IoVino 2026

Nel panorama degli eventi dedicati ai vini italiani nella Capitale, ce n’è uno che individua un’importante traccia storica.

IoVino è nato 10 anni fa da ricerche fatte di cantina in cantina tra le Marche e la Campania, nel solco storico del commercio vinicolo nella città di Roma fin dall’epoca Romana e lungo l’intero arco del Medioevo. Si guarda in quei territori alle corti aristocratiche e papaline per affermare (e guadagnare) notorietà e valore fuori dalle proprietà nobiliari marchigiane e partenopee. 

La rassegna annuale si svolge a Roma nella seconda metà di marzo presso il Courtyard Marriott. È da sempre pensata e organizzata da Manilo Frattari, poliedrico e indomito ricercatore. Nel tempo l’evento è divenuto, nel panorama romano, un classico per ritrovarsi tra appassionati dei vini di Campania e Marche, a guardare al progresso della cultura enoica.

Il valore spiccato dell’evento è costituito dai nuovi produttori individuati da Manilo ogni anno, con l’aiuto della moglie Romina, a stupirci sempre per originalità e forza. Non è casuale che riescano a proporre masterclass sempre nuove e ricche di elementi di studio.

Nelle loro Masterclass, Romina Lombardi, Alessandro Marra e Pierpaolo Rastelli (coordinatore editoriale regione Marche per Gambero Rosso) guidano una platea di esperti, amatori e giornalisti alla scoperta di nuovi percorsi e all’incontro con produttori emergenti e animati dal fuoco sacro della elevata qualità.

La Campania è intelligentemente rappresentata da Alessandro Marra di Slow Wine e dal suo costante indagare tra i vitigni campani nella loro sempre sorprendente intensità e ricchezza. Protagonista dell’appuntamento è lo Sciascinoso, un vitigno definito “misterioso” perché le origini si perdono nel periodo di Plinio il Vecchio che lo citava come “Vitis Oleagina”, rimasto in ombra per secoli nello scenario vitivinicolo campano. 

Una storia da piccolo attore di scena in Irpinia e nel salernitano, sotto nomi diversi quali Sanginoso, Sancinoso o Sanguinoso, o Cascolo in Irpinia, oppure Olivella Bastarda nel napoletano, Fosco Peloso nel Matese di Alife.

I ricercatori francesi Pierre Viala e Victor Vermorel ne rinvennero nel secolo scorso una immagine in litografia alla Régia Scuola di Avellino. Giuseppe Frojo nei suoi storici lavori di studi ampelografici dava una descrizione della “sancinosa” identica alla olivella dei Principati di Avellino e Salerno. Girolamo Molon lo chiamó Olivella per similitudine alla oliva, ma errando nella collocazione geografica perchè la Olivella Nera è prevalentemente laziale.

Oggi siamo a 43 ettari coltivati a Sciascinoso, rispetto ai 2599 ettari di inizio secolo scorso: pochissimi produttori, eppure grandi speranze.

Iniziamo da Terra di Briganti “Sciascinoso” 2021, dal colore rubino senza trasparenze e di buona consistenza: olfatto ricco di sottobosco e prugna, agrume di arancia rossa, essenze di rabarbaro e pepe nero e una nota leggera di cardamomo combinata a refoli di pietra basaltica. Una nota calda emergente a regolare un tannino intenso: la gioventù lascia in ombra i sentori fruttati di prugna e susina matura rispetto alla speziatura di pepe e cardamomo.

La cantina Capolino Perlingieri con il suo “Sciascí” del 2022 ne offre una versione più elaborata e profonda, per i tannini curati e contornati da tratti balsamici ed erbe aromatiche.

La Masterclass guidata da Pierpaolo Rastelli guarda ai nuovi percorsi dei vini rossi nel territorio marchigiano.

Le Marche sono generalmente percepite come luogo d’espressione di vini bianchi particolari, come Pecorino e Passerina, oltre al celeberrimo Verdicchio. Ma le produzioni di rossi sono attualmente in grado di sorprendere e offrono oggi una mappa enoica nuova ed emotiva, nella sperimentazione di sapori che scavallano la tradizione ed eleggono a patrimonio progetti originali e talvolta inclusivi di vitigni internazionali.

Per iniziare il cammino, c’è una riscoperta della Grenache o Alicante, un vitigno capriccioso amante del Mediterraneo e diffuso in California come in Cina, in Australia come in Sud America, in Turchia come in Marocco. Il filo comune è la sua particolare attitudine a marcare il territorio che esprime. Una delle caratteristiche più interessanti della Grenache è la sua adattabilità ai diversi climi. Prospera nei climi caldi ed è altamente resistente alle condizioni di siccità, il che rende questo vitigno la scelta ideale in un’epoca di cambiamenti climatici e pratiche viticole sostenibili.

Ha fruttuosità intrigante e corredo aromatico floreale di rose a esaltare il periodo di affinamento, di uve raccolte il piu tardi possibile, come cuore della sua piacevolezza tannica e persistente. La cantina Mirizzi di Montecappone, col suo “Cogito R.” ne esprime una versione particolarmente equilibrata, di un rosso allegro e brillante ma profondo, per mineralità, come la sua boccata. 

Poderi San Lazzaro è forse stato il precursore più di vent’anni fa in questo percorso della Grenache marchigiana: il loro “Pistò” ha  croccantezza di frutto e delicatezza floreale, al naso come al palato, a preparare al gusto la potenza di questo Alicante (nome dato alla Grenache in Italia a inizio secolo scorso), affinato 16 mesi in tonneau e diretto ad aggredire ogni piatto di carne rossa. Peraltro, la cantina offre ottimi bianchi come l’Offida, il loro Pecorino del 2024 che offre una salinità speciale a corredare, tra pungenze olfattive e suadenze palatali, una magistrale combinazione di sentori erbacei agresti e primaverili. 

Un Grenache in anfora di terracotta (fermentazione e poi affinamento per 1 mesi) vinificato con lieviti indigeni rappresenta, infine, la cesura tra antico e nuovo, come solo la passione della cantina La Lepre e La Luna ogre col loro “Commenda 64”: boccata gradevolissima e rotonda, pulito e ispiratore di gusti più eleganti: un Alicante dalla capacità tannica ben domata e resa equilibrata con gradevolezza glicerica. Esemplare la grafica del label, dotato di un vero petalo di rosa al centro: con poco più di 400 bottiglie è un gioiello.

Tenuta Spinelli, ad 800 metri d’altitudine, ha immaginato un percorso contemporaneo del Pinot Nero nelle Marche, in realtà lí portato già dal periodo dell’occupazione napoleonica nella zona di Monte San Bartolo. La cantina ha investito in barrique francesi, a Castel di Croce e nella cantina, esprimendo una sua versione netta e semplice, inconsueta a paragone coi pari grado altoatesini e umbri, ingentilendone ulteriormente le note amaricanti. 

Cantina San Isidoro è situata più a sud e più in basso, altrettanto artigianale per fattura e forse dal maggior equilibrio tra tannini setosi, note minerali e note calde. Il loro “Pinotto” è un progetto recentissimo, frutto di prossimità marittime ed escursioni termiche rilevanti, ma davvero molto gradevole al palato più che al naso.

Tra le zone vinicole storiche delle Marche, l’areale di Matelica è forse il più originale, ancorché già famoso per la sua origine geologica glaciale e ricca di sali ancestrali a dar vita al celebre Verdicchio di Matelica.

C’è lí la sfida di esprimere un rosso toscano come il Ciliegiolo, diffuso anche in Umbria, che Umberto Gagliardi in contrada Ceresi, da vero beatnik in vigna, a 490mt elabora da un trentennio con viti cinquantenarie: il suo “Ceresi” è così vero e identitario al punto da assumere il nome di “Morettone” secondo il vernacolo locale, a rimarcarne il colore più scuro e il palato più robusto tannico.

Non meno importante è il territorio di Serrapetrona in provincia di Macerata, con altitudini delle produzioni situate tra 400 e 700 mt s.l.m.

È caratterizzato dalla produzione in viticoltura eroica della Vernaccia Nera, un’uva di indole robusta e montana, versatile ma che richiede molta cura e un obbligatorio passaggio in legno a domarne i contenuti ferrosi e annunciati già dal colore rosso rubino molto tendente al granato. Clima rigido e territorio aspro, è questo un areale dove sopravvivono da sempre solo i viticoltori più testardi e cocciuti nel mantenere sapori antichi di generazioni. 

Dante Duri è un produttore piccolo ma estremamente tipico, meticoloso nella raccolta e selezione delle uve a produrre una Vernaccia, “Serrapetrona Estella”, di forte identità per Serrapetrona, ricca di aromi di pout-purri scuri e intensi, confetture di prugna e visciole, balsamici di menta e lavanda: tutti descrittori confermati pienamente al palato, di bella boccata e dal finale vegetale balsamico. Ideale per il Ciauscolo o per qualsiasi piatto a buona grassezza.

