Puglia: il racconto del tour organizzato dal Consorzio di Tutela Vini D.O.P. Salice Salentino

di Luca Matarazzo

Puglia. Nell’immaginario collettivo la mente va subito alle spiagge bianche, al mare cristallino, al ballo della taranta, al vento e al buon cibo. Senza dimenticare il vino che tanto bramiamo raccontare tra le pagine di 20Italie.

Puglia, però, significa tante denominazioni di origine. Molteplici sfaccettature della stessa medaglia, ognuna con la sua storia da raccontare. Tra di esse parleremo dello sforzo comunicativo attuato dal Consorzio di Tutela Vini D.O.P. Salice Salentino nell’offrire la visione dello stato attuale produttivo, tra le province di Lecce (Salice Salentino, Veglie e Guagnano), Brindisi (San Pancrazio Salentino e San Donaci) e parte del territorio comunale di Campi Salentina in provincia di Lecce e Cellino San Marco in provincia di Brindisi.

Una zona apparentemente ricca in termini numerici con circa 1670 ettari vitati iscritti e ben 42 cantine impegnate nella produzione di 110 mila ettolitri di vino. A visualizzare la cartina geografica colpisce l’estensione del territorio riversato giusto al centro, a mo’ di cuneo, tra una sponda e l’altra dei mari che bagnano la regione: Adriatico e Ionio.

Urgeva, dunque, una visita in loco per vedere di persona la bellezza degli alberelli di Negroamaro, forma di coltivazione a forte rischio di scomparsa, le tante meraviglie del archeologiche e capire il sacrificio di chi cerca di lavorare con passione, non pensando alla quantità come nel passato. Un confronto virtuoso tra realtà di medie dimensioni – difficile trovare aziende di pochi ettari, per retaggio del latifondismo e per il costo relativamente basso dei terreni agricoli – e Cooperative vitivinicole di ampio respiro che stanno attuando accorgimenti in positivo sulla filiera.

Tutto ciò è stato reso possibile anche grazie al contributo del Masaf, ai sensi del decreto direttoriale n.553922 del 28 ottobre 2022 (cfr. par. 3.3 dell’allegato D al d.d. 302355 del 7 luglio 2022); non possiamo che rallegrarci di simili iniziative. Tutto bene quindi? La risposta che usiamo utilizzare in tali frangenti è: dipende! Di certo l’impressione avuta di primo impatto spinge verso una vena di profondo ottimismo, pensando ai trascorsi in chiaroscuro che ha vissuto l’areale.

Resta la necessaria e ulteriore valorizzazione del principe di queste zone: quel Negroamaro, capace di emozionare esaltandosi nelle versioni in rosa e sublime nei rossi a patto di non mostrare eccessive estrazioni e muscoli. A tal scopo, il dibattito in seno al Consorzio sta portando a una radicale modifica del disciplinare con l’inserimento di una nuova versione da minimo 85% di Negroamaro e maturazioni soft unicamente in tini di acciaio. Forse non basterà, ma è un primo passo compiuto non certo per condannare quanto fatto finora, quanto piuttosto per spiegare una nuova visione stilistica. A parere del sottoscritto, comunque, l’uso del legno in affinamento per una varietà così instabile nel colore e difficile da domare nei profumi può essere un valore aggiunto (se utilizzato cum grano salis).

Partiamo nel tour da Apollonio, azienda del 1870 certificata tra quelle storiche del Comprensorio. I fratelli Marcello e Massimiliano hanno cominciato a imbottigliare dagli anni ’60 del secolo scorso, con un successo commerciale raggiunto in 40 Paesi.

Scenografica la cantina sotterranea ricavata da antiche vasche di cemento, così come validi i prodotti offerti tra i quali spicca il rosato Diciotto Fanali 2019, selezione delle uve migliori da vecchi impianti di Negroamaro ad alberello con palo di sostegno. Ottima la progressione tra note di macchia mediterranea, liquirizia e frutta di bosco matura.

Proseguiamo con Cantina Cooperativa Vecchia Torre a Leverano, composta attualmente da 1240 soci aderenti per quasi 1500 ettari vitati. Pensando ai 44 conferitori del 1959, tra cui v’erano due donne e persino un sacerdote, sembra un altro mondo.

Straordinaria l’idea di presentare un Vermentino 2022, varietà qui consentita, interessante e dinamico. Danza tra salvia, pera williams e fiori di zagara. Ottimo il rapporto qualità-prezzo, riservato anche al Salice Salentino Riserva 2016 dal tannino setoso e integrato.

Claudio Quarta e la figlia Alessandra sono l’emblema di come si possa fare ricerca, sperimentazione, con un occhio alle tradizioni e uno fisso al futuro. Cantina Moros, giovane realtà, dimostra già di essere un’azienda dal potenziale ragguardevole, persino trainante per l’eccellenza del suo metodo produttivo.

Al momento un’unica sublime etichetta, degustata in 2 annate molto diverse: il Moros Salice Salentino Rosso Riserva 2018 è scuro e potente, denso e maturo. Meglio performante l’anteprima 2019 elegante, di impronta da grande rosso di carattere e serbevolezza.

Il mito Leone de Castris meriterebbe un intero articolo dedicato solo alla storia leggendaria che li ha condotti a esser i primi imbottigliatori e commercianti di rosato in Italia. Five Roses resiste inossidabile dal 1943, più identitario nello standard rispetto a quello “Anniversario”.

Piernicola Leone de Castris può andar fiero dell’opera del suo staff e del progetto Per Lui, che tra le tante versioni presenta anche un Salice Salentino Riserva 2019 avvolgente, grazie a un lieve appassimento delle uve in pianta.

Ci avviamo verso la conclusione del viaggio, con la doverosa tappa alla Cantina Cantele, accolti da Gianni Cantele erede di una dinastia di commercianti di vino e adesso a capo di un’impresa conosciuta in tutto il mondo. Il padre, enologo di fama, sul finire del secolo scorso ha rivoluzionato il concetto di fare Chardonnay in Puglia.

Gianni ne ha seguito le orme stilistiche, proponendo un Metodo Classico Rohesia Pas Dosé millesimo 2016 – sboccatura febbraio 2022 – dalle nuance speziate e fini, con mortella, ribes rosso e pasticceria finale. Impressionante il Teresa Manara Salice Salentino Riserva 2020 che uscirà entro fine 2023. Leggera surmaturazione, balsamico e succoso al punto giusto, dalla trama antocianica compatta. Puro velluto.

Terminiamo con la Cooperativa San Donaci e il vulcanico presidente Marco Pagano. Estensioni più ridotte rispetto alle sue omologhe, ma importante attività di presidio, soprattutto per quanto concerne la tutela dell’alberello di Negroamaro. Molto parcellizzata tra la Provincia di Brindisi e di Lecce, con appezzamenti belli e selvaggi in cui passeggiare diventa un lusso per gli occhi.

E che dire della cantina di affinamento sotterranea, anche questa ricavata dalle vecchie vasche di cemento utilizzate nel passato.

Ottima interpretazione dei rosati, non solo dal vitigno cardine per la zona, ma anche dal Susumaniello, delicato e sempre più ricercato dagli estimatori.

Lu Salentu: lu sule, lu mare, lu ientu“.

La sorprendente longevità del Verdicchio dei Castelli di Jesi

di Ombretta Ferretto

Passato l’evento “I magnifici 16”, già accennato in un articolo dal collega Adriano Guerri e in attesa del resoconto del Direttore di 20Italie Luca Matarazzo, oggi vi racconteremo dell’incontro avvenuto lo scorso 20 Giugno a Napoli con il tour del Verdicchio dei Castelli di Jesi, dopo una tappa milanese e una romana.

L’attività, promossa dall’Istituto Marchigiano Tutela Vini (in sigla IMT), realizzato con contributo MASAF (D.D. n.553922, 28 ottobre 2022), in collaborazione con AIS Campania, ha visto svariate cantine coinvolte per promuovere la denominazione più grande e diffusa – sia in Italia che all’estero-  tra le sedici rappresentate all’interno del’IMT.

