30 anni di Villa Raiano “serviti” da 20 vini iconici e 10 piatti della tradizione

Abbiamo già avuto modo di visitare Villa Raiano in più occasioni, durante un press tour organizzato dall’agenzia Miriade & Partners ed in un momento di celebrazione delle vecchie pergole avellinesi, le cosidette “starsete”, patrimonio d’Irpinia sempre più a rischio scomparsa.

Una storia, quella della famiglia Basso, che nasce dall’amore per l’agricoltura e per l’olio d’oliva, anche se i ricordi degli studi di Sabino Basso tra i banchi dell’Istituto Agrario Francesco De Sanctis di Avellino e l’incontro con il professor Luigi Moio han piano piano fatto maturare il sogno della cantina vini.

«Dopo 30 anni di attività nel campo enologico posso dire di essere conosciuto più per le quasi 300 mila bottiglie di vino che per le oltre 70 milioni di quelle di olio prodotte ogni anno» afferma, ancora incredulo, Sabino.

Per tutti Villa Raiano era l’Aglianico, quello straordinario di Castelfranci con i vecchi impianti di mezzo secolo d’età coltivati a raggiera. Poi il cambio di rotta verso la prima decade del nuovo millennio, l’arrivo del giovane enologo Fortunato Sebastiano e l’idea di creare veri e propri cru di Fiano e Greco da valorizzare in etichette storiche come “Bosco Satrano”, “22” e “Contrada Marotta”.

Le nuove leve generazionali entrate in azienda e la visione contemporanea in un contesto economico di particolare delicatezza, con i consumi in calo che però non hanno intaccato le vendite di chi, come Villa Raiano, ha sempre puntato sulla qualità. Così la Falanghina, l’entry level che portava risorse da investire nelle selezioni superiori, venne affiancata e infine superata nelle scelte di mercato dai degni rappresentanti delle tre Docg irpine.

Proprio nel momento di massimo splendore l’ennesimo cambio di passo, con l’addio al Fiano di Avellino “22” e al “Bosco Satrano”, le cui uve confluiscono adesso pienamente nel Fiano di Avellino versione base, mentre resta immutato il Fiano di Avellino “Alimata”. Quasi il commiato stesso all’idea di lieu dit verso il più ampio concetto borgognone di climat e di rappresentazione reale di una delle varietà a bacca bianca straordinaria per spettro aromatico e capacità evolutive.

«In tante zone d’Italia si cerca di lavorare in purezza, come fosse una sorta di Santo Graal – afferma Fortunato Sebastiano – Eppure pochi vitigni sanno giocare davvero da soli come il Fiano, in qualche modo performante e identitario in tutte le annate, anche quelle difficili». Una scommessa vinta, quando pochi conoscevano nel passato le differenze d’espressione organolettica tra zona e zona.

Villa Raiano è diventata, all’alba delle 30 candeline, un tempio del vino anche grazie alle visioni architettoniche del compianto Raffaele Vitale, che immaginava persino una sala ristorante in uno degli spazi della bottaia, con momenti emozionanti per degustare la cucina territoriale e le varie etichette in carta.

Dopo la scomparsa le redini sono passate in mano al suo allievo Claudio Marcelo Ruiz che si occupa degli eventi in cantina e delle serate di gioia come queste, organizzate per stampa, operatori del settore e amici. Lo chef ha messo le mani simbolicamente sui 10 piatti di pasta simbolo della Campania, tra frittatine varie, spaghetti alla colatura d’alici, linguine alla Nerano e bucatini con ragù e cotenna.

Tra le vecchie vintage, fuori dagli schemi per rara bellezza il “22” Fiano di Avellino 2010, tropicale, mediterraneo e dall’esuberante allungo iodato e il Fiano di Avellino “Bosco Satrano” 2018 agrumato e teso come il vento di mare. Tra i rossi, irragiungibile l’energia vibrante del Taurasi 2016 ricco di essenze boschive, dal tannino palpabile, saporito e perfettamente integrato.

“Bisogna comunicare l’Irpinia” conclude Sabino Basso. Noi ci proviamo da sempre, evidenziando però, ancora una volta, che un treno è fatto di vagoni e di locomotive trainanti. Mentre i primi sono numerosi e ben distinti, manca ancora un forte cavallo a vapore che possa trascinare il territorio e i suoi produttori ai vertici ambiti da tempo. A chi dunque l’arduo compito?

Il viaggio in Irpinia secondo Paul Balke

Oggettivamente L’Irpinia non è quella di chi pratica l’arte delle passerelle con il sorriso a comando, fatto di plastica e botulino e che ha confuso la quintessenza del vino con il volto del loro unico Dio: il denaro, le nomine politiche e altre cose parallele per i riflettori e la notorietà.

C’è un’Irpinia, invece, il cui cuore batte più forte e il verde brilla ancor più: è quello che ha dato vita alla Valle dei Mulini, è l’area avellinese dei fiumi gemellari, Il Sabato e il Calore, nati sulle alture di Montella che si salutano virtualmente per ritrovarsi nel Sannio. Il lungo respiro delle foreste e dei boschi incontaminati, delle fonti idriche cospicue che scendono sino alle Puglie, la volta stellata che di notte riluce come al tempo degli Antichi Miti.

È l’Irpinia più autentica, quella delle piccole cantine che narrano sé stesse senza ostentazioni su un territorio diffuso, fiere di aprirsi al cittadino temporaneo per condurlo verso i propri borghi colmando il calice con il proprio vino, esortando persino l’assaggio dei prodotti delle altre aziende agricole, quelle del comprensorio, come nei più genuini rapporti di buon vicinato.

Questa è l’Irpinia di chi sa guardare oltre il calice e ciò che gli fa più comodo; è l’Irpinia come è sempre stata e come spesso non appare agli occhi di chi la vive e la abita da autoctono, forse perché assuefatto da una bellezza che non appare mai scontata all’animo delle persone sensibili. Una bellezza che autenticamente si rispecchia nel paesaggio e nell’umanità di chi lavora la terra per davvero e la cui ospitalità non è né ostentata né scontata.

È piuttosto facile vedere oggigiorno questo esteso distretto vitivinicolo come uno tra i più grandi laboratori a cielo aperto dell’eccellenza enologica italiana, è evidente come lo è l’indiscussa qualità dei vini che riesce ad esprimere: il punto però non è il valore enologico, né la capacità di sfidare il clima, grazie ad eccezionali fattori pedoclimatici, o la possibilità di ambire a un mercato più ampio, sia a livello nazionale che internazionale: il fattore determinante che fa fatica ad affiorare è “l’identità irpina”, sin troppe volte maldestramente ed egoisticamente celebrata a porte chiuse con una comunicazione e una visibilità non sempre accessibile ai più.

Certo è che l’Irpinia sta vivendo da circa un decennio un periodo di profondo mutamento trasformazione: oltre alle vendemmie anticipate e all’aumento dei costi in salita, comincia a scarseggiare la manodopera e non ci sarebbe neanche troppo da meravigliarsi visto che il rischio di spopolamento è stato annunciato da un pezzo, le nascite sono in calo e i giovani in fuga.

