Capri, domenica 15 giugno apre Campanella by Quattro Passi

Comunicato stampa 11 giugno 2025

Nuova partnership tra la famiglia Naldi e lo chef 3 stelle Michelin

Campanella by Quattro Passi, la cucina mediterranea di Fabrizio Mellino a Capri

Sapori autentici tra tradizione e contemporaneità

Il giardino mediterraneo del luxury hotel Pazziella Garden & Suites a Capri accoglie da domenica 15 giugno Campanella by Quattro Passi, il nuovo ristorante firmato dallo chef 3 stelle Michelin Fabrizio Mellino.

Una proposta intima e raffinata per gli amanti dell’alta gastronomia mediterranea. A pochi passi dalla piazzetta di Capri si svela come un prezioso scrigno immerso in un contesto di straordinaria bellezza. Protagonista assoluta è una magnolia secolare, testimone di oltre un secolo di storia, e poi erbe aromatiche e piante mediterranee a fare da sfondo all’esperienza di gusto.

Lo chef Mellino con il resident chef Angelo Fumeto trasformano il giardino in un palcoscenico culinario dove i profumi del mediterraneo si traducono in ricercate creazioni gastronomiche. Ogni piatto racconta un frammento dell’anima di Capri: rosmarino, basilico, limoni si intrecciano in un connubio di sapori che celebrano l’eccellenza enogastronomica campana puntando su materie prime di qualità.

Lo storytelling è fatto di rimandi al passato, di vocazione familiare, di sensazioni e ricordi di ciascuno ma anche di momenti ancora da vivere, lasciandosi catturare dall’atmosfera raffinata del luxury hotel Pazziella, guidato dal general manager Alfonso Saraco, e dalla sua intrigante proposta ristorativa.

IL NOME CAMPANELLA

L’identità del luogo si esprime già nel nome scelto per il ristorante, un simbolo dalle molteplici sfaccettature. Portafortuna dell’isola legato ad un’antica leggenda su San Michele, la campanella è anche un fiore colorato che dà il meglio di sé soprattutto in primavera ed estate.

E la cucina dello chef Fabrizio Mellino, punta sempre a valorizzare i prodotti del territorio nel rispetto della memoria, della stagionalità, della tradizione e della contemporaneità.

Poi Campanella è soprattutto inteso come Punta Campanella, il punto di incontro tra l’isola dove nasce il nuovo ristorante voluto da Francesco Naldi (Ceo di Pazziella Garden & Suites) e della sua famiglia – e Massa Lubrense, regno dello storico Quattro Passi della famiglia Mellino.

“L’idea di dare vita al ristorante Campanella all’interno del nostro boutique hotel con lo chef Fabrizio Mellino – spiega l’imprenditore Francesco Naldi – è nata perché apparteniamo alla stessa generazione e abbiamo una stima reciproca. Intendiamo far vivere ai clienti un’esperienza di viaggio ma anche di gusto. Fabrizio Mellino interpreta la cucina mediterranea come piace a me, posso dire che si sono unite in questo progetto due famiglie campane che hanno lo stesso modo di leggere l’ospitalità”.

“Si tratta di un viaggio sensoriale attraverso i sapori autentici di Capri e della Costiera sorrentina reinterpretati con sensibilità contemporanea. Ogni piatto racconta una storia di mare e di terra, di sole e di passione, celebrando l’eccellenza delle materie prime locali, la sostenibilità e la profonda connessione con il territorio. La tradizione è il punto di partenza, l’innovazione è il mezzo per esaltarne l’essenza, offrendo un’esperienza culinaria indimenticabile che sorprende e delizia”, chiarisce Fabrizio Mellino.

IL MENU

“L’Essenza di Capri Rivelata” a cura dello Chef Fabrizio Mellino, mira a bilanciare la ricchezza della tradizione caprese con l’innovazione e la raffinatezza della cucina contemporanea.

Piatti signature

Fettuccine alla Nerano con zucchine, parmigiano e pepe nero

Scaloppina di vitella al limone con capperi, prezzemolo e il suo fondo

Caprese dal cuore morbido, gelato al Disaronno

Lunch dalle 12.30 alle 15.00

Dinner dalle 19.30 alle 22.30

Svelati i 10 Morellino di Scansano della III edizione di Morellino del Cuore

Dopo il successo delle due precedenti edizioni, torna per il terzo anno consecutivo Morellino del Cuore, progetto nato dalla collaborazione tra il Consorzio di Tutela Morellino di Scansano DOCG e i giornalisti Roberta Perna e Antonio Stelli, con l’obiettivo di raccontare e valorizzare una delle denominazioni più rappresentative della Toscana attraverso una selezione annuale di etichette scelte da esperti di settore.

Il 29 maggio 2025, nella sede del Consorzio a Scansano, si è riunita la giuria composta da sei noti giornalisti del vino, chiamati a degustare alla cieca 62 campioni inviati da 30 aziende associate.

Hanno composto la giuria Elena Erlicher di Civiltà del Bere, Carlo Macchi di Winesurf, Luciano Pignataro di Luciano Pignataro, Alessandra Piubello di Decanter e varie testate, Leonardo Romanelli di Il Gusto di Repubblica, Identità Golose e varie testate, Maurizio Valeriani di Vinodabere, chiamati per selezionare i 10 Morellino del Cuore 2025, suddivisi in quattro categorie: Annata, Riserva, Intermedio e Vecchia Annata.

Novità di questa nuova edizione è stata l’introduzione della nuova categoria “Vecchia Annata”, pensata per dare spazio a quei vini che, con lo scorrere del tempo in bottiglia, dimostrano la sorprendente capacità di evoluzione del Morellino di Scansano, a conferma della solidità e della versatilità della denominazione.


I 10 Morellino del Cuore 2025

Categoria Annata 

Cantina Vignaioli di Scansano Roggiano Bio 2023

Tenuta Agostinetto La Madonnina 2023

Poggio Argentiera Bellamarsilia 2023

Categoria Intermedio 

Provveditore Provveditore 2023

Le Rogaie Forteto 2022

Terenzi Purosangue 2022

Categoria Riserva 

Belguardo Bronzone 2021

Bruni Laire 2021

Roccapesta Roccapesta Riserva 2021

Categoria Vecchia Annata 

Fattoria di Magliano Heba 2006

Nei prossimi mesi, i Morellino del Cuore 2025 diventeranno protagonisti di tre appuntamenti speciali a Roma, Milano e Firenze, aperti sia alla stampa di settore che agli appassionati.