La degustazione constava di sette etichette, tutte versione Classico Superiore, provenienti da differenti areali. A presentare il territorio e le sue peculiarità Michele Bernetti, Presidente IMT e Amministratore Delegato di Umani Ronchi e a guidare la degustazione Franco De Luca, responsabile area didattica AIS Campania, e Gabriele Pollio, delegato AIS Napoli.

Il territorio si estende su una superficie vitata di circa 2200 ettari tra le province di Ancona e Macerata, nel territorio compreso tra i fiumi Misa e Musone e attraversato dall’Esino. Deve il suo nome alla presenza di venticinque rocche – erette tra il III e il XIII secolo d.C. – che punteggiano il territorio intorno a Jesi.

Data la peculiarità storico-architettonica a cui è legato il Verdicchio, l’Istituto sta svolgendo un’importante operazione di marketing territoriale volta a far prevalere sull’etichetta il nome Castelli di Jesi su quello del vitigno. Elemento già evidente nella versione Riserva e Riserva Classico DOCG (la cui denominazione è infatti Castelli di Jesi Verdicchio) e che caratterizzerà anche la versione Classico Superiore, da poco promossa a DOCG.

Il verdicchio è giunto nelle Marche intorno all’anno mille, al seguito di gruppi colonizzatori provenienti dal nord Italia, teoria avvalorata dal fatto che la Turbiana, vitigno base della Lugana, ne è una sotto varietà.

È un vitigno tardivo che ha trovato un ambiente pedoclimatico ideale in questa regione,  dove può godere, nella fascia in cui è coltivato, dell’influenza del mare e della protezione della dorsale appenninica. I terreni sono prevalentemente argilloso-calcarei, ma anche sabbiosi nell’area intorno a Morro d’Alba, l’altitudine dei vigneti varia dagli 80 fino ai 600 metri sul livello del mare con rese che si attestano intorno a una media di 100 quintali per ettaro.

I tratti tipici di questo vino sono da ricercare nell’avvolgente dolcezza dei profumi, prevalentemente di frutta matura come pesca e ananas, e nella sapidità di bocca, che si traduce al naso in una nota minerale, più o meno presente. Inoltre il Verdicchio si presta ai più svariati abbinamenti gastronomici: non solo piatti di mare ma carni bianche e pietanze a base di verdure.

La degustazione guidata ha evidenziato questi caratteri mettendo in risalto, tra le altre cose, la capacità evolutiva del verdicchio, in questo paragonabile all’altro grande vitigno autoctono presente in Italia, il fiano. I sette vini in degustazione infatti, partendo da un millesimo 2020, sono andati indietro nel tempo fino al 2002 e, pur trattandosi di etichette provenienti da aziende e areali differenti, hanno ben marcato questa caratteristica.

Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è un vino che nella storia ha saputo veicolare la propria immagine attraverso la bottiglia: ancora vivido è il ricordo di quella iconica, a forma di anfora, creata da Antonio Maiocchi alla fine degli anni cinquanta per l’azienda Fazi Battaglia. Immagine utilizzata anche da Tombolini, la prima delle cantine in degustazione con il suo Caltelfiora Verdicchio dei Castelli di Jesi 2020, che utilizza proprio questo tipo di bottiglia. 

Castelfiora presenta tutte le caratteristiche descritte, proponendosi con un naso fine di frutta matura, erbe aromatiche e una vena sapida in una corrispondenza di bocca che termina su una piacevole scia ammandorlata.

Origine Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2018 Fattoria Nannì è ottenuto con uve provenienti da vigneti a circa 500 mt s.l.m in contrada Arsicci, nel comune di Apiro, unico del distretto, insieme a Cingoli, a ricadere nella provincia di Macerata. Si caratterizza per il profumo di spezie dolci, anice in particolare, che ritroviamo in bocca nella nota balsamica in piacevole contrappunto con la mineralità sapida e i sentori agrumati. Il confronto con l’annata 2021 degustata ai banchi (che veste invece l’etichetta della Riserva DOCG) ci parla della perfetta corrispondenza evolutiva di un vino a tutti gli effetti di montagna, come lo definisce lo stesso produttore.  A raccontarci la vigna, il vino e le peculiarità del territorio in cui nasce c’è infatti Roberto Cantori, giovane titolare orgoglioso e appassionato.

Stupisce immediatamente per il color oro antico il terzo vino, nettamente diverso dalle pallide nuance paglierine dei precedenti (ma anche successivi) vini in degustazione. È infatti ottenuto da uve surmature il Terre di Sampaolo Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2018 Ottavio Piersanti.

Al naso l’elegante nota ossidativa, frutto dell’evoluzione, si intercala ancora una volta ai caratteri tipici di frutta matura, qui albicocca e susina, che si riscontrano anche in un palato morbido e avvolgente, ma pur sempre sapido. Sorprendente l’evoluzione nel bicchiere che ci regala, dopo oltre un’ora, quel goloso miele di millefiori che profuma struffoli e zeppole.

La nota minerale emerge invece immediatamente nei profumi di Frocco Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2017. Si tratta di una sottile venatura di zolfanello che lascia immediatamente posto, ancora una volta, alla pesca matura e alla salsedine, fino ad arrivare, dopo sosta prolungata nel calice, allo zafferano e al pop corn. Il sorso risulta avvolgente ed equilibrato nella freschezza, lungo su una scia di anice.

Il salto d’annata si palesa immediatamente nel ricco color oro del successivo vino in degustazione, Stefano Antonucci Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2013 Santa Barbara. Ancora una volta a risaltare immediatamente al naso è la vena minerale, qui rocciosa, seguita da zaffate di miele, zafferano, fresia e finalmente albicocca. La bocca è densa, fresca, ben sapida. L’annata 2020 degustata ai banchi risultava nervosa e scattante, declinata su note di erbe aromatiche e di sorso salato.

Vecchie Vigne Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2008 è sfaccettato in una serie di profumi che nella loro compattezza rendono il naso armonico e complesso. Frutto maturo, salsedine, talco, ginestra si alternano e si intrecciano senza sovrapporsi, per evolversi poi in tostature di nocciola. In bocca è ancora freschissimo, ha tratti mentolati che chiudono su un finale sapido.

La degustazione si chiude con una 2002 di Cuprese Verdicchio dei Castelli di Jesi in formato magnum. Di vivida luminosità, si caratterizza per il naso evoluto in cui le erbe mediterranee emergono immediatamente, mentre la frutta è surmatura, i petali di fiori sono essiccati, quasi in pot pourri e la mineralità è di smalto.  Il sorso è ancora fresco e gustoso: un bicchiere maturo ma non ancora stanco. Passando attraverso declinazioni olfattive variegate e mai monotone, al termine della degustazione durata oltre due ore, emerge chiara la sorprendente longevità del Verdicchio dei Castelli di Jesi.

Romagna: Raffaella Bissoni la “fata” delle vigne

di Matteo Paganelli

È sempre un piacere andare a trovare Raffaella in quel di Casticciano (piccola frazione ai piedi di Bertinoro), ma forse in questa occasione è ancora più piacevole poterla riabbracciare dopo i recenti disagi causati dalle alluvioni in Romagna.

Raffaella, infatti, aveva da poco finito di liberare la strada sterrata che separa quella principale dalla sua proprietà. Sono 4 in tutto le frane che l’hanno colpita spiega, indicandoci una parte smottata, tipologia di frane generate perché la terra nel sottosuolo non riesce ad assorbire l’acqua con la stessa velocità di quella in superficie. Si viene quindi a creare una sorta di cuscino d’acqua che spinge verso l’alto e causa lo scivolamento del terreno.

Raffaella Bissoni

Raffaella non esita un istante e inizia a raccontarci di natura. Ci fa notare ad esempio, che alle sue spalle c’è una tipologia di pianta da siepe (Viburnum Tinus) che fiorisce a fine febbraio e quindi molto utile sia per gli insetti che trovano già i fiori che è praticamente ancora inverno, sia per gli uccelli, i quali mangiando le bacche poi le digeriscono portando le sementi ovunque. “Io ne ho a decine e decine ovunque” dice Raffaella, mentre indica con la mano i vari punti in cui la siepe si è propagata tutt’intorno.