Eppure, tutta la provincia di Avellino ha una fortissima vocazione all’enoturismo, anzi al turismo intermodale poiché in quest’area meravigliosa della Campania si concentrano natura, storia, archeologia e percorsi religiosi che rendono necessari nuovi modelli di accoglienza e indispensabile quell’identità che, per quanto pur certo esiste, deve potersi imporre agli occhi dei tour operator e dei visitatori desiderosi di fare esperienze vere e a misura d’uomo, dall’Italia e dal mondo.

E dal mondo Paul Balke ha saputo portare in Irpinia occhi e volti nuovi: grazie alla sinergia tra sindaci, associazioni e realtà produttive, durante un’international press tour di ampio respiro e fuori dagli schemi, si è potuto vedere il coinvolgimento di giornalisti ed enogastronomi provenienti da diversi Paesi, per la prima volta in visita nella Verde terra. I testimoni dello straordinario potenziale e di un’identità autentica, incastonata tra le montagne, che mai avrebbero potuto immaginare se non fossero venuti qui apposta.

Giornalista, scrittore e sommelier olandese, noto per i suoi libri e la sua profonda passione e conoscenza del vino italiano, specializzato in regioni come Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Campania e Puglia, oltre che per aver creato signature wines capaci di unire diverse realtà vinicole europee, con un focus culturale e innovativo, Paul Balke, da sensibile pianista, ha saputo mostrare una programmazione molto articolata.

L’Irpinia più autentica dinanzi a un pubblico internazionale, fatto di esperti comunicatori e specialisti del vino, arrivando persino a confrontare il Taurasi con il Barolo: non lo ha fatto soltanto dal punto di vista espressivo ed evolutivo, come Arturo Marescalchi fece, ma addirittura da una prospettiva antropologica tra due borghi, quello avellinese e quello piemontese, fatto ugualmente di genti di montagna, funestati da una simil povertà, ma con la creazione di un futuro diverso, proprio grazie al vino.

Un futuro diverso grazie al vino che però in Irpinia fa fatica a decollare, come diversamente accaduto nelle Langhe, e che non vede ancora il Taurasi assurgere al suo totale riconoscimento, per quanto iconico almeno tanto quanto al Barolo e al Brunello. Eppure, Beppe Fenoglio con i suoi racconti di miseria in “La malora” e il culmine della tragedia irpina col terremoto del 23 novembre 1980 dovrebbero essere il metronomo di una povertà che non si è arresa a sé stessa, ma che ha generato voglia di riscatto e di ricostruzione che ha portato a un cambio paradigmatico dei due territori, da infelice a rinomato.

E perché i vini irpini, come il Taurasi ad esempio, per quanto di altissimo profilo qualitativo fanno fatica ad affermarsi come il re dei rossi piemontesi? Certo, servono strade e collegamenti funzionali e ben manutenuti, collegamenti e segnaletica efficienti, trasporti pubblici e una politica degna di questo nome e che abbia finalmente voglia di fare. Ma, stando alle considerazioni di cui sopra, ci vorrebbe meno egoismo e manie di grandezza proprio da parte di chi dovrebbe prodigarsi per l’evoluzione di questo fantastico distretto vitivinicolo e garantire crescita e prestigio per tutti.

Per fortuna il mondo del vino è fatto da chi vede le cose con oggettività e una sensibilità diversa, rispetto al territorio, al vino così come dovrebbe essere, guardando con attenzione e riguardo alle persone che si prendono cura del vigneto, e quindi del paesaggio irpino, ben oltre il loro ruolo di produttori e attori economici di una delle più importanti filiere vitivinicole del Sud Italia.

Durante una serie di giornate davvero intense e ricche di visite ai borghi, a produttori, ristoratori e cantine, giornalisti come Annie B. Shapero e Eric Lyman, fra i tanti altri, sono stati accolti in terra irpina e coinvolti in un programma di rivalutazione territoriale sotto la guida attenta di Paul Balke.

Il progetto, dal titolo “Radici e Riti – Il Viaggio dei Borghi Irpini”, è stato realizzato grazie al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione della Regione Campania e grazie alla lungimiranza di Cassano Irpino, comune capofila, Castelfranci, Nusco, Rocca San Felice, Sant’Angelo dei Lombardi e Torella dei Lombardi.

Il nutrito gruppo di specialisti della comunicazione è stato accolto dalla governance locale presso Il Vecchio Mulino 1834, in quell’oasi naturalistica, boschiva e fluviale, tratteggiata dal fiume Calore, con diverse rappresentanze dei vari municipi tra cui Salvatore Vecchia, sindaco di Cassano Irpino, il quale ha molto tenuto a precisare il ruolo dell’attrattore territoriale e, successivamente, della rete che deve avere capacità di trattenere.

Dopo una relazione sulla storicità dei luoghi e sulla geomorfologia dei suoli, i giornalisti sono stati accolti dai proprietari delle cantine aderenti, entrando nel vivo con una full immersion enologica, internamente dedicata ai loro vini. Precisamente, a dare il benvenuto ai cittadini temporanei con i loro vini, c’erano i produttori di Cantine Gambale, Colle di Castelfranci, Boccella, Cortecorbo, Antonio Molettieri, Regina Collis e Perillo.

L’analisi che ne è venuta fuori è stata non soltanto organolettica ma altresì concettuale: vini di territorio di piccole produzioni, ciascuno con sfumature riconoscibili nel range di filosofia produttiva, ma legati allo stesso tempo da una forte caratterizzazione, senza compromessi, senza banalizzazioni e senza strizzare l’occhio al palato internazionale; ne è venuto fuori il terroir nudo e crudo: vini di stoffa legati da racconti di viaggio e visite sul campo alla gastronomia locale, alla mefite, alle sorgenti di Cassano Irpino, ai castagneti, ai musei contadini e al foliage nei vigneti del comprensorio a incorniciare i piccoli paesini con i loro colori variegati.

Convocati da Paul Balke, gli specialisti della comunicazione hanno potuto respirare il vento montano dell’Irpinia e del suo verde brillante, unitamente al sorriso di tutte le persone incontrate, tra cui Daniele del Polito, al timone del ristorante Il Vecchio Mulino 1834, il quale ha portato a tavola sapori per loro inesplorati: il caciocavallo podolico, i salumi tipici, tra cui la culatta e il capocollo dell’azienda agricola Biancaniello, a Torella dei Lombardi, la polenta fritta con ricotta al tartufo, la sontuosa fesa salmistrata di manzo podolico con nocciole tostate e maionese alla senape, la maccaronara al ragù, la sfrittuliata, fatta con tocchetti di maiale, patate e papaccelle e Il cannolo di ricotta scomposto.

Oltre a questa forma di gastronomia irpina più ricercata, i visitatori internazionale hanno potuto confrontarsi anche con la versione più tradizionale officiata presso l’Agriturismo Montagne Verdi a partire dai ricchissimi antipasti, tra cui il pane casereccio al caciocavallo impiccato, i ravioli ripieni di ricotta mantecati al burro e tartufo di Bagnoli, tutto un seguito di formati di pasta fatta in casa, il baccalà alla pertecaregna con peperone crusco e le ottime carni alla brace a base di manzo, suino e agnello con funghi porcini e di stagione.

Le giornate sono state tutte contraddistinte dalla reale rappresentazione di uno degli spaccati irpini, con il suo epicentro a Castelfranci, più autentici e di impatto tra natura, storicità e gastronomia, con degustazioni mirate di Falanghina, Fiano di Avellino, Aglianico e Taurasi, privi di omologazione e che hanno mostrato il valore del meglio della produzione enologica, oltre alla capacità di fare accoglienza enoturistica, delle Cantine Gambale, di Colle di Castelfranci, di Boccella, delle cantine Cortecorbo, di Antonio Molettieri, dell’azienda agricola Regina Collis e della cantina Perillo.

