Alla scoperta dei vini della Doc Grance Senesi

di Olga Sofia Schiaffino

Cosa sono le Grance Senesi da cui la Doc istituita nel 2010 prende il nome?

Nel Secolo XII lo Spedale di Santa Maria della Scala di Siena, per gestire e ottimizzare lo sfruttamento dei cospicui possedimenti terrieri aveva creato delle fattorie fortificate, le Grance, poste a capo delle tenute che occupavano vasti territorio nella Val d’Arbia, Val d’Orcia e parte della Maremma.

Lo Spedale era un vero e proprio xenodochio, capace di ospitare, curare e accudire i pellegrini che percorrevano la via Francigena: per quasi cinque secoli le Grance riuscirono, con la produzione di grano, vino e olio, a sostenere le esigenze economiche del Santa Maria, fino a che il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena nel 1775 ne mise in vendita tutti i beni.

Attualmente la Doc Grance Senesi comprende i territori di cinque comuni della provincia di Siena, immersi in paesaggi dall’aspetto lunare dati dai calanchi, in verdi e dolci colline ammantate da boschi, vigneti e oliveti.

Rapolano Terme è famosa sin dai tempi dei Romani per le sue acque termali e per il travertino: nelle sue vicinanze la Grancia di Serre di Rapolano è una delle più antiche e meglio conservate, ininterrottamente abitata sin dall’antichità.

Asciano, di origini etrusche ospita l’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, fondata nel 1319 da un nobile senese, Bernardo Tolomei che scelse la vita monastica e la regola di san Benedetto: una realtà che produce da sempre il vino e che è diventata azienda nel 2002.

Murlo si sviluppa intorno all’insediamento etrusco di Poggio Civitate del VII secolo a.C. e a partire dall’XI secolo fu dominato dai vescovi di Siena: pare che il patrimonio genetico degli abitanti somigli più a quello dei popoli orientali che non a quello del resto dell’Italia, facendo ipotizzare un legame diretto con gli Etruschi, verosimilmente arrivati dal Medioriente.

A Monteroni d’Arbia, su di una collina poco distante dalla via Cassia, si trova una delle Grance meglio conservate, quella di Cuna.

Sovicille è stato ricompreso nell’areale della Doc ed è caratterizzato da un ambiente naturalistico ricco di boschi e di fauna, attraversato dal fiume Merse.

I vitigni più coltivati sono Sangiovese, Canaiolo, Trebbiano, Malvasia bianca lunga, ma il disciplinare ammette alcuni vitigni internazionali quali Cabernet Sauvignon e Merlot che possono essere anche riportati in etichetta accanto alla denominazione.

Presso il Castello di Modanella si è tenuta il 9 giugno la masterclass condotta da Maurizio dante Filippi, miglior sommelier AIS d’Italia 2016 , che ha coinvolto quattro aziende del Consorzio, quivi rappresentato da Gabriele Giovannini e Don Antonio Bran, responsabile dell’azienda agricola dell’abbazia di Monte Oliveto Maggiore.

Grance Doc Crete 2020 Podere Bellaria:  giovane azienda fondata da due fratelli nel 2010, punta sul Sangiovese in purezza. La fermentazione avviene in acciaio a cui segue un periodo di affinamento di 6 mesi in acciaio e poi un anno in legno.  Profilo olfattivo che rimanda al frutto rosso, al sottobosco, ai chiodi di garofano e alle erbe aromatiche. Sorso pieno e avvolgente.

Grance Senesi Doc Rosso Abbazia di Monte Oliveto Maggiore 2019: una realtà che ho potuto visitare con i colleghi del press tour. Bellissima la cantina sotterranea, la degna dimora per le botti. Un luogo della fede che merita la visita per la bellezza del chiostro e delle opere esposte. Il vino apre all’olfatto su note speziate dolci, a cui si aggiungono sentori di ciliegia, prugna, foglia di peperone verde, peonia. In bocca il tannino è preciso e la chiusura su note fruttate con piacevole persistenza.

Grance Senesi Doc Sangiovese 2016 Tenuta L’Armaiolo: Gabriele Giovannini ci ha accolto nella nuova cantina e durante il lunch presso il casale Santa Maria, ha raccontato della nascita dell’azienda avvenuta negli anni ’70, quando la sua famiglia acquistò la tenuta. Le uve effettuano una pigiatura soffice, prima di fermentare in vasche di acciaio; segue un affinamento di 6-8 mesi, sempre in acciaio. Al naso ricorda la frutta rossa matura, il pepe bianco, seguiti da effluvi balsamici. Tannino preciso e chiusura con una nota leggermente amaricante.

Grance Senesi Doc Il Cipresso 2016 Tenuta Masciello: i proprietari, di origine pugliese, sono arrivati a Murlo nel 1965. Ottenuto da sangiovese in purezza si presenta con un corredo di vaniglia, china, tabacco frutta in confettura; sorso di buona struttura e avvolgenza.

Grance Senesi Doc Nistiola 2016 Tenuta Armaiolo: blend composto dal 75% da Sangiovese, 20% Cabernet Sauvignon e 5% Merlot, fermenta in acciaio e prosegue la maturazione in barrique da 225 hl per 8 mesi e ulteriori 6 mesi in acciaio. Colore rubino che vira verso il granato in un manto quasi impenetrabile; si apprezzano note di frutta rossa matura, caffè cacao, lentisco, humus. Tannino integrato e di buona persistenza.

L’evento si è concluso con una sontuosa cena di gala al Castello di Modanella, tra i deliziosi piatti dello chef Loris Mazzini e gli assaggi del raro Poggio L’Aiole , Canaiolo  in purezza, dalle bellissime sensazioni fruttate e speziate con tannino perfettamente integrato. Grance Senesi è una denominazione che farà parlare di sé: speriamo “osino” di più in una caratterizzazione soprattutto del Sangiovese, vitigno incredibilmente capace di definire e raccontare i territori della Toscana.

Cantina La Sibilla: testimone della storia dei Campi Flegrei

di Luca Matarazzo

Narrare la storia dei Campi Flegrei significa passare necessariamente da La Sibilla, testimone da generazioni dell’opera vitivinicola di questo areale posto ai confini con Bacoli e immerso in una scenografia naturale da film di Hollywood.

La famiglia Di Meo persegue lo scopo praticato già dagli antichi romani, che hanno qui lasciato tracce indelebili sotto i resti dell’Opus Reticolatum tipico, probabilmente, di un vecchio acquedotto usato per le terme.

Nel mezzo, tra la fine dell’Impero d’Occidente e i tempi moderni, la storia fu scritta col dolore e con l’abbandono delle terre, causato dalla paura per i frequenti smottamenti dovuti al bradisismo. E poi eruzioni, brigantaggio, abusivismo edilizio: un lento incedere nel quale i produttori locali hanno dovuto confrontarsi per poter sopravvivere.

Terreni ricchi di materiale piroclastico sotto forma di cenere, mista a sabbie marine e argilla. Gli ettari vitati sono tornati 15 come i bei fasti del passato, anche se non tutti a regime, e le bottiglie vengono conservate assieme alle collezioni in una grotta ricavata nella roccia di tufo e recuperata abilmente dai Di Meo.

Mattia Di Meo la quinta generazione

La prima bottiglia è datata 1997; ai tempi, per l’intero comparto, la vendita era fatta in prevalenza di vino sfuso destinato a soddisfare i canali commerciali di Napoli e provincia. Proprio in quei momenti venne concepita la storica etichetta Cruna deLago, straordinario esempio di come la Falanghina riesca a dimostrare eleganza e serbevolezza quasi infinita.

La vedremo danzare in un confronto 2022 verso 2021, in due vintage simili per difficoltà tecniche e climatiche. Chiuderemo la carrellata degli assaggi con il raro Domus Giulii che esce in poche selezionate annate.

La degustazione

Cruna deLago 2022: assaggiato en primeur direttamente da vasca inox, dimostra straordinaria possenza, con immediatezza salmastra e acidità vibrante verso agrumi gialli. Non possiamo prevedere quanta vitalità conserverà nel futuro in bottiglia, ma se queste sono le basi…

Cruna deLago 2021: una gioventù disarmante, che le mantiene attivo al gusto tra richiami di ginestra essiccata, pepe bianco e mela golden. Rispetto al precedente campione sembra perdere qualcosina nell’allungo finale, pur in un paragone davvero ardito.

Domus Giulii 2015: attualmente in commercio. Nervoso, scalpitante tra nuance di miele, canditi e tonalità sulfuree. La lunghezza di bocca non è di sicuro il suo problema, ma necessita un obbligatorio abbinamento gastronomico, visto il suo ampio “calore”.