Serate dedicate alla conoscenza e alla degustazione guidata dei dieci vini selezionati, in abbinamento a piatti studiati per esaltarne le peculiarità, con la partecipazione dei produttori, del Consorzio e dei giornalisti Roberta Perna e Antonio Stelli. Un’occasione per raccontare il Morellino in modo diretto e coinvolgente, mettendo al centro qualità, identità e territorio.

Di seguito le parole del Presidente del Consorzio Bernardo Guicciardini Calamai.

Siamo estremamente soddisfatti di come si è svolta questa terza edizione di Morellino del Cuore. L’attenta selezione dei membri della giuria ha garantito un livello di competenza e professionalità ineccepibile, e i vini selezionati riflettono al meglio l’autenticità e le peculiarità del Morellino di Scansano.

Siamo felici di constatare una continua adesione da parte delle aziende, segno di un interesse sempre crescente e di un impegno costante nel valorizzare il nostro territorio.

Desidero esprimere un sentito ringraziamento a Roberta Perna e Antonio Stelli, ideatori e anima di Morellino del Cuore, per il loro impegno nel dare vita a questa manifestazione che continua a crescere anno dopo anno, e alla giuria per il prezioso lavoro svolto.”

Morellino di Scansano Docg

Il Morellino di Scansano, divenuto un vino a DOCG a partire dalla vendemmia 2007, viene prodotto in tutto il Comune di Scansano e parte dei Comuni di Campagnatico, Grosseto, Magliano in Toscana, Manciano, Roccalbegna e Semproniano. Gli ettari di vigneti rivendicati sono circa 1500, di cui il 35% in conduzione biologica certificata. Da disciplinare può contenere un minimo di 85% di uve sangiovese ed un massimo di 15% di altre uve di vitigni a bacca nera consentiti nella Regione Toscana. 

Il Consorzio Tutela Morellino di Scansano è composto attualmente da 220 soci. 

Ufficio Stampa Morellino del Cuore

Roberta Perna Comunicazione Enogastronomica e Studio Umami 

Roberta Perna – robertaperna.com – studioumami.com

Mail – Tel. 329.9293459

VULCANICAIS 2025 – DEGUSTANDO IL VESUVIO

VENERDÌ 13 GIUGNO START 19.30
Villa Signorini Events & Hotel – Via Roma 43, Ercolano (NA)

La crescita dell’enogastronomia del Vesuvio beneficia di tutte le esperienze che sanno coniugare sapori, cultura e tradizioni. “VULCANICAIS” si inserisce perfettamente nel processo di promozione e valorizzazione del nostro Territorio e nel connubio tra modernità e tradizione, come driver che incoraggia il progresso economico e sociale, abbraccia tutto il MADE IN VESUVIO, accogliendo le eccellenze enologiche e agroalimentari vesuviane. La nona edizione della manifestazione si svolgerà Venerdì 13 Giugno 2025 ad Ercolano, nella splendida atmosfera di Villa Signorini. Le aziende rilevanti del “Terroir Vesuvio” saranno protagoniste con numerose degustazioni, banchi d’assaggio, cooking show a cura di Chef di prestigio e Maestri Pizzaioli, percorsi sensoriali guidati, birre, olio, caffè, formaggi, mieli, dolci ed altre delizie tipiche. Le plurime esperienze gustative troveranno piacevole accompagnamento con il fumo lento del Club amici del Toscano e l’intera serata sarà allietata dalle note del pianoforte del Maestro Nello Mallardo, con il Patrocinio della Regione Campania, del Consorzio Tutela Vini Vesuvio, del Parco nazionale del Vesuvio e del Comune di Ercolano.

Le strutture: Villa Signorini Ercolano, Holiday Inn Vulcano Buono Nola, Bosco de Medici Resort Pompei, Vesuvio Inn Boscotrecase, Radisson Hotel Nola, Sakura Hotel Ercolano, sono convenzionate con VulcanicAIS25 per il pernottamento.

Apotheke – Apicoltura Vesuvio- Bosco de Medici – Cantina del Vesuvio – Cantina del Vulcano – Cantine Federiciane – Cantine Enodelta – Cantine Olivella – Cantine Scala – De Falco Vini – Cantina Tizzano – Cantine Villa Dora – Casa Setaro – Casale Pietropaolo – Fiore Romano Vini – Florami Vini – Fuocomuorto – Masseria dello Sbirro – Montesommavesuvio Punzo ViniSannino Vini – Sorrentino Vesuvio WineryTenuta Augustea- Tenuta La Mura – Tenuta Le Lune del Vesuvio – Tenuta Matilde Zasso – Terredora – Cantina Villa Regina – Cantine Castaldo Tuccillo – Birrificio Delle Cave – Birrificio Incanto – Birrificio Maneba – Birrificio Napoletano –  KBirr – Birrificio Okorei – Alma de Lux – China Pisanti – Distilleria Pascale – Pizzeria F.lli Prisco – Bertie’s Bistrot – La Baita del Re Resort – Pompeo Magno – La Lanterna Restaurant – Fish’s King – Litho55 – Markus – Taverna ‘E Mar – Vigna delle Rose – Il Brigante dei Sapori – La Stella Marina – Radici Vesuviane – Le Logge – Slow Food Albicocche – Giannina Manfrellotto – E-Curti – Macelleria Larducci – Casa Babbà – Quadrato Gourmet – Masseria Guida – Pizzeria Vesuvio – Pizza&Spirits Prisco – La Francesina – Hera nei Campi – Eccellenze Nolane Agriturismo di Città – Borgo del Titerno – Baccalujiuo – Caffè Campana – Caffè Masulli – Cioccolateria Zeno – Foorn – Pasticceria Pesce – Pasticceria Daniela – Pasticceria Gallucci – Masseria Clementina – Gigione Gourmand – Vincenzo Egizio – Pastificio Gemme del Vesuvio – Pastificio Setaro – Sapori Vesuviani – Oleificio Punzo – Zi Rosa Bistrot – La Tramontina – Cesto Bakery – La Graffa Stellata – Babàre – San Tarallo – Ritorno – Pathos – Vassallo Forni –  MAVV – Bosco De’Medici Resort – Holiday Inn Nola –  Radioso Hotel Nola – Hotel Sakura – Vesuvio Inn – Villa Signorini Events&Hotel – ONAF Latteria Sorrentino – Club Amici del Sigaro Toscano – Consorzio Tutela Vini Vesuvio – Le Strade del Vesuvio- Ente Parco Nazionale del Vesuvio – Comune di Ercolano – Mitilini Pianoforti – Maestro Nello Mallardo.