I press tour internazionali organizzati da Paul Balke hanno avuto dei risultati strepitosi, un grandissimo consenso da parte di tutti gli operatori coinvolti, culminando il 29 novembre scorso alla celebrazione di un evidente successo durante una cena di gala esclusiva presso il Palazzo Marchionale di Taurasi, dove lo storico rosso a denominazione di origine controlla e garantita ha fatto sfoggio di sé in tutte le sue principali interpretazioni e sfumature territoriali.

Paul Balke ha saputo creare una rete fatta anzitutto di persone grazie alla sua sensibilità e alle sue doti umane, svelando il volto reale dell’Irpinia, il suo cuore pulsante, le mani che duramente lavorano per tenere insieme questo territorio straordinario, anche se a volte pieno di contraddizioni, dimostrando che la coerenza, la competenza e il gioco di squadra tra persone che condividono comuni passioni, valori autentici e obiettivi concreti, saranno gli elementi irrinunciabili per l’ennesimo rilancio del Vino Irpino.

Laura De Vito: dai vigneti di Lapio “Lady Fiano” colpisce ancora

Laura De Vito, la signora del Fiano di Avellino, è sempre impeccabile sia in cantina che in giro per il mondo a proporre la sua personale idea di zonazione – a mo’ di contrade – del territorio di Lapio. Tre aree vocate nel centro di una delle zone fondamentali per la viticoltura irpina.

Arianiello con terreni ricchi di sabbie e detriti vulcanici; Verzare e Saudoni simili per la composizione dei suoli tra argille e calcare, ma differenti nelle esposizioni: fresche per il primo, calde e assolate per il secondo. Il teorema secondo cui ad azione corrisponderebbe reazione, pensando che sia facile fare vino in queste terre, non tiene conto della fondamentale azione dell’uomo che deve seguire scelte opportune per esaltare o contenere gli aspetti più estremi dell’uva.

Il Fiano si presta infatti ad una buona versatilità, soprattutto nelle sue sensazioni calorose, accoglienti e dolci. Dai fiori bianchi al miele, per virare verso note tropicali ed officinali, senza dimenticare la parte idrocarburica e le tostature delle vecchie vintage. Vincenzo Mercurio, enologo esperto, ha creduto nel progetto sin dagli inizi nel 2018, assistendo e interagendo con Laura nella giusta continuità dei prodotti finali.

Laura De Vito e Vincenzo Mercurio

D’altro canto la stessa De Vito racconta che “essere irpina e donna in un contesto prevalentemente rurale a base maschile significa amare davvero ciò che si fa e seguire i propri sogni con tenacia”. L’essenza stessa del cru, inteso come vigna singola, stravolge gli schemi classici delle tipologie a volte troppo imbrigliati in disciplinari poco contemporanei.

La Riserva, ad esempio, versione introdotta da pochi anni nelle regole produttive del Fiano di Avellino, si dimostra inadatta quando si parla di piccoli appezzamenti, dove sarebbe impossibile realizzare un vino realmente espressivo senza usare la necessaria calma.

Gli assaggi dai contenitori d’acciaio parlano chiaro: a distanza di alcuni mesi dalla vendemmia i campioni dimostrano grinta, eleganza e personalità, con un potenziale inesplorato ancora tutto in divenire. Se ne prevede infatti l’immissione sul mercato non prima della metà del 2026 a dimostrazione che la nuova concezione del Fiano di Avellino che va atteso e non venduto repentinamente, ha ormai preso piede nella mentalità degli attori protagonisti.

Aspettando Godot dunque, con l’unica differenza che non si resta delusi dalla vana attesa. Più riposo equivale a maggior densità di frutto, finezza e articolazione nelle sfumature mediterranee, il timbro tipico e misterioso di un’uva unica nel suo genere. La chiave di lettura conclusiva oscilla poi tra essenze floreali appaganti ed empireumatiche volitive.

La degustazione delle annate in commercio

Elle 2022 – il blend, anzi la selezione proveniente dalle tre sottozone. Grande completezza negli sbuffi di miele d’acacia, timo e salvia e canditura di cedro finale.

Verzare 2022 – elegante e leggiadra come la Bella Otero. L’agrume comanda il naso ed il sorso dall’inizio alla discesa del sipario, con una vena salina profonda e impattante.

Arianiè 2022 – teso e sinuoso, racconta di fiori di elicriso, gelsomino e iodio di mare in sottofondo. Fumoso, sembra aver appena cominciato il suo percorso di cescita.

Li Sauruni 2022 – dalla località Saudoni è il più gastronomico, carico di frutta tropicale tra mango ed ananas, per terminare su spezie bianche e note salmastre ancora da affinare.

Per Mercurio le annate rappresentano il “rumore di fondo del vitigno, un suono che richiede molta attenzione all’orecchio di chi ascolta, per via dei cambiamenti climatici imprevedibili. Bisogna adeguarsi e correre ai ripari con idonei interventi agronomici e, solo in minima parte, in cantina”.

La visita si conclude con un piccolo regalo di Laura De Vito, la degustazione di Elle 2018, balsamico e avvolgente con nuance da crema di gianduia, ginestra appassita e pera Williams. Gusto tonico, sapido e quasi eterno. Un capolavoro che dimostra l’impegno di una piccola realtà divenuta in poco tempo un faro per l’Irpinia intera. “Lady Fiano” da Lapio… colpisce ancora.

L’Irpinia fuori dall’Irpinia

Incontrare l’Irpinia fuori dall’Irpinia nell’evento organizzato da Gambero Rosso. Una serata interamente dedicata alle tre grandi DOCG campane della provincia di Avellino (Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi), con banchi d’assaggio e una masterclass ricca di piacevoli scoperte. Avevamo già reso conto degli spunti di riflessione nell’articolo del collega di redazione Alberto Chiarenza: Roma incontra i vini dell’Irpinia.

Mancava all’appello proprio la degustazione guidata aperta a operatori del settore e stampa nazionale ed estera, che ha visto la conduzione di Lorenzo Ruggeri – direttore di Gambero Rosso – Teresa Bruno, Presidente del Consorzio Vini d’Irpinia, e Marzio Taccetti, editor di Gambero Rosso.

“Oggi siamo a Roma” – sostiene Teresa Bruno – “ma le iniziative proseguiranno a Milano e poi negli Stati Uniti, nell’impronta del nome scelto per la nuova sede del Consorzio: Opificio delle DOCG e delle DOC d’Irpinia”.

Situazione climatica, morfologia del territorio e vendemmie lente e prolungate rendono l’Irpinia una regione altamente vocata alla viticoltura. Tuttavia i tre areali delle DOCG permettono di fatto, a ciascun borgo, di esprimere terroir con caratteristiche precipue, da cui il complesso mosaico vitivinicolo presente.

Nove i vini, tre per ciascuna delle DOCG presentate all’evento, con lo scopo di rappresentare e descrivere, senza la pretesa di essere esaustivi, le loro caratteristiche principali, a nostro avviso ancora troppo poco conosciute fuori dai confini della Campania.