“I Profumi di Lamole”

di Adriano Guerri

La rassegna vini I Profumi di Lamole è andata in scena dal 2 al 4 giugno per la ventesima volta nel caratteristico borgo, evento ideato dai produttori del locali in collaborazione con il Comune di Greve in Chianti.

Gli stands sono stati allestiti nella graziosa piazza di Lamole, dalla quale si gode di un panorama impareggiabile. Nove i produttori presenti con un ospite d’onore proveniente dalla Borgogna.  Arrivando nella ridente località mi è venuto in mente il titolo del film di Leonardo Pieraccioni, “Il Paradiso all’improvviso”. Lo è per davvero, il tempo sembra essersi fermato e la pace regna sovrana. Un borgo abitato da poche anime e molte delle quali portano il cognome Socci.

Lamole è situato nel comune di Greve in Chianti (FI), nel cuore del Chianti Classico ad altitudini elevate, con molti vigneti allevati a 600 metri s.l.m. Nella parte più alta sono stati mantenuti i terrazzamenti con muretti a secco e le viti con il sistema ad alberello, su suoli sabbiosi dotati di un forte potere drenante. Le pendenze notevoli ed i muretti consentono miglior accesso tra i filari, accumulando calore durante il giorno, per poi rilasciarlo nelle ore notturne ed evitando il dilavamento delle piogge.

Un bellissimo esempio di  conservazione e manutenzione del territorio, valso il riconoscimento a pieno titolo dal Ministero delle Politiche agricole di “Paesaggio rurale storico”. La vite su queste erte colline viene coltivata sin dall’epoca romana in un anfiteatro naturale. Con il cambiamento climatico questa enclave beneficia di temperature fresche e anche in annate siccitose non ha problemi di siccità e maturazioni.

Delle 11 UGA (Unita Geografiche Aggiuntive) del Chianti Classico, Lamole è la più piccola e caratterizzata dalla presenza, oltre che di viti e oliveti, di impenetrabili boschi e campi di giaggiolo.
Il vitigno maggiormente coltivato è il Sangiovese, ma anche Colorino, Canaiolo, Trebbiano e Malvasia.
I vini sono compositi, freschi, lineari, eleganti e dotati di una straordinaria piacevolezza di beva e tannini sottili e minerali.

Tra i migliori assaggi:

Chianti Classico Riserva 2018 Vigna Piuca Az.Castellinuzza e Piuca
Chianti Classico Riserva 2019 Az.Le Masse di Lamole
Chianti Classico Testardo 2019 Az. Il Campino di Lamole
Chianti Classico Gran Selezione Vecchie Vigne 2019 Az. Podere Castellinuzza
Chianti Classico Riserva 2019 Az. I Fabbri
Chianti Classico Gran Selezione 2016 Az. Castellinuzza
Chianti Classico Gran Selezione Vigna Grospoli 2019 Az. Lamole di Lamole
Chianti Classico Punto di Vista 2020 Az. Jurij Fiore & Figlia
Le Viti di Livio Toscana Igt 2015 Az. Castello di Lamole di Paolo Socci

Le Donne del Vino del Lazio: amore per la terra e passione per il vino

di Morris Lazzoni

Nel mio ultimo viaggio sono stato ospite de Le Donne del Vino del Lazio, associazione tutta al femminile che racchiude differenti figure professionali inerenti il mondo del vino: nel Lazio le socie produttrici sono 23, le associate 70 mentre il totale nazionale supera le mille aderenti.

Non mi dilungherò oltre riguardo la genesi dell’Associazione, mentre vorrei soffermarmi maggiormente sulla delegazione del Lazio di cui sono stato ospite poche settimane or sono.

Le Donne del Vino del Lazio hanno organizzato tre differenti press tour, dedicati a giornalisti e blogger, per scoprire la territorialità del vino laziale coltivata, gestita e promossa dalle socie aderenti. Non posso esimermi dal ringraziare la Delegata Regionale Manuela Zennaro, la vice Delegata Floriana Risuglia e l’ufficio stampa MG Logos di Maria Grazia D’Agata per l’invito: ho passato tre bellissime giornate in queste terre, con la possibilità di visitare nuovi areali, degustare vini e conoscere donne di spessore e grande personalità.

Coraggio, passione e tenacia: tre parole per descrivere Le Donne del Vino del Lazio

Proprio su quest’ultimo aspetto vorrei soffermarmi, al di là del racconto delle esperienze fatte e dei vini degustati. Nel concetto di “territorio” non può mancare la corrispondenza con le persone che lo vivono, coltivano e comunicano. Le Donne del Vino del Lazio riescono a trasmettere amore per la propria terra e grande, enorme passione per quello che quotidianamente portano avanti.

Mi hanno fatto capire quanto impegno, coraggio, tenacia e sacrifici ci fossero dietro le loro scelte. Ognuna di loro mette in campo la propria personalità, capacità e stile ed è come se ogni storia e racconto avessero all’interno un filo conduttore.

Chiara, Cristina, Federica, Floriana, Giulia, Manuela, Maria Laura, Matilda, Rossella, Sara e Tiziana hanno tanto da raccontare, tra emozioni e sfumature differenti. Esuberanza, vitalità, eleganza, precisione, decisione, determinazione, allegria, sana follia, timidezza, rigore ed autorevolezza possono sembrare un prolisso elenco di parole, ma sono le caratteristiche principali suggeritemi dalla conoscenza di ognuna di loro.

Non conta l’esperienza, perché la voglia di fare, l’entusiasmo e la grinta non si misurano in anni: ciascuna di esse trasmette ardore e voglia di far conoscere territori a loro volta di antica tradizione vinicola, oltreché permeati di storia e cultura.

Non sempre però storicità di un areale e successo commerciale creano un perfetto sillogismo, soprattutto quando si guarda al complesso mercato internazionale del vino. Succede anche in Italia, ove alcune zone di produzione non sembrano cavalcare la cresta dell’onda rispetto ad altre, ma ciò non significa che manchino qualità intrinseche ed ottime credenziali per un futuro successo.

Probabilmente i vini di Frascati, Castelli Romani e Orte ( le zone che ho visitato nei miei tre giorni di press tour ) dovranno fare qualcosa in più a livello comunicativo e promozionale, per sbocciare definitivamente sul palcoscenico del vino italiano e mondiale: Le Donne del Vino del Lazio sono sulla strada giusta, quella della comunione d’intenti e della “sorellanza”. Quando si uniscono forze, idee e buoni propositi si possono avere sicuramente maggiori possibilità di emergere, rispetto a viaggiare da soli e senza aiuto altrui.

Poggio Le Volpi, prima tappa del press tour

Iniziamo da Poggio Le Volpi, storica realtà di Monte Porzio Catone, che da tempo miete successi e riconoscimenti per la produzione dei suoi vini. Ad attenderci c’è Rossella, moglie di Felice, e colonna portante dell’azienda. Rossella ci guida attraverso una passeggiata nei vigneti dell’azienda, raccontando genesi e trasformazione dell’azienda, che negli anni è riuscita a portare i vini del territorio in giro per l’Italia ed il Mondo.

Essere portavoce di una cantina come Poggio Le Volpi non è un compito facile: la dimensione aziendale, la bellissima struttura della cantina e degli ambienti ricettivi chiedono alti livelli di responsabilità ed impegno. Rossella però dimostra quanto la passione per il lavoro, unita a competenza, attenzione e rigore, possano essere da esempio: ciò che trasmette è di essere un punto cardine della cantina, sempre presente ed attenta ad ogni minimo particolare.

Torniamo alla storia della cantina, partita nel 1996, e con una produzione odierna incentrata su Frascati, Lazio Igt e da ultimo anche Roma Doc, valorizzando soprattutto il potenziale dei vitigni autoctoni ma anche l’adattabilità di quelli internazionali. La filosofia di Poggio Le Volpi mira al mantenimento delle tradizioni locali, coadiuvato da un attento utilizzo delle tecniche moderne in cantina, in modo da rispettare ed esaltare le caratteristiche territoriali.

Il Roma Doc Rosato 2022, un vino dal sapore agrumato, floreale, dalla bella sapidità e dalla beva piacevole. Continuiamo con Epos Frascati Superiore Riserva Docg 2018, il quale mostra il percorso evolutivo di un vino pensato per allungare la propria durata: pietra focaia, scorza di agrumi e note tostate incontrano succosità, ricordi sulfurei, buona acidità e distensione al palato.