VULCANICAIS 2025 – DEGUSTANDO IL VESUVIO VENERDÌ 13 GIUGNO  START 19.30  –  Villa Signorini Events&Hotel – Via Roma 43, 80056 Ercolano (NA)

Ticket dingresso 25,00, pagamento con carta di credito o bonifico bancario coordinate bancarie:

Emmegi srl Ercolano MPS Portici
BIC:PASCITM1N82
IBAN : IT65D0103040090000001084277

causale: VULCANICAIS25

Acquistando il Ticket in anticipo, l’ingresso alla manifestazione sarà agevolato da un apposito varco. Arrivando in auto si potrà utilizzare un parcheggio convenzionato a mt.300

Mail: vesuvio@aiscampania.it

Pompei: The Roof si rinnova all’ombra del Vesuvio

Habita79 MGallery Pompeii ridisegna lo stile dell’ospitalità in chiave luxury in un contesto panoramico e storico di ineguagliabile bellezza. A pochi passi dal Santuario della Beata Vergine Maria del Santo Rosario di Pompei l’arte si mescola col sacro e gli scavi dell’antica città sepolta dalla lava del Vesuvio completano il quadro con una cornice intrisa di richiami alle varie culture, ivi presenti dalla fondazione degli Osci tremila anni fa sino ai giorni nostri.

La terrazza dell’hotel, che vanta sale per meeting, il moderno centro benessere Nuxe Spa ed il ristorante il Circolo al piano terra, si arricchisce della parte prettamente estiva di The Roof, curato da Ferdinando Longobardi, esperienza in strutture all’estero e dal suo aiuto Giovanni Langella.

Una drink list articolata dove trovano espressione le rivisitazioni di cocktail pre o after dinner in chiave afrodisiaca e vulcanica, con titoli accattivanti quali “79 a.C.”, “Lava”, “Gli amanti”, “Have” e molti altri da abbinare alla cucina smart, anche in modalità da tapas, elaborata dall’Executive Chef Roberto Lepre, gavetta formativa con alcune delle Stelle Michelin più importanti in Italia.

Gestire 23 persone nella lunga brigata di cucina delle tre anime ristorative di Habita79 (The Roof – l’osteria e la pizzeria de il Circolo) non è semplice, ma Lepre riesce a sdoppiarsi e persino triplicarsi all’occorrenza, adeguando le proprie ricette in funzione del cliente e delle occasioni.

Il giovedì, ad esempio, la musica accompagna gli ospiti in terrazza, con un dj set internazionale e l’atmosfera giusta per godersi in relax il tramonto su comode sedute sofà o ai tavoli d’assaggio.

Tra le scelte à la carte adatta a tutte le tasche, intrigante la capasanta ai carboni, con spinacino al burro, nduja e quinoa soffiata, così come il tataki di tonno in salsa ponzu, verdurine primaverili al sesamo e maionese di jalapeno.

Lieve correzione di prezzo per chi preferisce una porzione “regular” non accontentandosi di un semplice assaggio in piccoli morsi.

Si prosegue con ribs di maialino della celebre macelleria Cillo, cotte dolcemente e laccate al bbq su patatas bravas e crudo di verdure alla senape.

Prima dei dessert la prova del nove vinta con l’agnolotto strigliato di pasta fresca al basilico, provolone del Monaco e carciofi di Schito in doppia consistenza, di gran lunga il piatto migliore della serata.

Coccole finali con waffle ripieno di semifreddo alla vaniglia, pralinato di arachidi e mou salato. O un croccante bignè craquelin alla nocciola Mortarella. Presente la cantina Tredaniele a suggellare metaforicamente con i suoi vini il connubio delle due coste della Campania, in un filo rosso di gusto tra Cilento e Pompei.

Piemonte: il Barolo di Ferdinando Principiano da Monteforte d’Alba

L’ultimo evento campano per Banca del Vino prima della pausa estiva si è svolto nei Campi Flegrei presso Cantine degli Astroni, anch’essa protagonista del progetto nato per valorizzare e conservare il patrimonio enologico italiano.

Cantina ospite: Ferdinando Principiano in Monforte d’Alba (CN), che ha fatto del territorio su cui opera un baluardo di biodiversità da difendere ed un luogo vocato esclusivamente alla produzione di vino.

La famiglia Principiano è radicata nelle Langhe, a cavallo tra Monforte e Serralunga, già da tre generazioni, ma è stato Ferdinando nel 1993 a decidere di non conferire più le uve prodotte bensì di vinificarle in proprio. Siamo al culmine del periodo in cui la parola Barolo tornava a risplendere ai quattro angoli del mondo grazie all’opera comunicativa di Marc De Grazia e alla “rivoluzione stilistica” dei Barolo Boys e Ferdinando, giovane enologo appena laureato, si pose nel solco di questi cambiamenti, prediligendo l’uso della barrique al posto dei legni grandi della tradizione.

Ci vorranno dieci anni per cambiare rotta, giunta ormai la consapevolezza e la convinzione che una buona parte del carattere del territorio veniva persa nel perseguire scelte agronomiche e di cantina poco rispettose dell’ambiente. Tra il 2003 e il 2006 dunque la conversione totale del lavoro di vigna con la scelta di eliminare ogni tipo di diserbante, pesticida ed erbicida; contemporaneamente il lavoro di cantina diventa meno interventista per salvaguardare e mantenere integro il frutto ottenuto in vigna.

“Vent’anni fa nelle Langhe non era così scontato operare questo genere di scelte”, commenta Niccolò Abbellonio, responsabile commerciale, che ha raccontato la storia della cantina e ci ha guidato a comprendere l’approccio di Ferdinando alla vinificazione attraverso i vini degustati. “Oggi non è più pensabile gestire la vigna come si faceva trenta o quaranta anni fa”.

Una consapevolezza che pone al centro il lavoro nei campi e lo studio continuo per ottenere alti livelli di eccellenza nella produzione di ogni singola etichetta.

Il primo campione in degustazione ne è la prova. Si tratta di un vero e proprio outsider rispetto al territorio tanto da non poterne rivendicare in etichetta il vitigno: un Timorasso vinificato in purezza in territorio di Alta Langa, a 750 mt slm, da una piccola vigna di appena 1,4 ettari, impiantata nel 2010.

Cinquemila bottiglie totali che escono al pubblico come Langhe bianco DOP. Degustiamo l’annata 2019. Ammalia sin dal colore oro lucente. Al naso si presenta evoluto, ricco e sfaccettato nei sentori idrocarburici che lasciano pian piano spazio alla marmellata cotogna, all’anice, alla caramella d’orzo, puntinati da sprazzi di miele d’acacia. Contiene la tipica sapidità del varietale all’interno di un corpo più snello e longilineo se comparato al parente prossimo nell’areale più noto dei Colli Tortonesi.