LA “RESISTENZA” DEL FIANO DI AVELLINO

Partiamo con il Fiano di Avellino degustato in tre distinte vendemmie: 2023, 2022, 2020. Un vino che spesso raggiunge e supera i due decenni di vita; merito dell’acidità e dello svilupparsi di un ventaglio olfattivo che dai sentori fruttati e floreali, si evolve fino a chiare percezioni minerali, idrocarburiche, affumicate.

Ciascun areale è poi in grado di imprimere un timbro di base e un’evoluzione completamente differenti ai singoli vini. Così Colli di Lapio 2023 di Clelia Romano, elegante e pulito nelle nuance di nespola e frutta a polpa bianca è attraversato da un lievissimo sbuffo gessoso;  Alimata 2022 di Villa Raiano già evidenzia la tipica nuance fumee al palato, in maniera materica e avvolgente. Erre Riserva 2020 di Tenuta Sarno 1860 vibra al sorso agrumato, così preciso e verticale da essere quasi in controtendenza con le scie idrocarburiche pienamente sviluppate.

IL “SAPORE” DEL GRECO DI TUFO

Completamente diverso il registro con cui si esprime il Greco di Tufo, nonostante i comuni compresi nella DOCG siano spesso a una manciata di chilometri di distanza da quelli del Fiano di Avellino. Ci troviamo in una dimensione più piccola costituita da terreni di maggior scheletro, ricchi di marne, fossili e, non da ultimo, materiali sulfurei in molti punti.

Mineralità salina e acidità in combinazione ed equilibrio determinano vini di corpo e struttura oltre che saporiti. Ancora una volta tre campioni in degustazione, da tre zone differenti, per sottolineare le diverse espressioni ed interpretazioni delle cantine.

Vigna Breccia 2023 di Montesole ha naso definito di frutta matura e bocca salata e materica, mentre Cutizzi Riserva 2022 di Feudi San Gregorio si presenta più aggraziato nei sentori di frutta e fiori bianchi e nel sorso più avvolgente. Chiudiamo con Riserva Vigna Serrone 2022 di Cantine di Marzo, espressione di un equilibrio perfetto tra freschezza e sapidità che definisce un sorso armonico ed elegante. Caratteristica comune le sensazioni iodate che a diverso grado chiudono il sorso e riportano a chiari sentori marini.

LA “POTENZA” DEL TAURASI

Il Taurasi negli ultimi anni ha ricevuto una profonda rilettura che, senza nulla togliere alle caratteristiche e all’essenza del grande vino irpino, è di fatto tra i grandi rossi italiani.

Una parola è d’obbligo nel vocabolario del Taurasi, il tempo: quello necessario al tannino ad aprirsi e distendersi e, conseguentemente, a tutte le altre componenti ad armonizzarsi in maniera sinfonica. Frutto di uve Aglianico, il Taurasi esce a non meno di tre anni dalla vendemmia (quattro nella versione riserva), anche se molti produttori attendono tempi più lunghi. L’uso del legno nella fase di invecchiamento definisce le caratteristiche di un vino austero e rigoroso, ideale per accompagnare la cucina tradizionale irpina costituita da zuppe arricchite da cotiche, ragù e carni a lenta cottura.

La degustazione ci ha permesso di andare indietro nel tempo e toccare tre diverse annate: 2018, 2016, 2014. Rue 333 2018 di Nativ si evidenzia con un naso di spezie dolci, erbe aromatiche e note empireumatiche che ricordano la cenere di camino, al palato il tannino preciso e sottile è sostenuto da freschezza ben evidente; visciola sotto spirito, tostature e cioccolato fondente caratterizzano la Riserva 2016 di Petilia, dal tannino incisivo al palato, a tratti ancora lievemente verde, e chiusura coerente sul frutto. Infine Vigna 5 Querce 2014 di Salvatore Molettieri, elegante e sontuoso senza cedere nessun punto alla potenza: al naso si rincorrono sentori tostati e speziati di pepe e noce moscata e poi foglia di tabacco, torba e nuance dal sottobosco; in bocca entra quasi in punta di piedi, poi si espande e rimane compatto, avvolgente e infine chiude lunghissimo su note di cacao: un’ode alla complessità del Taurasi.

Roma incontra i vini dell’Irpinia

“Tra le colline dell’Irpinia, dove la natura incontra la storia, si cela un tesoro enologico che merita di essere scoperto: i suoi vini straordinari raccontano una terra ricca di tradizioni.” Roma ha ospitato l’evento organizzato dal Gambero Rosso per la promozione delle denominazioni dei vini irpini, in collaborazione con il Consorzio Tutela Vini d’Irpinia.

Ormai è consolidata la presenza nelle eleganti e sontuose stanze del palazzo nobiliare del Gambero Rosso che ospita eventi per parlare di cibo e vino. Il Direttore Lorenzo Ruggeri ha tenuto a sottolineare l’importanza dell’Irpinia nel panorama enologico italiano, sottolineando le caratteristiche di un territorio ancora non degnamente conosciuto.

Una terra dove il tempo sembra scorrere più lentamente, che racconta storie di tradizioni antiche e sapienza artigianale, incarnata nei suoi vini. È proprio qui che il Consorzio di Tutela dei Vini d’Irpinia, guidato con passione dalla Presidente Teresa Bruno, lavora instancabilmente per valorizzare e promuovere un patrimonio unico.

Insieme alla collega di 20Italie Ombretta Ferretto abbiamo partecipato alla masterclass sui vini irpini e ad i banchi d’assaggio. Partiamo per questo mondo ancora inesplorato, alla ricerca dell’essenza del buon vino.

L’Eccellenza dei Vini Irpini

La forza dell’Irpinia risiede nella sua varietà e qualità dei prodotti, frutto di un territorio dalle caratteristiche irripetibili: suoli vulcanici, altitudini che superano i 700 metri e un clima che mescola influenze mediterranee e continentali.

Tra i bianchi, spiccano due perle DOCG:

            •          Fiano di Avellino, elegante e complesso, con profumi di agrumi, miele e fiori bianchi.

            •          Greco di Tufo, minerale e raffinato, riconoscibile per le sue sfumature sulfuree e i sentori di frutta a polpa bianca.

Accanto a loro, il più semplice ma accattivante Coda di Volpe a completare l’offerta con nuance fresche e floreali, ideali per accompagnare piatti leggeri e di mare.

Tra i rossi, il protagonista assoluto è il Taurasi DOCG, vino robusto e longevo che esprime il meglio del vitigno Aglianico, dai sentori di frutti di bosco, tabacco e spezie. A completare il panorama ci sono l’Aglianico DOC, più immediato ma ugualmente intenso, e l’Irpinia Rosato DOC, perfetto per chi cerca un calice fresco e fruttato.

Il Ruolo del Consorzio dei Vini d’Irpinia

Teresa Bruno, presidente del Consorzio di Tutela dei Vini d’Irpinia afferma: <<La nostra missione è quella di raccontare al mondo un territorio straordinario attraverso i suoi vini. Ogni bottiglia di vino irpino racchiude non solo i profumi e i sapori di questa terra, ma anche il lavoro, la passione e la cultura di generazioni di viticoltori.>>

Un Patrimonio da Scoprire

Dai borghi storici alle cantine a conduzione familiare, passando per i sapori inconfondibili della gastronomia locale – come il caciocavallo podolico, i salumi e i piatti a base di castagne e tartufo – ogni angolo di questa terra racconta un’emozione unica.

