lievitazione naturale
Fornito da Panificio Artigianale Pagna

Cena (nelle sale interne)

Antipasti regionali

  • Antipasto Emiliano (Collab: Trattoria ai Due Platani – Coloreto (PR), Amerigo 1934 – Savigno (BO), Entra – Massa Finalese (MO))
  • Olive ascolane di mare (Vecchia Marina, Roseto degli Abruzzi (TE))

Primo piatto

  • Strangozzi spoletini al ragù bianco di abbacchio, porcini, grana di pecora e pimpinella
    (Sora Maria e Arcangelo, Olevano Romano (RM) con Il Capanno, Torrecola (PG))

Secondo + contorno

  • Filetto di maialino in crosta di manna, mandorle e pistacchi
    con timballo di cicoria selvaggia, zucca gialla, farro croccante e caciocavallo del Gargano
    (Hostaria Nangalarruni, Castelbuono (PA) con Antichi Sapori, Montegrosso (BT), Puglia)

Dolci

  • Pizza dolce di Dora & Torta con nocciola tonda gentile romana
    (Lo Stuzzichino, Sant’Agata sui due Golfi (NA) con Trattoria del Cimino dal 1895, Caprarola (VT))
  • Biscotto Cegliese
    (Ristorante Cibus, Ceglie Messapica (BR))

Accompagnamenti
Acqua Valverde | Caffè Bonacchi | Olio Roi | Liquori Izzi

Vini in abbinamento

Grande successo per l’evento Premiate Trattorie d’Italia, organizzato in collaborazione con il Consorzio Tutela Vini di Montefalco, che ha portato in scena un incontro virtuoso tra la migliore cucina di tradizione e l’eccellenza enologica umbra.

Durante la manifestazione, i vini del territorio sono stati protagonisti di degustazioni molto apprezzate, capaci di raccontare, calice dopo calice, l’identità autentica dell’Umbria. Il presidente del Consorzio, Paolo Bartoloni della Cantina Le Cimate, cui sarà dedicato un prossimo approfondimento, ha sottolineato come la sinergia tra le Premiate Trattorie e i vini di Montefalco rappresenti un valore fondamentale: “In una osteria artefice della buona cucina, ha ricordato, non può mancare il vino, che è identità ed espressione del nostro territorio.”

Un messaggio chiaro, che ribadisce quanto la cultura del cibo e quella del vino siano inseparabili nel racconto più autentico dell’Umbria.

Ecco la colonna sonora liquida della serata, firmata dal Consorzio di Tutela dei Vini di Montefalco:

  • Montefalco Grechetto DOC
  • Montefalco Bianco DOC
  • Spoleto DOC Trebbiano Spoletino (anche in versione spumante)
  • Montefalco Rosso DOC
  • Montefalco Sagrantino DOCG
  • Montefalco Sagrantino DOCG Passito

Cantine partecipanti
Agricola Mevante, Antonelli, Arnaldo Caprai, Cesarini Sartori, Colle Ciocco, Colle Uncinano, Colpetrone, Di Filippo, Dionigi, Fattoria Colsanto, Fongoli, La Veneranda, Le Cimate, Le Thadee, Lungarotti, Ninni, Perticaia, Plani Arche, Romanelli, Scacciadiavoli, Tenuta Alzatura, Tenuta Bellafonte, Terre di San Felice, Tenuta Clivo del Cardinale, Terre de La Custodia.

Valori, impatti e visione del futuro

L’associazione non è solo una rete commerciale: è un movimento culturale che difende l’idea della tavola come spazio di incontro, narrazione e memoria.

In un panorama gastronomico che spesso punta al “colpo d’occhio” o all’effetto mediatico, le Premiate Trattorie Italiane scelgono la via della coerenza, mettendo al centro il territorio, il racconto e il cliente.

Ogni trattoria diventa una finestra sul suo mondo: visitarla è entrare in una comunità, respirarne i profumi, scoprirne i racconti. Il gruppo è anche un itinerario diffuso, capace di unire luoghi meno battuti ma ricchi di identità.