Il secondo calice in degustazione è la Barbera d’Alba “Laura” prodotta da un clone antico dagli acini e dai grappoli più piccoli, rese bassissime e ceppi di oltre trent’anni. Dodici filari in tutto, al fondo della vigna Ravera, che Ferdinando ha voluto preservare anziché sostituire con Nebbiolo. La produzione annuale si limita a circa cinquecento bottiglie, uno sforzo enorme dettato dalla volontà di continuare la vinificazione separata anziché confluire questi esigui quantitativi  nella barbera basica.

L’annata è la 2021, che si presenta ancora con evidenti riflessi violacei. Il naso ricorda confettura di gelso nero, fresia, alloro, cappero ed  erbe mediterrnee. Fresco e diretto il sorso, asciuga e lascia un retrogusto lievemente amaricante.

Continuiamo la degustazione con l’orizzontale dei tre Barolo prodotti dalla cantina: Barolo del Comune di Serralunga 2019, Barolo Ravera e Barolo Boscareto, questi ultimi due presentati nei millesimi 2019 e 2012.

Il Barolo del comune di Serralunga è un blend di due vigne, Boscareto e Neirano. Vinificato per la prima volta nel 2006, è prodotto in circa trentamila bottiglie l’anno e delle tre etichette è quella di approccio e bevibilità più immediata. Il frutto si evidenzia al primo impatto, per poi dettagliarsi in profondità – ma sempre in modo nitido e pulito – nei sentori di liquirizia e arancia essiccata, delicate sensazioni terrose che ricordano la radice di china. Il tannino, pur nella sua finezza, è evidente, sostenuto da vivida freschezza che sa di frutto croccante.

I due cru di Barolo rappresentano due anime completamente diverse, oltre a essere il risultato di un lungo percorso di studio in vigna e cantina. Prodotti entrambi in circa tremila bottiglie l’anno, si differenziano per l’invecchiamento che avviene in botti grandi di diversa età: per Ravera la sosta è di due anni per Boscareto si prolunga a tre a cui segue, per entrambe le etichette, un anno di affinamento in bottiglia.

Ravera nel comune di Monforte è una vigna di oltre ottant’anni vinificata a partire dal 1997. Si trova sul fronte di collina più meridionale della zona del Barolo, discende molto ripidamente ed è costituita da suoli prevalentemente sabbiosi. 100% clone Michet di Nebbiolo, il vino si presenta coerente nelle due diverse annate sia nel colore, che in entrambe i calici, seppur in gradazioni diverse, risulta più intenso e cupo sia nel carattere sferzante e vegetale che attraversa entrambe i vini.

Boscareto è una singola vigna di Serralunga, vinificata sin dal 1993 in purezza. Nella MGA omonima è ancora preservata una ricca biodiversità boschiva. Il Barolo di Principiano deriva da una selezione operata in vigna di cinque diversi appezzamenti ed è vinificato a raspo intero mediante pigiatura coi piedi, per conferire maggior carattere. Ancora giovanissima la 2019 evidenzia immediatamente il frutto, fragranze mediterranee, acqua di rose; risulta goloso al palato, snello nella beva e di trama tannica sottilissima, caratteristiche che lo accomunano anche alla 2012, coerente nell’evoluzione olfattiva rispetto alla versione più giovane , di tannino ormai lineare e compiuto e freschezza appagante, caratteristiche che richiamano continuamente il sorso.

Amarone in Capitale: un brindisi al grande rosso della Valpolicella nel cuore di Roma

In un periodo di grande incertezza per il mondo del vino, tra sfide climatiche, normative sempre più restrittive e un mercato in evoluzione, c’è ancora spazio – e bisogno – di celebrare le eccellenze che hanno fatto la storia dell’enologia italiana. È in questo spirito che si è svolto “Amarone in Capitale”, l’evento organizzato dal Consorzio Vini Valpolicella all’Acquario Romano, con l’obiettivo di riportare sotto i riflettori uno dei più grandi vini rossi del nostro Paese: l’Amarone della Valpolicella.

Non è un momento semplice per i produttori. Dalle nuove regole sulla circolazione stradale che di fatto penalizzano il consumo di alcol, al cambiamento climatico che mette a dura prova la viticoltura, fino alle direttive europee sempre più rigide: sembra quasi che si stia combattendo una guerra silenziosa contro il vino. A questo si aggiunge il cambiamento delle abitudini dei consumatori più orientati verso bianchi e rosati leggeri e immediati che rende difficile il lavoro delle regioni identificate per i rossi strutturati.

Eppure, proprio in mezzo a tali difficoltà, l’Amarone si rialza con orgoglio. “Abbiamo celebrato da poco i cento anni del Consorzio, ha ricordato il Presidente Christian Marchesini, ma l’Amarone è ancora più giovane. È un vino che ha saputo crescere, innovarsi e rappresentare il volto più raffinato e potente della nostra terra.”

Il disciplinare prevede e obbliga i consorziati ad utilizzare i vitigni Corvina, Corvinone e Rondinella, ai quali si possono aggiungere ulteriori uvaggi in minime percentuali. È sicuramente un vino complesso da produrre che richiede dispendio di tempo ed energie

L’evento “Amarone in Capitale” ha attirato centinaia di appassionati, operatori del settore e semplici curiosi, tutti uniti dalla voglia di conoscere – o riscoprire – un vino che non smette mai di emozionare. Nonostante qualche nostalgico rimpianto per le location delle passate edizioni, l’Acquario Romano ha saputo offrire un’atmosfera suggestiva, tra architetture di inizio Novecento e il calore delle degustazioni, che hanno portato a Roma un angolo di Valpolicella.

Qual è la tendenza? Nel rispetto delle tradizionali tecniche d’appassimento, si cerca sempre più la produzione di vini snelli e di agile bevuta. Sembra difficile da immaginare, ma l’Amarone contemporaneo tende ad essere un vino che conserva le sue caratteristiche in termini di struttura e complessità, con una tendenza al dinamismo evidenziando le doti di freschezza e balsamicità.

In degustazione, le espressioni più autentiche di questo grande rosso veneto, capaci di raccontare la pazienza dell’appassimento, la profondità delle vigne storiche e il carattere di una comunità che non vuole arrendersi alla logica del rapido consumo. Amarone, Ripasso, Valpolicella Superiore: nomi che evocano storia, territorio, ma anche resistenza culturale. Perché oggi bere un Amarone, con la sua struttura, i suoi tempi lunghi e la sua vocazione meditativa è anche un gesto che rifiuta l’omologazione e difende un patrimonio enologico fatto di tradizione, fatica e bellezza. Il messaggio lanciato da Roma è chiaro: l’Amarone non è solo un vino, è un simbolo. E in tempi difficili, i simboli servono più che mai.