Un Calice d’Irpinia: Un Viaggio nei Sapori del Sud

Mentre brindiamo, ricordiamo che dietro ogni sorso ci sono storie di passione, di legame con la terra e di orgoglio per una tradizione da proteggere e valorizzare. Non resta che alzare i calici e lasciarsi conquistare dai sapori e dai profumi di questa terra straordinaria.

Ancora buon anno a tutti… e viva l’Irpinia!

Irpinia: la storia dei vini di Antica Hirpinia

La storia del vino in Irpinia non può non passare attraverso Antica Hirpinia, cantina legata al capoluogo di una delle regioni vinicole più importanti della Campania. Taurasi, il borgo medievale di origine longobarda, che con la sua rocca presidia la valle del fiume Calore.

Taurasi conquista importanza strategica nel mondo del vino a partire dal 1928, grazie alla ferrovia del vino; da qui infatti partivano i vagoni di Aglianico per rimpinguare la produzione di centinaia di aziende italiane e francesi, allora pesantemente colpite dai danni della fillossera.

La storia di Antica Hirpinia inizia qualche decennio più tardi, nel 1959, prima come Cooperativa Vitivinicola Sociale, poi come Enopolio regionale di Taurasi, quando, nel 1972, si rese necessario sostenere i piccoli contadini viticoltori garantendo la giusta remunerazione delle uve per evitare l’espianto di molti vigneti.

Nel 1992 la cantina prende il nome attuale e l’anno successivo esce la fascetta numero 00000001 della neonata DOCG Taurasi. Al 2016 risale l’attuale forma societaria, grazie a tre amici che rilevano la cantina e danno il via a una graduale ristrutturazione dell’azienda: Alfonso Romano, Benedetto Roberto e Ciriaco Bianco.

Oggi Antica Hirpinia si colloca sul mercato con due linee rappresentative del territorio quali Antica Hirpinia e Anno Domini 1590, senza perdere di vista le richieste del consumatore moderno alla continua ricerca di vini sempre meno muscolari, più fruttati e freschi. Un fattore che rende necessario un cambio di passo, soprattutto in vigna, atto ad assecondare variazioni climatiche sempre più evidenti anche nelle variazioni fenologiche della vite.

Così spiega la filosofia produttiva di Maurilio Chioccia, il consulente esterno che coadiuva Lorenzo Iannotti, enologo interno. Tale lavoro si basa su un patrimonio vinicolo di proprietà di venti ettari, costituito da vigne disperse e piccole, alternate ad un ambiente pedoclimatico variegato, che dà alla produzione un carattere di esclusività. Lo abbiamo toccato con mano in un tour di vigneti che, lo scorso 31 agosto, ci ha portato dalla contrada Arianiello di Lapio – dove sorge il più giovane impianto aziendale di Fiano – fino alle vigne di Aglianico di Fontanarosa, passando per i poderi storici in Località Ferrume (sempre a Lapio).

Sono ancora presenti e produttivi piedi di vite di oltre 100 anni, da cui si ricavano le marze dei nuovi vigneti, e un impianto a raggiera di fiano su piede franco di oltre cinquant’anni. L’attuale produzione della cantina si aggira intorno alle 200.000 bottiglie distribuite sulle due linee. Anno Domini 1590 è la linea che si posiziona sul mercato col prezzo più competitivo, avendo tra i canali di distribuzione anche la GDO.

Prodotta esclusivamente da uve conferite, rappresenta il 60-70% di produzione dell’azienda a seconda delle annate. Con il nome di questa linea, la cantina ha voluto sottolineare il legame storico con la città di Taurasi: al 1590 infatti risale il delitto d’onore compiuto da Carlo Gesualdo, signore di Taurasi e nipote di San Carlo Borromeo, che nello stesso anno stabilì definitivamente la sua residenza in Irpinia.

La linea Antica Hirpinia racchiude i vini top di gamma destinati a enoteche e canale Ho.Re.Ca; è prodotta dai venti ettari di proprietà dei tre soci oltre a quelli di qualche conferitore selezionato. Si aggira attorno a una produzione media di circa 10.000 bottiglie per etichetta, che vanno dalle 4000 unità del Fiano Riserva alle 15.000 del Taurasi. I vini di questa seconda linea sono stati oggetto di una degustazione, guidata dai due enologi della cantina, al rientro dal tour delle vigne organizzato dall’esperta in comunicazione Maddalena Mazzeschi.

I vini bianchi, un ventaglio dei principali vitigni irpini, convincono nell’esprimere il carattere di territorialità: iniziamo con la Coda di Volpe Irpinia Doc 2023, verticale e sapida; a seguire la Falanghina Irpinia Doc 2023, con marcati caratteri di freschezza citrina, il Fiano di Avellino Docg 2023, compatto ed elegante nei sentori di fiori di campo e miele ed il Greco di Tufo Docg 2023 che risalta il carattere salino e sentori di bergamotto.

I bianchi terminano con Desmòs, Fiano di Avellino Docg Riserva 2022, l’unico a prevedere un passaggio in barrique, opulento all’olfatto, ma strutturato e piacevole al palato. La 2023 è la prima prova per l’Aglianico Rosato Irpinia Doc che tra sentori di melagrana e mora di rovo esprime una nota acida non ancora ben bilanciata. Tra i rossi, l’Aglianico Irpinia Doc 2019, evidenzia i caratteri tipici del vitigno, ma con un tannino giovane, a tratti ancora scalpitante, nel complesso moderatamente equilibrato grazie al passaggio in legno grande da 80 ettolitri.

Il Taurasi Docg 2018, maturato esclusivamente in barrique, regala un tannino maggiormente levigato, ma non ancora perfettamente integrato. Il Taurasi Riserva Docg 2014, figlio di un’annata particolarmente piovosa, ha sentori di prugna in confettura, spezie dolci, foglia di tabacco e cenere; coerente al naso ed al palato si abbina con sorprendente piacevolezza al cremoso di cioccolato fondente con confettura di Aglianico e crema di caciocavallo che chiude il pranzo seguito al termine della degustazione.

ANTICA HIRPINIA

Contrada Lenze snc

83030 Taurasi (AV)

Tutti in treno con Irpinia Express

Non c’erano fazzoletti sventolanti al binario 2 di Avellino centrale, quando venerdì 30 agosto è partito il treno storico Irpinia Express, ma l’emozione, il fascino, le suggestioni e le attese generate da quel vecchio convoglio a trazione diesel erano evidenti tra le molte persone a bordo. E’ cominciato così, il lento viaggio lungo la via ferrata che dal capoluogo irpino raggiungeva, un tempo, il capolinea pugliese di Rocchetta Sant’Antonio.

In compagnia di Alessandro Graziano di Visit Irpinia e chef Mirko Balzano direttore artistico di Irpinia Mood, la comitiva di ospiti, giornalisti, blogger, ristoratori, fotoreporter, operatori della comunicazione hanno percorso la prima parte della tratta che da Avellino descrive il cosiddetto Cammino di San Guglielmo.

Da sinistra chef Mirko Balzano e il sindaco di Montella Rizieri Rino Buonopane

Un verde mosaico di vigneti, oliveti, boschi cedui e castagneti tra loro incastonati tra i quali fanno capolino i borghi di Salza Irpina, Montefalcione, Montemiletto, Lapio, Taurasi, Luogosano, Paternopoli, Castelvetere sul Calore, Castelfranci, Montemarano, Cassano Irpino fino alla tappa finale di Montella.