Di pari grado ma certamente più gastronomica per affinità è la “Serrapetrona Torcular” di Podere sul Lago, ben radicata nel territorio di Serrapetrona: si distingue per un’ampia boccata dai tannini educati e meno selvatici assieme a una nota alcolica calda ma equilibrata dalla mineralità di quei terreni. 

Oltre ai vini presenti nelle Masterclass, abbiamo provato a selezionare i migliori e certamente più originali vini presenti all’evento, ai cui partecipanti è stato richiesto di votare la cantina e il vino di propria preferenza tramite un QR Code posto all’ingresso.

Ecco le nostre scelte:

“Coda di Volpe” Molettieri quasi da Chablis, offre al naso fragranza farinacea mista a pesca bianca matura e acuti di pietra focaia e erba di sfalcio.

Cantina Tagliaferro, Costiera Amalfitana in Tramonti presenta il “Tramelios” 2024, un bianco blend degli autoctoni Pepella e Ginestra Amalfitana. Un vero successo già al principio. Floreale da margherite con ginestra irradiata dal sole, lunga e voluttuosa a incastonarsi in una serie di sbuffi minerali di roccia bagnata e sale a confluire in un etereo gassoso d’idrocarburo.

Andrea Giorgetti, “Adele” Rosso Piceno 2024. Rosso con riflessi rubinei di decisa consistenza, composto da uve Montepulciano e Sangiovese a circa 60 mt s.l.m. con una buona escursione termica e una ricca condizione idrogeologica a conferire aromi spiccati. 

IoVino ha offerto eccellenti degustazioni e novità per lo studio, mantenendo l’impegno a ricercare sempre i nuovi creatori e le loro creazioni.

Presentata a Roma la GuidaBio 2026 dei vini italiani

Roma ha ospitato il 24 gennaio 2026, all’Hotel Villa Pamphili, la Guida Bio dei Vini Italiani prodotti da cantine a certificazione biologica.

La premiazione di cantine bio di tutt’Italia per regione e tipologia ha offerto l’opportunità di confronto tra i maggiori stakeholder del comparto delle produzioni biologiche nel nostro paese.  

Il progetto di Antonio Stanzione, con la partnership dell’editore catanzarese Rubbettino, nasce dalla sua ispirazione all’innovazione nel rapporto tra consumatori, produttori e dall’intento di valorizzare le scelte green ed ecosostenibili del mondo enologico e di altri comparti della produzione agricola.

Difficoltà e responsabilità sono i binari su cui avviene questo percorso nel nostro paese, seguendo una coscienza collettiva sempre più improntata alla sostenibilità ambientale e dei processi di produzione dei cibi e delle bevande. La tutela del consumatore, sempre più attento alla provenienza delle materie prime, alla certificazione dell’origine e alla qualità dei procedimenti di trasformazione, richiede perciò scelte virtuose, etica, lungimiranza, rispetto e qualità.

Guida Bio è un prodotto editoriale innovativo che ha già una buona e consolidata esperienza nel raccogliere e raccontare i prodotti e le esperienze di produttori che ormai non sono più precursori ma attori protagonisti nel mainstream del cambiamento dei processi relativi agli alimenti.

Si sviluppa sulle recensioni di prodotti e aziende che hanno deciso di abbracciare tale condotta agricola attraverso l’adesione a rigidi disciplinari di certificazione.  Il percorso ha visto negli anni il coinvolgimento, necessario ancorché sollecitato, di istituzioni e organismi intermedi di categoria, creando un movimento culturale e produttivo che abbraccia ormai più di 25.000 produttori, dei quali secondo SINAB  circa 2.139 sono produttori vitivinicoli, con una media produttiva in aumento.

L’Italia è infatti leader europea nella viticoltura biologica con una superficie di oltre 135.000 ettari (al 2022), che rappresentano una quota del 17% del totale delle superfici vitate nel paese. La Sicilia vanta la maggiore superficie biologica (28% del totale nazionale), mentre la Toscana è prima per numero di cantine, seguita da Veneto e Puglia.

La produzione di vino biologico (da non confondere assolutamente con il cd. “Vino naturale” che è altro oggetto e risponde a una diversissima tendenza) ha registrato una forte crescita (+24% in un anno), superando i 2,8 milioni di ettolitri nella campagna 2021-2022, ma vedendo una leggera flessione dal 2023 ad oggi percepibile come fase di assestamento dopo anni di crescita rampante, e non come elemento di break strutturale.

È importante sapere che fino a circa 100 anni fa la densità d’impianto di vigne e olivi entro il comune agricolo di Roma era di gran lunga la maggiore del continente. Oggi l’amministrazione capitolina investe creando diversi progetti per il recupero e l’espansione dell’agricoltura – in particolare nel  Municipio IX e in specie se improntata al sociale con rigenerazione urbana dei territori. Ne è un esempio il progetto europeo IterVitis per ricostruire storicamente i vitigni originari, che a Roma vede il vigneto storico di San Sisto presso le Terme di Caracalla recuperare i 7 vitigni storici a ripristino dell’ampelografia dell’area.

Essenziale é infatti la scelta biologica integrale, spinta anche delle associazioni pro-biologico presenti nella Guida Bio, tra cui FederBio e SlowFood, coinvolte in alcuni progetti e segno dell’impegno e dell’intesa tra istituzioni locali e organizzazioni.

Il Lazio vede oggi una grande rinascita tecnica enologica, destinata a recuperarne la reputazione, nel quadro di una Italia sempre più a condizione climatica ideale per agricoltura biologica rispetto alla Francia e alla Spagna che persistono nella coltivazione intensiva.

Non mancano le criticità di periodo e di percorso, discusse da un panel davvero rappresentativo: Diana Lenzi (Coldiretti) affronta il problema degli incentivi discontinui, incerti, da parte della Politica Agricola Comunitaria dell’Unione Europea a beneficio delle  amministrazioni regionali e locali.

Nonostante L’Italia sia il primo paese per estensione della viticoltura biologica, e nonostante il settore agricoltura sia normato a ogni livello, gli elaboratori delle norme centrali, giù fino agli stati membri e alle regioni e ai comuni interessati, sono sempre  autori di provvedimenti chiaramente non competenti dei dettagli della materia da normare, sottovalutando le esperienze tecniche e amministrative dai professionisti sui territori.

La Coldiretti rinnova ogni anno il proprio compito di fornire ai legislatori i contenuti e gli aggiornamenti idonei alla necessità di conoscenza e competenza specifica.

Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio e produttrice toscana, indica alcune strategie per lo sviluppo del comparto agricolo biologico. È certamente ottimo avere una specifica guida per l’unicità dell’agricoltura biologica e per il valore che essa conferisce al territorio. Il comparto cresce dal 2012 grazie a un solido regolamento per il vino biologico, adotta la euro-foglia come simbolo distintivo delle produzioni bio, consapevole ormai che l’agricoltura biologica sia sempre cresciuta fino al  2022 con il 20% circa del territorio. Tuttavia, dal 2023 le aree ad agricoltura bio hanno perso il 2-3% ed è un calo dovuto an incomplete conversioni bio soltanto dei mezzi tecnici: ciò implica una strategia di sostegno all’ammodernamento tecnologico dei processi bio.

Ciò vuol dire anche una strategica cura del suolo, l’indirizzarsi alla specificità del vitigno, l’uso estensivo di difese naturali e le attività di bio-controllo.

Sono percorsi contrapposti alle scelte dei grandi gruppi industriali, orientati a riduzioni massive dei costi di produzione e purtroppo considerati privilegiati dal governo italiano attuale per destinazione di misure di sostegno – caso unico in Europa.

Una innovazione strategica guarda a  formazione e supporto tecnico, a investimento in sistemi non brevettabili perché diffusi, facilmente replicabili e non originali (anzi spesso vengono dalla storia agricola) ma certamente efficaci per la agricoltura bio. 

È necessario spingere per un’ulteriore semplificazione burocratica. Infine, è strategica la presa di coscienza di noi produttori bio della necessità di adottare una comunicazione intensiva ai cittadini, affinché sappiano che biologico vuol dire beni collettivi e interesse sociale, dalla salute all’ambiente. Basta guardare il caso di studio di Deloitte, incaricata dal governo olandese di produrre un’analisi comparativa tra biologico e non dell’agricoltura in Olanda: il risultato è stato il dato di risparmio di costi generali, che con l’introduzione dei processi bio ha visto risparmiare  2mld€ al comparto agricolo e la riduzione di 7mld€ di costi sociali.