Quando la Bissoni arrivò a Bertinoro non aveva mai praticato la scienza agronomica prima di allora. Venne da una storia di paese, di quelle come ce ne sono tante. Si è letteralmente innamorata delle colline che le permettevano una visione allargata del paesaggio a dir poco rassicurante. Un paesaggio privo di illuminazione artificiale notturna, perché “la natura ha bisogno di avere la luce di giorno e il buio di notte”, il che permette anche una catena alimentare nel mondo animale e degli insetti più equilibrata (la tignola, ad esempio, si moltiplica a dismisura nei territori con un eccessivo inquinamento luminoso).

Sono tante le filosofie che Raffaella ha fatto sue e mette in campo: la permacultura, l’agricoltura rigenerativa, l’agromeopatia, la biodiversità: tutto ciò che possa permetterle di capire meglio come funziona la natura e quindi anche di rispettarla maggiormente. Quest’ultima, la biodiversità, ovvero la perfetta convivenza fra animali, insetti, piante e persone, va a influire sui vini. Le piante, convivendo in modo integrato con gli altri fattori, aumentano la loro resilienza e sono in grado di dare prodotti con maggiori complessità. Tutto ciò che vediamo in Raffaella è spontaneo, senza che ci sia stato un intervento umano di integrazione.

Ma veniamo alla degustazione: Raffaella ci ha preparato una memorabile verticale di Girapoggio, il suo Romagna DOC Sangiovese Superiore, nelle annate dalla 2020 alla 2010.

Batteria 1: Annate 2020, 2019, 2018, 2017, 2016

2020

Materico, dal colore trasparente e riflessi rubino. Al naso colpisce un’impronta fresca di menta nepitella, mentre il frutto è agrumato su note di pompelmo rosa e il floreale richiama i petali di rosa rossa. In bocca è agile con un tannino veramente piacevole frutto di una maturazione fenologica ben centrata.

2019

La rotazione del calice rivela una consistenza maggiore rispetto al campione precedente e l’olfatto è quasi ematico con richiami di sottobosco e corteccia. Riconoscibili ciliegia scura e fiore di papavero. In bocca domina la freschezza invitante e la struttura conferma il tutto.

2018

In quest’annata ritornano le note di menta miste a terra e sottobosco. Ciliegia rossa e fragrante, e un frutto che vira su lampone e fragoline di bosco. La rosa canina completa il bouquet floreale. Rispetto ai precedenti l’acidità scende andando a perdurare in un notevole equilibrio, merito anche del tannino delicato e appena percettibile.

2017

Naso polveroso e austero. Il vegetale passa al secco così come il floreale che diventa appassito. L’annata calda la si percepisce dalla nota calorica ben avvertibile che ci ricorda il tipico “mon chéry”. Si rivela comunque il più interessante della batteria, con sentori di crema di caffè, balsamico, tostatura, foglia di tabacco. Intrigante.

2016

Annata è sinonimo di grande evoluzione. Colore che inizia a virare su note granate. Frutta matura riconducibile come l’amarena, finalmente la viola mammola identificativa del Sangiovese. Completano il corredo aromatico timo, rosmarino, caffè e cioccolato. In bocca è integro e perfettamente bilanciato. Colpisce per lunghezza.

Batteria 2: Annate 2015, 2014, 2013, 2012

2015

Per questa seconda batteria i colori iniziano a virare sul granato non perdendo però in trasparenza. Ciliegia sotto spirito, fiori rosa appassiti, caramello, torrefazione e nota fungina. Entra al palato deciso e teso: nonostante l’invecchiamento la freschezza è invidiabile.

2014

Questo non sembra neppure un Sangiovese. Alla cieca, qualsiasi esperto potrebbe affermare di trovarsi di fronte a un Borgogna compassato. Pesca melba, artemisia a tratti da vermouth rosso. Sapidità che colpisce.

2013

Al traguardo dei 10 anni, torna la freschezza a farla da padrona. Naso immerso in infusione di erbe aromatiche e speziature accattivanti. Tannino palpabile, essenziale per controbilanciare una notevole rotondità data dalle morbidezze.

2012

Superlativo. Naso elegante e fine, recuperiamo le note di mentuccia che sentiamo anche nelle annate più recenti e le andiamo a completare con agglomerati di spezie. In bocca avvolge come un liquore al cioccolato.

Batteria 3: Annate 2011, 2010

2011

Sugli ultimi esemplari in degustazione i colori diventano granato intenso. Altra annata calda simile alla 2017, che trova riscontro in aromi di frutti rossi in confettura, finocchietto selvatico, cera e caramella mou. In bocca resta timido, non confermando ciò che aveva rivelato il naso. Tannino scontroso.

2010

Sentori nitidi, franchi, puri che toccano tutte le famiglie passando fra marasca, pot-pourri, resina, catrame e liquore di caffè. Sorso vibrante ed energico. Vino complesso. Questa interessante verticale non può far altro che confermare l’encomiabile lavoro di Raffaella dimostrata nell’ottima serbevolezza dei suoi prodotti.

Alla scoperta dei vini della Doc Grance Senesi

di Olga Sofia Schiaffino

Cosa sono le Grance Senesi da cui la Doc istituita nel 2010 prende il nome?

Nel Secolo XII lo Spedale di Santa Maria della Scala di Siena, per gestire e ottimizzare lo sfruttamento dei cospicui possedimenti terrieri aveva creato delle fattorie fortificate, le Grance, poste a capo delle tenute che occupavano vasti territorio nella Val d’Arbia, Val d’Orcia e parte della Maremma.

Lo Spedale era un vero e proprio xenodochio, capace di ospitare, curare e accudire i pellegrini che percorrevano la via Francigena: per quasi cinque secoli le Grance riuscirono, con la produzione di grano, vino e olio, a sostenere le esigenze economiche del Santa Maria, fino a che il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena nel 1775 ne mise in vendita tutti i beni.

Attualmente la Doc Grance Senesi comprende i territori di cinque comuni della provincia di Siena, immersi in paesaggi dall’aspetto lunare dati dai calanchi, in verdi e dolci colline ammantate da boschi, vigneti e oliveti.

Rapolano Terme è famosa sin dai tempi dei Romani per le sue acque termali e per il travertino: nelle sue vicinanze la Grancia di Serre di Rapolano è una delle più antiche e meglio conservate, ininterrottamente abitata sin dall’antichità.

Asciano, di origini etrusche ospita l’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, fondata nel 1319 da un nobile senese, Bernardo Tolomei che scelse la vita monastica e la regola di san Benedetto: una realtà che produce da sempre il vino e che è diventata azienda nel 2002.

Murlo si sviluppa intorno all’insediamento etrusco di Poggio Civitate del VII secolo a.C. e a partire dall’XI secolo fu dominato dai vescovi di Siena: pare che il patrimonio genetico degli abitanti somigli più a quello dei popoli orientali che non a quello del resto dell’Italia, facendo ipotizzare un legame diretto con gli Etruschi, verosimilmente arrivati dal Medioriente.

A Monteroni d’Arbia, su di una collina poco distante dalla via Cassia, si trova una delle Grance meglio conservate, quella di Cuna.

Sovicille è stato ricompreso nell’areale della Doc ed è caratterizzato da un ambiente naturalistico ricco di boschi e di fauna, attraversato dal fiume Merse.

I vitigni più coltivati sono Sangiovese, Canaiolo, Trebbiano, Malvasia bianca lunga, ma il disciplinare ammette alcuni vitigni internazionali quali Cabernet Sauvignon e Merlot che possono essere anche riportati in etichetta accanto alla denominazione.

Presso il Castello di Modanella si è tenuta il 9 giugno la masterclass condotta da Maurizio dante Filippi, miglior sommelier AIS d’Italia 2016 , che ha coinvolto quattro aziende del Consorzio, quivi rappresentato da Gabriele Giovannini e Don Antonio Bran, responsabile dell’azienda agricola dell’abbazia di Monte Oliveto Maggiore.