Oggi, essere una “trattoria” è una sfida: coniugare qualità, sostenibilità, tradizione e capacità di dialogare con un pubblico sempre più evoluto.
La scelta di accogliere tre nuove insegne nel 2026 è un segno forte: non un’espansione fredda, ma un gesto fiducioso verso il domani della cucina tradizionale.
Come ha detto uno dei fondatori:

“La trattoria è il cuore dell’Italia che lavora, accoglie e cucina. È lì che le persone si ritrovano per riconoscersi.” Ed è questo spirito che, a Posta Donini, si è percepito a ogni brindisi, piatto e abbraccio tra colleghi diventati amici.

Hambo a Napoli, il gusto fa 90 quando la fame fa paura

Da un ex ricevitoria del banco lotto, a pochi passi da Piazzetta Ascensione e dal cuore pulsante di Chiaia, arriva Hambo con i panini ispirati alle ricette della tradizione italiana.

Napoli è da sempre legata ai numeri e alla cabala e Gennaro Natale e Luigi Crispino, titolari del piccolo locale in stile anni ’80, rievocano l’emozione di una scommessa nata per caso in un giorno di fine settembre.

Il progetto

Già esperti di ristorazione con Upnea – Salumeria Mediterranea – ed i piatti classici partenopei rivisitati in chiave moderna, hanno qui puntato sullo street food di qualità. Prendendo l’idea dalle ruote del Lotto, da Hambo di ripercorre un viaggio lungo lo Stivale con le specialità tipiche regionali.

Da Milano arriva la polenta, a Genova il pesto di basilico e poial sud Italia tra l’hamburger di salsiccia a Napoli e melanzane alla norma a Palermo. I numeri vincenti sono della smorfia: il 49 riferito a ’o piezz’e carne o il 50 o pane per restare, infine, a meraviglia col 72.

La selezione dei “panini vincenti” accontenta ogni gusto ed è rinvenibile in carta tutto l’anno. Hambo, Therno, Quatherna e Quinthina sono di fatto già richiestissimi dal pubblico. Ogni mese una ruota special che ad ottobre propone pastrami di manzo, caciocavallo, verdure di stagione e la salsa segreta barbeque della casa.

Prezzo medio 7 euro per le versioni semplici con un risparmio per la giocata multipla con aggiunta di bibita e contorno e 10 euro taglio fisso per i più farciti. Ad accompagnare le proposte gli sfizi tipici con patate fritte in vari gusti, alette di pollo e bao con pancia di maiale, per apetizer o variazione al menu.

Nella drink list alcolica un buon calice di vino del Sannio con la Falanghina e l’Aglianico dell’azienda Nifo Sarrapochiello, birra alla spina o l’immancabile cocktail spritz. Tutto è compostabile nel rispetto della sostenibilità ambientale e delle esigenze per i celiaci.

Le origini e il futuro

Da ex chimici farmaceutici, Gennaro e Luigi partirono 17 anni fa da un piccolo appartamento con alcune serate vernissage a cui accompagnare le proposte gastronomiche. Il successo dell’iniziativa li ha presto dirottati verso la ristorazione anche fuori dai confini italiani per poi stabilirsi a Napoli.

Infine, un corso di formazione con Gambero Rosso per imparare le tecniche di corretta preparazione e cottura degli alimenti. <<Per il futuro, modificando in positivo un motto pratico, posso dire che le nostre società sono utili se in numero “pari” inferiore a 3 – dichiara Gennaro Natale – Grazie alla nostra amicizia, forte sin dai tempi degli studi, sognamo di aprire altri punti vendita non in franchising, garantendo un rigoroso controllo per la clientela>>.

Gli assaggi

Palermo: filetto di tonno impanato nel corn flakes gluten free con melanzane a funghetti e ricotta salata

Milano Vegano: hamburger di polenta ai funghi porcini, crudocotto di scarola con cappoeri e olive e maionese vegan allo zafferano.

Genova: pesto con pomodorini secchi e provola originale e mediterraneo.

Quatherna: con hamburger, caciocavallo, pomodoro e lattuga con salsa Hambo Roma con pancia di maiale cotta a mo’ di porchetta, scamorza peperoncini verdi e maionese.

HAMBO
Via Ascensione 7
Napoli (NA)
aperto sempre pranzo e cena – domenica solo pranzo

“Incontri di pizze” da Basilico Italia a Sorrento

One World All Pizzas, abbreviato OWAP, riflette in maniera esemplare lo spirito della serata di degustazione pizze che ha visto collaborare a quattro mani Mauro Espedito e Luigi Mastellone, nel cuore di una Sorrento ancora pullulante, a ottobre, di turismo internazionale.