Roma Doc Rosso 2021 è ben fruttato e speziato al naso, mentre in bocca evidenzia bilanciamento tra frutti densi, trama tannica e giusta acidità. Il Roma Doc Rosso Edizione Limitata 2019 invece fa leva su affinamento in legno e maggiore sosta in bottiglia: i frutti sono più maturi e più dark, oltre a note fumé e lievemente terrose di sottobosco e terriccio. L’assaggio è carico di sapore, con tannino sostenuto ed importante calore alcolico, chiudendo con liquirizia, foglie di tabacco e prugna.

Seconda tappa da Villa Simone, dove incontriamo la più giovane tra Le Donne del Vino del Lazio

Nonostante un meteo inclemente, arriviamo da Villa Simone, sempre nel comune di Monte Porzio Catone, all’interno dei terreni dell’antico vulcano laziale. Ad accoglierci troviamo Sara, dalla personalità altrettanto vulcanica e coinvolgente. Assieme al padre Lorenzo ed alla madre Fulvia gestisce l’azienda di famiglia nata nel 1982, che oggi conta circa 21 ettari divisi tra i comuni di Monte Compatri, Roma, Frascati e Monte Porzio Catone.

La storia di Sara è legata a stretto giro con il vino, visto che già il nonno Armando negli anni 60 possedeva un’enoteca. L’acquisto di una casa a Monte Porzio Catone per passare le vacanze estive fece da precursore: acquistare i primi vigneti fu una naturale conseguenza.

Sara è la più giovane tra le socie produttrici de Le Donne del Vino del Lazio, ma ciò non le impedisce di dimostrare passione ed attaccamento al lavoro come poche. Sa come raccontare e promuovere la sua realtà e il territorio dispensando sana allegria, potendo contare su un background di studi in ambito turistico.

Prima di passare al racconto dei vini, non posso che accennare alla bella introduzione sul territorio e la geologia della zona da parte di Lorenzo, padre di Sara. Grazie alla sua spiegazione abbiamo avuto modo di conoscere la genesi del vulcano laziale, passato attraverso eruzioni, trasformazioni e conseguente conformazione del territorio dei Castelli Romani.

L’assaggio si è svolto all’interno della grotta, scavata nella collina: data la sua conformazione si adatta sia all’affinamento dei vini in barrique e ad ospitare eventi e degustazioni.

Villa dei Preti Frascati Superiore 2022 mi ha colpito con l’abbondante aromaticità di agrumi e frutti tropicali, con un palato succoso, eppur rotondo nel gusto, sapido e di buona acidità. Un vino che può soddisfare per differenti situazioni di bevuta, dall’abbinamento al cibo all’assaggio singolo.

Ho modo di conoscere anche un nuovo vitigno, il Nerobuono, tornato in auge dopo anni di oblio ed abbandono, oltreché imparentato al Montepulciano per similare livello tannico.

Il Torraccia Igp 2020 è un assemblaggio di 80% Cesanese e 20% Nerobuono che fa dei profumi dolci, densi e profondi di frutti neri il proprio tratto distintivo, caratterizzandosi per una bevuta giustamente tannica, un filo terrosa e sempre golosa nel frutto.

Cambiano le percentuali ( 60% Cesanese e 40% Nerobuono ) per il Ferro e Seta 2019 che sosta per circa 24 mesi in barrique. La maturazione dei frutti neri, unita a sentori di cioccolato, caffè, balsamico e china fanno il pari con profondità di gusto, giusta scorrevolezza al palato e buona sapidità finale.

Infine la vera chicca, spesso difficile da trovare anche in zona, il Cannellino di Frascati Docg 2017: avvolge ed ammalia al naso grazie ai profumi di frutti canditi, fico secco, dattero, foglie di menta e noce moscata. L’assaggio è giustamente grasso ed oleoso, ma senza perdere slancio in freschezza e scorrevolezza di beva, sempre coadiuvata da una brillante sapidità.

Eredi dei Papi: la bella storia di Chiara e Lorenzo

Per agevolare la conoscenza delle produttrici da parte di giornalisti e blogger, Le Donne del Vino del Lazio hanno scelto di ospitare un’altra azienda durante ogni visita in cantina: da Villa Simone è stato il turno di Eredi dei Papi.

A raccontarci da dove nasce il progetto ed il proprio percorso professionale è Chiara, giovane ma ben determinata ragazza, che ha abbandonato una scintillante carriera nel marketing di Google per dedicarsi all’azienda di famiglia.

A onor del vero è giusto parlare anche del fratello Lorenzo, anch’esso artefice di questa nuova avventura: dopo essersi accorto che il mondo della giurisprudenza non gli apparteneva, virò verso gli studi enologici, indispensabili per lavorare all’interno della propria cantina.

Eredi dei Papi sorge a Monte Compatri, su quelle terre che furono già del nonno di Chiara e Lorenzo e sulle quali, molto tempo prima, erano piantate varietà di uva da tavola. Sono circa 3,5 ettari produttivi sui 6 totali, coltivati oggi in regime biologico e principalmente dedicati a vitigni autoctoni.

Fuorionda Rosè Brut, un metodo classico da uve Montepulciano, è fruttato e speziato al naso, con leggeri ricordi di erbe aromatiche e pan brioche, porta una bolla abbastanza soffice e fine al palato, oltre a sostenuta sapidità e buona lunghezza di gusto.

Albagia Roma Doc 2021 profuma di frutti tropicali, erbe aromatiche, frutta secca e mentolo, mentre al palato gioca sul bilanciamento tra scorrevolezza del sorso, nitida sapidità e finale di lusinghiera persistenza.

Sempre Malvasia Puntinata in purezza per il Galatea Lazio Igt 2021 ma cambia l’affinamento, svolto per circa 9 mesi in botti di castagno da 350 litri. Ai frutti gialli maturi si affiancano sentori di burro fuso, noci tostate, tabacco biondo, arachidi, foglie di tè e caramello salato. Cremoso ed ampio in bocca, giustamente caldo e finache lungo in persistenza, dona complessità ed aggiunge ricordi fumè e tostati. Acidità sostenuta e bel bilanciamento globale.

Chiudo con Composto Lazio Igt 2021, da uve Syrah e Montepulciano, che fa dell’immediatezza dei profumi freschi di frutti rossi e fiori, chiodi di garofano, ginepro e macchia mediterranea un proprio timbro. È croccante al palato, mai troppo tannico, di buona freschezza e beva golosa grazie anche ad un’abbondante salivazione.

Terre d’Aquesia e Borgo del Baccano: fine del terzo giorno

Faccio un salto temporale nel racconto del press tour con Le Donne del Vino del Lazio per passare direttamente alla fine della terza giornata. Spetterà al collega Alberto Chiarenza raccontare le altre esperienze, in modo che i lettori di 20Italie ne abbiano totale conoscenza.

Ad ospitare le due cantine di cui parlerò è stata l’azienda Ciucci di Orte, nella quale abbiamo dapprima degustato i vini e poi pranzato. La prima delle altre due cantine è Terre d’Aquesia, azienda di circa 10 ettari vitati ad Acquapendente nell’Alta Tuscia viterbese, rappresentata da Tiziana e da Vincenzo, legati nella vita e nell’attività vinicola.

Tiziana è una preside di scuola, ma non manca, sotto la “coriacea corazza” del ruolo che esercita, di mostrare spirito allegro e passione per il vino. Terre d’Aquesia nasce nel 2019 grazie alla volontà di Vincenzo, dopo che lo stesso decide di abbandonare la propria carriera nel settore dell’ingegneria chimica per dedicarsi totalmente al vino. La scelta è ricaduta su vitigni locali misti ad internazionali, cercando di seguire la vocazione dei terreni del luogo.

L’Aquesia Bianco Lazio Igt 2021 è un assemblaggio di Chardonnay al 70% e 30% Grechetto che alterna profumi di albicocca, pompelmo, susina bianca e pera a note di frutta secca e floreale. Quanto è morbido e rotondo al naso, tanto è agrumato, salivante e sapido al palato, denotando anche una buona persistenza.

Santermete Lazio Igt 2018 è stato creato da 60% di Cabernet Sauvignon e 40% di Sangiovese, oltre a compiere un affinamento misto tra acciaio e legno di circa 20 mesi. I profumi aprono su note erbacee e vegetali, lieve ematico, frutti neri in confettura, eucalipto, liquirizia e oliva nera. Calore e piccantezza accolgono il palato, seguite da buona densità fruttata, tannino mai eccessivo e giusta salivazione che anticipano un finale noir da tabacco e cacao amaro.