Grance Doc Crete 2020 Podere Bellaria:  giovane azienda fondata da due fratelli nel 2010, punta sul Sangiovese in purezza. La fermentazione avviene in acciaio a cui segue un periodo di affinamento di 6 mesi in acciaio e poi un anno in legno.  Profilo olfattivo che rimanda al frutto rosso, al sottobosco, ai chiodi di garofano e alle erbe aromatiche. Sorso pieno e avvolgente.

Grance Senesi Doc Rosso Abbazia di Monte Oliveto Maggiore 2019: una realtà che ho potuto visitare con i colleghi del press tour. Bellissima la cantina sotterranea, la degna dimora per le botti. Un luogo della fede che merita la visita per la bellezza del chiostro e delle opere esposte. Il vino apre all’olfatto su note speziate dolci, a cui si aggiungono sentori di ciliegia, prugna, foglia di peperone verde, peonia. In bocca il tannino è preciso e la chiusura su note fruttate con piacevole persistenza.

Grance Senesi Doc Sangiovese 2016 Tenuta L’Armaiolo: Gabriele Giovannini ci ha accolto nella nuova cantina e durante il lunch presso il casale Santa Maria, ha raccontato della nascita dell’azienda avvenuta negli anni ’70, quando la sua famiglia acquistò la tenuta. Le uve effettuano una pigiatura soffice, prima di fermentare in vasche di acciaio; segue un affinamento di 6-8 mesi, sempre in acciaio. Al naso ricorda la frutta rossa matura, il pepe bianco, seguiti da effluvi balsamici. Tannino preciso e chiusura con una nota leggermente amaricante.

Grance Senesi Doc Il Cipresso 2016 Tenuta Masciello: i proprietari, di origine pugliese, sono arrivati a Murlo nel 1965. Ottenuto da sangiovese in purezza si presenta con un corredo di vaniglia, china, tabacco frutta in confettura; sorso di buona struttura e avvolgenza.

Grance Senesi Doc Nistiola 2016 Tenuta Armaiolo: blend composto dal 75% da Sangiovese, 20% Cabernet Sauvignon e 5% Merlot, fermenta in acciaio e prosegue la maturazione in barrique da 225 hl per 8 mesi e ulteriori 6 mesi in acciaio. Colore rubino che vira verso il granato in un manto quasi impenetrabile; si apprezzano note di frutta rossa matura, caffè cacao, lentisco, humus. Tannino integrato e di buona persistenza.

L’evento si è concluso con una sontuosa cena di gala al Castello di Modanella, tra i deliziosi piatti dello chef Loris Mazzini e gli assaggi del raro Poggio L’Aiole , Canaiolo  in purezza, dalle bellissime sensazioni fruttate e speziate con tannino perfettamente integrato. Grance Senesi è una denominazione che farà parlare di sé: speriamo “osino” di più in una caratterizzazione soprattutto del Sangiovese, vitigno incredibilmente capace di definire e raccontare i territori della Toscana.

Marche: evento “I Magnifici 16” e focus su Lacrima di Morro d’Alba

di Adriano Guerri

Durante il tour “I Magnifici 16″ organizzato dall ‘Istituto Marchigiano di Tutela Vini (IMT), svolto di recente dal 22 al 24 giugno, ho aderito ad uno dei 9 eno-itinarari proposti denominato: “Tra Verdicchio e Lacrima”.

L’IMT raccoglie, infatti, in un solo Istituto ben 16 denominazioni marchigiane tra Docg e Doc. L’incontro è avvenuto presso la Cantina Lucchetti, posta a poca distanza da Morro d’Alba e ad attenderci c’erano 7 aziende del comprensorio di Morro d’Alba. Ogni produttore ha raccontato la storia della propria azienda, prima di farci  degustare i loro vini. 

Dopo uno squisito pranzo al Ristorante Al Mago di Morro d’Alba ci siamo recati presso la Tenuta di Fra’ e qui altri 6 produttori ci aspettavano con la stessa prassi in un’organizzazione perfetta e meticolosa. In degustazione Verdicchio dei Castelli di Jesi, ma soprattutto Lacrima di Morro d’Alba. Alcuni cenni sul Lacrima di Morro d’Alba anticipano la lista dell’aziende aderenti all’appassionante iniziativa.

Il Lacrima di Morro d’Alba è una perla enologica italiana. Un vino rosso italiano apprezzato e conosciuto sin da tempi remoti. Nel 1985, anno in cui ottiene la meritatissima denominazione di origine controllata, diverrà finalmente conosciuto agli occhi del grande pubblico di appassionati. Vino molto gradito da Federico Barbarossa, ritiratosi in questi territori durante l’assedio di Ancona.

Il Lacrima di Morro d’Alba d’Alba viene coltivato, nei territori di Morro d’Alba, Belvedere Ostrense, Monte San Vito, Ostra, San Marcello e parte del comune di Senigallia, in provincia di Ancona. Un vitigno autoctono molto  particolare, quanto singolare proprio per la sua caratteristica di emettere delle gocce di succo dagli acini maturi in alcune annate. Un’uva dotata di buccia spessa ma al contempo delicata. Si può ottenere in purezza o aggiungere, per disciplinare, un massimo del 15% di altri vitigni autorizzati. Due sono i cloni: Lacrima comune e Lacrima gentile.

Un vitigno che da origine a vini con spiccata carica antocianica e tannini setosi. Il suolo in questo areale è prevalentemente argilloso e calcareo, con altimetria media dei vigneti che si attesta sui 200 metri. Il paesaggio è caratterizzato da dolci colline,  punteggiate da vigneti, oliveti con coltivazioni cerealicole e alberi di cipresso e quercia. Morro d’Alba fa parte dell’associazione Borghi più belli d’Italia,  un Castello medievale unico con il suo camminamento  interno chiamato “la Scarpa”, dal quale si può ammirare  di impareggiabili scorci che spaziano dal mare Adriatico all’Appennino marchigiano.

A livello sensoriale organolettico, si presenta nel calice con una bellissima tonalità rosso rubino intenso con riflessi che virano sul violaceo; al naso sprigiona eleganti sentori di viola, petali di rosa, ciliegia, mora di rovo e frutti di bosco e, con qualche anno in più, si percepiscono note di macchia mediterranea e spezie dolci. Sorso piacevolmente fresco con tannini ben levigati e gradevoli. In passato era ritenuto un vino da bere giovane, ma oggigiorno può essere consumato anche con qualche anno in più soprattutto la tipologia Superiore.

A tavola trova abbinamento con svariate preparazioni con prodotti tipici marchigiani come il salame di Fabriano e il Ciauscolo, ma anche preparazioni a base di  pesce azzurro e zuppe di pesce,  la versione Superiore è ideale con tagliata di manzo con rucola e ciliegini. Un vino che viene prodotto in quattro versioni: Lacrima di Morro d’Alba,  Lacrima di Morro d’Alba Superiore, Lacrima di Morro d’Alba Rosato e Lacrima di Morro d’Alba Passito, davvero straordinario e identitario.

Ho apprezzato molto i vini delle 13 aziende presenti nel press tour e lo spirito di aggregazione dei produttori, la loro tenacia e la loro calorosa accoglienza e ospitalità. Dei veri signori d’altri tempi. Una regione singolare, l’unica tra quelle d’Italia menzionata al plurale.

Ecco l’elenco delle cantine presenti:
Cantina Lucchetti – Cantina Luigi Giusti – Podere Santa Lucia – Tenuta Pieralisi – Filodivino – Società agricola Ronconi – Marotti Campi – Tenuta di Fra’ – Cantina Bolognini – Azienda Agricola Romagnoli – Stefano Mancinelli – Azienda Agricola Vicari – Montecappone e Mirizzi.

#riveLAZIOni: il progetto comunicativo dell’Associazione Le Donne del Vino

di Alberto Chiarenza

#riveLAZIOni è il progetto messo in campo dall’ Associazione Nazionale Le Donne del Vino delegazione del Lazio, organizzato insieme all’Agenzia di Stampa MG Logos di Maria Grazia d’Agata e Stefano Carboni.