A partire dalle 17.00, i banchi di assaggio hanno accolto visitatori italiani e internazionali offrendo una panoramica della denominazione Valpolicella attraverso i suoi protagonisti: Amarone, Valpolicella Classico, Ripasso, Recioto e Valpolicella DOC. Le etichette in degustazione, proposte dalle undici cantine – tra cui nomi noti come Zymè di Celestino Gaspari, Pasqua Vini, Domini Veneti e Secondo Marco, hanno raccontato con intensità e personalità il territorio che le ha generate.

Il momento clou della serata è stato la “Masterclass Amarone della Valpolicella Riserva”:

Tempo e idee che plasmano l’eccellenza”, curata da AIS Lazio. Un viaggio tecnico e sensoriale nella riserva del grande Rosso, espressione estrema di equilibrio tra tempo, visione e territorio. I produttori presenti hanno condiviso esperienze, sfide e intuizioni che hanno contribuito a elevare lo stile dell’Amarone a un livello internazionale.

Apertura da parte di Alberto Brunelli che ha sottolineato le parole del Presidente introducendo poi la bravissima relatrice AIS Manuela Di Palma che ha descritto in modo magistrale i quattro campioni in degustazione:

  • Flatio Amarone della Valpolicella Riserva Mario 2015
  • Rubinelli Vajol Amarone della Valpolicella Riserva 2011
  • Zyme Amarone della Valpolicella Riserva 2011
  • Secondo Marco Amarone della Valpolicella Riserva Fumetto ’08 2008

Un connubio d’eccellenza ha accompagnato la degustazione: Parmigiano Reggiano DOP, partner ufficiale dell’iniziativa, ha offerto un perfetto abbinamento gustativo, esaltando le caratteristiche organolettiche dei vini in assaggio.

Anche qui quattro campioni di assaggio con altrettante stagionature, iniziando dal Parmigiano Reggiano stagionato per 24 mesi, poi 36, 48 e infine… 80 mesi! “Amarone in Capitale” ha confermato la capacità del Consorzio Vini Valpolicella di parlare a un pubblico ampio, coniugando divulgazione, qualità e intrattenimento nel cuore pulsante della Città Eterna.

Grechetto Fiorfiore di Roccafiore: esperienza indimenticabile, intima, “blind”

“Quando calano le tenebre splende la luce interiore”.

Aggiungo questa frase ad altre amate e citate da Luca Boccoli, esperto di vino da oltre trent’anni, per descrivere l’esperienza emozionale, unica nel suo genere e totalmente confidenziale che ci ha fatto vivere in una mattinata romana in una Trastevere riposta.

Chi conosce Luca sa che sette anni fa ha perduto la vista in un incidente motociclistico: da quel momento la sua vita è inevitabilmente cambiata e ora comunica il sentire il vino nella sua nuova condizione di non vedente. Inalterate sono rimaste le qualità di sensibilità e di cortesia poichè Luca ne era già ampiamente provvisto.

A differenza di chi nasce già senza, aver vissuto con e privo di questo importante senso, gli consente di capire appieno il cambiamento avvenuto, e per circa un’ora assieme ad altri comunicatori del vino, ai produttori del vino assaggiato, e alle persone che ci hanno ospitato, abbiamo fatto l’esperienza che è la sua nuova quotidianità: ascoltare il vino senza poterlo vedere. Un momento emoziante ad alta concentrazione di emotività.

Questa è la vera “degustazione alla cieca”, quindi quella dove la sola bottiglia ci è occultata, è da chiamare “degustazione coperta”: cercherò di non incappare più nell’errore.

Del resto che importanza può avere il colore?

Potrebbe sembrare il motto di una campagna pubblicitaria, ma sono anni che sostengo assieme certamente ad altri, che la visiva andrebbe eliminata da qualsiasi valutazione, soprattutto se si intende dare dei punteggi.

Nel nostro caso, abbracciati dalle tenebre, non si trattava solo delle variazioni cromatiche da percepire in un bicchiere ma di effettuare concentrati e rilassati una sorta di degustazione capovolta, respirando il vino intensamente, sentendolo nelle nostre viscere, cogliendo il qui ed ora del momento, percependo il liquido nella profondità del corpo, e affinché l’esperienza si completasse occorreva che fosse ingerito. Quindi nessun contenitore per versare il vino era previsto nella prima fase dell’assaggio (qualcuno si deve far carico dell’onere di trovare un sinonimo più elegante al termine in voga al momento di “sputacchiera”: inizio io con “sversatoio”) e cautela estrema nell’individuazione e posizionamento dei calici, con l’ulteriore invito ad astenersi a ondeggiare gli stessi per evitare fuoriuscite indesiderate.

Non so se per voi è lo stesso, ma è sempre durante la notte, con l’oscurità, che mi ritrovo completamente con me stesso, solo con la mia interiorità, e non sempre mi sento a mio agio, quindi il fattore buio si presta perfettamente all’introspezione. Per rendere totale l’esperienza necessitava di un ultimo veicolo, a chiusura di un cerchio di elementi che comunicano col nostro profondo (visto che anche il vino ottempera al proposito): la musica.

Obbligatorio era pertanto collocare l’evento in luogo adeguato.

Studio 33 di Enzo Abbate (il numero scegliete voi se è per causa del civico 33a di via della Paglia oppure per i giri del vinile), un salotto curato finemente da un progetto di Ana Gugić, è l’ambiente perfetto. Una hi-end listening room, un locale che emozionerebbe qualunque audiofilo, che utilizza essenzialmente prodotti della Oswalds Mill Audio, dagli amplificatori con valvole originali degli anni ’50, ai diffusori AC1 da pavimento, costruiti con legno massiccio, a tre vie e caricati a tromba posta in cima, e tant’altro che non riesco ad esprimere per via della mia ignoranza, una elegante sala curata nei minimi dettagli affinché  la musica si allarghi nello spazio, venga espansa e non compressa, ti avviluppi senza che tu possa sottrarti e impedirlo. Il progetto di Studio 33 si completa con una propria etichetta discografica, la Hyperjazz.