Lo storytelling degli albori della vecchia ferrovia, con l’intrigante correlata aneddotica, è stato tenuto dai volontari dell’Associazione InLocoMotivi che opera in supporto di Fondazione Ferrovie dello Stato mentre, insieme al caffè di benvenuto, venivano dispensate amorevoli coccole a base di pasticcini e croissant di Dolciarte, la rinomata pasticceria avellinese di Carmen Vecchione.

Il lento incedere del convoglio dagli allegri salottini cinabrici ha proiettato i partecipanti in una dimensione “sine tempore”, continuamente attratti da rapidi cambi di scenario, lunghe gallerie e numerosissimi ponti di intersezione dei binari con l’asta fluviale del Calore. Fino ai 35 metri di altezza del famoso ponte Principe, ardita costruzione in acciaio lunga oltre 280 metri, di realizzazione fine-ottocentesca su progetto ingegneristico della società Strade Ferrate del Mediterraneo.

L’arrivo a Montella, dopo oltre 90 minuti di viaggio per i pochissimi chilometri percorsi, ha evocato il fascino concettuale del “féstina lente”, apparente ossimoro latino: quell’affréttati lentamente del quale non siamo più capaci nel turbinio della nostra spasmodica quotidianità. Solo il tempo del trasbordo e dei ringraziamenti agli appassionati volontari di InLocoMotivi ed eccoci giunti, al cospetto di Gilberto Soriano (col suo fedelissimo e mansueto… attendente Dadà, l’asinello di casa) patron del bioparco di fattoria Rosabella che sorge a valle del Monte Accellica sviluppando lungo i rivoli sorgenti del fiume Calore.

Lungo la camminata per raggiungere la cascata della Madonnella Gilberto ha copiosamente dispensato preziose informazioni e curiosità su castagne e castagneti, biodiversità presente nel Parco, microclima e fauna dell’areale, servizi e funzioni del bioparco; al termine della piacevole escursione un ghiotto spuntino  a base di salumi e formaggi della casa accompagnati a un fresco bicchiere di Fiano o di corposo Aglianico irpini sono stati offerti come… amuse-bouche al pranzo che attendeva il gruppo di li a poco.

Solo il tempo di riprendere le navette con destinazione Casale del Monte ed ecco aprirsi un nuovo spettacolare panorama dal sagrato di Santa Maria della neve, un complesso monastico con annesso chiostro e romitorio realizzato, per successive stratificazioni storiche, a partire dalla seconda metà del XVI secolo. Gli onori di casa, questa volta, sono toccati al Sindaco di Montella nonché Presidente della Provincia di Avellino, Rizieri Rino Buonopane che, unitosi al gruppo, ha accompagnato i suoi ospiti fino al rientro in stazione FS del paese.

La bellezza mistica ed austera dei luoghi non ha affatto precluso al gusto di un ricchissimo buffet a base di ricette e preparazioni della tradizione popolare, magistralmente curato dal montellese Ristorante Zia Carmela. Indimenticabili, tra gli altri manicaretti, la zuppa di ceci e funghi porcini all’olio extravergine di ravece e il cannolo alla ricotta farcito all’istante.

La susseguente visita al romitorio è davvero imperdibile. Un sapiente lavoro di restauro e recupero funzionale ha avuto il pregio di valorizzare i luoghi esterni ed interni e le loro originarie funzioni, come nel caso delle ampie cucine, del chiostro, delle ancestrali toilette ad uso dei monaci e del locale con tetto a camino ove venivano essiccate, tramite affumicatura, le famose castagne del prete montellesi.

Proprio la castagna – massima espressione del genius loci montellese – è stata protagonista dell’ultima tappa del viaggio presso la antica e rinomata azienda castanicola di proprietà della famiglia Malerba. Il piccolo museo contadino aziendale e l’illustrazione del processo produttivo della castagna, prima in campo, poi nelle lunghe fasi di stoccaggio, lavorazione, conservazione, trasformazione ed uso gastronomico ha fatto da preludio all’assaggio del dolce frutto nelle sue numerose (dolci e salate) “interpretazioni”, non ultime l’originale liquore e la sorprendente produzione brassicola della birra alla castagna.

La tirannia del tempo che scorre, troppo veloce al cospetto di così tante ipnotiche suggestioni, ha obbligato la compagnia a salutare i propri straordinari ospiti per far rientro a Borgo ferrovia in Avellino. Non senza foto di gruppo di prammatica.

Birrificio Serrocroce: la filiera agricola ha inizio dalle acque del territorio

Vito e Carmela Pagnotta hanno gli ingredienti giusti per produrre una birra di alta qualità. Ma la qualità dal Birrificio Serrocroce a Monteverde (AV), nel cuore dell’Irpinia, non può prescindere dal concetto di artigianalità e di filiera agricola.

Guardando le pubblicità e le comunicazioni spicciole del marketing, sembra ormai tutto “artigianale”; ma cosa significa davvero un termine abusato spesso per meri fini commerciali? Da Vito la risposta è semplice: non creare birre in base alla moda ed ai gusti del momento, senza grandi quantità stereotipate e mantenendo, invece, un sapore genuino in ogni aspetto della degustazione.

Ciò è possibile solo grazie ad una filiera agricola controllata, a “metro zero”, da coltivatore cerealicolo, di luppolo Cascade e di spezie come il coriandolo. Elementi fondamentali nel rapporto di proporzioni stabilito ancora dall’Editto della Purezza del sedicesimo secolo. Manca all’appello un componente indispensabile, che segna il passo tra Uomo e Natura. Un legame profondo con il territorio d’appartenenza, non replicabile in serie: l’acqua.

Serrocroce si approvvigiona dalle riserve idriche delle sorgenti di Caposele, tramite l’acquedotto pugliese. Ma il sogno di Pagnotta è un altro: quello di poter fruire dell’acqua potabile presente nei pozzi attigui al birrificio, ad 80 metri di profondità. Acque dure, ricche di sali minerali che donano carattere e consistenza all’assaggio. D’altro canto il panorama ancora selvaggio e aspro è esso stesso un valore aggiunto per chi si trova a visitare le sue verdi terre, a 740 metri d’altezza, nel territorio di Monteverde, precisamente ai piedi del Serro della Croce, il più alto dei colli che dominano la Valle dell’Osento.

Sei le versioni ideate, dalla classica Blonde Ale all’Ambrata, per finire con le Saison (una da grano Senatore Cappelli coltivato in fattoria) ed una gustosa Apa con quel tocco amaricante dato dai luppoli selezionati. E per non dimenticare il luogo natio della famiglia, una birra venduta unicamente a Monteverde, dedicata all’infaticabile lavoro dei propri contadini che salvaguarda un intero comparto economico, evitando lo spopolamento delle campagne.

Molte, infine, le iniziative gastronomiche: dalla composta di birra, alla panificazione, ai taralli e chissà, in futuro potrebbe essere il turno di un piccolo pastificio sempre con le farine locali. Di progetti in pentola ce ne sono tanti, ma quello più importante è tra le pagine non scritte della storia e parla di sacrificio, forza di volontà e resilienza. Un amore per la terra che può capire solo chi, con la terra, si sporca le mani ogni giorno.