Chi sono le Donne del Vino del Lazio? Un’Associazione no profit che conta su una rete di socie di diverse figure professionali legate al vino: produttrici, enologhe, sommelier, giornaliste, esperte di marketing e comunicazione.

La Delegazione Lazio conta circa 70 socie di cui 23 produttrici di vino ed è rappresentata dalla Delegata, la giornalista Manuela Zennaro e dalla Vice Delegata, Avv. Floriana Risuglia, che fanno un lavoro encomiabile per la promozione delle attività associative.

Foto Delegata Manuela Zennaro

“Custodi di tradizioni, si dedicano all’arte di assemblare passioni, con mano esperta guidano le fermentazioni, per dare al mondo nettare di emozioni”.

Poesia, bellezza, gentilezza, ma anche tanta determinazione. Il progetto #riveLAZIOni lo dimostra e, il tour per le cantine ha messo in evidenza ‘amore per il lavoro che viene quotidianamente svolto con tanti sacrifici e ritmi segnati esclusivamente dalla natura.

Un tour suddiviso in tre tappe di tre giorni ognuno, che ci ha portato a conoscere tante realtà al femminile. La prima tappa, di tre giorni intensi, è stata ricca di emozioni e di conoscenze, vecchie e nuove, condivise con il collega Morris Lazzoni, per le Cantine dei Castelli Romani fino alla Tuscia nel Nord della Regione Lazio.

Foto Morris Lazzoni e Alberto Chiarenza autori di 20Italie

Ecco le protagoniste

  • Rossella Macchia – Cantina Poggio le Volpi;
  • Sara Costantini – Cantina Villa Simone;
  • Chiara Iacoponi – Cantina Eredi dei Papi;
  • Cristina Piergiovanni – Cantina Casale Vallechiesa;
  • Maria Laura Cappellini – Cantina Cifero;
  • Giulia Fusco – Cantina Merumalia;
  • Federica Ciucci – Cantina Bio Ciucci;
  • Tiziana Sallusti – Cantina Terre D’Aquesia;
  • Matilda Pedrini – Cantina Borgo del Baccano.

Descrivere nove realtà In un articolo, vi assicuro, non è semplice perché per ognuna ci sarebbe da dire molto. Tutte rappresentano un universo di storia e di eventi, di vini e uve, dalle caratteristiche completamente diverse. Ecco perché mi limiterò solo ad alcune cantine, mentre le altre le avete già lette nel precedente articolo di Morris.

Il tour ha inizio da Monte Porzio Catone, il paese alle porte della Capitale dedicato al grande oratore romano Marco Porcio Catone, proprio dalla Cantina Poggio le Volpi, dove siamo stati accolti da Rossella Macchia responsabile della comunicazione. 

Vini in degustazione:

  • EPOS – Frascati Superiore DOCG Riserva
  • ROMA DOC Rosé
  • DONNALUCE
  • ROMA DOC Rosso
  • ROMA DOC Rosso Riserva – Edizione Limitata.

La seconda sosta è stata la Cantina Villa Simone della famiglia Costantini, storici produttori del vino Frascati. È Sara Costantini a fare gli onori di casa e a parlarci della sua famiglia, della cantina e dei loro vini che abbiamo provato nella nuova sala degustazione proprio accanto alla grotta. Insieme a Sara, troviamo anche Chiara Iacoponi della Cantina Eredi Dei Papi, emozionandoci con la storia che ha portato lei e il fratello Lorenzo a cambiare il loro percorso di vita.

Vini in degustazione

  • Villa Simone – Spumante Brut, Metodo Charmat
  • EREDI DEI PAPI – Fuori Onda Rosé Brut Metodo Classico
  • EREDI DEI PAPI – ALBAGIA ROMA DOC Malvasia Puntinata
  • Villa Simone – Villa dei Preti Frascati Superiore DOCG
  • EREDI DEI PAPI – GALATEA Malvasia Puntinata
  • EREDI DEI PAPI – Composto Lazio IGT
  • Villa Simone – LA TORRACCIA
  • EREDI DEI PAPI – NERALBO SYRAH Edizione Limitata
  • Villa Simone – Ferro e Seta
  • Villa Simone – Cannellino di Frascati DOCG 2017

La giornata si è conclusa proprio al centro di Frascati, al ristorante Na’ Fojetta. Una “fojetta” era la misura di mezzo litro di vino a Roma e ai Castelli Romani al tempo dello Stato Pontificio, soprattutto nelle osterie. Posto caldo e accogliente, con piatti tipici della cucina romana come la famosa “Vignarola” rivisitata con le linguine e altre leccornie.

Dopo la pioggia del giorno precedente, il sole è sorto splendente mostrandoci in tutta la loro bellezza i colori e i profumi primaverili dei vigneti di Casale Vallechiesa. Oltre al sole, splende anche il sorriso di Cristina Piergiovanni che ci aspetta tra le sue splendide rose che sono a capo dei filari e ci porta alla scoperta della realtà della sua cantina storica di Frascati, che produce vino dagli inizi del 1900 grazie al capostipite Aristide Gasperini, che portava il vino alle osterie di Roma con il carretto trainato dai cavalli. In realtà la loro storia di agricoltura e produzione di vino risale agli inizi del 1800 nelle Marche.

Il nome Casale Vallechiesa deriva da una antica strada romana ritrovata tra i vigneti che era percorsa dai fedeli per le processioni dove probabilmente, il Casale si trova nella zona dove un tempo vi era una chiesa. La superficie vitata è di 13 ettari. Il ridente paesaggio collinare visto dall’alto ci permette di godere di strisce di vigne che si alternano su più livelli.

Scendendo ancora un altro tornante della collina, arrivando al vigneto sottostante, è possibile vedere una grotta scavata nel suolo vulcanico dove all’interno sono evidenti gli strati delle colate laviche avvenute centinaia di migliaia di anni fa. Nell’insieme, la superficie vitata è di 13 ettari.

Nella cantina osserviamo le tecniche di vinificazione molto improntate sulla integrità delle uve dalla vigna fino alla pressatura per poi avere dei processi di vinificazione, il cui progetto enologico è quello di conferire eleganza e pulizia, producendo vini di grande pregio che personalmente ho apprezzato molto.

Vini in degustazione

  • LE RUBBIE, Frascati DOC;
  • HEREDIO, Frascati Superiore DOCG;
  • SOLO MIA, Malvasia Puntinata;
  • HEREDIO RISERVA, Frascati Superiore DOCG Riserva;
  • CANNELLINO, Cannellino di Frascati DOCG.

La Cantina Cifero ha origine nel 1958 quando il nonno di Maria Laura Cappellini, decide di investire tutto acquistando campi da coltivare in controtendenza con quello che stava accadendo nel dopoguerra, ovvero l’abbandono delle campagne per trasferirsi in città alla ricerca di un posto fisso.

Partendo da questa storia, è da quell’appezzamento che Maria Laura insieme al fratello, dal 2010 decide di avviare una Cantina con il soprannome del nonno, “Cifero”. L’azienda si trova al confine tra il Comune di Colonna e il Comune di Zagarolo in una zona pianeggiante ma a 350 m s.l.m con una superficie di circa 35 ettari  di cui 10 vitati e 15 a kiwi. Da qui si scorge un panorama mozzafiato su Roma e i Castelli Romani.

I vecchi impianti a tendone sono stati sostituiti da  un allevamento a controspalliera a gouiot con rese molto basse, raccolta manuale in cassette, 20/25.000 bottiglie anno . Vitigni autoctoni come Cesanese e Malvasia Puntinata, vitigni nazionali come Vermentino e Sangiovese, infine vitigni internazionali come Sauvignon Blanc e Syrah. I vini che stanno sviluppando un bel potenziale sono eleganti e ben fatti e sono certo che si sentirà molto parlare di loro.

Vini in degustazione

  • Vermentino Lazio IGT;
  • ROMA DOC Bianco Malvasia Puntinata;
  • Sauvignon Blanc Lazio IGT;
  • Cesanese Lazio Rosso IGT.