Proprio nella comunicazione emergono elementi utili in prospettiva. Wine Tales Magazine, partner comunicazione della Guida Bio 2026, è presente con Ivan Vellucci, che riprende il punto degli investimenti in comunicazione: scarsi, evidente irrilevanza e ininfluenza, quasi sempre diretti a persone già coinvolte. Le etichette bio prodotte, se disposte in linea continua, arrivano forse a 400 metri di lunghezza contro circa 40 km in lunghezza coperti dalle etichette tradizionali. Le persone, alla fine, scelgono su quanto vengono a sapere: raccontare in maniera semplice e lineare i vini bio serve a educare i consumatori e la loro comprensione ed evoluzione identitaria di consumatori selettivi.

Investire in comunicazione(soldi ma soprattutto tempo) vuol dire oggi coinvolgere personalità che non banalizzino il messaggio su se stessi, dato tipico di influencer e di tecnici esclusivi. I produttori devono giungere a una comunicazione densa della loro storia, delle scelte e dei risultati biologicamente eccellenti. La bellezza di questi racconti contagerà le scelte dei consumatori come dei legislatori come degli altri produttori. 

Alessandro Elia, direttore generale di Suolo e Salute, organismo di controllo per l’agricoltura biologica in Italia, pone l’accento sul ruolo mitigatore degli effetti di cambiamento climatico dell’agricoltura bio. 

Gli studi scientifici nel mondo e su  diversi suoli confermano il trattenimento di carbonio operato da agricoltura bio fino a +26% rispetto all’agricoltura integrata, in barba ai sostenitori dell’inutilità dela conversione al biologico. Senza fertilizzanti e presidi di difesa sintetici, senza arricchimenti non organici, con trattamenti che in genere arrivano a 24-26 operazioni all’anno, il terreno invece risponde con tutte le proprie potenzialità di difesa e sviluppo.

La criticità qui é di nuovo l’informazione e l’educazione del consumatore che non conosce i danni alla salute (Reg.UE n.3012 del novembre 2024, su carbon farming e crediti carbonio). Realizzare finalmente il registro dei crediti carbonio UE, con crediti misurati per ettaro, sarebbe arrivare dentro  mercato globale dei crediti già attivo, con benefici e risultati subito tangibili. 

Antonio Stanzione, padre della Guida Bio, spiega che vino biologico non vuol dire vino“naturale” con odori non buoni, ma un vino a costi maggiori per l’investimento in tecniche e processi biologici. L’incapacità dei consorzi di riconoscere le aziende bio dalle tradizionali nella loro peculiare specificità è un problema deontologico: se solo 3 su 100 consorzi recepiscono le informazioni fornite dall’anagrafe bio, allora è doverosa la responsabilizzazione tramite la promozione attuata dai produttori bio verso i loro consorzi di appartenenza. Più coesione di comparto biologico, più determinazione a creare associazioni di scopo e con obiettivi di rappresentanza unitaria che superino la frammentazione.

La conclusione è affidata a Vincenzo Mercurio, noto enologo e studioso di rigenerazione dei terreni e dei vigneti. Da enologo, compara le operazioni di protezione della vigna, che proteggono investimenti oltre che prodotti, tra gli impieghi di solo rame e zolfo, le sole poche molecole fini al qualche anno fa disponibili, e le risorse attuali più numerose e naturali perché prese dall’osservazione della natura con le sue soluzioni.

I sistemi di difesa della natura sono spesso importanti e invece, con ignoranza, sottovalutati, spingendo alcuni a sostenere che l’agricoltura biologica sia in realtà una chimera impossibile. Mentre spesso la natura ha offerto soluzioni di difesa dell’uomo alla farmacopea per la salute umana.

Oggi la punta del comparto sono 550 aziende e 2500 vini totalmente, integralmente biologico. Un suolo per sua natura non inerte, se non subisce concimazioni chimiche dannose alla microbiologia, sa creare resistenza naturale. La vite ne è l’esempio per eccellenza: bio non è più “moda” ma “sistemi” assurti a struttura ed architettura della “Biodiversità”. E ciò ha portato a una nuova generazione contemporanea di vini fortemente identitari. 

La prospettiva è chiara, quindi: fare vini sempre più territoriali, con millenni di storia e numero di vitigni autoctoni che lavorano a nostro favore. Raccontare bene il proprio territorio e programmarlo biologicamente sono assieme il passaporto per il futuro ben oltre la scelta bio, lontani da ripetizioni o imitazioni. 

La diversità delle produzioni vede e vedrà l’equivalenza della biodiversità in cantina.

Per consultazione:

https://sinab.it/wp-content/uploads/2024/10/Scheda-di-settore-del-vino-biologico.pdf

Roma celebra il Sud: Beviamoci Sud tra analisi, identità e nuove prospettive

Ci sono eventi che raccontano il vino. E poi ci sono eventi che raccontano un’idea di vino. Beviamoci Sud, andato in scena il 31 gennaio e 1° febbraio nelle sale eleganti del The Westin Excelsior di Via Veneto, appartiene decisamente alla seconda categoria.

Entrando nelle sale affrescate dell’hotel romano si aveva subito la sensazione che non si trattasse soltanto di una grande degustazione dedicata al centro-sud, ma di un progetto culturale costruito con visione e metodo. Il Sud, qui, non era una semplice area geografica: era un’identità plurale, un mosaico di territori, vitigni, storie familiari e nuove energie.

Il merito di questa regia precisa e appassionata va riconosciuto ad Andrea Petrini e Marco Cum, anima dell’agenzia Riserva Grande, che negli anni ha dimostrato una capacità rara: trasformare un evento in un racconto coerente. Nulla è lasciato al caso. Dalla selezione delle cantine alla scansione delle masterclass, fino all’equilibrio tra banchi d’assaggio e momenti di approfondimento, tutto risponde a una visione chiara: dare al Sud il palcoscenico che merita, senza folklore, ma con rigore e competenza.

Riserva Grande, sotto la guida di Marco Cum, conferma ancora una volta la propria vocazione a fare sistema. L’organizzazione è fluida, l’accoglienza professionale, la comunicazione puntuale. Ma soprattutto si percepisce una cura quasi sartoriale nel costruire relazioni tra produttori, stampa e operatori. Beviamoci Sud non è una fiera dispersiva: è un luogo di incontro vero, dove il dialogo è incoraggiato e la narrazione è parte integrante dell’esperienza.

Accanto alla struttura organizzativa, uno degli elementi più qualificanti di questa edizione è stato il ricco calendario di masterclass, che hanno dato profondità culturale alla manifestazione. Qui emerge con forza il contributo di Luciano Pignataro, relatore d’eccezione capace di coniugare competenza tecnica e capacità divulgativa.

Le sue sessioni dedicate ai vitigni del Meridione, dall’Etna al Primitivo di Manduria, fino ai territori emergenti come la Calabria della futura DOC Costa degli Dei, non si sono limitate a una degustazione guidata. Sono diventate veri percorsi interpretativi. Luciano Pignataro ha saputo contestualizzare ogni calice, legando il dato organolettico alla storia del territorio, alle dinamiche agronomiche, alle scelte stilistiche dei produttori. Ne è scaturito un dialogo vivo, partecipato, in cui il pubblico composto da appassionati e professionisti, ha potuto approfondire temi cruciali: identità varietale, evoluzione dei disciplinari, sfide climatiche, nuove letture dei vitigni autoctoni.

In un panorama spesso dominato dalla velocità dell’assaggio seriale, queste masterclass hanno rappresentato una pausa di riflessione. Hanno restituito al vino la sua dimensione culturale, ribadendo che conoscere un vitigno significa comprenderne l’ambiente, le mani che lo coltivano, la visione che lo interpreta.

E poi c’erano i banchi d’assaggio, oltre ottanta vignaioli a rappresentare Campania, Puglia, Calabria, Sicilia, Basilicata e Lazio. Un Sud sfaccettato, lontano dagli stereotipi, capace di esprimere finezza, verticalità, eleganza oltre alla consueta potenza solare. Dai bianchi vulcanici ai rossi mediterranei, passando per interpretazioni di Magliocco e Zibibbo che guardano al futuro con identità rinnovata, la sensazione condivisa era quella di una maturità ormai compiuta.

Beviamoci Sud si conferma così molto più di un evento tematico: è un osservatorio privilegiato sull’evoluzione enologica del Mezzogiorno. E se questo accade è grazie a una squadra che lavora con visione strategica e passione autentica. Andrea Petrini e Marco Cum, con l’agenzia Riserva Grande, hanno costruito una piattaforma credibile e solida. Luciano Pignataro, con le sue masterclass, ha dato profondità e spessore al racconto.

Il risultato è un appuntamento che non celebra soltanto il vino del Sud, ma ne rafforza l’autorevolezza. In una cornice iconica come quella del Westin Excelsior, il Mezzogiorno vitivinicolo ha parlato con voce chiara, consapevole, contemporanea.

