Passato, presente e futuro nei vini dei Campi Flegrei

Non capita tutti i giorni di trovarsi seduti a fianco di Vincenzo Di Meo, patron  de La Sibilla Vini, durante una degustazione alla cieca di Falanghina e Piedirosso dei Campi Flegrei e apprezzarne l’impegno e la cura nel riconoscere alla cieca vini di cantine “concorrenti”.

È quanto accaduto a Passato, presente e futuro dei vini flegrei, una fotografia sullo stato dell’arte di questo areale a trent’anni dalla DOP. L’evento, organizzato lo scorso gennaio dalla Condotta Slow Food Campi Flegrei, ha visto coinvolti la Slow Wine Coalition e alcuni vignaioli produttori del territorio. Il fiduciario della condotta Campi Flegrei, Cosimo Orlacchio, ha fatto gli onori di casa; Elena Martusciello in un prologo appassionato ha ricordato la figura del cognato Gennaro e il suo ruolo pionieristico nell’enologia non solo del territorio flegreo ma della Campania tutta. Alessandro Marra, responsabile Campania Puglia e Basilicata per la Guida Slow Wine, ha moderato gli interventi di produttori, stampa e professionisti del settore.

Dieci i vini in degustazione, cinque da uve Falanghina e cinque da Piedirosso, declinati in diversi millesimi che, lungi dall’essere esaustivi nel racconto di un territorio, hanno piuttosto acceso spunti di riflessione tra i produttori presenti in sala. Il filo che ha intessuto la trama dell’intera serata è stata infatti la ricerca dell’identità territoriale attraverso i suoi vitigni principe e la visione del futuro prossimo per la denominazione.

La prima batteria di vini falanghina dei Campi Flegrei ci ha fatto viaggiare dal 2021 indietro fino al 2016. Punto di coerenza fermo per tutti i calici il carattere salino minerale, che, nelle diverse sfumature di ciascun vino, si esprimeva in alcuni bicchieri con maggior verticalità di palato, in altri con più succosità.

“Un filo conduttore che parla di riconoscibilità, pur mantenendo ognuno le proprie caratteristiche”, ha commentato Vincenzo Di Meo.

Più articolato invece il quadro dei cinque vini a base Piedirosso che, ancor più della Falanghina, può essere considerato il vitigno identitario dei Campi Flegrei. Possiamo leggere in questa varietà di espressioni la complessità del vitigno sia a livello agronomico che enologico.

Cinque calici, cinque vini completamente diversi, giocati tra varie gradazioni, dalle succose note fruttato-floreali fino alle nuance più terrose e ferrigne. In questo caso il tratto distintivo è determinato dalle caratteristiche stesse del piedirosso, da cui derivano vini di grande bevibilità, leggerezza alcolica e moderata tannicità, che attraggono il sorso già a partire dalle sfumature rubino o carminio brillante. Caratteristiche che rendono il piedirosso dei Campi Flegrei un vino contemporaneo e quindi, a ragion veduta, si rende necessario un’opera di promozione uniforme. In tal senso è intervenuta anche Mariangela Scotti, Presidente Associazione Ristoratori Flegrei che ha posto l’accento sull’importante lavoro di “localizzazione” di molte carte dei vini.

Le annate presenti di piedirosso andavano dalla 2021 alla 2015.

“È stata una sorpresa. Si tratta di poche bottiglie che non erano nate con l’intenzione di durare nel tempo”, ha parlato così Salvatore Martusciello del suo Sette Vulcani 2017.

Commento che porta a una riflessione ulteriore: la valutazione se uscire sul mercato a due anni dalla vendemmia.

Infine un punto è emerso con chiarezza da più voci: l’esigenza di fare squadra per consolidare e posizionare in maniera ferma l’immagine del territorio. Tuttavia la coesione necessaria a emergere la intravediamo già nel confronto condiviso, fatto non solo di parole ma di gesti concreti, come quello di assaggiare e riconoscere alla cieca i vini dei propri vicini di vigna.

Non possiamo dunque che condividere le parole di Cristina Varchetta di Cantine degli Astroni: “Con questa degustazione, una delle più belle sotto il profilo della longevità, i Campi Flegrei hanno raggiunto la maggiore età. In ogni calice il territorio è presente nella sua pienezza e interezza. Affermare il territorio Campi Flegrei è la strada da percorrere, come fatto da tempo in altri comparti vinicoli, nazionali e internazionali.”