Borgo del Baccano, ultima conoscenza del mio press tour

La storia della cantina Borgo del Baccano è davvero recente, nata nel 2020 ed ancora in continuo divenire. Il progetto di Matilda, amministratrice dell’azienda, è quello di creare un polo agrituristico che si occupi di produzione enologia ma anche di ospitalità e ristorazione. I 53 ettari totali si trovano a Campagnano di Roma, nella Valle del Baccano da cui l’azienda trae il nome.

La gioventù accomuna Matilda alla sua stessa “creatura enologica”, senza perdere di vista il focus sull’obiettivo che vuole raggiungere: dietro un iniziale velo di timidezza si scoprono idee chiare e volontà di creare un grande progetto. La produzione di tutte le colture sarà in regime biologico, dal momento che non si limiterà solo al vino ma si estenderà anche a piante di olivo ed alberi da frutto.

Il territorio in cui sorge l’azienda è intriso di storia e natura, grazie alle vicine via Francigena e Cassia, al parco di Veio e quello di Bracciano e Martignano. Con queste premesse territoriali e con la volontà che ci potrà mettere Matilda, sono certo che le soddisfazioni non tarderanno ad arrivare.

Il primo vino è il Piana del Mosaico Lazio Igt 2021, assemblaggio da uve Vermentino, Malvasia e Grechetto. Apre al naso con decisi profumi fruttati da pesca e mandarino, spezie dolci, note floreali e sulfuree, mentre al palato continua con sentori agrumati, buona salivazione ed interessante sapidità.

Il Roma Doc Rosso 2021 è alla prima annata di produzione e porta in bottiglia 70% di uve Montepulciano e 30% di Cesanese per un affinamento di circa sei mesi in barrique. I profumi fruttati sono polposi e dolci, le note floreali spiccate, così come si sentono influssi di tabacco, erbe aromatiche e cioccolato. In bocca ha corpo, frutto ma anche un tannino un pò fuori dai ranghi della compostezza che limita la distensione dell’acidità.

Morris Lazzoni Autore di 20Italie

Un caloroso saluto a Le Donne del Vino del Lazio come l’accoglienza che mi hanno riservato

Sono tornato dalla zona dei Castelli Romani, Frascati ed Orte con la consapevolezza di aver conosciuto areali vinicoli finora mai solcati e di aver sentito, dalla voce di chi vi è cresciuto, storie, aneddoti e particolarità di queste terre dalla storia millenaria.

Le civiltà che hanno vissuto in questi luoghi hanno lasciato segni indelebili: non posso chiudere il racconto senza menzionare la visita al Parco Archeologico di Tuscolo. Le tracce del popolo dei Latini prima e dei Romani poi, sono lì a testimoniare la posizione strategica del luogo in ottica geografica, climatica ed anche paesaggistica: oggi da quella collina si può ammirare non solo Roma, ma, volgendo lo sguardo in direzione quasi opposta, anche Castel Gandolfo.

Francesca e Manuela ci hanno accolti per una visita dedicata al parco archeologico, spiegandoci la genesi territoriale dei vulcani, la nascita della città di Tusculum da parte dei Greci e del passaggio di dominazione tra il popolo dei Latini ed i Romani avvenuto tra il 496 a.c. ed il 494 a.c.

Per lo stesso motivo è di notevole menzione anche la visita alla Orte sotterranea, esperienza che ha chiuso la tre giorni con un tour attraverso gli antichi acquedotti di origine etrusca e romana sottostanti la città. Vedere con i propri occhi quanto ingegno e studio ci fosse per realizzare le antiche condutture dell’acqua in quell’epoca, lascia senza fiato. Scendendo dalla piazza principale di Orte, Piazza della Libertà, si incontra subito la Fontana Ipogea da cui partivano le antiche condutture. Da lì in poi è tutto un susseguirsi di cunicoli, anticamente utilizzati come acquedotti, cisterne e pozzi.

Da ultimo rammento le due cene a Frascati: ‘Na Fojetta e ConTatto sono due anime belle del centro storico, ognuna con proprie sfumature e tipo di cucina. ‘Na Fojetta è una trattoria famigliare ma ammicca alla ricercatezza, con verdure ed erbe di produzione propria, puntando su sapore ed estetica dei piatti: il loro tagliolino alla vignarola me lo ricorderò per diverso tempo.

ConTatto si lega al territorio per la spettacolare location e le grotte sotterranee, facendo leva sullo spirito di ricerca e la voglia di stupire dello chef Luca, cercando di creare un nuovo concetto per Frascati: c’è una ricerca quasi maniacale del più piccolo particolare, in ogni aspetto della cucina e del servizio, senza dimenticare sapore, effetto sorpresa e totale valorizzazione della materia prima. Se ne sentirà parlare!

Grazie care Donne del Vino del Lazio, con Voi mi sono divertito, ben accolto e piacevolmente acculturato su territori, vini e storie che porterò con me per sempre.

La ricchezza e la complessità del “Vitigno Salerno”

di Ombretta Ferretto

Si è concluso lo scorso 30 maggio, al Green Resort di Chiusano di San Domenico (AV), l’evento “I vini della dieta mediterranea wine tour: il mese dei vini di Salerno in Campania”.

Un’agenda di cinque incontri, organizzata dal Consorzio Vita Salernum Vites, che ha toccato le province campane durante tutto il mese di maggio, con il preciso intento di valorizzare il patrimonio vitivinicolo della provincia di Salerno.

Quella del Green Resort è stata una serata di riflessioni conclusive: partendo dalla dettagliata presentazione del territorio salernitano, attualmente rappresentato in cinque denominazioni (Castel San Lorenzo DOC, Costa d’Amalfi DOC, Colli di Salerno IGT, Cilento DOC, Paestum IGT), proseguendo con una degustazione alla cieca che aveva lo scopo di evidenziare le diverse tipicità dei vini in base al territorio di produzione.

Alla serata, moderata dalla giornalista Fosca Tortorelli, sono intervenuti i produttori Guido Lenza, delle Aziende Agricole Lenza di Pontecagnano Faiano, e Ciro Macellaro, dell’Azienda Vitivinicola Tenuta Macellaro con sede a Postiglione (SA).

La giornalista Fosca Tortorelli

Il territorio vitivinicolo di Salerno, con un’estensione di quasi cinquemila chilometri quadrati e tremila ettari vitati, si presenta estremamente variegato: a partire dalle scogliere della Costiera Amalfitana fino al Vallo di Diano, passando per il Massiccio degli Alburni e i lunghi litorali tra Paestum e Agropoli, coesistono diversi terroir in grado di dare origine a vini notevolmente differenti, a base non solo dei classici vitigni campani, come Falanghina o Piedirosso, ma anche di molteplici varietà autoctone (basti pensare a Ginestra e Ripoli nella DOC Costa d’Amalfi o all’Aglianicone nella DOC Castel San Lorenzo).

Le attuali cinque denominazioni d’origine non sempre sono in grado di descrivere adeguatamente tale complessità e spesso vanno a sovrapporsi l’una con l’altra creando confusione nella scelta finale da parte del consumatore. Un problema non di poco conto, in un settore dalla qualità media dei vini in forte crescita.

Sono stati serviti otto campioni (tre bianchi, tre rosati, due rossi): scopo della degustazione alla cieca era individuare l’areale di appartenenza di ciascun vino e solo al termine dell’intera degustazione sono state rivelate al pubblico le etichette.  In accompagnamento i raffinati finger food dello chef Gerardo Urciuoli, ispirati a piatti della tradizione campana.

I tre bianchi sono stati oggetto del primo confronto. Si trattava di un IGT Paestum, un IGT Salerno, un DOC Costa d’Amalfi.

Il primo campione è stato individuato senza alcun dubbio come il DOC Costa d’Amalfi: salino in bocca, si distingueva per le note agrumate, di erbette mediterranee, di ginestra. Si trattava di Tredici 2022 – DOC Costa d’Amalfi della cantina Tagliafierro in Tramonti, un blend da uve Pepella e Falanghina.

Declinato su sfumature più dolci di miele d’acacia e cera d’api, morbido al palato, il secondo campione era invece un Colli di Salerno IGT, Falanghina 2021 dell’Azienda Agricola Aita in Eboli.

L’ultimo in degustazione tra i bianchi evidenziava immediatamente un timbro più evoluto e strutturato con sentori di idrocarburi e note agrumate su una scia balsamica di menta piperita. Si trattava di un blend di Fiano e Falanghina, da vigneti fino a duecento metri: Ripaudo 2021 IGT Paestum della Tenuta Macellaro in Postiglione.