In particolare, mi preme fare un approfondimento sulla Masterclass Costa degli Dei.

La futura DOC Costa degli Dei nasce con l’obiettivo di dare identità e riconoscibilità al patrimonio vitivinicolo della provincia di Vibo Valentia, lungo uno dei tratti più suggestivi del Tirreno calabrese. Promossa dal Gal Terre Vibonesi e dall’Associazione Viticoltori Vibonesi, la denominazione punta a valorizzare un areale che si estende tra colline e mare, coinvolgendo sedici comuni della costa. Al centro del progetto due vitigni simbolo del territorio: il Magliocco Canino, anima dei rossi e dei rosati, e lo Zibibbo, interprete di bianchi aromatici di forte impronta mediterranea. Ancora in attesa del riconoscimento ministeriale, la DOC si propone come strumento di crescita qualitativa, promozione enoturistica e rilancio economico, con l’ambizione di trasformare la Costa degli Dei in un nuovo riferimento dell’enologia calabrese.

Accanto alla struttura organizzativa, uno degli elementi più qualificanti di questa edizione è stato il ricco calendario di masterclass, che hanno dato profondità culturale alla manifestazione. Tra queste, particolarmente significativa la degustazione guidata da Luciano Pignataro, Vincenzo Alvaro e Vitaliano Papillo, un focus serrato sui vini calabresi che ha messo in luce identità, potenzialità e anche qualche limite interpretativo.

Si è iniziato con il Cantina Masicei Rafè Pas Dosè Metodo Classico, 30 mesi sui lieviti, una produzione minuscola, tra le 600 e le 800 bottiglie l’anno, che racconta un artigianato autentico. Nel calice un rosa salmone brillante, al naso fiori e agrumi intensi; in bocca freschezza e sapidità, con rimandi al pompelmo rosa e all’arancia rossa, chiusura appena amaricante. Una bollicina identitaria, lontana da mode omologanti.

Il passaggio allo Zibibbo ha mostrato la versatilità del vitigno. Il Castelmonardo Calabria Zibibbo IGT 2024 si è presentato con un naso dolce e suadente, tra fiori e macchia mediterranea; in bocca, invece, austero e secco, con richiami a frutta gialla, litchi e agrumi. Un vino complesso, giocato sull’equilibrio tra aromaticità e tensione.

Di grande impatto il Benvenuto Calabria Zibibbo IGT 2024, premiato tra i primi dieci vini bianchi d’Italia. Ampio e articolato, con una componente morbida sostenuta da una freschezza elegante, ha offerto note dolci di fiori e frutti, dimostrando come lo Zibibbo possa ambire a traguardi di assoluto rilievo nazionale.

Più controverso il Centodì Origine & Identità Zibibbo Macerato 2024: al naso sensazioni di senape, cappero, acciughe. Un profilo spinto, che nella valutazione complessiva è risultato meno convincente, ma che testimonia la volontà di sperimentare e di esplorare linguaggi alternativi.

Il Magliocco Canino ha poi mostrato la propria duttilità. Il Cantine Laquaniti Tra.monti Rosato 2024 si è distinto per freschezza, tono e fragranza fruttata, mentre il Casa Comerci Libìci 2022 ha sorpreso per finezza ed eleganza: note vegetali di cardo, cappero e macchia mediterranea, in una versione raffinata e non scontata del vitigno.

Chiusura in dolcezza con il Cantine Artese Aurum Deum, Calabria IGT Zibibbo Passito 2023. Vendemmia tardiva con grappoli lasciati appesi, vinificazione a gennaio, imbottigliamento a giugno, produzione tra le 700 e le 1000 bottiglie l’anno. Nel bicchiere frutta candita e mandorle dolci, in un equilibrio che racconta pazienza e cura.

Questa masterclass ha rappresentato uno dei momenti più alti della manifestazione: un confronto serio, analitico, guidato da voci autorevoli capaci di mettere in prospettiva ogni assaggio. È qui che Beviamoci Sud dimostra la propria maturità: non solo celebrazione, ma analisi critica e approfondimento.

L’insieme delle degustazioni e degli incontri ha restituito l’immagine di un Sud consapevole, che non teme il paragone e che, anzi, rivendica la propria complessità. E se tutto questo è stato possibile, è grazie alla visione organizzativa di Andrea Petrini e Marco Cum con Riserva Grande, capaci di costruire una piattaforma credibile e solida, e alla qualità dei relatori che hanno dato spessore culturale all’evento.

Ai banchi d’assaggio si respirava un’energia viva, quasi febbrile, ma mai caotica. Il flusso continuo di appassionati, operatori e colleghi raccontava la fame di conoscenza verso un Sud che non si accontenta più di essere evocato, ma chiede di essere compreso calice alla mano. È qui, tra un assaggio e uno scambio di impressioni, che l’identità dell’evento ha trovato la sua espressione più spontanea.

Con il collega Adriano Romano mi sono soffermato a lungo al banco della cantina siciliana Iuppa, in Contrada Salice, sulle pendici dell’Etna. I loro vini restituiscono con precisione la voce del vulcano: il LINDO Etna Bianco Superiore 2022 si distingue per tensione e verticalità, con una trama sapida che richiama la pietra lavica e gli agrumi maturi; l’ATA Etna Rosato 2024 coniuga fragranza e slancio, giocando su note di piccoli frutti rossi e una chiusura salina; il CLO Etna Rosso 2022 esprime finezza e dinamismo, mentre il Pinin Nerello Mascalese IGT 2021, proveniente da vigne antiche a piede franco, offre profondità e complessità, con un sorso che alterna eleganza e vibrazione minerale. Vini che non gridano, ma raccontano con autenticità la stratificazione del loro terroir.

Di tutt’altra matrice, ma ugualmente identitaria, la presenza de Le Cantine del Notaio, presidio lucano che continua a rappresentare con autorevolezza l’Aglianico del Vulture. Il Rogito 2024 mostra energia e immediatezza, Il Repertorio 2022 conferma equilibrio e coerenza stilistica, mentre La Firma 2018 e Il Sigillo 2017 esplorano registri più profondi e strutturati, in cui il tempo diventa ingrediente essenziale. Una gamma che ribadisce quanto il Vulture sappia coniugare potenza e finezza.

Interessante anche l’incontro con Mourad Ouada, enologo cosmopolita dalle radici algerine, francesi e italiane, capace di trasferire nei progetti che segue una visione ampia e stratificata. Nei vini di Tenute Oskiros, in Gallura, si percepisce questa sensibilità: il Vermentino gioca su freschezza e precisione aromatica, mentre il Cannonau esprime un profilo mediterraneo elegante, mai sovraccarico, in cui il frutto dialoga con la macchia e la brezza marina.

A sorpresa, ma con idee chiare, la giovane realtà Mugilla, alle porte di Roma, che sta costruendo un percorso interessante nella valorizzazione del Lazio vitivinicolo, proponendo etichette capaci di coniugare territorialità e slancio contemporaneo.

E poi l’eccellenza campana di Antonio Molettieri, premiato per il miglior Taurasi DOCG “D’Oreste”: un riconoscimento che suggella un lavoro rigoroso sull’Aglianico irpino, vino di struttura e profondità, ma anche di precisione espressiva.

Questi incontri, così diversi per provenienza e stile, hanno restituito l’immagine di un Sud plurale, maturo, consapevole delle proprie radici e deciso a raccontarsi con linguaggi sempre più raffinati. Ai banchi di Beviamoci Sud non si è assistito soltanto a una successione di assaggi, ma a un dialogo continuo tra territori, interpreti e visioni. Ed è proprio in questa coralità, viva e articolata, che il Mezzogiorno enologico ha mostrato la sua forza più autentica.

Biskè – Pizza e Brace celebra l’amore: un menù esclusivo per un San Valentino tra gusto e tradizione per festeggiare la festa degli innamorati a Roma

Per la serata di San Valentino, Biskè – Pizza e Brace apre le porte del suo locale in Via Nomentana 1040 con una proposta che celebra il connubio tra tecnica e passione. Il percorso gastronomico è firmato interamente da Giuseppe Todaro, chef pizzaiolo e anima creativa di Biskè, che per una sera si allontana dal forno a legna per curare un menù completo che esalta la materia prima e il gusto mediterraneo.

L’evento, intitolato “A tavola con l’Amore“, rappresenta la visione di Todaro: una cucina di sostanza, sincera ma capace di stupire attraverso accostamenti ricercati, pensata per chi cerca un’esperienza conviviale ed elegante.

L’Esperienza gastronomica: la firma di Todaro

Il menù si snoda attraverso tappe che giocano sui contrasti di consistenze e temperature, cifra stilistica dello Chef:

L’aperitivo di benvenuto: L’accoglienza firmata Biskè per preparare il palato.