Percorrendo Via di Pietra Porci, nelle campagne di Frascati, si sale lungo un pendio della zona che una volta era l’antico lago Regillo e si arriva alla Cantina Merumalia. Un piccolo paradiso da dove si scorge tutta la vallata piena di vigneti con lo sguardo che arriva fino a vedere la Capitale. Un panorama che al tramonto regala emozioni uniche che scaldano il cuore e l’anima. Giulia Fusco ci racconta la storia della sua cantina, che è legata con la storia della sua famiglia.

La storia inizia proprio da qui, dalla terrazza da cui si gode del meraviglioso panorama. Qui il papà di Giulia, osservando il panorama, se ne innamora e decide di comprare la tenuta con la volontà di fare vino. Viene costruita la nuova cantina con tecniche innovative e naturali, preservando il territorio integrando la stessa nella collina. Le vigne sono coltivate secondo il regime biologico ma soprattutto sono improntate alla sostenibilità. Il lavoro in vigna è affidato a un agronomo esperto e la raccolta dell’uva viene fatta esclusivamente da donne.

La degustazione dei vini è stata accompagnata da un delizioso pranzo preparato per l’occasione a base di prodotti locali del circolo Slow Food.

I vini in degustazione

  • ORMAE Malvasia Puntinata Lazio Bianco IGT
  • PRIMO Frascati Superiore DOCG Malvasia Puntinata 2021
  • PRIMO Frascati Superiore DOCG 70% Malvasia Puntinata, Greco e Bombino;
  • LIVIA Shyraz Lazio Rosso IGP
  • CANTO Cannellino di Frascati DOCG 2019

Esplorando Tuscolo: Un viaggio nella storia e nella natura

Tusculum è un luogo incantevole che offre un’esperienza unica, sia partecipando alle numerose iniziative che animano il sito, soprattutto durante la bella stagione, sia semplicemente godendosi liberamente questo angolo di natura. Il percorso di visita ti condurrà lungo antiche vie basolate, tra i resti degli edifici del foro e fino al teatro romano, il monumento più emblematico e rappresentativo. Costruito nella prima metà del I secolo a.C., durante il periodo di massima fioritura della città, il teatro romano poteva ospitare fino a 2000 spettatori. Oggi, è ancora possibile ammirare la sua maestosità e assistere a rappresentazioni teatrali legate alla tradizione del teatro classico, spettacoli musicali ed eventi culturali. È un luogo affascinante che ci riporta indietro nel tempo, consentendoci di immergerci nella grandezza dell’antica Roma.

La cena al Ristorante Contatto è stata un vero percorso esperienziale che è iniziato con la visita delle grotte sotterranee dove, nelle nicchie in cui una volta veniva conservato il vino. Lo Chef Luca Ludovici ha raccontato la sua storia e la filosofia in cucina, facendoci immergere gradualmente nei sapori che sa regalare con sapiente conoscenza delle materie prime.

Le grotte di materia lavica, sono un elemento fondamentale della preparazione degli ingredienti che qui vengono lasciati, anche per mesi così da assorbire tutti gli aromi che conferiscono sentori di affumicatura. L’ambiente raffinato è arricchito da quadri d’autore che donano un connubio perfetto tra cibo e arte, dove il cibo non è soltanto considerato un alimento, ma una vera e propria emozione sensoriale. Gli abbinamenti dei piatti ai vini delle Donne del Vino è stato perfetto.

Federica Ciucci è la quarta generazione di una famiglia di agricoltori. L’Azienda Ciucci nasce agli inizi del novecento con il bisnonno con una produzione di seminativi su grande scala.

L’A1 – Autostrada del Sole – attraversa sinuosa le campagne della Tuscia quando giungendo ad Orte, si scorge uno sperone di roccia tufacea sul quale è poggiato il borgo della omonima cittadina. Raggiunto il punto indicato troviamo una strada bianca che sale su per la collina e arrivati al casale della Azienda Bio Ciucci incontriamo Federica Ciucci, Tiziana Sallusti della Cantina Terre D’Aquesia e Matilda Pedrini della Cantina Borgo del Baccano.

Oltre alla degustazione dei vini delle tre produttrici, abbiamo poi visitato il frantoio dove il personale ha preparato dalle pizze cotte con il forno a legna, alle pietanze, fino ai dolci.

Vini in degustazione

  • Ciucci Malvasia Puntinata Lazio Bianco IGT;
  • Ciucci Violone;

Orte Sotterranea è un dedalo di cunicoli che erano i condotti delle cisterne fungenti da riserva idrica. Inizialmente ideati dagli etruschi, sono stati migliorati dai romani fino al medioevo, quando gli abitanti del paese hanno utilizzato gli spazi sotterranei anche per conservare il vino. Durante il secondo conflitto bellico sono stati utilizzati anche come rifuggi, per poi tornare ad essere impiegati nuovamente come cantine, nel dopoguerra. Oggi l’Associazione Proloco ne cura le visite, e grazie alla guida che è stata veramente coinvolgente, abbiamo potuto vedere anche due musei.

Vorrei ringraziare tutte Le Donne del Vino del Lazio e in particolar modo la Delegata Manuela Zennaro e la Vice Delegata Floriana Rusuglia, che hanno contribuito in modo determinante al successo della loro Delegazione.

Il Cesanese: una varietà che cresce in una terra fatta di storie antiche

di Olga Sofia Schiaffino

Alla scoperta della Ciociaria e dei suoi prodotti enogastronomici insieme a Le Donne Del Vino del Lazio

– parte prima –

Grazie alla passione e al lavoro di vignaioli illuminati si è assistito negli ultimi dieci anni alla promozione della conoscenza del vitigno Cesanese, che è intimamente legato con una terra ricca di storia e di bellezze naturali e artistiche.

La Ciociaria prende il nome dalle “ciocie”, le calzature che indossavano i pastori e i contadini dei territori che oggigiorno sono delimitati dai Monti Ernici, dal versante interno degli Ausoni e parte dei Lepini e la Valle del Sacco,rappresentato  grosso modo dalla zona compresa tra Piglio, Paliano, Serrone, Acuto prossimi alla città di Frosinone.

Il 6 giugno è iniziato un press tour ricco di appuntamenti, di esperienze e di visite in cantina, promosso dalla Associazione Le Donne del Vino del Lazio, di cui Manuela Zennaro è Delegata, in collaborazione con Regione Lazio.

La prima cantina ad accoglierci è stata Casale della Ioria, azienda che possiede circa 38 ettari vitati in conduzione biologica nella zona del Cesanese del Piglio Docg. Marina e Paolo Perinelli sono stati molto cordiali e hanno raccontato con passione il loro impegno nella produzione del vino, accompagnati dai figli, che curano la parte agronomica ed enologica.

Un grande leccio secolare sembra voler dare una benevola protezione ai visitatori. Di maestosa bellezza, viene a essere rappresentato sulle etichette della produzione della cantina. Il Cesanese di Affile è sicuramente il protagonista assieme alla Passerina.

La degustazione è iniziata con un metodo Martinotti davvero piacevole, Cesanese Lazio Igp Brut: bollicina perfetta come colonna sonora dell’estate.

Campo Novo2020 è la versione più fruttata vinificata totalmente in accaio. Etichetta molto invitante, nel calice si apprezza un vino dal colore rosso rubino e un profilo olfattivo che rimanda alla rosa, alla ciliegia e al lampone. Tannino di trama serica. Pulito, bello croccante.

Torre Del Piano 2017 è un Cesanese Superiore che si ottiene selezionando i migliori grappoli da appezzamenti su suoli vulcanici; dopo la fermentazione in acciaio, riposa in barrique per circa 8 mesi e segue un periodo di affinamento in bottiglia. Al naso si apprezzano sentori di gelatina di ciliegia, prugna, vaniglia, arancia sanguinella, tabacco, cacao. Tannino preciso e chiusura sapida.