Tre bianchi, tre denominazioni situate lungo una direttrice nord-sud che in poco meno di cento chilometri tocca la Costa d’Amalfi, con la sua viticultura eroica, passa per il Parco regionale dei Monti Picentini ed il Monte Raione e arriva all’estremo confine nord del Parco nazionale del Cilento.

Il confronto tra i successivi rosati si è rivelato più interessante per la non immediata riconducibilità dei campioni ai relativi vitigni e areali di produzione. I primi due erano vini frizzanti, lavorati con metodo ancestrale: succose le fragoline di bosco, tra petali di rosa e sentori di maggiorana nel Piedirosso in purezza del Gabry Rosato Frizzante 2022 IGT Colli di Salerno – Aziende Agricole Lenza in Pontecagnano Faiano; sorso più materico e complesso, declinato su frutta matura scura, l’Aglianico in purezza de Il Fric 2021 IGT Paestum di Azienda Agricola Casebianche in Torchiara. Grande bevibilità, infine, per l’ultimo tra i rosati, declinato tra sentori di fiori freschi e lampone: Ronnorà 2022 Paestum IGP di Donna Clara in Licusati.

A concludere la degustazione i due campioni rossi: un Colli di Salerno IGT e un Castel San Lorenzo DOC.

Fiori scuri e frutta rossa fragrante caratterizzavano i sentori nel primo calice, capace di evidenziare al sorso anche note speziate di pepe bianco ed erbe balsamiche. Individuato come un Costa d’Amalfi (a dirla tutta completamente fuori luogo), era invece il Piedirosso 2021 Colli di Salerno IGT, delle Cantine Giuseppe Apicella, che in Tramonti vinifica utilizzando entrambe le denominazioni.

Scuro al naso, con note fumée, di tostature e di mora di rovo, l’Aglianicone in purezza Castel San Lorenzo DOP dell’Azienda Agricola Cardosa di Marco Peduto. Castel San Lorenzo DOP è la denominazione più piccola della Provincia di Salerno, l’unica senza sbocchi sul mare e l’unica che prevede nella sua base ampelografica l’utilizzo dell’Aglianicone, vitigno autoctono recentemente riscoperto anche in altre zone del salernitano.

Al termine della serata non poteva che sorgere la riflessione sull’ampiezza del “Vitigno Salerno”, non solo in termini geografici, ma anche di sfaccettature gusto-olfattive, che trovano la loro radice nella ricca base ampelografica e nell’enorme diversificazione del suo terroir.

Roma DOC: una denominazione degna di una Capitale

di Matteo Paganelli

Il grande cantautore Lando Fiorini in una delle sue celebri canzoni recitava “Faje sentì ch’è quasi primavera”. C’è da dire che dopo le tristi notizie riguardanti il maltempo è molto piacevole passare una bella giornata di piena primavera proprio in Capitale, e qual miglior modo per farlo se non partecipando a uno dei press tour del progetto “Roma ha un cuore DiVino”.

Il progetto è nato dall’idea del Consorzio di Tutela Vini Roma DOC, soprattutto grazie alla volontà del suo presidente Tullio Galassini, e all’organizzazione meticolosa delle agenzie MG Logos di Maria Grazia D’Agata e Stefano Carboni e Gheusis di Silvia Baratta.

Da sinistra l’autore di 20Italie Matteo Paganelli e Tullio Galassini presidente Consorzio di Tutela Vini Roma Doc

La giornata di oggi, Tour Marino, prende il nome proprio da uno dei comuni su cui la denominazione insiste. Siamo esattamente a sud-est rispetto alla capitale, sui Colli Albani nell’area dei Castelli Romani, in una specie di morsa fra il vulcano Albano (uno dei due vulcani di Roma, entrambi ancora attivi ma dormienti), i laghi Albano e Di Nemi e il mare.

Il tour parte dalla cantina Gotto D’Oro, situata nel comune di Marino, indubbiamente la realtà più grande di tutta la regione Laziale. Grande non solo per i 1000 ettari vitati e i 7 milioni di bottiglie prodotte annualmente, ma anche a motivo della loro storicità che prende vita nel lontano dopoguerra. È il 1945 quando un gruppo di 41 viticoltori costituisce il consorzio denominato “Cantina Sociale Cooperativa di Marino”. La sede dell’epoca era uno stabilimento dello Stato situato a Ciampino. Dobbiamo aspettare il 1973 per il trasferimento nell’attuale stabilimento di Frattocchie. Il principale motivo di crescita esponenziale della Gotto D’Oro è sicuramente da ricercare nell’intuizione che il vino si potesse anche esportare (inizialmente era distribuito solo nel territorio circostante) e quindi questo rese necessaria la precoce realizzazione di una linea completa di imbottigliamento e di conseguenza, di uno stabilimento che potesse accogliere la crescita di volumi.

Al momento della visita, l’azienda è purtroppo ancora stretta nel cordoglio per la recentissima perdita di Luigi Caporicci, storico presidente della cantina. Siamo quindi ancora più grati dell’ospitalità che ci è stata mostrata. Veniamo accolti da Marco Zanibellato, tecnico responsabile di laboratorio, il quale ci accompagna lungo tutte le fasi del processo. Processo che inizia dalla ricezione delle uve in grandi vasche di conferimento. Uve che nonostante vengano prodotte da soci conferitori, sono oggetto di analisi specifiche e approfondite prima di essere processate. La visita prosegue visionando le presse soffici pneumatiche e le vasche di affinamento divise fra inox e cemento che condividono una capienza totale di ben 400.000 ettolitri. La linea di imbottigliamento e confezionamento è un serpentone molto tecnologico dove abbiamo avuto la possibilità di vedere dal vivo una cadenza di ben 7.700 bottiglie/ora.

L’eterna lotta “quantità vs qualità” trova una risposta chiara nel 2016, anno di nascita di Vinea Domini, nuova linea che rappresenta l’emblema della qualità Gotto D’Oro. L’idea nasce in realtà anni prima, nel 2004, quando l’azienda, spinta dalla curva positiva delle vendite, si chiese se non fosse il caso di investire anche in un prodotto di nicchia. Vengono quindi impiantati nuovi vigneti che sono quelli utilizzati tuttora per la produzione di questa linea premium. Etichette che possono vantare della denominazione Roma DOC, ad avvalorare il concetto di qualità. Le produzioni si assestano sulle 25.000 bottiglie per i Roma DOC Bianco e Roma DOC Rosso mentre sono in media 6.000 le bottiglie che escono in Roma DOC con la specificazione del monovitigno.

Fra i vari vini in degustazione, a colpire particolarmente è il Roma DOC Malvasia Puntinata Vinea Domini 2022. Di colore giallo verdolino con spiccati riflessi dorati, l’aspetto suscita già interesse. Scorre bene nel calice e quando avvicinato al naso dona spiccate note di erbe officinali unite a ginepro, cipresso e menta piperita. Il frutto arriva poco dopo in aromi di pesca bianca ed albicocca. A colpire è un equilibrio già centrato, merito di una freschezza presente ma non esuberante e un calore contenuto. La persistenza lunga sancisce definitivamente la qualità del prodotto.

La mattinata prosegue veloce e ci spostiamo di pochi km più a nord, precisamente a Frascati, per la visita a Cantine San Marco. L’azienda prende il nome dal colle su cui sorgeva inizialmente; dobbiamo infatti fare un bel balzo indietro per conoscere la sua storia. È il 1972 quando Umberto Notarnicola e Bruno Violo intraprendono la sfida per riuscire a promuovere il Frascati, vino d’eccellenza della zona, nel mondo. Se pensiamo solamente a quanto sia diffuso oggi il nome Frascati, soprattutto nel panorama oltreoceano, possiamo affermare che ci sono riusciti. Una loro bottiglia appare pure nella scena di un film, “Il talento di Mr. Ripley” (Paramount Pictures, 1999).

Oggi l’azienda è pilotata dai figli di Umberto e Bruno, Danilo e Pietro, che si dividono equamente i compiti manageriali. È proprio Pietro a guidarci in visita nel loro stabilimento atto a produrre ben 3 milioni di bottiglie/anno. Anche in questo caso il processo inizia con il ricevimento delle uve. A chi storce il naso supponendo che in questi casi non si abbia controllo di ciò che avvenga in vigna, mi preme sottolineare che i soci conferitori sono in realtà piccolissimi proprietari che in media possiedono appena 1 ettaro ciascuno. Questo si traduce nella possibilità di poter contare su un’attenzione meticolosa nella cura dei vigneti sommata al grosso vantaggio di un supporto agronomico/enologico centralizzato in San Marco.