L’antipasto creativo: Un involtino di melanzana con cuore di provola affumicata e salsa al basilico, accompagnato da un prosciutto cotto in un’inedita panatura al formaggio.

Il primo: Un risotto che esplora l’equilibrio tra l’amaro del radicchio e la dolcezza del miele, impreziosito dalla cremosità della fonduta e dal crunch delle noci tostate.Il secondo di brace: Un omaggio alla specialità della casa, con un arrosto di vitello tenerissimo servito con funghi cardoncelli e un medaglione di patata alla griglia.

A Roma l’evento “L’Italia del Pinot Nero e del Sauvignon”

Due vitigni internazionali nell’interpretazione dei produttori dello Stivale, saranno al centro dell’evento organizzato da Vinodabere a Roma il 7 e l’8 febbraio presso l’Hotel Belstay, via Bogliasco 27.

La testata giornalistica Vinodabere è da tempo impegnata in focus riguardanti territori (vedi ad esempioGuida ai Migliori Vini della SardegnaGuida ai Migliori Vini della ValtellinaGuida ai Migliori Vini dell’Alto PiemonteGuida ai Migliori Vini della Basilicata) e vitigni, come appunto il Pinot Nero (Guida ai Migliori Pinot Nero d’Italia) e il Sauvignon (Guida ai Migliori Sauvignon d’Italia 2025, a breve uscirà l’edizione 2026).

L’Italia del Pinot Nero e del Sauvignon sarà quindi un’occasione per fare un piccolo giro virtuale tra alcuni degli areali italiani dove si producono queste varietà.

Programma

sabato 7 febbraio mattina

Masterclass con orari e vini da definire

sabato 7 febbraio pomeriggio (dalle 14 alle 16)

Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 6 febbraio (e ricevendo poi conferma) aitaliapinotnerostampa@gmail.com.

Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 6 febbraio (e ricevendo poi conferma)aitaliapinotnerostampa@gmail.com.

Apertura banchi di assaggio per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso): kit di degustazione 25 euro.  L’acquisto del kit di degustazione è possibile on line qui:link,oppure direttamente al desk dell’evento.

sabato 7 febbraio pomeriggio (dalle 16 alle 20)

Apertura banchi di assaggio per il pubblico (kit di degustazione 35 euro con calice incluso), per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso kit di degustazione 25 euro). L’acquisto del kit di degustazione è possibile on line qui:link,oppure direttamente al desk dell’evento.

Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 6 febbraio (e ricevendo poi conferma) aitaliapinotnerostampa@gmail.com.

Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 6 febbraio (e ricevendo poi conferma)aitaliapinotnerostampa@gmail.com.

Apertura banchi di assaggio per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso): kit di degustazione 25 euro.  L’acquisto del kit di degustazione è possibile on line qui:link, oppure direttamente al desk dell’evento.

domenica 8 febbraio  (dalle 10:30 alle 18:30)

Apertura banchi di assaggio per il pubblico (kit di degustazione 35 euro con calice incluso), per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso kit di degustazione 25 euro). L’acquisto del kit di degustazione è possibile on line qui:link,oppure direttamente al desk dell’evento.

Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 6 febbraio (e ricevendo poi conferma) a italiapinotnerostampa@gmail.com.

Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 6 febbraio (e ricevendo poi conferma)aitaliapinotnerostampa@gmail.com.

Apertura banchi di assaggio per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso): kit di degustazione 25 euro.  L’acquisto del kit di degustazione è possibile on line qui:link, oppure direttamente al desk dell’evento.

Tutte le altre informazioni sono disponibili qui: https://vinodabere.it/litalia-del-pinot-nero-e-del-sauvignon-levento-organizzato-da-vinodabere-sabato-7-e-domenica-8-febbraio-2026-a-roma-presso-lhotel-belstay/

Beviamoci Sud Roma 2026: il racconto dei vini del Sud cresce e approda al Westin Excelsior

Torna Beviamoci Sud Roma, l’evento di riferimento nella Capitale dedicato alla valorizzazione dei vini del Mezzogiorno d’Italia. La settima edizione si svolgerà sabato 31 gennaio e domenica 1° febbraio 2026 nelle prestigiose sale del The Westin Excelsior Roma (Via Vittorio Veneto 125), segnando un nuovo e significativo passo avanti nel percorso di crescita della manifestazione.

Nato dalla passione e dall’impegno di Marco Cum (Riserva Grande) e Andrea Petrini, con la direzione tecnica di Luciano Pignataro, Beviamoci Sud Roma racconta ogni anno l’evoluzione della viticoltura del Sud Italia, affermandosi come un osservatorio vivo e dinamico, capace di coglierne cambiamenti, identità e nuove eccellenze.

Durante le due giornate di manifestazione, il pubblico – composto da appassionati evoluti, operatori del settore, ristoratori, enotecari e giornalisti – potrà incontrare una selezione sempre più accurata di aziende. Accanto a realtà strutturate e storiche, cresce infatti la presenza di piccoli vignaioli artigiani, interpreti autentici dei territori e delle denominazioni. Un panorama produttivo che riflette la vitalità e la maturità oggi raggiunte dalla viticoltura del Sud Italia.

Cuore culturale dell’evento saranno, come da tradizione, le masterclass tematiche, condotte da Luciano Pignataro, pensate per approfondire vitigni, territori e annate significative, in un percorso di divulgazione che Beviamoci Sud porta avanti con continuità da oltre sette anni.

Il programma dell’edizione 2026 prevede un calendario di appuntamenti di alto profilo, che prenderà il via sabato 31 gennaio alle ore 17.30 con una masterclass dedicata ai vini dell’Etna, realizzata a cura del Consorzio di Tutela Etna Doc, alla presenza dei produttori e del Direttore Lunetta, per raccontare identità, contrade, esposizioni ed evoluzione di uno dei territori più dinamici del panorama vitivinicolo italiano.

Domenica 1° febbraio sarà dedicata a un articolato percorso di approfondimento.
Alle ore 14.00 si terrà la masterclass sul Primitivo di Manduria, in collaborazione con il Consorzio, focalizzata sull’evoluzione del vitigno negli anni e sulle diverse interpretazioni stilistiche che ne delineano oggi il profilo qualitativo.

Alle ore 16.30 spazio alla Calabria con una masterclass dedicata alla Costa degli Dei DOC, denominazione di recente istituzione ma già fortemente identitaria, attraverso la degustazione di vini prodotti con i due vitigni simbolo del territorio: Zibibbo e Magliocco Canino.

A chiudere il programma, alle ore 19.00, una masterclass dedicata agli spumanti dell’Etna, realizzata in collaborazione con l’Associazione Spumanti Etna, per approfondire una delle espressioni più interessanti e in crescita del vulcano siciliano, capace di coniugare finezza, verticalità e una forte impronta territoriale.

Elemento centrale dell’edizione 2026 sarà anche il Concorso Enologico “Eccellenze di Beviamoci Sud”, riservato alle aziende partecipanti. I vini saranno valutati attraverso degustazioni alla cieca da una giuria qualificata presieduta da Luciano Pignataro, che assegnerà diplomi di merito alle etichette ritenute più rappresentative per qualità, identità territoriale ed espressività.

Accanto alle Eccellenze, tornerà anche il premio “Ambasciatori di Beviamoci Sud Roma”, riconoscimento dedicato a ristoranti, enoteche e wine bar che, nel corso dell’anno, si sono distinti per l’impegno concreto nella valorizzazione dei vini del Sud Italia all’interno delle proprie carte e proposte al pubblico. Un premio che rafforza il legame tra produzione e ristorazione, sottolineando il ruolo fondamentale dei professionisti del servizio nella diffusione della cultura del vino.

«La viticoltura del Sud Italia sta vivendo una fase di straordinaria maturità – afferma Luciano Pignataro – fatta di maggiore consapevolezza, identità sempre più definite e una qualità media ormai stabilmente alta. Beviamoci Sud Roma cresce insieme a questo movimento: cresce nella selezione delle aziende, nel dialogo tra grandi realtà e piccoli vignaioli, e cresce anche nel suo posizionamento, approdando in una location iconica come il Westin Excelsior. È il segno di una manifestazione che continua a evolversi, restando fedele alla propria vocazione culturale».