Entrati nel buio totale l’udito si è preso lo spazio lasciato dal senso che momentaneamente ci era venuto a mancare. Il rumore del vino che percolava nei calici si è amplificato, più che definirlo molto vicino era tridimensionale e assomigliava al sentire della musica nelle cuffie. Un suono rilassante, ipnotico, zen e mistico per la mia esperienza. Per un momento ho pensato provenisse dai diffusori, fino a quando questi si sono attivati sul serio, trasmettendo musica italiana d’autore (De Gregori, Califano, De André, Morricone performato da Pat Metheny) con brani meno noti dimodoché le dolci melodie servissero allo scopo di interagente e non intralciassero la concentrazione della degustazione. Ciò che è avvenuto durante, a tu per tu col vino, è complicato da spiegare in maniera compiuta e immagino che ognuno dei presenti avrà la sua versione da raccontare. Semplificando è stato un avvenimento totalmente diverso da quanto finora mi era accaduto in un frangente analogo, anche nella semplice fruizione del succo d’uva fermentato. Al di là delle considerazioni sul vino che comunque esprimerò, è stato un rapporto molto intimo e consensuale con il liquido odoroso (cit.), come quello tra due persone che si intendono e si amano.

Ma è giunto il momento di parlare dei vini.

L’azienda che si è coraggiosamente prestata all’esperimento è stata la Cantina Roccafiore situata in Umbria a Todi. Ero stato messo in allerta in anticipo che la Cantina disponeva di un Grechetto di notevole qualità. Oltre a confermarlo aggiungo di grande longevità.

Luca Baccarelli ci ha narrato la nascita dell’azienda avvenuta alla fine degli anni ’90 per opera del padre Leonardo, una tenuta di circa 90 ettari dei quali solo 15 sono vitati, il resto è destinato a noccioleti e oliveti (abbiamo avuto occasione di assaggiare un olio a base del classico trittico di frantoio, moraiolo e leccino di grande intensità e qualità). Roccafiore si completa di un resort con centro benessere e ristorante.

Antesignana nell’investire su un vitigno autoctono come il Grechetto, che 20 anni fa era una scommessa con incerto risultato, Roccafiore ha grande attenzione al rispetto dell’ambiente, suggellata dall’essere nel 2007 tra le prime aziende vinicole a dotarsi di fotovoltaico. La conduzione è in biologico, con certificazione di viticoltura sostenibile Viva, e alcuni vini sono effettuati con fermentazione spontanea da pied de cuve.

Protagonista dell’evento è stato il Grechetto, ma l’azienda produce anche un vino da Trebbiano Spoletino (chiamato l’altrobianco), un sangiovese (anche in versione rosato), altri due rossi fra cui un Montefalco Sagrantino, e infine un passito da uve Moscato. È attiva anche con una distribuzione di champagne e affini chiamata Les Bulles, che al momento ha in catalogo 22 aziende. Abbiamo avuto modo di assaggiarne uno, proveniente dalla valle della Marna, l’extra brut di Éric Taillet domiciliato a Baslieux-sous-Châtillon, da Pinot Meunier in purezza, molto sapido rispetto a quanto il vitigno generalmente offre.

Il Grechetto di Todi è una Doc relativamente giovane, instaurata nel maggio 2010, ma il vitigno era già menzionato da Plinio il giovane quindi abbiamo un buco di attenzione di duemila anni, ci dice con ironia Luca Baccarelli. La varietà dà luogo globalmente a circa un milione di bottiglie, una produzione ancora irrisoria.

Vini in sottrazione, freschi e bevibili era l’idea alla base del concepimento paterno e per arrivare al risultato e dargli spessore e agilità si rivolgono all’enologo Hartmann Donà di Terlano. Dopo quindici anni di collaborazione, a partire dal 2014 la cura in vigna e in cantina passa in mano a Luca con il supporto dell’enologo Alessandro Biancolin.

Per godere di un clima maggiormente fresco, consentire acidità e maturazione adeguata dei grappoli, in tre riprese i vigneti vengono spostati sul versante nord; tuttavia l’effetto collaterale è il problema di gelate primaverili, come è avvenuto nel 2017 e 2021.

Al buio eravamo in presenza di una verticale del medesimo vino con annate diverse, e questo personalmente lo avevo colto. Il fatto sorprendente è di non aver centrato la successione dei millesimi, nella fattispecie abbiamo iniziato con il secondo più anziano, e sul quale avevo quasi la certezza fosse tra i più giovani.

Il Grechetto di Todi Fiorfiore di Roccafiore effettua una pigiatura delicata delle uve, con mosti decantati in modo naturale e fermentazione spontanea con pied de cuve a temperatura controllata in tini di acciaio.

L’affinamento è di 12 mesi in anfore non ossidative, con ridottissa porosità, che quanto a risultato sono assimilabili adoperando contenitori in cemento vetrificato, inoltre sono utilizzate grandi botti di rovere di Slavonia di legno esausto, dove il vino rimane a contatto con le fecce fini e non svolge la fermentazione malolattica; dopo l’imbottigliamento il vino riposa minimo 6 mesi in bottiglia.

Fiorfiore 2016 13.5%

Sorso teso ed elegante, proveniente da una annata esemplare. È stato il vino che ha maggiormente sorpreso per via della sua freschezza, ingannando i partecipanti, come chi scrive che lo aveva collocato nella decade successiva. Lineare, con note di miele d’acacia, di cipria, confettura di frutta gialla. Tuttavia mi aspettavo una complessità e una persistenza maggiore.

Fiorfiore 2017 13%

Malgrado l’annata calda il vino è risultato fresco, vivo, dotato di grande sapidità e piacevolezza. Frutta a polpa gialla e una tenue nota tannica fa intendere lo spessore riscontrato nel calice. Amerei riassaggiarlo in seguito perchè potrebbe destare delle sorprese.

Fiorfiore 2018 13%

Il vino che mi ha entusiasmato in maniera più significativa. Fresco, con sorso verticale, una beva complessa e ricca, e piacevolmente scorrevole. Sapido e con note minerali in evidenza, molto intenso olfattivamente, con richiami alla frutta gialla e anche a quella esotica, munito di richiami a delle spezie delicate. Lunga è la sua persistenza a rimarcare lo spessore di questo vino.

Fiorfiore 2019 13%

Non sempre le bottiglie sono in stato di grazia. In questo caso ho trovato un vino poco concentrato, con sentori vinosi, di tenue frutta esotica, di ananas, e indubbiamente sapido. Al palato è rarefatto e di media persistenza.

Fiorfiore 2014 13.5%

La magnum aperta per l’occasione è la testimonianza della longevità del vitigno, quando è prodotto con maestria. Proveniente da una singola vigna di circa un 1,5 ettari, si differenzia dagli altri vini assaggiati per la vinificazione avvenuta interamente con l’affinamento in legno, nessun apporto quindi dovuta ad anfore. Si riscontrano ovviamente i segni dell’evoluzione, ma il vino è ancora teso, con note di legno e di frutta a confettura, di miele, glicerina, cera d’api, crema pasticciera, ma anche con sentori di cipria, e di sapidità e mineralità persistenti.