Pietro ci fa notare che l’export occupa un buon 50% della loro produzione, e che nonostante i loro flussi siano impostati con la metodologia just-in-time (in perfetto stile Lean Production), i tempi legati all’esportazione dilatino al punto che si deve aspettare fino a 4 mesi dopo la spedizione per poter vedere quella bottiglia stappata sul tavolo di qualche cliente Americano, Cinese o Indiano. Questo non è affatto banale se si pensa al lavoro che si cela dietro al garantire un’aromaticità longeva, ottenuta grazie a criomacerazioni mirate. Le Malvasie Laziali, a dispetto del nome, non sono vitigni aromatici bensì neutri. La versatilità delle ben 25 referenze, oltre a dare la possibilità di poter provvedere prodotti per il mondo Ho.Re.Ca. che si potessero distinguere da quelli destinati alla GDO, ha permesso di poter dedicare una linea alla denominazione Roma DOC.

La giornata termina con la visita a Cantina Gaffino, ubicata più a sud, ad Ardea, esattamente a metà fra Castel Gandolfo e il mare (che dista in linea d’aria appena 18 km). Ciò che più colpisce appena arrivati sono i vigneti: puliti e ordinati, oserei dire “pettinati”, con una ricercatezza sulla perfetta ramificazione di ogni singola pianta e un’omogeneità priva di fallanze. Ad accoglierci calorosamente è Gabriele Gaffino, titolare dell’azienda. Gabriele ci parla di come suo nonno, Lucchese di origine ed ex giocatore in borsa, trasferitosi a Roma ebbe l’intuizione di acquistare nel 1961 il podere sul quale oggi sorge l’azienda, che ad oggi può vantare la certificazione biologica sui 28 ettari vitati. Dobbiamo però aspettare il 2014 per vedere l’intera produzione dalla vite alla bottiglia (prima le uve venivano conferite a una cantina sociale), anno in cui fu proprio Gabriele a impostare il suo personale stile vinicolo. Dobbiamo dire che la scelta ha dato i suoi frutti: dalla prima vendemmia del 2015 ad oggi, infatti, la produzione ha raggiunto le 75.000 bottiglie/anno.

Anche Gabriele ha scelto di uscire con alcune delle sue etichette all’interno della denominazione Roma DOC. Addirittura abbiamo avuto il privilegio di poter degustare una piccola verticale del loro Roma DOC Rosso, nelle annate 2018-2019-2020. Il confronto è un puro lettore dell’annata dato che lo stile è rimasto sempre il medesimo: Montepulciano e Sangiovese in blend rispettivamente al 60%-40%, rimontaggi durante tutta la fase di fermentazione e macerazione sulle bucce, poi successiva pressatura soffice e riposo delle masse per metà in acciaio e metà in legno piccolo. Affinamento in bottiglia per lo stesso tempo passato in inox/barrique. L’annata 2020, quella attualmente in commercio, è probabilmente quella di maggior interesse. Discreta trasparenza che aiuta a notare i riflessi purpurei all’interno di un rosso rubino molto intenso. Un naso che chiama immediatamente sentori di arancia sanguinella in succo, erbe aromatiche fresche come la salvia e una speziatura di pepe nero e chiodi di garofano. Al palato l’acidità è la componente principale ma gradevolmente non invadente, con un tannino percettibile e un alcol perfettamente integrato. Sapidità che invita al sorso e sposta ancora di più il vino sulle durezze, ma che si fa apprezzare proprio per questo motivo.

A conclusione della giornata ho constatato come i produttori di questa zona abbiano fermamente creduto al progetto Roma DOC, nonostante in ognuna di queste zone esistessero già altre denominazioni. Un motivo è da ricercare forse nel fatto che la nuova denominazione abbracci anche vitigni a bacca rossa, in modo da includere in un disciplinare, sinonimo di controllo e garanzia, vini che diversamente potrebbero uscire solo nella più generica Lazio IGT. Ma, probabilmente, il motivo principale è insito proprio nel nome: Roma. Con la sua potenza al semplice pronunciare quelle due sillabe, l’importanza e la responsabilità che riveste l’affacciarsi al mondo circostante come a dire “ci siamo anche noi, non siamo solo la capitale d’Italia ma siamo un popolo con una storia vitivinicola che vogliamo farvi conoscere”. E il Consorzio, devo ammettere che ci stia riuscendo bene.

Cilento Tastes 2023: i video di 20Italie

di Luca Matarazzo

Cosa significa Cilento nell’immaginario collettivo? Quanto ha importanza comunicare un vero e proprio brand istituzionalizzato, che parte da uno stile di vita ed arriva rapido verso le eccellenze turistiche ed enogastronomiche di quest’angolo meraviglioso della nostra Penisola? Lo abbiamo raccontato, per i lettori di 20Italie, durante la prima edizione di Cilento Tastes, svoltasi dal 22 al 25 aprile 2023 negli spazi del NEXT – ex Tabacchificio SAIM a Cafasso Borgo Nuovo (SA).

Tanti i protagonisti giunti a presentare al pubblico le proprie virtù, nei settori più importanti del made in Italy. Perché Cilento non è solo il legame naturale con la Dieta Mediterranea di Ancel Keys, quanto piuttosto un vero e proprio moto dell’animo umano: la ricerca della felicità e del piacere sensoriale, persi tra scorci di paesaggi, prelibatezze culinarie, formaggi, panificazioni, vini ed Olio Extravergine di Oliva dai colori e sapori unici. E poi tanta accoglienza tipica mediterranea, con quel pizzico di essere campani in un lembo di terra ai confini della provincia di Salerno.

Il profumo del mare e i borghi antichi arroccati sulla cima di colline cosparse di ulivi e piante officinali, sono solo una piccola parte del bagaglio che il turista porta con sé al rientro da un soggiorno all’insegna del benessere psicofisico. A introdurci nel clou dell’evento le parole entusiaste di Giovanna Voria – agriturismo Corbella – madrina di Cilento Tastes, cui seguono quelle di Michele Siniscalchi Montereale dell’omonima azienda olearia, in qualità di assaggiatore di Olio Extravergine di Oliva e Maria Sarnataro, Delegata Ais Cilento e Vallo di Diano, che vive e conosce palmo a palmo il territorio da agronoma esperta.

Dopo aver rotto il ghiaccio con le impressioni positive di alcuni professionisti del settore, non resta che entrare nel vivo della manifestazione, iniziando da Giuseppe Coletti di Authentico, ideatore di una start-up ormai consolidata a livello nazionale che certifica l’origine degli ingredienti, con la tecnologia blockchain in collaborazione con PR Salute. Non si tratta del classico QR Code utile per individuare l’ultimo segmento della filiera, quanto piuttosto dell’evidenza di un intero percorso del prodotto, prima ancora di essere raccolto e lavorato.

Michele Cerrato del Caseificio Il Granato ci parla della sua azienda produttrice di mozzarelle e formaggi da Latte di Bufala dai propri allevamenti. Un’altra eccellenza fondamentale per il territorio, preceduta dalla fama a livello mondiale per una lavorazione che si perde nella notte dei tempi.

Alice Miele interviene per Storie di Pane al posto del titolare Paolo De Simone. Storie di Pane, promuove la Dieta Mediterranea grazie a una selezione di farine e altre componenti a Km zero. Qualità, innovazione e straordinaria capacità di comprendere e anticipare i trend del mercato, sin dal primo punto vendita a Vallo della Lucania aperto nel 2011,che prosegue nei locali di Capaccio Scalo in un viaggio da “cilentani doc”.

Carlo Polito general manager di Polito Viticoltori si emoziona nel rammentare gli sforzi iniziali dei primi anni 2000, dovuti al reimpianto dei vigneti esistenti dagli anni ’60 e l’inizio di un percorso vincente con veri e propri Cru da varietà storiche come Fiano ed Aglianico. Terreni di matrice argillosa, con esposizioni che godono delle frescure marine, consentendo maturazioni ottimali anche nelle estati torride e siccitose delle ultime stagioni. Vini dalla grande longevità, ma dotati al contempo di un piacere di beva immediato.