I VINI IN DEGUSTAZIONE E  I PRODUTTORI PRESENTI ALLA SERATA

A etichette coperte abbiamo apprezzato, insieme con i produttori:

Falanghina 2021 Il IV Miglio – millesimo che anticipa note evolute, intrecciate ai tipici caratteri citrini

CRUna DeLago 2020 La Sibilla – esprime finezza nei sentori olfattivi e sorso equilibrato di freschezza agrumata

Vigna Astroni 2019 – di chiara impronta vulcanica e consolidata eleganza

Falanghina 2017 Agnanum – naso maturo e compiuto ma freschezza ancora prorompente

Falanghina 2016 Cantine Babbo – opulento con sprazzi balsamici

Vigna Solfatara 2021 Iovino – profumato, scorrevole, giocoso

Piedirosso 2019 Contrada Salandra – compatto nei sentori di piccoli frutti scuri e macchia mediterranea

Terra del Padre 2018 Cantine del Mare – elegante, speziato, succoso

Sette Vulcani 2017 – Salvatore Martusciello – note empireumatiche calde e speziature avvolgenti

Piedirosso 2015 Mario Portolano – Scuro, terroso, intrigante

“La Pietra di Tommasone”: una storia di Famiglia

di Augusta Boes

Quando il tuo destino è scritto nel DNA, e il tuo DNA è quello di Ischia, non importa dove nasci e dove ti porta la vita: puoi stare certo che il destino si compirà. Questa è la storia di una ragazza tedesca che viene da Ischia. No, non è la storia di una delle tante turiste innamorate di questa isola meravigliosa che i tedeschi da sempre hanno scelto come meta prediletta, compresa Angela Merkel. Il suo nome è Lucia Monti, è nata a Colonia in Germania, di professione fa l’enologa, ha rilanciato con passione l’attività della Cantina “La Pietra di Tommasone”, e questo racconto appartiene a lei.

Lucia è la figlia di Antonio che a sua volta è figlio di Tommaso, il figlio di Pietro che diede origine nel 1870 alla tradizione vitivinicola di famiglia. Tradizione portata avanti a fasi alterne. Il giovane Antonio difatti lascia l’isola alla volta della Germania per imparare il tedesco che qui ad Ischia serve come e più dell’italiano. Ed è così che incontra la bella Birgit, se ne innamora e finisce per restare.

Ma la storia, se pur a lieto fine, non si conclude qui, per la gioia di tutti gli amanti del buon vino! Ci sono luoghi natali che restano nel sangue più di altri perché permeati di un’aura magica molto potente: Ischia è decisamente uno di questi. Impossibile spezzare un incantesimo così forte. E così Antonio ritorna nel tempo e si dedica al recupero della vecchia cantina e dei vigneti di proprietà. Ma sarà la figlia Lucia, dopo la laurea in enologia conseguita in Germania, a scegliere questa terra per il suo progetto professionale e di vita insieme al marito Giuseppe Andreoli.

Terra di grandi vini dalla notte dei tempi, nell’antichità i vigneti ricoprivano gran parte delle pendici del monte Epomeo. Si dice difatti che i boschi di castagno che vi si trovano oggi si siano sviluppati dai pali che sorreggevano le viti, fatti appunto col legno di castagno. Con le sue vigne sospese tra il cielo e il mare, Ischia vanta una tradizione vitivinicola davvero millenaria.

Sebbene sia un’isola, la cultura terragna qui a Ischia è sempre stata forte, in alcuni casi addirittura predominante su quella marinara. Il caso ha voluto che mi sia innamorata della cantina “La Pietra di Tommasone” con un calice che, all’apparenza, aveva poco a che fare con l’idea di un vino isolano. Ma poi, ripensando alla scalata al Monte Epomeo, ardita anche in piena notte per poter godere della meraviglia dell’alba dalla sua sommità, tutto magicamente ritornava nel sorso.

Ed eccolo il colpo di fulmine, il Pignanera, da Aglianico e Montepulciano d’Abruzzo, un blend inusuale in un posto inaspettato. A Ischia è perfettamente normale trovare l’Aglianico, ma che c’entra il Montepulciano d’Abbruzzo? Qui, con l’Aglianico c’entra e pure tanto. Un rosso nobile, sensuale, avvolgente, elegante; i due vitigni che si fondono con armonia assoluta, ognuno esaltando il meglio dell’altro. Non si riesce a capire dove finisca l’uno e dove cominci l’altro, e se donare sé stessi si traduce poi in una entità nuova ma così bella, allora io dico doniamoci fino in fondo e non ci perderemo mai!