Mauro Espedito

OWAP è il nome della pizzeria di Espedito, intraprendente pizzaiolo formatosi tra Europa, Stati Uniti e Australia per poi tornare a Napoli e stabilire il primo dei suoi locali in via Foria, dove propone un menù di pizze rivisitate da contaminazioni internazionali. A ospitare Espedito, Luigi Mastellone, giovanissimo pizzaiolo di Basilico, realtà ristorativa nata otto anni fa e situata nel foyer dello storico teatro Armida: una suggestiva sinergia che permette, oltre alla classica proposta ristorativa, la Blue Theatre Experience, emozionanti e coinvolgenti cene spettacolo in una delle sale.

Luigi Mastellone

Mastellone inizia quasi per caso a lavorare come pizzaiolo dopo la nascita del locale, ma la passione è subito immediata. Entusiasta del confronto col collega napoletano, propone una pizza che definisce classica rivisitata, strettamente legata agli ingredienti territoriali.

Due giovani maestri pizzaioli, due modi differenti di concepire la pizza, a cominciare dall’impasto.

“Uso un blend di due farine, tipo 1 e tipo 0, con un’idratazione adeguata a rendere la pizza croccante al morso e il cornicione più asciutto” – spiega Espedito – La cottura inoltre avviene a una temperatura più bassa rispetto alla classica napoletana, a 300°, per asciugare meglio la pizza e renderla più digeribile e croccante.”

Impasto indiretto per Luigi Mastellone, che predilige una tipo 0, e ne usa di due differenti mulini, una per il prefermento e una per la chiusura.

Ed è proprio il patron del forno di Basilico ad aprire la nostra degustazione, con la sua Sorrento, un omaggio ad alcune delle tipicità del territorio. Bianca con fiordilatte, all’uscita prevede aggiunta di pomodorini secchi, zest di limone, noci, basilico e olio a crudo. Al morso si presenta equilibrata nell’impasto e nel mix di ingredienti.

La classica Margherita Napoletana è la prima delle pizze di Mauro Espedito, per permettere il confronto con la sua Margherita OWAP, servita immediatamente dopo.

Margherita OWAP infatti sostituisce il pomodoro con un ketchup di San Marzano e completa con una crema di Parmigiano Reggiano trentasei mesi.

La contrapposizione tra la tendenza acidula del ketchup e la tendenza dolce di fiordilatte e crema di Parmigiano è il vero protagonista di questa pizza, che sveste i panni della tradizione per diventare a tutti gli effetti una Margherita internazionale.

Ultima pizza in degustazione la Tropea di Luigi Mastellone, di nuovo una pizza bianca che unisce alla croccantezza del guanciale aggiunto a metà cottura, la cremosità della cipolla di Tropea, in questo caso, ci spiega Luigi, cotta a bassa temperatura per circa un’ora in modo da renderla più digeribile.

Luigi ci stupisce anche con i fritti, che siano salati o dolci.

Così nell’intermezzo tra le quattro pizze gustiamo le montanarine, veri e propri finger food in quattro diverse varianti (classica, al pesto di pistacchio, alla Nerano, con la genovese), mentre concludiamo in dolcezza la degustazione con golose frittelle zucchero e nutella.

Basilico Italia

Corso Italia 219

80067 Sorrento (NA)

OWAP

Via Foria 150

80037 Napoli

Vico Equense città della pizza con l’ottava edizione di Pizza a Vico

Trentuno i forni accesi per l’VIII edizione di Pizza a Vico, la più grande pizzeria a cielo aperto che dal 16 al 18 settembre ha animato le strade di Vico Equense, la cittadina alle porte della Penisola Sorrentina ad alta vocazione gastronomica.

La manifestazione celebra la cosiddetta “Pizza di Vico”, una vera e propria specialità, nata a Vico Equense grazie a Luigi dell’Amura – fondatore dello storico locale Pizza a Metro –  e dal 2023 anche de.co. (denominazione comunale) con un proprio disciplinare, che ne definisce le specifiche caratteristiche.

Maggiore idratazione della pasta, tempi di lievitazione più brevi, cottura più lunga ad una temperatura più bassa per un risultato completamente diverso dalla classica pizza napoletana: spessa e soffice, viene servita a metro e non al piatto. D’altronde Luigi Dell’Amura, detto o’ zuzzuso perché sempre “sporco” della farina con cui lavorava, sfornava pane ogni giorno e proprio dalla brillante intuizione di condire la stessa pasta del pane con gli ingredienti tipici della pizza, nasce la pizza a metro.