Taurasi chiama Barolo

Ospitiamo con piacere nella rubrica L’editoriale del lunedì un articolo “appasionato” e appassionante del collega giornalista Gaetano Cataldo.

Buona lettura

È trascorsa qualche settimana da quando il Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani ha diramato un importantissimo, rivoluzionario comunicato: il consiglio di amministrazione dell’ente vitivinicolo piemontese ha approvato alcune sostanziali modifiche ai disciplinari di competenza, diverranno effettive a patto che la maggioranza dei produttori voterà favorevolmente.

Menzioni comunali per il Barbaresco, utilizzo dei grandi formati, interscambiabilità tra le aree di Barolo e Barbaresco per vinificazione e imbottigliamento, sono alcuni dei temi. Tra le proposte di modifica c’è anche, nell’ottica di trovare valide soluzioni al cambiamento climatico, la rimozione del divieto di impiantare viti di Nebbiolo, atte a Barolo e Barbaresco, sui versanti esposti a Nord, senza però accrescere la superficie complessiva dei vigneti. Fin qui tutto bene ma, sostengono i vertici del Consorzio, a causa di un disciplinare obsoleto redatto negli anni ’60, occorre limitare il perimetro entro cui imbottigliare il Barolo e il Barbaresco, in quanto per legge deve coincidere con la zona di vinificazione, con l’obiettivo di tutelare le denominazioni da un punto di vista sia etico, che economico-commerciale.

Non è la prima volta che Matteo Ascheri, al timone del suddetto Consorzio di Tutela, propone soluzioni alternative: ricordiamo la decisione di fare passo al Vinitaly dopo il 2022, per impiegarne i costi risparmiati per far meglio in termini comunicativi per le cantine. Per il presidente Ascheri limitare l’imbottigliamento fuori dalle aree produttive è necessario perché scongiura frodi e risolve il gap fiscale inerente le esportazioni negli Stati Uniti: tali contromisure tengono conto del vigente Tree Tears System sul mercato americano, che diversifica il livello di tassazione tra importatore, distributore e dettagliante, implicando un maggior aggravio fiscale per chi esporta esclusivamente Barolo imbottigliato rispetto a chi esporta il vino sfuso, poi imbottigliato in loco.

In sostanza, se le riforme al disciplinare passeranno, si eviteranno alcuni salti nei vari passaggi tra la ricezione dello sfuso e l’imbottigliamento fuori zona, scoraggiando condizioni competitive troppo differenti tra gli attori posti a diversi livelli del mercato e si potranno prevenire le frodi e zone d’ombra.
“Devo considerare, chiedendo scusa ai miei Barolo e Barbera, che il Taurasi si deve considerare loro fratello maggiore” sosteneva l’on. Arturo Marescalchi, famoso enologo ed agronomo piemontese, nonché sottosegretario al Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, agli inizi degli anni ’30.

Per mettere in connessione gli universi Barolo e Taurasi però, basta tagliare corto e stabilire che la congiungente, in questo caso, fuori dall’indiscussa qualità di entrambe le eccellenze enologiche, è una sola: riguarda proprio gli imbottigliatori fuori dall’area di produzione. È il caso di ricordare che la denominazione di origine controllata e garantita afferente al Taurasi, non certo la sola in Campania e come tante altre in Italia, è incernierata su un disciplinare aperto, ossia che consente l’imbottigliamento fuori zona di produzione, addirittura in aree extraregionali. Tali clausole non sono riconducibili anzitutto alla docg, entrata in vigore nel ’93, ma piuttosto rappresentano un retaggio della vecchia doc del 1970, assolvendo senz’altro a necessità e urgenze dell’epoca, va riconosciuto, ma che oggi si sono cementificati in diritti acquisiti inamovibili secondo certi soggetti, gli stessi che affermano l’Unione Europea non accetterebbe restrizione ai disciplinari di produzione e che, forse, non sono al corrente del precedente epocale che si intende mettere in atto su in Piemonte.

È impensabile che nella verde Irpinia, una delle province più ricche della Campania, ricchezza che trova fondamento attraverso la preesistenza di una grande Civiltà Contadina, vi sia un dilagante spopolamento, grosse carenze infrastrutturali ed alto tasso di disoccupazione. A dirlo la stessa Confindustria nel 2023. Evidentemente indicatori economici, come ad esempio il prodotto interno lordo, non rispecchiano sempre la realtà media vissuta dalle persone comuni, con il risultato che l’Irpinia sta morendo. Il bello è che Il 29 giugno del 2022, in presenza dello stesso Matteo Ascheri, ospitato dal neo insediato Consorzio di Tutela Vini d’Irpinia presso l’Istituto Enologico “De Sanctis”, durante l’evento “Taurasi, the King of Southern Italy”, ci si riempiva abbondantemente la bocca a parlare di tali gravi problemi e del calo delle nascite persino in centri densamente abitati come Atripalda.

Tornando alla questione imbottigliatori, essa non getta certo ombre sulla rispettabilità e il livello qualitativo raggiunto dalle tantissime cantine avellinesi, ma apre certamente a delle considerazioni che il Consorzio di Tutela Vini d’Irpina, suo malgrado, dovrà affrontare. La situazione per la compagine consortile, insediatasi quasi due anni fa, è decisamente complessa da affrontare, considerando l’aver ereditato un ventennio scomodo, ma occorre lavorare per dare valore ai viticoltori, vero anello debole della catena, e favorire un ragionevole aumento del prezzo dell’uva, senza millantare reticenze da parte della comunità europea sulle variazioni di disciplinare ed evitando che il tacito ricatto di vedersi poi le uve invendute, per via delle auspicabili restrizioni a imbottigliare fuori, possano verificarsi. Occorre che il vino costituisca tangibilmente la prima base, in quanto prodotto più fortunato in agricoltura, e venga impiegato come mezzo di crescita per le economie di prossimità in seno alla comunità locale.

Irpinia: Sostenibilità, Arte, Passione e Qualità sono di casa alle Cantine Antonio Caggiano

Nel cuore dell’Irpinia, lì dove si compongono intrecci di valli ed alture tra le quali si inerpicano numerosi fiumi e torrenti, la produzione di vino è un’arte che si tramanda da secoli anche alle Cantine Antonio Caggiano

L’accumulo di differenti strati di cenere e lapilli ha dato vita a depositi tufacei, arricchimenti in minerali e presenza di strati del suolo più sciolti, determinando una peculiarità unica per una viticoltura di qualità. Difatti l’Irpinia, oggi, è la provincia campana con la più alta concentrazione di vigneti e può vantare la presenza di ben 3 DOCG: Taurasi, Greco di Tufo e Fiano di Avellino. 

Il territorio di Taurasi, antico borgo Irpino, costituisce il cuore della zona di produzione del Taurasi DOCG. Proprio qui, in questi luoghi pulsanti di colori, odori e profumi, in località Contrada Sala, sorgono le Cantine Antonio Caggiano. Per chi visita l’Irpinia, per chi ama il vino, la storia, l’arte ed il buon cibo, questa tappa è obbligatoria. Questa è terra di un popolo forte e fiero, di tradizioni contadine. E Antonio Caggiano con suo figlio Pino (Giuseppe all’anagrafe) sono uomini degni di questo territorio.