Orari di apertura

  • Sabato 31 gennaio 2026: dalle 14.00 alle 20.00
  • Domenica 1° febbraio 2026: dalle 14.00 alle 19.00

Biglietti

  • € 30,00 per persona – valido per un solo giorno
  • € 50,00 per persona – valido per due giorni

È possibile acquistare il biglietto online (a tariffa scontata) al seguente link: TICKET

Riduzioni (solo al desk il giorno della manifestazione):

  • € 25,00 (1 giorno) per sommelier con tesserino AIS, FIS, FISAR, Assosommelier, Riserva Grande, Associazione Romana Sommelier

Seminari

  • Memorie Mediterranee: il Salice Salentino tra tradizione e visione contemporanea
    Sabato 31 Gennaio, ore 14.00 – € 35
  • Terroir e Identità: viaggio profondo tra i vini dell’Etna e i suoi versanti
    Sabato 31 Gennaio, ore 17.30 – € 40
  • Il Respiro degli anni del Primitivo di Manduria
    Domenica 1° febbraio, ore 14.00 – € 40
  • Gli autoctoni degli Dei”: lo Zibibbo e il Magliocco canino: due espressioni territoriali per la nuova denominazione calabrese del vibonese. Verso la DOC!
    Domenica 1° febbraio, ore 16.30 – € 35
  • Spumanti dell’Etna
    Domenica 1° febbraio, ore 19.00 – € 40

L’acquisto della masterclass garantisce l’accesso gratuito alla manifestazione. È previsto unicamente un contributo di 7€ per il kit degustazione (calice e tasca porta-calice), che include anche l’utilizzo senza ulteriori costi del servizio guardaroba (fino a esaurimento posti).

Accrediti

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La richiesta di accredito online potrà essere effettuata entro il 28 gennaio 2026 inviando una mail ad accrediti@beviamocisudroma.it. L’eventuale conferma, obbligatoria sarà inviata via e-mail. È previsto un accredito per testata.Operatori Ho.Re.Ca.
La richiesta di accredito online potrà essere effettuata entro il 28 gennaio 2026, inviando una mail da indirizzo aziendale ufficiale ad accrediti@beviamocisudroma.it, indicando la Partita IVA.

Da Biskè supplì d’autore: la tradizione romana al “telefono” firmata da Giuseppe Todaro

Nella capitale, dove la cucina popolare è arte e storia, il supplì diventa protagonista assoluto sotto le mani esperte di Giuseppe Todaro, pizzaiolo chef di Biskè – ristorante, pizzeria e braceria in via Nomentana, Roma.

Elemento iconico della tradizione gastronomica romana, il supplì – crocchetta di riso fritta con cuore filante di mozzarella – non è mai solo uno street-food: è una vera esperienza sensoriale, un simbolo di convivialità amata da generazioni. Il nome stesso deriva dalla parola francese surprise (“sorpresa”), in riferimento al cuore di formaggio che filtra all’apertura, creando quel leggendario “filo del telefono” di mozzarella che ogni amante della buona cucina cerca con entusiasmo nel primo morso.

Un “telefono” di sapore unico
La ricetta del supplì di Giuseppe Todaro nasce dall’esperienza diretta con la tradizione romana e dal rispetto per la ricetta classica. Durante gli anni trascorsi lavorando nelle trattorie di Trastevere – rione simbolo della cucina romana più autentica – Todaro ha affinato l’arte di preparare il supplì “al telefono”, padroneggiando i tempi di cottura del riso, la scelta degli ingredienti e la perfetta combinazione tra croccantezza esterna e cuore morbido e filante dentro, per ottenere il famoso “filo del telefono”.

Tradizione e innovazione nella cucina di Biskè
Al ristorante Biskè, Giuseppe Todaro propone il suo supplì come piatto di punta nel menu insieme a pizze artigianali cotte nel forno a legna, carni alla brace e altri fritti realizzati quotidianamente in casa. La sua versione del supplì non è una semplice reinterpretazione: è una celebrazione del piatto nella sua forma più autentica, cucinata con materie prime selezionate e una tecnica consolidata, capace di restituire al palato l’esperienza classica di un must della cucina romana.

Un richiamo per gli amanti del gusto
Oggi il supplì di Giuseppe Todaro si distingue sul panorama gastronomico romano per la sua capacità di coniugare semplicità e qualità: dall’impasto perfettamente equilibrato, alla frittura dorata e leggera, fino alla sapiente esplosione di sapore nel momento in cui la mozzarella si stacca come un filo – evocando quella sorpresa che ha reso celebre il piatto romano sin dall’Ottocento.

Biskè non è solo un ristorante: è un luogo dove la tradizione si riscopre e si assapora con passione, e dove un piatto apparentemente semplice come il supplì diventa motivo di conversazione, emozione e piacere. Una proposta imperdibile per chi ama la cucina italiana autentica e i sapori che raccontano storie.

Roma – Tutta l’eleganza delle Langhe con i vini di Josetta Saffirio al ristorante Da Francesco

Roma accoglie la Langa e i suoi profumi. I sampietrini lucidi per la leggera pioggia, in una grigia mattinata nel cuore della città, tra le vie storiche che incorniciano Piazza del Fico, l’azienda Josetta Saffirio ha presentato alla stampa le sue nuove annate in un evento organizzato in collaborazione con AB-Comunicazione.

A guidare i giornalisti alla scoperta delle etichette è stata Sara Vezzi, voce autorevole della cantina, che con competenza e passione ha raccontato filosofia, stile e identità produttiva dell’azienda.

Il Ristorante Da Francesco, noto indirizzo romano e luogo di incontro per buongustai e addetti ai lavori, si è trasformato per l’occasione in una scenografia ideale: intima, accogliente, autenticamente cittadina, perfetta per far dialogare Roma con le colline di Langa.

Un ponte tra Roma e Monforte d’Alba

La famiglia Saffirio, dal 1800 è custode di una delle realtà più identitarie di Monforte d’Alba, ha presentato alla stampa una selezione delle sue etichette più rappresentative. L’evento ha messo in luce l’anima più elegante della Langa, evidenziando la coerenza stilistica della cantina: vini precisi, profondi, puliti, capaci di raccontare con sensibilità la complessità dei diversi cru.

La presenza di un pubblico attento ha reso il dialogo vivace e ricco di spunti, mentre l’organizzazione impeccabile di ab-comunicazione ha garantito un contesto professionale e coinvolgente.

Il menù dello Chef Gianluca Marrella: un viaggio gastronomico in abbinamento ai Barolo

L’esperienza è stata esaltata da un percorso culinario sapientemente elaborato dallo Chef Gianluca Marrella, che ha studiato piatti in equilibrio tra tradizione romana, note autunnali e richiami piemontesi, valorizzando al meglio la struttura e l’eleganza dei vini in degustazione.

I piatti e gli abbinamenti:

  • Verdura di stagione in tempura con salsa piccante in agrodolce Abbinamento: Spumante Metodo Classico Alta Langa DOCG sciccheria 2021. Un incontro fresco e dinamico, perfetto per aprire le danze.
  • Tagliolino cacio, pepe e tartufo nero Abbinamento: Monforte 2020 Barolo DOCG (Comune di Monforte d’Alba) Cremoso, aromatico, elegante: un abbinamento che ha esaltato la verticalità del vino.

  • Fusillo con ragù di vitello e castagne Abbinamento: Ravera 2019 Barolo DOCG Un piatto che gioca sulle morbidezze e sul calore autunnale, perfetto per la struttura del cru Ravera.
  • Guancia di vitello brasata con crema di zucca Abbinamento: Barolo DOCG Riserva  1948 2018. Uno dei momenti più intensi del pranzo: profondità, complessità ed emozione nel bicchiere.
  • Degustazione di formaggi Abbinamento: Barolo DOCG Persiera – Magnum edizione limitata (bottiglia 41/340) Una rarità servita in grande formato, capace di avvolgere e valorizzare ogni forma e stagionatura.
  • Conclusione dolce: crema di zabaione e frutti di bosco Chiusura armoniosa, fresca e vellutata, perfetta per lasciare una nota memorabile.

Il racconto del vino secondo Sara Vezzi

Durante la presentazione, Sara Vezzi ha accompagnato la stampa in un percorso narrativo che ha intrecciato viticoltura, stile enologico e visione aziendale. Dai Barolo più austeri e longevi alle interpretazioni più immediate del Nebbiolo, ogni vino ha espresso un’identità chiara e riconoscibile, sottolineando la fedeltà della cantina ai valori di sostenibilità, precisione e rispetto del territorio.

L’evento al Ristorante Da Francesco è stato molto più di una degustazione: un incontro culturale, un momento di confronto, una celebrazione della Langa raccontata nel cuore di Roma.

I vini di Josetta Saffirio, presentati con competenza e passione da Sara Vezzi, hanno saputo coinvolgere e conquistare i presenti, mentre la cucina di Gianluca Martella ha firmato un percorso gastronomico capace di dialogare con eleganza e intensità con ogni calice. Un appuntamento che conferma, ancora una volta, come il grande vino sia soprattutto narrazione, identità e condivisione.

FIVI 2025: Teroldego e Vulcano, due territori a confronto tra tradizione e identità del vino italiano

Da sottolineare due entusiasmanti masterclass che rispettivamente hanno messo in luce due territori con peculiarità uniche nel loro genere.