“Pizza a Vico è nata quasi per gioco (nel 2016 n.d.r.) durante una spaghettata insieme all’ex sindaco di Vico Equense Benedetto Migliaccio, che da subito appoggiò la mia iniziativa di fare a Vico una festa dedicata alla pizza”, ci spiega Michele Cuomo, Presidente dell’Associazione Pizza a Vico.

“Oggi siamo arrivati all’ottava edizione con un successo che non ci aspettavamo: i pizzaioli ogni anno mettono a disposizione le loro forze e risorse per portare avanti questa iniziativa.”

Iniziativa a sfondo benefico, dato parte degli incassi vengono destinati in beneficenza: quest’anno verranno devoluti per l’acquisto di un veicolo speciale destinato al trasporto di persone con disabilità. D’altronde la pizza a metro è per sua stessa natura una pizza altruista, una pizza familiare, una pizza da condividere tra più persone.

Anche per quest’anno il format della manifestazione è stato il consueto: ogni pizzeria ha sfornato la classica margherita oltre a un gusto speciale, lasciato alla libera fantasia dei pizzaioli. Tra le tante segnaliamo quella de L’Uliveto (fior di latte, pomodori secchi, zest di limone, pancetta tesa e nocciole) e la Pizza Fantasia di Tigabelas (crema di peperoni gialli, fior di latte, pancetta locale croccante, peperoni rossi arrostiti, pesto di rucola, basilico). Con l’acquisto di un multi-ticket, i partecipanti hanno potuto assaggiare tre fette di pizza margherita, due di speciale, un dolce e una bibita.

Novità dell’edizione 2025 è stato il tema: Pizza e vino, il piacere di stare insieme.

In una fase estremamente difficile per il mondo del vino, l’abbinamento con la pizza rappresenta un’ulteriore diversificazione di mercato e Pizza a Vico ha saputo cogliere questo spunto, coinvolgendo nella tre-sere cantine locali e non. D’altra parte la pizza di Vico, prima ancora di quella napoletana, si è sempre prestata ad essere condita con ingredienti variegati, legati alla ricca tradizione gastronomica del territorio, tanto da rappresentare di volta in volta un piatto a sé stante che ben si adatta all’abbinamento col vino.

Un diverso ticket è stato quindi destinato all’acquisto del bicchiere con il quale era possibile accedere senza limite a tutti i banchi di degustazione.

“Stiamo perseguendo una strategia che va verso la tutela del territorio ma anche verso la promozione, cercando di mantenere intatta la nostra autenticità”, ha commentato il sindaco di Vico Equense Giuseppe Aiello raggiunto da 20 Italie.

“Pizza a Vico va in questa direzione, come anche la festa degli chef (Festa a Vico, la tre-giorni che anima le strade del paese nel mese di giugno coinvolgendo decine di chef rinomati provenienti da tutta Italia n.d.r.): da qui l’idea di presentare lo scorso anno Vico Equense come città creativa per la gastronomia Unesco. Abbiamo superato solo la fase nazionale, ci riproveremo per ottenere il riconoscimento definitivo. D’altronde il nostro territorio, le nostre aziende agricole e caseifici con i loro prodotti, la cultura dell’accoglienza sono ciò che ci rappresenta maggiormente. Dobbiamo solo sforzarci affinché tutto questo ci venga riconosciuto come comunità.”

Gastronomia dunque come strumento di cultura e mezzo di tutela, basti pensare all’opera di tutte le piccole aziende agricole per preservare il territorio e i suoi prodotti più tipici, come le noci e il Provolone del Monaco.

“Anche questa è cultura autentica che permette di distinguerci dal fenomeno dell’over tourism”, continua Peppe Aiello, “senza dimenticare che Vico Equense è attiva attraverso molte iniziative culturali, oltre a essere la città di Gaetano Filangieri, Giambattista Della Porta e della cappella medievale di Santa Lucia.”

Cibo e gastronomia intesi anche come punto di arrivo di un percorso multiculturale e multidisciplinare ma anche come punto di partenza per tanti giovani che desiderino intraprendere il percorso della ristorazione.