Casale della Ioria 2020 è ottenuto da uve che maturano su suoli argillosi; terminata la macerazione in acciaio il vino riposa in botti di rovere da 20 ettolitri. Corredo olfattivo che rimanda a note balsamiche, lentisco, marasca, peonia ed erbe selvatiche. In bocca è secco, con un tannino delicato e la chiusura è sapida. Sempre dai terreni argillosi nella zona di acuto, a 260 mt slm si ottiene un vino senza solfiti aggiunti, Cesanese del Piglio Docg Zero Solfiti, ottenuto da uve perfettamente sane, lavorate in acciaio.

Dopo il pranzo, durante il quale ho potuto assaggiare delizie locali, è stata presentata l’opera di un pittore locale, Antonio Menenti che ha partecipato con le sue opere alla Biennale di Venezia nel 2007. La professoressa Mirella tomaselli ha inoltre affascinato la platea con alcuni aneddoti storici su Anagni e il comprensorio: non solo buon vino ma una full immersion nella cultura.

La seconda tappa del tour ha portato il nostro gruppo all’azienda L’Avventura. Il racconto della nascita della cantina è davvero coinvolgente, perché gli attuali proprietari, provenienti da mondi completamente diversi, si sono innamorati della vigna e come un “azzardo” hanno deciso di intraprendere questa avventura acquistando i primi vigneti, approssimativamente 8 anni fa.

Azienda biologica e sostenibile, segue e applica i metodi dell’Agricoltura Organica Rigenerativa. Bellissimo il Wine Resort Casale VerdeLuna finito nel 2019, dopo una ristrutturazione del vecchio casale in pietra, immerso totalmente nei vigneti dove si coltiva il Cesanese di Affile e il Cesanese Comune. Il primo si riconosce per gli acini più piccoli e neri, rispetto alla variante comune, viene vendemmiato nella prima metà di ottobre e si ottengono solitamente vini longevi.

Durante la splendida cena allietata dai canti di un gruppo folcloristico ciociaro gli Hernicantus di Palliano, abbiamo potuto assaggiare la produzione dell’azienda, raccontata da Stefano e Gabriella. Dopo aver iniziato con un metodo classico si è proseguito con Saxa, una Passerina in acciaio delicata e fedele alle caratteristiche del vitigno per poi proseguire con Con Te Lollo, che dimostra un struttura e una maggiore complessità.

Campanino è un blend composto da Cesanese di Affile 50% e Cesanese Comune 50%; fermentazione con lieviti indigeni  e maturazione in acciaio. Dinamico, croccante e succoso.

Picchiatello è ottenuto da 100% Cesanese di Affile coltivato su suoli argillosi; lieviti indigeni a temperatura controllata,in acciaio poi il 30% della massa prosegue la maturazione in acciaio mentre il 70% in botte grande per 12 mesi, seguiti da 2 mesi in bottiglia. Bellissima pulizia al naso con una nota balsamica importante, decisamente gradevole e una retro etichetta che fa sognare e che commuove, un vino del cuore.

Amor è un Cesanese di Affile in purezza che cresce su suoli argilloso-calcarei: fermenta in acciaio e sosta sei mesi in barrique. Il timbro del varietale non viene perso, si apprezzano al naso sentori di ciliegia matura, prugna cacao e una nota fumée.

Camere Pinte dopo la fermentazione alcolica, matura in barrique e tonneau per 14 mesi, a cui seguono 10 mesi di bottiglia. Al naso la frutta volge verso la confettura, il tannino è sempre perfettamente cesellato e integrato. Grande persistenza e respiro.

Una giornata intensa, trascorsa in compagnia di persone e vini che hanno lasciato un segno nel cuore e nell’anima. E non finisce qui…

Consorzio Vini Doc Grance Senesi: il racconto della Masterclass

di Adriano Guerri

Il Consorzio Vini Doc Grance Senesi, lo scorso 29 maggio, ha organizzato una Masterclass con 5 tipologie appartenenti alla denominazione di origine Grance Senesi

L’evento si è svolto presso la cantina della Tenuta Armaiolo di proprietà della famiglia Giovannini, a poca distanza dal centro abitato di Rapolano Terme (Si).  Guidata magistralmente da Gianluca Grimani, esperto degustatore e docente dei corsi AIS (Associazione Italiana Sommelier), la degustazione è stata preceduta da una panoramica sulla denominazione con l’intervento dei produttori presenti. 

La denominazione di origine controllata Grance Senesi è l’ultima nata in provincia di Siena e risale al 2010. Comprende l’area geografica dei comuni di Asciano, Rapolano Terme, Murlo, Monteroni d’Arbia e una parte del territorio Sovicille, tutti in provincia di Siena.

L’unico lembo di terra in provincia di Siena che era rimasto fuori dalle denominazioni, infatti a poca distanza si trovano le zone vitivinicole del Chianti Classico, del Nobile di Montepulciano, del Brunello di Montalcino e dell’ Orcia.

Il nome “Grance” deriva dalla presenza di queste fattorie fortificate sul territorio che nell’antichità gestivano i vasti possedimenti terrieri  ed erano dotate di ampi granai e cantine utili a immagazzinare e custodire i prodotti agricoli di appartenenza dello Spedale di Santa Maria della Scala di Siena.

Una piccola enclave di rara bellezza, da sempre vocata per la coltivazione della vite. Le altimetrie sono variabili, dai 400 ai 500 metri, con forti escursioni termiche tra le ore diurne e notturne. I suoli sono di origine argillosa e ricchi di scheletro. Oltre alla coltivazione della vite, è molto diffusa anche quella dell’olivo e dei cereali. Le tipologie dei vini regolamentate dal disciplinare sono: Rosso, Rosso Riserva, Bianco, Passito, Vendemmia Tardiva, Malvasia Bianca Lunga, Sangiovese, Canaiolo, Cabernet Sauvignon e Merlot.

Territori caratterizzati da suggestivi borghi, pievi, poderi e abbazie, una su tutte quella di Monteoliveto Maggiore (n.d.r. che racconteremo in un prossimo articolo dedicato).

Un paesaggio caratterizzato da colline brulle e ondulate, punteggiate da cipressi, querce, calanchi e folti boschi. La denominazione è stata fortemente voluta da Gabriele Giovannini, titolare della Tenuta Armaiolo, oggi guidata dal monaco benedettino guatemalteco don Antonio Bran, responsabile dell’azienda agricola dell’abbazia di Monte Oliveto Maggiore  di Asciano.

Una delle più piccole Doc italiane, ove vengono prodotti vini di elevata qualità, dotati di grandi potenzialità di crescita. Giocheremo ad analizzarli grazie anche a qualche stuzzicante abbinamento gastronomico.

I vini degustati

Grance Senesi Doc Rosso 2019 Abbazia di Monteoliveto Maggiore – Prevalentemente Sangiovese unito a Cabernet Sauvignon e Merlot.  Rosso rubino intenso, dipana sentori di rosa, violetta, fragoline di bosco, lamponi uniti a note balsamiche e speziate. Sorso fresco, dai tannini morbidi, rotondo e invitante. Ideale con il cacciucco alla livornese.

Creta” Grance Senesi Doc 2020 Podere Bellaria – Sangiovese in purezza. Rosso rubino vivace, rimanda note di violaciocca, rosa, amarena e prugna che ben si fondono con spezie dolci e cuoio. Palato ricco e suadente, decisamente lungo. Un ottimo viatico per un filetto di manzo alla griglia.

Cipresso” Toscana Igt 2016 Tenuta Masciello – Sangiovese 100%. Rubino intenso, emana sentori di tabacco, rosa appassita, frutta rossa matura, nuances speziate e tostate. Generoso e caldo, con ottima corrispondenza gusto-olfattiva. Matrimonio ideale con il cinghiale in umido.

Sangiovese Grance Senesi Doc 2016 Tenuta Armaiolo – Sangiovese in purezza. Riflessi che virano sul granato, trasparente, sprigiona sentori di frutta di bosco matura, scorza d’arancia, ciliegia e melograno, conditi da pepe nero e bacche di ginepro. Avvolge e persiste con coerenza e gradevolezza. Si sposa bene sui tipici formaggi stagionati delle Crete Senesi.