Che dire, infine, di Pietro Parisi il “Cuoco Contadino” della Locanda Pancrazio a Palazzo Gentilcore, entrambe di proprietà di Chiara Fontana e Giovanni Riccardi e della capacità di valorizzare ingredienti a volte dimenticati o sottovalutati sulle tavole dei consumatori. Una location incantevole grazie al tocco elegante di Chiara nella ristrutturazione delle camere e negli arredi delle sale e il bon ton di Giovanni, sempre alla ricerca della rarità tradizionale gastronomica, esaltata nei piatti di chef Parisi. A breve avverrà l’inaugurazione dell’ultimo progetto concretizzato: la terrazza sul roof top di Palazzo Gentilcore, che guarda dritta alle spiagge bianche di San Marco di Castellabate, fino a perdersi nell’immensità dell’orizzonte.

Tutto questo è Cilento!

I tesori della Tuscia

di Alberto Chiarenza

La Tuscia è un territorio che nasconde molti tesori culturali ed enogastronomici. Tuttavia, se si vuole davvero scoprire e vivere questa regione in modo completo, c’è solo un uomo che ha una conoscenza approfondita del settore: il giornalista Carlo Zucchetti, dal suo inconfondibile cappello e dall’inesauribile esperienza sui piccoli tesori nascosti d’Italia.

Zucchetti è un grande conoscitore della Tuscia e ha guidato molte persone alla scoperta delle gioie culturali ed enogastronomiche, con una particolare attenzione ad un progetto sociale di assistenza e inclusione per ragazzi con disabilità, disagio psichico e dipendenze varie.

Un progetto portato avanti dalla Cooperativa Alicenova Sinergie Solidali, che si occupa di recuperare giovani ragazzi fragili con lo scopo di favorire il loro inserimento lavorativo e sociale.

La Cooperativa rientra in una vasta zona di competenza che va da Tarquinia, Viterbo, Montefiascone a Acquapendente, fino ad arrivare poi a Tuscania e Montalto di Castro. La loro mission sociale tocca molte località che coprono una vasta area nella Tuscia Viterbese.

La città di Viterbo è la prima tappa di questo percorso in cui ho potuto ammirarne le bellezze grazie alla guida turistica Alessandra Petra che ha narrato la storia dagli etruschi ad oggi passando per i Papi che si sono stabiliti qui per 25 anni, tanto che Viterbo si è guadagnata il soprannome di “città dei Papi”.

FATTORIA DI ALICE

Qui si trova Fattoria di Alice, dove ci accoglie Elisa Calanca, educatrice della Cooperativa e responsabile di S’Osteria38. Il progetto della Cooperativa Alice Nova Sinergie Solidali, si occupa di riabilitazione, inclusione e inserimento nel mondo del lavoro, con lo scopo di rendere un servizio alla persona, con una assistenza socio-riabilitativa, educativa e inclusiva. 

Elisa ci illustra il progetto di agricoltura sociale articolato su tre fattorie e un ristorante albergo, appunto S’Osteria38. Oltre ad Elisa, ci accoglie anche Emily Aversa che oltre ad essere una educatrice è anche la referente della Fattoria.

Fattoria di Alice possiede anche un laboratorio di trasformazione dove vengono lavorati i prodotti dei campi. In questo modo è nata l’idea di connotarsi come cooperativa di tipo B, per produzione e lavorazione. La Fattoria è un luogo meraviglioso pensato dal padre fondatore Vito Ferrante, artista e persona di profonda cultura, che ha dedicato la sua vita ad aiutare i ragazzi in difficoltà. Una sorta di oasi magica, in cui chi entra esce arricchito nel cuore e nell’anima.

I ragazzi partecipano attivamente alla coltivazione, all’allevamento di piccoli animali da fattoria e al mantenimento di tutta la struttura, sentendosi integrati e partecipi di un progetto che li coinvolge in attività atte a sviluppare le loro capacità cognitive. 

PICCOLA FORMAGGERIA ARTIGIANA

Oltre alla fattoria c’è la Piccola Formaggeria Artigiana, un caseificio nato dalla creatività e professionalità di un giovane produttore di formaggio, Marco Borgognoni. Lavora latte di ovino e caprino con assoluta maestria e con tecniche innovative fornendo formaggi di grande qualità, oltre ai fior di latte ottenuti con latte vaccino. Sapori unici e incredibili!

S’OSTERIA38 

Dopo aver sentito parlare così tanto di S’Osteria38, arrivo a Acquapendente grazie a Emily Aversa che ci accompagna nel tour. S’Osteria38 deve il suo nome perché era la 38ª sosta sulla Via Francigena, via che ha visto per secoli passare di qui i tanti pellegrini che percorrevano il famoso cammino per Roma e poi per la Terra Santa. 

Nasce quattro anni fa come albergo, ristorante e punto vendita in cui i ragazzi iniziano un percorso formativo in cucina, gestione della sala e dell’albergo. Queste attività aiutano a riabilitare persone con varie problematiche sociali grazie alle attività il cui scopo è l’inclusione e soprattutto generare un livello di competenze che possa consentire ai ragazzi di avere una professionalità e quindi un posto di lavoro.

La visita di Acquapendente mi ha portato a conoscere, sempre grazie a Alessandra Petra, il centro storico e i murales dipinti sugli edifici in occasione dell’anniversario della Via Francigena in cui famosi Street Artist provenienti da molte nazioni si sono cimentati dando un volto nuovo a case antiche.

FATTORIA ORTOSTORTO 

A Montalto di Castro si trova Fattoria Ortostorto, dalla connotazione agricola e turistica. Anche qui viene svolto un grande lavoro di riabilitazione e inclusione grazie al lavoro degli educatori che, insieme ai ragazzi, portano avanti con eccellenti risultati, l’attività di ospitalità e di produzione di prodotti agricoli, ortaggi e allevamento di animali da fattoria, che vengono poi lavorati nel laboratorio di trasformazione della Fattoria di Alice a Viterbo.

Da Montalto di Castro, non si poteva non andare a visitare il sito archeologico e naturalistico di Vulci. Una passeggiata tra le rovine Etrusche che portano il visitatore nel ‘500 A.C. quando la civiltà era fiorente e ricca. Uno sguardo sul passato di questa terra meravigliosa e ancora poco conosciuta, ma che merita di essere vista.

Poi c’è Nepi, un bene confiscato alla mafia, dove è in fase di avviamento un’attività cinofila ludico-ricreativa, riabilitativa e sportiva. In conclusione la Cooperativa Alicenova Sinergie Solidali è composta da circa 560 dipendenti tra contratti e partite iva e circa 190 soci.

Tra le attività connesse con il Programma Alice, ci sono altre tre importanti realtà produttive della Tuscia che meritano una menzione a parte per la loro rilevanza. Chiudiamo la nostra visita proprio con le immagini di quest’ultime:

La Cantina Muscari Tomajoli a Tarquinia

L’Allevamento di mucche maremmane Mariotti a Vulci

La Fattoria Sensi a Tuscania

Sardegna: Mamojàda Vives 2023

Comunicato Stampa

I viticoltori e i produttori dell’Associazione Mamojà, Sabato 29 e Domenica 30 Aprile 2023, organizzano la quarta edizione di Mamojàda Vives, l’evento dedicato ai vini, alle persone e al territorio di Mamoiada, una manifestazione che vedrà la partecipazione di ospiti illustri del mondo del vino che degusteranno i vini di 22 Cantine di Mamoiada. Alla degustazione dei vini seguirà un momento di confronto con i giornalisti e gli operatori di settore, un simposio su passato, presente e futuro.

Descrizione dell’evento

Mamojàda Vives nasce nel 2020 con l’obiettivo di promuovere e tutelare lo sviluppo del territorio attraverso il vino, nel rispetto dell’ambiente e delle persone, con degustazioni riservate alla stampa di settore aperte agli operatori e al pubblico di appassionati, convegni tematici, visite ai vigneti e al territorio, momenti ricreativi con i produttori e con la Comunità di Mamoiada.
Quest’anno, in particolare, durante le due giornate il tema ricorrente sarà il vino e la comunità territoriale. Le comunità rurali vanno scomparendo, l’uomo perde il contatto con la terra e le interdipendenze virtuose con il suo frutto qual’è il vino.

L’Associazione Mamojà dal 2015 lavora per valorizzare, promuovere e tutelare i vini e il territorio di Mamoiada, vuole inoltre preservare la comunità territoriale, composta da famiglie e produttori, che vive il paese: il vino di Mamoiada pensiamo possa conservare il suo carattere fortemente territoriale solo se immerso nel contesto della comunità.