Masterclass Teroldego di Rotaliano – Verticale di Vigilius

Qui ci troviamo nella Piana Rotaliana. La Piana Rotaliana è uno dei luoghi vitivinicoli più iconici del Trentino, una pianura piccola ma straordinariamente vocata, spesso definita da enologi e storici del vino come “il più bel giardino vitato d’Europa”. Si trova tra Mezzocorona, Mezzolombardo e San Michele all’Adige, un triangolo di terra fertile e perfettamente esposto che da secoli rappresenta la culla del Teroldego Rotaliano, il vitigno autoctono simbolo della zona.

Un territorio modellato dall’Adige

La Piana Rotaliana è una pianura alluvionale formata nel tempo dai depositi dell’Adige e del torrente Noce, che hanno creato suoli ricchi di sabbia, ghiaia e ciottoli. È un territorio drenante, fresco e ricco di minerali, ideale per esaltare la complessità aromatica e la forza espressiva del Teroldego.

L’altitudine moderata (tra 200 e 250 metri), un microclima ventilato e la protezione naturale offerta dalle montagne circostanti creano condizioni perfette per una viticoltura di alta qualità. Le estati sono calde ma mai torride, mentre le escursioni termiche serali favoriscono concentrazione aromatica e freschezza.

La culla del Teroldego Rotaliano

Il vero protagonista della Piana Rotaliana è senza dubbio il Teroldego, un vitigno rosso di antichissima origine, documentato da almeno il XV secolo. Qui raggiunge la sua forma più elegante e complessa, donando vini:

  • dal colore rubino intenso,
  • con profumi di frutti rossi maturi, mora, lampone e viole,
  • una bocca succosa, piena e vibrante,
  • tannini morbidi e una caratteristica vena minerale.

Stilisticamente, il Teroldego Rotaliano può essere immediato e fresco nelle versioni giovani, oppure strutturato, profondo e adatto all’invecchiamento nelle selezioni da singola vigna o nei cru storici.

De Vescovi Ulzbach: quattro secoli di storia nel cuore del Teroldego. E il Vigilius, anima del Campo Rotaliano

Il nome de Vescovi Ulzbach attraversa quasi quattro secoli di storia trentina. Una famiglia che, dalle origini in Valcamonica e poi in Val di Sole, approda nel 1641 a Mezzocorona, nel cuore del Campo Rotaliano: territorio che diventerà la culla del Teroldego e la ragione stessa del loro legame con la viticoltura. Dal 1708 ottengono il predicato nobiliare “Ulzbach” e consolidano un rapporto profondo con la terra e con la coltivazione della vite, interrotto solo nel Novecento, quando le uve vengono conferite alla cantina sociale.

La svolta moderna arriva nel 2003 con Giulio de Vescovi, enologo, che dopo esperienze in Italia e all’estero decide di riportare la famiglia alla produzione in proprio. La cantina storica del ’600, restaurata, diventa il centro di un progetto che unisce tradizione, studio del territorio e una visione contemporanea del Teroldego Rotaliano. I vigneti, con età media di 30 anni, si estendono nei tre poderi di famiglia, tra pergola doppia e spalliera, per valorizzare al meglio le potenzialità del vitigno.

Vigilius: l’interpretazione più profonda del Teroldego Rotaliano

Se il Teroldego è il “vino principe” del Campo Rotaliano, il Vigilius è la sua espressione più intima secondo de Vescovi Ulzbach. È la selezione che più racconta il carattere del territorio: nasce da parcelle vocate, vigneti storici e da una cura maniacale in cantina. L’obiettivo non è la potenza fine a sé stessa, ma la profondità: un vino che sappia raccontare la finezza minerale del suolo alluvionale, la ricchezza poli fenolica del vitigno e la capacità di evolvere con eleganza.

Il nome richiama la storia della famiglia e della comunità locale, evocando un senso di protezione e radicamento. L’affinamento, più lungo rispetto al Teroldego “classico”, dona struttura senza sovrastare il frutto. Il risultato è un rosso intenso, vibrante, con la tipica impronta di piccoli frutti scuri, grafite, spezie e una dinamica gustativa che alterna pienezza e tensione minerale. È un vino che guarda al futuro ma che parla la lingua antica della piana rotaliana.

La storia dei de Vescovi Ulzbach è quella di un ritorno consapevole: una famiglia che, dopo aver attraversato secoli di viticoltura, sceglie di riprendere il filo della propria identità producendo vini non solo tecnicamente impeccabili, ma narrativi. Il Vigilius ne è il manifesto: un Teroldego Rotaliano che non si limita a rappresentare un vitigno, ma interpreta un luogo e il cammino di una famiglia che ha scelto di custodirlo e rinnovarlo.

Teroldego Vigilius: viaggio sensoriale attraverso le annate

L’annata 2020, figlia di un’estate segnata dalle piogge di agosto, apre il viaggio con un naso intenso, dominato da spezie e erbe aromatiche. Il sorso è fresco, scattante, costruito su frutti rossi croccanti e una speziatura sottile che dà ritmo e tensione.

Più complessa la 2019, dove la leggera tendenza “verde” tipica dell’annata emerge al naso in note erbacee ben riconoscibili. In bocca, però, il vino sorprende: ricco, fruttato, con ritorni speziati e un tocco ematico che aggiunge personalità e profondità.

Con la 2018 si approda a una vendemmia più equilibrata, che regala profumi di frutta matura e un sorso pieno, caldo, avvolgente, capace di bilanciare generosità e misura.

È però con la 2016 che la verticale cambia passo: un’annata di grande finezza, dove le spezie, in particolare il pepe bianco, si fanno protagoniste di un sorso elegante, ricco e appagante, forse uno dei momenti più alti dell’intera degustazione.

La 2015 conferma il carattere generoso del millesimo: il rotundone è evidente già al naso e ancor più al palato, regalando una trama speziata golosa, quasi irresistibile. Si sente la maturità del frutto, ma sempre accompagnata da una freschezza che mantiene il vino vivo e dinamico.

Chiude la verticale la 2005, annata ormai prossima al tramonto ma ancora capace di emozionare. Proveniente da vigne allevate a pergola e spalliera e vendemmiata il 22 settembre, mostra un’evoluzione armonica: frutto in confettura, spezie dolci e una freschezza sorprendentemente integra, seppur in un quadro che lascia intravedere con eleganza la via del declino.

A ricordare quanto la natura possa decidere il destino di un vino, la 2017 è l’unica assente: un’annata mai prodotta a causa dell’eccessiva piovosità, segno che il Teroldego e il Vigilius in particolare non accettano compromessi.

Questa verticale è stata un racconto di autenticità, di annate che parlano con voce propria e di un vino capace di offrire profondità, energia e longevità. Un viaggio che conferma il Vigilius come una delle più alte e sincere espressioni del Teroldego contemporaneo.

Dal nord della nostra penisola, passiamo al centro Italia, nella regione del grande vulcano laziale.

Masterclass Viticultura su suolo vulcanico – L’identità del Lazio in degustazione

Alla masterclass “Viticultura su suolo vulcanico, L’identità del Lazio in degustazione”, sei cantine laziali: Casale Certosa, Tenuta La Pazzaglia, Merumalia, Riserva La Cascina, Cantina Morichelli e Migrante, hanno raccontato con i loro vini la straordinaria ricchezza dei suoli vulcanici che modellano il paesaggio e il carattere enologico della regione. A moderare l’incontro è stata Enza Saitta di Enotrio, proveniente dall’Etna, uno dei territori vulcanici più emblematici d’Italia: una voce autorevole per mettere in prospettiva quanto il Lazio stia crescendo in qualità e consapevolezza.

L’obiettivo della masterclass era chiaro: accendere un faro sull’identità dei vini laziali attraverso l’analisi delle loro radici geologiche. I suoli che oggi nutrono i vigneti regionali sono il risultato di antiche eruzioni, depositi di ceneri, lapilli, basalti e tufi che hanno generato substrati ricchi di minerali, drenanti e capaci di trasmettere freschezza e finezza aromatica ai vini.

Ogni areale del Lazio, dai Colli Albani alla Tuscia, dai Monti Cimini alla valle del Sacco, racconta una sfumatura diversa di questa matrice vulcanica. Qui la viticoltura beneficia di condizioni pedoclimatiche uniche, dove l’altitudine, la ventilazione e la composizione dei terreni si intrecciano con i vitigni autoctoni per dare origine a vini vibranti, tesi, salini, spesso caratterizzati da note fumé, agrumate e floreali.

Durante la degustazione, i produttori hanno sottolineato come il lavoro quotidiano in vigna, dalla gestione della mineralità al controllo del vigore della pianta, sia fondamentale per portare in bottiglia uve belle, sane e capaci di esprimere la complessità di questi suoli antichi. Una filosofia che si avvicina profondamente a quella della FIVI, fondata sulla sostenibilità, sull’artigianalità e sulla genuinità del prodotto.