Che possa essere realmente questa la corretta chiave di lettura per un turismo più sostenibile? Per ora ci limitiamo a testimoniare l’alta affluenza di persone che hanno animato le strade del centro di Vico Equense durante Pizza a Vico, sancendo ancora una volta per la pizza il titolo di street-food per eccellenza.

Coppola Patate, le patate “Residuo Zero” tracciate e certificate in blockchain

Le patate “Residuo Zero” di Coppola Patate sono le prime della Campania con filiera certificata grazie alla tecnologia blockchain di Authentico, a garanzia di qualità, trasparenza e sicurezza alimentare.

In Italia sono sei le varietà di patate certificate dall’Unione Europea (DOP e IGP), e il comparto rappresenta un pilastro dell’agricoltura nazionale, con una produzione annua di circa 13 milioni di quintali su 47.529 ettari coltivati. La Campania, con 2,5 milioni di quintali, guida la classifica regionale, seguita da Sicilia, Abruzzo, Calabria ed Emilia-Romagna.

Il fiore all’occhiello dell’azienda è proprio la linea “Residuo Zero”, frutto di anni di ricerca sul campo condotta insieme alla società di consulenza agronomica Agros. Queste patate si distinguono per l’assenza di residui di pesticidi, per la bassa impronta idrica, grazie a pratiche agricole rigorose e sostenibili, e sono confezionate in retine ecologiche che completano un modello virtuoso di filiera integrata.

Pietro Coppola, imprenditore di terza generazione alla guida dell’azienda, interpreta la qualità come un valore che supera le normative di sicurezza. La famiglia Coppola custodisce la biodiversità dei suoli ancor prima del raccolto. Il progetto “Residuo Zero” coinvolge attivamente i produttori locali, in un percorso condiviso di innovazione e rispetto per la terra.

Attraverso la blockchain di Authentico, i consumatori possono scansionare un QR Code presente sulla confezione per accedere in tempo reale a tutte le informazioni sulla provenienza del prodotto e ai risultati delle analisi che ne certificano la salubrità.

In un contesto in cui i costi di produzione aumentano e i prezzi al consumo crescono, i consumatori sentono sempre più l’esigenza di affidabilità e trasparenza. Le patate, che sono il contorno preferito di 4 italiani su 10, devono rispondere a standard elevati in termini di qualità e sicurezza.

“Vogliamo garantire ai consumatori dei prodotti salubri e sicuri. Mentre assistiamo alla nascita di sfide sempre più complesse per il settore agricolo, desideriamo differenziarci con un prodotto che mette al primo posto il consumatore e la tutela della sua salute, a partire da ciò che mangia” – affonda Pietro Coppola – “con la certificazione Blockchain di Authentico vogliamo parlare ai nostri consumatori della qualità delle nostre patate “Residuo Zero”, raccontando la nostra filiera corta e sostenibile e comunicando in modo trasparente il valore del nostro impegno nella costruzione di un futuro sostenibile.”

“L’Italia presenta una significativa dipendenza dalle importazioni di patate, poiché la produzione nazionale non è sufficiente a soddisfare la domanda interna; infatti, importiamo annualmente dai 5 ai 7 milioni di quintali di patate, provenienti principalmente da Francia e Germania, ma non solo” – aggiunge Giuseppe Coletti, CEO di Authentico – “Il consumatore deve essere rassicurato sull’origine di quello che acquista per avere la garanzia di mettere a tavola un prodotto buono e salubre per i propri figli”.

Coppola Patate è un’azienda incastonata nel cuore del beneventano. Leader nel settore pataticolo italiano, “Coppola Patate” ha saputo intrecciare la sua storia ad un territorio, che tutela da sempre. Specializzata nella produzione di patate di qualità premium, l’azienda a conduzione familiare ha sviluppato la linea “Residuo Zero”; le patate “Residuo Zero” sono un prodotto pregiato, pensato per il benessere dei consumatori, nel segno di una crescente consapevolezza verso la sostenibilità.

Authentico è una pmi innovativa che offre soluzioni digitali per le aziende agroalimentari, per la tutela e la valorizzazione delle loro eccellenze. Grazie alla tracciabilità di filiera in blockchain le aiuta a creare un nuovo livello di fiducia con i consumatori, posizionare meglio i prodotti verso i competitor e vendere di più. Come testimoniato da Forbes e Ambrosetti, con oltre 40 filiere certificate, Authentico si è posizionata ai vertici del settore foodtech italiano.