Il secondo e definitivo colpo di fulmine è arrivato poco dopo con il Biancolella che, insieme al Forastera, rappresenta l’emblema della produzione a bacca bianca dell’isola. Un vino schietto, fresco, pulito e piacevolmente minerale che colpisce direttamente al cuore. Vinificato in acciaio, sviluppa il bouquet elegante e delicato del varietale, e riporta nel calice le sensazioni autentiche dell’isola d’Ischia: l’aria di mare, il sole, il profumo dell’estate e la tipicità dei vini vulcanici. Note di ostriche, e poi di biancospino, acacia, fiori di campo, sfumature di pera e una leggera nota sulfurea.

L’esaltazione delle varietà autoctone, Biancolella e Forastera per i bianchi, e Piedirosso, Guarnaccia e Aglianico per i rossi, passa anche e soprattutto attraverso la sostenibilità e il rispetto per l’ambiente. Concetti imprescindibili che la Cantina Tommasone pone al centro della propria filosofia di produzione per portare il sole, il mare, i profumi e i sapori veraci di Ischia intatti e puliti in ogni sorso. Da profonda conoscitrice di questa meravigliosa terra, posso garantire che riescono egregiamente nell’impresa.

Dovete sapere che l’isola d’Ischia è un pezzo importante della mia infanzia e della mia giovinezza, un pezzo importante del mio cuore. La toccavo con un dito dalla finestra della mia camera da letto, e papà ci portava lì spesso, in barca partendo da Capo Miseno. Ci mancavo da troppo tempo, e così la voglia di scoprire la storia di questi vini deliziosi, e la prospettiva di una visita alla Cantina di Lucia hanno offerto il pretesto perfetto e irresistibile per tornare.

Ed eccomi qui finalmente! Dalla Tenuta il panorama è a dir poco mozzafiato! Tra cielo e mare si spiegano alla vista il meraviglioso golfo di Pozzuoli e la costa flegrea, con il Vesuvio che inequivocabilmente si staglia verso sud all’orizzonte. La vecchia cantina è davvero suggestiva, con il corpo principale scavato nella roccia di tufo verde. La temperatura qui è fresca e costante, e con il giusto grado di umidità, condizioni ideali per la spumantizzazione. Lucia non si è certo fatta sfuggire l’occasione di sperimentare con successo sia un Metodo Classico da Biancolella e Forastera, che da Aglianico. Ma la nostra intraprendente enologa ha altre sorprendenti novità per il prossimo futuro, quindi vi suggerisco di tenerla d’occhio!

Ci vorrebbe un tour dell’isola per visitare i 14 apprezzamenti che oggi compongono i 16,5 ettari de “La Pietra di Tommasone”, alcuni così piccoli da essere considerati poco più che giardini, fino alla Tenuta Monte Zunta nella zona di Sant’Angelo, a 450 mt sul livello del mare. Viticultura eroica dunque, non solo per la pendenza estrema di alcuni vigneti, ma anche per il fatto che parcelle così piccole, e incastonate ogni dove sul territorio, non consentono alcun tipo di meccanizzazione dei processi produttivi e di gestione dei vigneti.

Ciononostante, la produzione annua si attesta intorno alle 100.000 bottiglie suddivise in tredici etichette tra spumanti, versioni in anfora, bianchi e rossi, passando per un delizioso rosato, retaggio culturale della Germania. Qui difatti questo tipo di vino è particolarmente apprezzato nella sua versione intensa e di carattere, proprio come il Rosamonti che Lucia ha voluto dedicare ai luoghi dove è nata e cresciuta.

Concludo con una citazione dal sito istituzionale dell’azienda, perché, in poche parole riesce a dare una idea precisa e potente di chi sia questa strepitosa Donna del vino:

“… riflessiva, amante del territorio e capace di ascoltarlo, solo come le donne sanno fare. Con lei, le radici continuano ad essere la forza delle Cantine Tommasone: la famiglia, la terra e il duro lavoro in vigna sono l’importante eredità ricevuta.”

Cantine Tommasone

Azienda Agricola

Via Prov.le Lacco Fango, 144

80076 Lacco Ameno (NA)

tommasonevini.it