La masterclass ha così messo in evidenza un concetto chiave: il Lazio non è soltanto una regione vulcanica, ma una regione che sta imparando a raccontarsi attraverso il suo vulcano diffuso, trovando nei suoi suoli un elemento identitario forte e riconoscibile. I vini degustati sono la prova che qui esiste una qualità crescente, sostenuta da produttori che credono nel territorio e lavorano ogni giorno per esprimerne la singolarità.

Un messaggio che merita di essere ascoltato: il Lazio del vino sta vivendo una nuova stagione, e il vulcano, reale o metaforico, continua a essere la sua fonte di energia più autentica.

1 – Poggio Triale 2019, Tenuta La Pazzaglia – Grechetto (IGT Umbria/Todi)
Profilo olfattivo caratterizzato da marcate note minerali e leggere sfumature idrocarburiche, seguite da sentori di fiori gialli (ginestra). Naso già in fase evolutiva, pulito e coerente.

2 – Frascati Superiore Riserva DOCG 2018 – Malvasia Puntinata, Bombino, Grechetto
Al naso presenta un registro fresco, con componenti vegetali e accenni floreali. Il sorso è teso, con acidità ben integrata, sapidità marcata e una chiara impronta minerale. Finale complesso, con ritorni di miele, frutta gialla matura e sfumature evolutive. Mostra ottimo potenziale d’invecchiamento.

3 – Malvasia Puntinata 2018, Casale Certosa (monovitigno)
Colore giallo dorato brillante. Al naso emergono note minerali e iodate, accompagnate da frutta a polpa gialla matura (pesca, pera). In bocca l’attacco è fresco, seguito da una sapidità ben definita; struttura piena, con richiami di frutta gialla, lieve pietra focaia, tocchi burrosi e accenni di caramello salato. Ottima concentrazione, evidenziata anche dalla consistenza alla rotazione.

4 – Gallieno 2017, Lazio IGT – Malvasia Puntinata Riserva (Cascina)
Giallo paglierino intenso. Il quadro aromatico si apre su note affumicate e minerali. Ingresso fresco, con componente agrumata nitida che evolve verso scorza d’agrume candito. Segue un registro minerale gessoso e una chiusura leggermente amaricante su mandorla. Profilo evoluto ma integro.

5 – Violo 2018, Cantina Morichelli – Violone (Montepulciano 100%)
Olfatto con note polverose, speziatura fine e leggere sensazioni vegetali. Al palato si distingue per freschezza e tannino ben levigato. Frutta rossa minuta croccante in apertura, seguita da cenni evolutivi più scuri. Buon equilibrio complessivo e discreta profondità.

6 – Cesanese di Olevano Romano 2010 “Migrante”
Affinamento: 2 anni in acciaio + 2 anni in bottiglia. Colore rosso granato fitto, quasi impenetrabile. Naso maturo, con evidenti note evolutive e una lieve componente volatile percepibile ma non invasiva. Il sorso mantiene una buona freschezza, tannino ben domato e un profilo fruttato che vira verso la confettura di ciliegie, amarene sotto spirito e frutta rossa matura. Finale caldo e persistente. In conclusione, queste due masterclass hanno rappresentato un viaggio attraverso territori profondamente diversi ma uniti da un’identità forte e inconfondibile. Dal rigore minerale e dalla nobiltà storica del Teroldego Rotaliano, capace di raccontarsi con sincerità attraverso le annate del Vigilius, fino alla vibrante energia dei suoli vulcanici laziali, dove la terra antica diventa matrice di vini tesi, sapidi e sempre più consapevoli. Due percorsi che mostrano come, dietro ogni vino, ci siano non solo tecniche e tradizioni, ma soprattutto territori che parlano, famiglie che custodiscono e produttori che interpretano.

FIVI 2025 ce lo ricorda con chiarezza: il futuro del vino italiano passa attraverso la capacità di valorizzare le proprie radici, trasformandole in racconti autentici e in calici che sanno emozionare.

Torna a Isola del Liri la presentazione di “CastelWine”

Sabato 22 Novembre al castello a Isola del Liri in provincia di Frosinone, Stefano Boncompagni Viscogliosi e Isabella Citerni di Siena hanno nuovamente accolto giornalisti, autorità e amici all’evento esclusivo che ha visto la presentazione dei vini prodotti dall’azienda vinicola, curanti dalla mano sapiente dell’enologa Vincenza Folgheretti. Ne avevamo scritto già durante la prima edizione di Castello Viscogliosi presenta l’evento CastelWine e le due etichette prodotte in Toscana

I vigneti da cui si ottengono le uve sono ubicati nel Grossetano e più precisamente a Scarlino, terreni che già anticamente appartenevano alla famiglia Boncompagni Ludovisi e pervenuti per via ereditaria alla famiglia Viscogliosi. La degustazione per un ristretto numero di giornalisti si è tenuta in una bellissima sala affrescata del Castello.

L’azienda Castelli di Viscogliosi possiede circa tre ettari nella zona di Scarlino, di cui due impiantatati a vigneto, caratterizzati da suoli prevalentemente argillosi ricchi di sabbia, formatisi nell’Oligocene; si è scelto di puntare sui vitigni autoctoni quali pugnitello, ansonica e aleatico. La scelta di includere il merlot è stata dettata dal discendenza francese di Stefano. Il progetto è iniziato intorno al 2016 e sin dal principio si è voluto dare voce all’aleatico, vitigno molto difficile da seguire e vinificare, soprattutto quando si opta per la versione secca.

Il primo vino in degustazione è Carpiano 2024 un rosato da aleatico 100%, vinificato e affinato interamente in acciaio. La raccolta viene fatta manualmente intorno alla terza settimana di agosto,

Rosa salmone delicato e luminoso, profilo olfattivo discreto, che resta fedele alla qualità aromatica dell’uva senza esprimerla in modo esagerato: lampone, fragola, ciliegia, un nota speziata. In bocca il sorso è pieno, materico, e ha una bellissima chiusura sapida. Un rosato che si sposa bene con il cibo, mai banale e che invita alla beva.

Vincenza Folgheretti aggiunge che è un vino giovane, frutto di sperimentazioni eseguite nelle annate precedenti, per cercare di ottenere quel risultato che sembra proprio raggiunto con l’annata 2024.

La gestione tecnica è stata orientata per contenere e comporre gradevolmente la componente romantica. Sicuramente un’uva non semplice da seguire sia in vigna che in cantina, ma profondamente amata da Stefano Viscogliosi, perché legata ai ricordi dell’infanzia e alla tradizione della sua famiglia.

In assaggio anche Carpiano 2022, in cui spicca sicuramente il colore decisamente più intenso e la componente speziata che risulta in evidenza quasi rispetto alla componente fruttata che vira su note più mature. In bocca si percepisce l’identità del vitigno e la coerenza con quanto prima espresso a livello olfattivo e la distintiva nota salina, che rimanda al territorio da dove provengono le uve.

Il merlot dà vita a due vini, che si differiscono per lo stile di vinificazione: il primo in acciaio, il secondo in barrique nuove per un 25% e per il restante di terzo e quarto passaggio per 13 mesi e successivi 15 in bottiglia.

Alma è la versione che affina in acciaio per 9 mesi e a cui seguono altri 6 in bottiglia. Un vino che si offre nel calice con un rosso rubino con bagliori granato sul bordo, profumi di prugna, lentisco, ciliegia. Un tannino preciso e composto, come del resto la componente alcolica. Buona la persistenza e la sua versatilità negli abbinamenti.

Guado dell’Alma è la versione che prevede l’uso del legno, premiata a Merano Wine Festival: le note speziate, di cacao e tabacco arricchiscono il bouquet e donano un tocco elegante e internazionale, predisponendo a scenari evolutivi sicuramente interessanti.

Dulcis in Fundo – in tutti i sensi- una meraviglia prodotta in circa 400 esemplari: Alea, la versione dell’aleatico vendemmia tardiva. Una dolcezza che fa emozionare Stefano Viscogliosi, perché lo riporta al vino fatto dal nonno e bevuto durante le feste. Un bouquet che avvolge i sensi e si apre su note di marasca, china, dattero, prugna, pepe; l’acidità dà brio alle sensazioni dolci al palato e il finale è molto lungo e persistente.

Terminata la degustazione, i partecipanti hanno potuto ascoltare i saluti del sindaco di Isola del Liri e il racconto del Professor Viscogliosi sulla storia della famiglia del principe, che attraverso i secoli ha visto intersecarsi i destini di Papi, Nobili  e Reali e che ha svelato il motivo di questa liaison tra il Lazio e la Toscana, che ha visto i natali all’azienda Castello Viscogliosi.

Il pomeriggio si è concluso con l’assaggio dei vini abbinati a deliziosi finger food.