Complessivamente la missione è compiuta se si intendeva creare vini agili, freschi e improntati alla beva. Circa la vinificazione in sottrazione invece, devo dire che li ho trovati molto più ricchi di quanto ci si poteva aspettare, senza tuttavia arrivare all’opulenza. Per la mia modesta opinione è un plus rilevante. La cosa però ancor più importante è la costanza nella cifra stilistica, declinata alla freschezza, alla sapidità e mineralità.

A conclusione dell’articolo, devo ammettere che pur avendo tentato il completo rilassamento durante l’oretta in cui si è svolta la degustazione alla cieca (secondo il parere del mio orologio vi sono riuscito perché sancisce che ho dormito per 18 minuti) ero altrettanto consapevole della transitorietà dell’esperienza: essere in quella condizione è certamente tutt’altra faccenda.

Buonissimi 2025 – La ricetta della guarigione

Il 23 giugno, di nuovo insieme a sostegno della ricerca in oncologia pediatrica.

L’appuntamento tra i più attesi dell’estate: Buonissimi, l’evento benefico a sostegno della ricerca scientifica in oncologia pediatrica, giunge alla sua settima edizione e si svolgerà lunedì 23 giugno 2025, dalle ore 20:30, al Marina d’Arechi – Port Village.  

Anche quest’anno l’Associazione OPEN OdV – Oncologia Pediatrica e Neuroblastoma, con l’evento Buonissimi conferma l’impegno di raccogliere fondi per i progetti di ricerca scientifica avanzata. Prosegue il percorso di medicina personalizzata e innovativa, con un’attenzione particolare al ruolo dell’Editing genomico e delle nuove terapie biologiche nei tumori pediatrici.

Organizzato da Paola Pignataro e Silvana Tortorella, Buonissimi 2025 vedrà riuniti i protagonisti del mondo enogastronomico: chef e chef stellati, pizzaioli, friggitorie, paninoteche, maestri pasticcieri, produttori, viticoltori, birrifici artigianali e bartender. Grande attenzione anche quest’anno alla sostenibilità e all’offerta senza glutine.

Anna Maria Alfani, presidente dell’Associazione OPEN OdV, ha dichiarato:
“Buonissimi è un momento di festa che porta con sé un messaggio forte: sostenere la ricerca per offrire ai bambini cure sempre più efficaci e personalizzate. Grazie alla generosità di tanti, possiamo continuare a investire in studi fondamentali per migliorare le prospettive di guarigione”

Il prof. Mario Capasso, coordinatore scientifico del progetto sostenuto, ha sottolineato:
“La ricerca sui tumori pediatrici non si ferma. Stiamo lavorando su strategie sempre più mirate, come l’immunoterapia e la medicina di precisione, in collaborazione con altri centri di ricerca, per dare ad ogni bambino la possibilità di ricevere la cura giusta al momento giusto”.
Anche Agostino Gallozzi, presidente di Marina d’Arechi, rinnova il sostegno all’iniziativa:
“Siamo felici di accogliere ancora una volta Buonissimi nella marina del porto di Arechi . Sarà una serata speciale, dove il gusto incontra la solidarietà e la bellezza del nostro territorio”.

Paola Pignataro e Silvana Tortorella concludono:
“Buonissimi è passione e impegno. Ogni edizione è una sfida, un’opportunità per coinvolgere sempre più amici e aziende in un progetto che fa bene e fa del bene.

Siamo felici di avere al nostro fianco, anche quest’anno, tanti amici che condividono con noi questo entusiasmo. Come Roberto Jannelli e Rosario Augusto, che faranno da supporter per il dopo cena sulla Terrazza, dove si concluderà la nostra passeggiata enogastronomica.

Ad accompagnare la serata, la musica di Marco Rovezzi, la tromba di Paolo Gravina e il sax di Carlo Gravina. In consolle Mirko Coppola e le pubbliche relazioni di Emiliano Esposito per un finale tutto da vivere.

L’elenco completo dei partner e dei sostenitori è disponibile sul sito www.buonissimi.org.

Per informazioni e partecipazione:
info@buonissimi.org | www.buonissimi.org

Sorrento: da Vrasa la “brace” che non ti aspetti

Perché la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia… cantava Vasco Rossi nell’immortale Sally. Equilibrio e follia sono le parole giuste per definire le proposte di Vrasa, locale caldo e intimistico nel centro della “dolce vita” di Sorrento.

Francesco e Fiorenza Gargiulo, fratello e sorella nonché giovanissimi titolari, hanno scelto un altrettanto valida coppia di chef per la gestione della cucina open space. Alberto Di Martino e Raffaele Eroico si sono proposti in doppio, ognuno con le proprie passioni, ma con la possibilità di essere autonomi anche in singolo.

Ricette originali per nulla scontate, incardinate nella tecnica degli asadores sud americani o come le tipiche butchery eleganti di stampo mitteleuropeo, arricchite dal tocco di brace presente anche nei dessert. Da ex fondo agricolo per il riposo di cavalli e vitelli ad un comodo giardino botanico, con tanto di orto e piante da frutto che fungono da splendida cornice al lounge bar. Il concept di Vrasa inizia dal suo esterno, per gustare nelle serate estive un aperitivo rinfrancante dalla calura.

Immersi in un’atmosfera quasi bucolica circondati da mura di un antico bastione, ci si sposta poi nel locale interno, dalle ampie vetrate utili a far trasparire i caldi toni del tramonto. Uno chef table consente ai più romantici di cenare osservando le abilità di chi prepara le pietanze al di là del banco. Tante le degustazioni di vino organizzate durante le stagioni, grazie alle oltre 600 referenze in carta ed all’amicizia consolidata con la Maison Tattinger, eccellenza dello Champagne.

Menu atipico, senza la classica distinzione tra antipasti, primi e secondi. Si utilizza, per un ipotetico percorso degustativo da 4 portate per 79 euro, la classificazione degli elementi base, cominciando dalle proteine per virare alla rovescia verso i carboidrati e la pasta fatta a mano, eccezion fatta per il tubettone di Gragnano a marca Il Re della Pasta. Distinzione finale tra il pescato locale, quinto quarto incluso e un piccolo assortimento di tagli di carne comunque presenti, vista l’anima fuochista del ristorante.

Il logo ricalca un uomo preistorico davanti al fuoco ardente, clima perfetto per iniziare la carrellata degli assaggi dalle cozze alla brace su composta di fiori e zucchine, con peperoncino candito. Una leggera spinta sapida ulteriore avrebbe ottimizzato il connubio stravagante tra la campagna ed il mare. La carbonella utilizzata per tutte le affumicature “in doppia camera” è di legno di faggio, particolarmente richiesta per l’aroma neutro non invadente.