Nistiola” Grance Senesi Doc 2016 Tenuta Armaiolo – Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Le sfumature diventano color granato, impenetrabili. All’olfatto libera note di frutti di bosco, cacao, polvere di caffè e scie mentolate finali. Di corpo, dalla trama tannica fitta e vellutata setosa. Compagno perfetto per le preparazioni a base di selvaggina.

Viticoltori Lenza: la storia di Guido Lenza e del suo sogno realizzato a pochi passi da Salerno

di Luca Matarazzo

Ci sono poche occasioni nella vita per conoscere persone genuine come Guido Lenza di Viticoltori Lenza.

Questo perché mettersi in gioco è un affare per pochi e bisogna sapersi adoprare con umiltà, disinvoltura e un pizzico di sana follia. Il sogno di un’azienda completa, iniziata da papà Valentino e proseguita nelle mani sapienti del figlio a pochi passi dall’Ippodromo di Salerno.

Guido Lenza

Cererali, cavalli e vino un trittico da autentica tela bucolica, fatta di Natura viva! Oggi parleremo dell’ultima pennellata, l’attività da vigneron che costa immane tempo e sacrificio. Il primo appezzamento era di circa 5 ettari, tutti Aglianico, con il quale il babbo vendeva le uve per portare fieno in cascina. I terreni non sono certo quelli poveri collinari, ma ricchi di sabbie e limo, molto drenanti e raramente soggetti alle siccità estreme degli ultimi anni.

Attualmente Lenza gestisce 10 ettari vitati: oltre la varietà a bacca rossa principe della Campania le fanno compagnia Piedirosso, Greco, Fiano e Falanghina. L’aiuto iniziale di Sergio Pappalardo ha consentito alla start-up di partire con la fase di vinificazione e imbottigliamento, in mano poi a vari conto terzisti nel tempo e adesso stabilmente in capo alla Cantina Firosa di Olevano sul Tusciano, con enologo il giovane e competente Michele D’Argenio.

Andiamo alla degustazione dei campioni proposti

Rosato Pèt-Nat: il classico frizzante da aperitivo? Siamo fuori strada; indubbiamente ammicca ad uno stile piacevole, ma la struttura importante lo rende un prodotto gastronomico ben adatto a specialità a base di pesce. Ancestrale sì… con grazia.

Vale Fiano 2021: in commercio dagli inizi di marzo. Eccessi balsamici sul sorgere di bocca che non accennano a diminuire nel prosieguo, sostenuti da acidità vibranti e nuance erbacee. Il Fiano ha bisogno di riposo per essere compreso nel suo carattere ribelle mai domo. Da riassaggiare in futuro.

Ida 2021: suddiviso in parti uguali tra Greco e Fiano. Dal primo ne giova la palpabilità gustativa, con presenza astringente sul finale, mentre dal secondo la delicatezza di fiori bianchi e agrumi di Sicilia. Buona l’accoppiata, sempre per restare nel gergo dell’ippica. Matura 10 mesi a contatto con le fecce fini.

Massaro 2019: la forte vena bianchista dei produttori campani la si nota subito quando si esercitano timidamente nella produzione dei rossi. Non perfetta l’esecuzione, con freschezze esuberanti corredate da sfumature verdi. Già quattro anni sulle spalle e sembra in bottiglia da pochi giorni. La consapevolezza, forse, di un grande potenziale che necessita però di ulteriore approfondimento e studio.

Valentinia 2021: complice il venir meno di un importante acquirente per le sue uve, Guido decise di realizzare un vino sull’esempio di quanto avviene in Valpolicella, riuscendoci benissimo. Ottima bevibilità, declinata su un frutto nitido al sapore di bosco e speziature calde, su finale di confettura di ciliegie. Tannini sontuosi, ben equilibrati ad un alcool potenziale da sfiorare i 18 gradi volumici senza sentirli.

Ogni nome in etichetta rappresenta un componente della famiglia, eccezion fatta per il Massaro. Sintomo di come Lenza (professione avvocato) concepisca lavoro, vigna e affetti in perfetta soluzione di continuità. Una “scommessa vincente” per il domani dell’areale salernitano.

MARCHE: “I MAGNIFICI 16” IL PRIMO EVENTO DEDICATO ALLE DOP MARCHIGIANE

Comunicato Stampa

APPUNTAMENTO CON 120 AZIENDE E 70 GIORNALISTI NAZIONALI DI SETTORE, DAL 22 AL 24 GIUGNO

Tutto pronto per “I magnifici 16”, il focus sui territori delle piccole e grandi denominazioni dell’Istituto marchigiano tutela vini (Imt) previsto da giovedì 22 a sabato 24 giugno. Un evento, voluto e organizzato da Imt per promuovere le Dop marchigiane sul mercato interno, a cui parteciperanno oltre 120 imprese del vino e circa 70 giornalisti nazionali del settore. In programma, visite alle cantine, oltre a tasting e masterclass in 9 eno-itinerari distribuiti su tutte le denominazioni afferenti al Consorzio, che da solo rappresenta circa il 70% dell’export e poco meno della metà dell’intero vigneto regionale.

“Le nostre aziende – ha detto il presidente Imt, Michele Bernetti – sono da sempre molto attive sul fronte della promozione all’estero grazie a vini di punta – Verdicchio in primis – che hanno contribuito in modo decisivo alla crescita in valore delle esportazioni regionali, con un +33% negli ultimi 5 anni e un controvalore di quasi 76 milioni di euro. Ma il mercato nazionale rimane senz’altro strategico, ancora di più oggi con il boom turistico che si registra nel Belpaese così come nelle coste, nelle città e nei borghi marchigiani”.

L’evento, diffuso nei primi 2 giorni in 9 macro-aree enologiche, si chiuderà sabato 24 giugno a Villa Koch (Recanati) con un ultimo tasting corale di tutte le 16 denominazioni e un convegno che farà il punto sulle politiche di settore in particolare legate all’enoturismo. Sotto la lente, un asset – quello del turismo del vino – considerato importante ai fini di un ulteriore sviluppo dell’immagine del brand marchigiano, anche dopo il recente varo della legge regionale che si propone di creare una rete di imprese di qualità non solo nelle produzioni ma anche nei servizi. Attesi, tra gli altri, gli interventi dell’assessore regionale all’Agricoltura, Andrea Maria Antonini, del presidente della commissione Agricoltura alla Camera, Mirco Carloni, del presidente di Federdoc, Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi e del direttore di Atim Marche, Marco Bruschini.

Saranno quasi 300 i vini in degustazione per una 3 giorni dedicata alle 16 Dop tutelate da Imt: Bianchello del Metauro, Colli Maceratesi, Colli Pesaresi, Esino, I Terreni di San Severino, Lacrima di Morro d’Alba, Pergola, Rosso Conero (Doc e Docg), San Ginesio, Serrapetrona e Vernaccia di Serrapetrona, Verdicchio dei Castelli di Jesi (Doc e Docg), Verdicchio di Matelica (Doc e Docg). L’area tutelata dall’Istituto marchigiano di tutela vini si estende su un vigneto tra le province di Ancona, Macerata e Pesaro-Urbino di oltre 7.500 ettari e una produzione che nel 2022 ha sfiorato i 230 mila ettolitri imbottigliati (l’89% del totale). I filari marchigiani sono tra i più sostenibili in Italia, con un’incidenza biologica sul vigneto che ha raggiunto il 39,5% delle superfici, pari a 6.991 ettari su un totale vitato di 18.000 ettari (anno 2022/23, fonte: Regione Marche, Assessorato all’Agricoltura), un’incidenza doppia rispetto alla media italiana. Dal 2010 al 2022 il totale degli investimenti messi in campo dal maxi-Consorzio e dalle aziende socie con i contributi comunitari (Ocm-Vino e Psr Marche Mis. 1.33 e 3.2) ha superato quota 28 milioni di euro.

Ufficio stampa Istituto marchigiano di tutela vini – Imt: Ispropress

Marina Catenacci (327.9131675 – stampa@ispropress.it);

Sara Faroni (328 661 7921 – ufficiostampa@ispropress.it);

Simone Velasco (327.9131676 – simovela@ispropress.it)