Antonio, geometra di professione, appassionato fotografo e giramondo, fonda la sua azienda dal nulla, con tanta fatica e determinazione facendo sue le parole del padre, saggio contadino: “Se non hai niente, con niente lo devi fare”! Lui ha sempre creduto nella qualità del vino irpino. E quando la maggior parte dei viticoltori della zona erano dediti alla produzione in quantità del vino, lui progettava la realizzazione di vini di qualità. Così dalla vecchia vigna di famiglia – Salae Domini – nel 1990  iniziano i lavori di realizzazione delle sue cantine. Antonio decide di fondare la sua azienda spinto da un incontenibile desiderio di dare voce alla storia e alle tradizioni della sua amatissima Taurasi. L’idea progettuale voleva la realizzazione di una cantina museo, il cui percorso concedesse ai visitatori il racconto del processo enologico in ogni sua fase, con elementi storici e moderni.

Così la cantina viene creata seguendo il profilo del terreno, con una pendenza che consente il travaso dei vini per gravità (la teoria dei vasi comunicanti), con pareti trasudanti garantendo il naturale e corretto grado di umidità e temperatura. Ovunque sono evidenti i materiali recuperati da Antonio grazie al suo precedente lavoro, anche dalle macerie del terremoto dell’80, e riutilizzati tra arte, Interior Design e sostenibilità. Tra le più belle, uniche e originali della Campania, ogni spazio diventa un racconto, ogni angolo, ogni parete, dove è possibile scorgere arnesi e utensili tipici, è testimonianza della pratica di viticoltore: una galleria di opere d’arte di legno, vetro e pietra, alcune realizzate dallo stesso Antonio, altre regalate da amici artisti rende l’atmosfera ancor più suggestiva… tutti materiali di recupero, anticipando di diversi decenni l’attenzione alla sostenibilità e all’applicazione delle 4R.

E’ una interessante passeggiata tra bottiglie a riposo in nicchie ricavate tra le pareti di pietra e barriques dove si affinano i loro grandi vini. Si incontrano elementi sacri come la cappella, un tempio ampio con una grande croce ricavata dai fondi delle bottiglie ed un altare dove ringraziare il Dio Bacco; l’installazione di un presepe accoglie tutto l’anno i visitatori… e poi sedie, tavolini, lampadari, un magnifico orologio, vari elementi di arredo, ricavati dalle assi delle vecchie botti, testimoniano l’arte del recupero di Antonio Caggiano.

Nel ’93 parte la collaborazione con l’enologo il prof. Luigi Moio, rientrato dall’esperienza francese a Digione, con il quale nasce, prima di tutto, una grande amicizia. Tanta voglia di produrre i vini più espressivi del territorio: Il Taurasi, Il Greco di Tufo, il Fiano di Avellino e la Falanghina. Sono entrambi degli entusiasti: vorrebbero che l’Irpinia venisse conosciuta come le Langhe e che l’Aglianico potesse ricevere le attenzioni del Barolo. Un obiettivo molto ambizioso, ma due grandi professionisti come loro possono sognare in grande!

Oggi conduce l’azienda Pino, figlio di Antonio, che attraverso dedizione e rigoroso lavoro in vigna e grazie ad un’appassionata e attenta interpretazione enologica, sotto la guida del padre sempre presente in cantina, ha contribuito all’affermazione di uno stile qualitativo di grande personalità, marchiando l’azienda Antonio Caggiano come grande protagonista dei vini irpini. Padre e figlio, sono le due facce di una stessa medaglia, diversi ma simili, necessari uno all’altro affinché questo luogo mantenga tutto il fascino che lo contraddistingue, due protagonisti sulla stessa tela, importanti allo stesso modo affinché il dipinto esprima il meglio di sé.

L’azienda oggi possiede 34 ettari di terreno vitato e produce circa 180000 bottiglie con equa percentuale tra bianchi e rossi. Il logo delle Cantine raffigura un arco formato da pietre impilate in equilibrio una sopra l’altra a reggere l’intera struttura sovrastante in perfetta armonia; è la celebrazione dell’equilibrio dei vari elementi che caratterizzano e animano un vino.  Le etichette con i nomi dei vini richiamano momenti, curiosità e conoscenze produttive di chi la vita l’ha vissuta a pieno.

Così il Fiano con il suo colore dorato, il finale da mandorla dolce e con le sue belle morbidezze diventa “Bechàr” dall’etichetta gialla richiamando le sabbie calde e dorate del deserto del Sahara; “Devon” con l’etichetta blu è il greco di tufo il cui colore brillante e le cui spiccate acidità e mineralità ricordano i colori e le durezze del Polo Nord…tutti luoghi che l’appassionato fotografo Antonio ha immortalato nei suoi viaggi. Poi  il “Vigna Isca Riserva”, dedicato all’eccellenza enologica di un vigneto nel comune di Lapio, dà il nome ad un fiano la cui complessità dovuta ai sentori floreali, fruttati e di erbe aromatiche è arricchita in note speziate dolci dai passaggi in legno sia in fase fermentativa che di maturazione.

Briolé” invece è il nome attribuito allo spumante metodo classico riconducendo alla briosità delle bollicine e al taglio briole dei diamanti che ne garantisce la brillantezza: è un pas dosé, sia  bianco (da Fiano) che rosé (da Aglianico) con 2 anni di maturazione sui lieviti. Il “Salae Domini” è l’aglianico ricavato dalla vigna da cui tutto è partito: i toni rossi dell’etichetta vogliono omaggiare il suo colore rosso rubino intenso e la percezione nasale dei sentori di frutti rossi, prugne e marasche, accompagnati da note speziate e di liquirizia. Lo stesso aglianico viene prodotto in versione rosata con il “Rosa Salae”, il cui nome riporta immediatamente al colore rosa tenue cristallino, ai profumi di rosa canina e ciliegia, e alla delicata sapidità che con la vivace freschezza conferiscono al vino una grande piacevolezza.

E non possiamo non nominare il “Fiagre”, vino nato dalle nozze tra Fiano e Greco di Tufo, dal color giallo paglierino, che inebria il naso con frutta a polpa bianca e un accento su fiori di pesco, acacia e ginestra ed il cui sorso è equilibrato, pieno con buona freschezza e persistenza media. Il “Taurì”, un vino rosso rubino, con un aroma che ricorda piccoli frutti rossi e neri, pepe nero e peperone verde, un sapore forte con un’accentuata presenza di tannini e un finale aromatico. E per finire il Taurasi “Vigna Macchia dei Goti”, l’oscar di casa, che Luigi Veronelli battezzò il “vino del cuore” di color rubino, profondo e compatto, ricco e complesso al naso per un insieme di profumi fruttati (prugna e ciliegie), a cui si aggiungono sfumature di liquirizia e boisé, sentori minerali e tostati, impreziositi sul finale da un tocco balsamico. Al palato è caloroso, di ottimo corpo, dove i tannini sono robusti ma ben gestiti garantendogli longevità.

Ci sarebbe tanto ancora da raccontare, ma non vogliamo spoilerare altro per non togliere troppa sorpresa a chi vorrà regalarsi una meravigliosa visita e una degustazione accompagnata da buon cibo. Se poi sarete fortunati, potreste incontrare Antonio Caggiano con la sua Nikon sotto braccio a spasso tra i suoi capolavori d’arte, di terra e di vino… un regalo unico che ricorda la frase di William S. Benwell …“Il suono morbido di un sughero che viene stappato dalla bottiglia ha il suono di un uomo che sta aprendo il suo cuore.”…