La tartare al chimichurri con barbabietola dolce, salsa al wasaby, chutney e radici di loto è dotata di un pizzicore denso che andrebbe moderato a seconda delle esigenze. Come da tradizione il carciofo in più consistenze, servito col suo fondo di salsa alle foglie e prezzemolo e a parte il gambo laccato al miso di sesamo, che dimostra l’estro gourmet dei fratelli Gargiulo.

Il calamaro velato ripieno di bisque blanche, agretti e lupini di mare, spinge con decisione verso il confine tra saporito e salato, corroborato dall’affumicatura intensa. Straordinario il piatto vegan composto da finocchio alla brace, salsa fatta con le barbette del vegetale, gel all’arancia e shichimi, mix di spezie orientali.

Fantasioso e intrigante, invece, l’invenzione della rana pescatrice in pelle di pollo con taccole, lumache di mare e piselli. Cottura a bassa temperatura del pesce e successivo passaggio sui carboni ardenti. Una pietanza di livello impegnativo, su cui si può lavorare in futuro alla ricerca della variazione perfetta.

Pittorico e gustoso il tortello all’uovo, colorato con nero di seppia ed estrazione di barbabietola, farcito da coda di manzo all’Aglianico. Una visione per gli occhi e il palato.

Finale con “Biancofiore”: una torta paradiso con namelaka e sorbetto al limone, su salsa al limone affumicato e confettura.

Ottimo il contrasto di sensazioni, per una chiosa lontana dai canoni dei dessert stucchevoli di una volta.

VRASA

Via Santa Maria della Pieta’, 30
Sorrento (Na)

info@vrasa.it – tel. 3404273961

Napoli: chef Rosario Avolio e La Tattoria tra i vincitori del programma televisivo Foodish

Melanzane pullastiello, scarola e peperone mbuttunato, polpette con la salsa, parmigiana di melanzane.

Tutto fa pensare a uno di quei pranzi della domenica dove un’infaticabile nonna di origine partenopea profondeva per ore – se non giorni- la propria maestria culinaria per la gioia della famiglia, riunita attorno alla tavola.

Siamo invece a Napoli, nel cuore del quartiere Vomero, più precisamente in Piazza Cosimo Fanzago da La Tattoria, accogliente ristorante glamour in stile “jungalow”, dove lo chef Rosario Avolio propone la cucina della tradizione locale.

Tatto Chef ci accoglie personalmente e ci dà il benvenuto come a casa: è proprio tale atmosfera di ospitalità che vuole ricreare nella sua Tattoria e racconta che la passione per la cucina è nata proprio durante le domeniche passate a cucinare accanto alla nonna.

Aperti i battenti poco più di una anno fa, La Tattoria gioca sull’assonanza tra il soprannome che chef Avolio porta con orgoglio sulla casacca – Tatto, il modo in cui i nipotini lo chiamavano da piccoli, non riuscendo a pronunciare bene la parola zio – e il termine trattoria.

Ma la vera svolta è avvenuta da poco tempo, con il programma televisivo Foodish di Jo Bastianich, che ha incoronato il piatto creato e presentato da chef Avolio per l’occasione: la pasta mista ceci e vongole.

Da quel momento, racconta lo chef, in molti sono arrivati incuriositi da questa specialità. Una famiglia proveniente dal Veneto ha persino previsto, tra le tappe del proprio viaggio napoletano, la sosta a La Tattoria per assaggiare la cucina di Rosario.

Stagionalità degli ingredienti? Certamente! conferma chef Avolio, ma sempre nei limiti della sontuosa cucina napoletana e delle verdure alla base dei propri piatti: a breve non sarà più stagione di scarole, ingrediente principale di uno delle preparazioni più richieste, la scarola ripiena, e verrà introdotto il tegamino peperoncini verdi di fiume, cozze e pecorino.

Ci sediamo a tavola curiosi, con un certo languorino e non veniamo delusi nelle aspettative. Il ricco antipasto servito a centro tavola ci permette di degustare tutte le specialità di Rosario e fare un tuffo nel passato, quando non si contavano le calorie nel piatto e riunirsi intorno alla tavola della domenica era un rito irrinunciabile.

Iniziamo con la famosa melanzana pullastiello, fette di melanzana a doppia frittura, ricomposte intere e  ripiene di provola e salame: farcitura ricca come probabilmente doveva essere quella di un piccolo pollo, ‘o pullastiell appunto in napoletano. 

Proseguiamo con altri due classici imbottiti, o meglio ‘mbuttunati, il peperone e la scarola: il primo goloso, col suo ripieno di provola e prosciutto, la seconda di origine popolare, perché usa una farcitura “povera” di capperi, pinoli, uvetta e, quando possibile, qualche filetto di alice.

Non poteva ovviamente mancare la parmigiana di melanzane, succosa come vuole la tradizione partenopea, anch’essa di molta sostanza, perché le melanzane vengono prima fritte e poi composte in sformato. Per chiudere gli antipasti, il tegamino di polpette succulenti al sugo.

Tatto chef ci accoglie in cucina mentre termina la preparazione del piatto cult della serata: la pasta mista – o meglio la mischiata– con ceci e vongole, vincitore del programma condotto da Jo Bastianich.

Foodish, neologismo destinato a entrare di forza nella nostra lingua, che ci fa pensare a qualcosa di mangereccio e godurioso allo stesso tempo, è il programma dell’imprenditore americano che si propone, in trentuno puntate, di scovare piatti della tradizione del Bel Paese rielaborati da una nuova generazione di chef intraprendenti.

Eccoci pronti al piatto di Tatto chef che ripropone il più classico dei primi di mare, la pasta con le vongole, ma lo fa passando ancora una volta attraverso la tradizione partenopea, che già prevede una preparazione che sposa legumi e mitili, la pasta e fagioli con le cozze.

Nell’interpretazione di Chef Avolio, i legumi utilizzati sono i ceci, più aromatici e delicati, il mitile, la vongola. Un’ultima rimestata nel classico coccio e possiamo gustare un piatto appetitoso, in cui l’avvolgente cremosità, unita alla freschezza delle vongole e a una punta di peperoncino, rendono la preparazione equilibrata e armonica.

Tatto chef ci saluta con un dolce semplice, anch’esso frutto della tradizione familiare: una frolla delicatissima ripiena di crema pasticcera aromatizzata al limone.

Ce ne andiamo pensando alla grande cucina del Sud Italia, intramontabile anche in un’epoca in cui l’attenzione all’alimentazione è quasi da estremisti. Il suo elisir di lunga vita risiede nei concetti di tradizione, passione e convivialità.

LA TATTORIA

Piazza Cosimo Fanzago, 117

80129, Napoli (NA)