Mamoiada, con oltre 33 Cantine, esempio di un modello di viticoltura sostenibile per vini dal carattere fortemente territoriale,è prima di tutto una comunità viva di persone e giovani che abitano e scommettono sul proprio futuro nel territorio. Un paese posto al centro Sardegna in controtendenza con lo spopolamento odierno, che sempre più si fa strada quale territorio vitivinicolo di elezione e realtà rara nel panorama vitivinicolo mondiale. Dal 2015 l’Associazione Mamojà, con i suoi 70 soci viticoltori, promuove un modello socio-economico-vitivinicolo sostenibile: incentiva la creazione di nuove aziende nel territorio, valorizza le eccellenze enogastronomiche locali, sostiene un programma di turismo destagionalizzato, la tutela dell’ambiente e degli aspetti rurali, promuove la cultura e le tradizioni e le relazioni sociali.

PROGRAMMA DELL’EVENTO

MAMOJÀDA VIVES 2023
Sabato 29 e Domenica 30 Aprile

PROGRAMMA

SABATO 29
9.00-13.00 Manifestazione su invito
Degustazione dei vini Mamojà con la stampa di settore.
18.00-20.00 Evento gratuito e aperto al pubblico
Simposio su passato, presente e futuro del territorio.
Cinzia Scaffidi “Comunità territoriale e vino; le interdipendenze virtuose”,
A seguire: Giovanni Vagnoni “IL Bordo’ Marchigiano, testimonianze da un un altro territorio”

DOMENICA 30 Aprile
9.00-13.00 Degustazioni aperte al pubblico con acquisto del calice.
“Un solo territorio, Due, tre, forse più…stili a confronto”
Degustazioni al banchetto dei vini Mamojà.

L’intero programma si svolgerà presso i locali della Cantina Giuseppe Sedilesu, Via Vittorio Emanuele II, 64 Mamoiada (NU). Progetto organizzato e finanziato dai produttori dell’Associazione Mamoja.

CONTATTI
ac.mamojà@gmail.com
www.mamoja.it
Social Face/Instagram @mamojavini

“Trentodoc in Città”: a Napoli le bollicine di montagna guardano il Vesuvio

di Ombretta Ferretto

“Trentodoc in Città” è la manifestazione promossa dal consorzio spumantistico trentino per promuovere le bollicine di montagna in diverse realtà italiane.

Lunedì scorso 17 Aprile è approdata a Napoli, all’Hotel Eurostar Excelsior, con trentadue banchi d’assaggio e due seminari di degustazione guidata. L’evento, realizzato con il supporto di AIS Campania, era prevalentemente rivolto a operatori del settore, che, in una delle sale al piano terra, hanno potuto degustare i prodotti della DOC, scegliendo tra le cento etichette in mescita. Presente con ben tre referenze la cantina che ha scritto la storia del Trento Doc: Ferrari. Così come i colossi della viticoltura trentina Cavit e Nosio, attraverso i loro marchi Trentodoc, Altemasi e Rotari.

Non è stata facile la scelta all’interno di un così vasto assortimento, dove l’unica possibile classifica è quella dettata dal gusto personale. Tra i presenti ai banchi, spiccano Maso Martis Pas Dosé Riserva Bio, per la ricchezza e le mille sfaccettature al naso, e il +4 Rosé Riserva Letrari, per la gustosità del sorso che richiama la gelatina alle fragoline di bosco.

Le due Masterclass, guidate da Valentino Tesi, Miglior Sommelier d’Italia 2020, e Tommaso Luongo, Presidente AIS Campania, hanno raccontato la storia e le caratteristiche principali di questa Denominazione di Origine nata nel 1993 come la prima in Italia totalmente dedicata a un Metodo Classico. L’Istituto Trento Doc, fondato nel 1984 (e dunque prima ancora della stessa denominazione), conta oggi 67 aziende iscritte. Oltre 1154 sono gli ettari vitati certificati, nelle cinque valli intorno al capoluogo Trento: Vallagarina, Valsugana, Valdicembra, Val d’Adige, Valle dei Laghi. Quattro invece le varietà d’uva previste dal disciplinare: Chardonnay, Pinot Nero, Pinot Bianco e Meunier. Determinati pure gli affinamenti minimi per le diverse categorie: 15 mesi per il Brut, 24 mesi il Millesimato, 36 mesi per la versione Riserva.

Giulio Ferrari fu il primo a intuire, all’inizio del secolo scorso, che l’elemento latitudine, così determinante nella zona dello Champagne, poteva essere sostituito in Trentino da un altro elemento altrettanto caratterizzante, l’altitudine, con risultati altrettanto pregevoli nella produzione di un Metodo Classico. Bollicine di montagna è l’indissolubile slogan legato al nome Trentodoc, perché la caratterizzazione principale di questo spumante è determinata dal territorio montano, da suoli prevalentemente porfirici e calcarei (spesso ricchi di dolomia e roccia rossa del Trentino), che ne determinano profumi sottili ed eleganti e un gusto teso e minerale nell’evoluzione.

Ho partecipato alla seconda degustazione guidata, con sette campioni rappresentanti tutte le aree di produzione. Eccone, in sintesi le mie personali impressioni.

Trentodoc Sarnis Rosé s.a. – Cantina sociale di Avio 65% Pinot Nero – 35% Chardonnay
36 mesi di permanenza minima sui lieviti

Colpisce immediatamente per il suo colore rosa antico. Naso contraddistinto dalla delicatezza dei profumi di cipria, melagrana, fiori secchi, che si completano in bocca con la freschezza delle erbe mediterranee e il finale piacevolmente mordente.

Trentodoc Monsieur Martis – Rosé de noir 2018 Brut Millesimato – Maso Martis
100% Pinot Meunier
48 mesi di permanenza minima sui lieviti

Unico campione da Pinot Meunier in purezza. Bouquet complesso, immediatamente minerale vira poi agrumato su arancia rossa, bonbon al mandarino, acqua di mille fiori, tostature al torroncino.
Bocca avvolgente è perfettamente sostenuta dalla freschezza vivace, in uno dei campioni con un basso residuo zuccherino da dosaggio (5,5 g/l).

Trentodoc Altemasi Pas Dosé – 2017 Millesimato – Altemasi
60% Chardonnay – 40% Pinot nero
60 mesi di permanenza minima sui lieviti

Primo dei Pas Dosé in degustazione, Altemasi Millesimato si presenta di un giallo brillante con nuance ancora giovanili. Scie balsamiche di eucalipto e mentolo, ma la nota agrumata, così tipica del Trentodoc, si fa strada tra pompelmo rosa, cedro e fiori di zagara. Teso in acidità, anche e golosamente coerente al palato con ricordi di canditura.

Trentodoc Blasé – 2016 Millesimato – Revì
75% Chardonnay – 25% Pinot nero
42 mesi di permanenza minima sui lieviti

Giallo brillante per il Millesimato 2016 che, con i suoi 24 mesi di affinamento ulteriori dopo la data di sboccatura, si contraddistingue per le note di evoluzione, proseguendo su sentori di tostature, marzapane e fiori appassiti. Gusto su scie di distillazione e frutta surmatura nella parte retronasale.

Trentodoc Opera Brut – 2014 Millesimato – Opera Valdicembra
100% Chardonnay
60 mesi di permanenza minima sui lieviti

Verve dorata dall’inizio alla fine, esplode su caratteristici sentori di zagara e agrumi, persino pungenti, dove il lime spicca assieme ad una tenue nota di menta nepitella da mixologia moderna. Verticale come una lama, si completa tra essenze rinfrescanti e gusto pieno.

Trentodoc Blauen Extra Brut Blanc de Noirs – 2015 Millesimato – Moser
100% Pinot nero
72 mesi di permanenza minima sui lieviti

Presente anche la casa spumantistica del campione ex ciclista Moser, con l’etichetta che ricorda il suo record dell’ora di 51,151 km. Naso gentile declinato su profumi di mela cotogna, susina acerba, e nuance officinali di felce. Sorso fresco, secco, con una persistenza di note fruttate mature.

Trentodoc Domini Nero Brut – 2016 Millesimato – Abate Nero
100% Pinot Nero
60 mesi di permanenza minima sui lieviti

L’ultimo in degustazione è di nuovo un blanc de noirs, di brillante vivacità. Naso ricco e sfaccettato di erbe di montagna, fiori di campo, mela, susina e note fumé in chiusura. Acidità e sapidità dialogano alla perfezione sulle fragranze presenti in sottofondo.

Ultima curiosità: sul marchio Trentodoc: le due “o” del logo rappresentano in maniera stilizzata il remuage al quale vengono sottoposte le bottiglie di metodo classico in pupitre.

Ad maiora!