Il Pinot Grigio, questa mutazione del Pinot Nero che a grappoli non ancora invaiati difficilmente si distingue dal Re dei vitigni, il Pinot Nero, ha origini borgognone. Pertanto non italiane come l’accezione che ha oramai nell’immaginario collettivo, motivato dal fatto che poco più del 40% è prodotto nel nostro paese (seguono 26% in Francia e 7% in Germania).
Questo è l’esordio con cui Daniele Cernilli giornalista con esperienza sul vino che rasenta i 50 anni ha aperto la seconda edizione di Collio Evolution in una degustazione guidata per la stampa in una sala di Gorizia.
Sulle cifre abbiamo controllato e la realtà è leggermente diversa: secondo uno studio condotto dall’Osservatorio del vino nel 2024 da parte di Carlo Flamini in occasione dell’incontro tenuto alla World Bulk Wine Exhibition 2024 di Amsterdam, dei 72.000 ettari globali in Italia ce ne sono 33.463 che rappresentano il 46.5%, seguono invece gli U.S.A. con il 12.5%, la Germania che è effettivamente terza con 11.25%, poi l’Australia con 8.5%, e la Francia è solo quinta con 4.3% e solo 3.100 ettari vitati. Di questi quasi 33.500 ettari domiciati in suolo italico, il 45,6% è in Veneto, seguono il Friuli-Venezia Giulia con 23.8% e poco meno di 8.000 ettari vitati, e terza la Sicilia con il 9.5%. Ciò significa che nella regione giuliano friulana dimora oltre un decimo del Pinot Grogio del pianeta.

Ma procediamo avanti con la narrazione storica plurisecolare abilmente sintetizzata in venti minuti da Daniele Cernilli sul Pinot Grigio. Questa inizia col Sacro Romano Impero di cui al tempo l’Alsazia ne faceva parte. La prima testimonianza è del 1375 grazie a re Carlo IV di Lussemburgo, natio di Praga, il quale fece prelevare dalla Borgogna talee di tale vitigno per affidarle a monaci cistercensi, per piantarle sulle pendici di Badacsony, una regione collinare affacciata sul lago Balaton. Essendo il grappolo di colore grigio fu chiamato Szürkebarát, frate grigio, come il tono del saio dei frati.
E il vino prodotto era con tutta probabilità un vino rosato.
Altra testimonianza opposta è del 1565 con il barone Lazarus von Schwendi, che serviva casa d’Austria contro i turchi. Egli portò dall’Ungheria in Baden Alsazia, sua terra d’origine, delle barbatelle di tocai grigio, le quali quando ci fu la necessità di essere reimpiantate, furono prese in Borgogna, con simili ma provenienti da un altro vitigno, appunto il Pinot Grigio.
Seguitando la storia si arriva nel 1711 in Palatinato con un commerciante di vini tedesco, Johann Seger Ruland, che girando per la regione trova delle viti abbandonate e semi selvatiche ma ancora produttive. Costui ne fa un vino cui diedero il suo nome, Ruländer. In seguito si scoprirà che si trattava di Pinot Grigio.
Infine eccoci giunti in Italia, nel Friuli del 1877, con il conte Theodor de la Tour che in nozze con Elvine Ritter de Záhony riceve la tenuta di Villa Russiz e comincia a importare dalla Francia i vitigni locali quali Sauvignon, Chardonnay, e anche Pinot Grigio.
Fino a tale epoca si tratta di vinificazioni in rosato, se non addirittura in rosso, ma con il passo successivo della storia, si cambia.
E’ il 1961 e ci troviamo a Portogruaro poco distante da Venezia: la famiglia Marzotto nella tenuta di Santa Margherita vinifica il Pinot Grigio in bianco. Il motivo di questa nuova interpretazione del vitigno è dovuto all’introduzione delle presse orizzontali durante la fase di produzione. E’ la svolta storica che porterà il nostro paese a essere quello in cui è il più diffuso del mondo e in abbondanza. Successo certamente aiutato dall’accordo siglato nel 1979 d’importare il Pinot Grigio di Santa Margherita negli U.S.A. da parte della Paterno Imports di Chicago, merito di Anthony Terlato genero del fondatore Anthony Paterno. Altri grandi produttori italiani faranno seguito esportando oltre l’Atlantico, e nell’immaginario collettivo il Pinot Grigio diviene in un certo senso un vino che ci appartiene, vale a dire un bianco italico, facile da bere non impegnativo e privo della maturazione in botti di legno.
Restando in Italia, Daniele Cernilli termina con una doverosa menzione, quella di Edino Menotti, enologo recentemente scomparso e padre di Gianni, che già alla fine degli anni settanta presso Villa Russiz produceva un vino ramato, sia per distinguersi che a dimostrazione della potenzialità del vitigno con un ritorno al passato, un macerato ante litteram vinificato diversamente rispetto ai colleghi.
La situazione di oggi è che molte realtà producono il Pinot Grigio ramato, oppure anche in tale versione, e sono sempre più numerose, come il panel degli ottantasei campioni testati il giorno successivo presso l’enoteca di Cormòns ha chiaramente evidenziato: un ritorno alle origini ma con le tecniche produttive contemporanee.

LA DEGUSTAZIONE
Gli otto vini presentati sono stati quattro vini ramati e quattro bianchi. Il relatore Daniele Cernilli ha scelto d’iniziare con i ramati.
Collio Pinot Grigio Joy 2025 – Castello di Spessa – 13.5%
Ha un’evidente fragranza all’olfatto, con note di fiori freschi, bianchi, poi della frutta in fase di maturazione tra cui spicca la pesca. Al palato è fresco, teso e sapido, con ritorni di pesca e una bella ciliegia, e una nota alcolica che si deve ancora integrare.
Collio Pinot Grigio Clas 2024 – Livon – 13.5%
Emergono principalmente le note floreali che sono profumate, quasi saponose, le quali celano eventuali percezioni di frutta. Degustandolo è sapido e un pochino ruvido, con acidità malica, poco fruttato ma di buona persistenza.
Collio Pinot Grigio Ramato 2024 – Tenuta Borgo Conventi – 13%
Franganza che promette freschezza al palato, con cenni di fiori che cominciano a essere secchi tra i quali certamente la rosa, ma anche frutta come la susina. E’ un quadro elegante che si conferma assaggiandolo, pieno e sapido, e un finale ammandorlato che regala toni più mediterranei.
Collio Pinot Grigio Ramato Colgrotta 2022 – Colmello di Grotta – 12.5%
Gelsomino e pompelmo, fiori disidratati e frutta secca, sono le cifre dell’olfatto di un vino che esegue la macerazione per venti giorni e vinica al completo in anfora. Al palato è ampio e succoso, con percezioni di skin dell’uva, e con toni balsamici cui appartiene la canfora.
Collio Pinot Grigio 2025 – Borgo Savaian – 13.5%
Vivace e profumato, si declina nel mondo del floreale, bianco e giallo, con appena un po’ di volatile. Giunge poi la pera che domina la scena fruttata. Pera che si conferma protagonista del palato, che è molto teso, ma soffre un poco, purtroppo, di scarsezza gustativa.
Collio Pinot Grigio 2025 – Francesco Rotolo – 13%
Olfatto dove spiccano le note fruttate, pera, albicocca e susina, e qualche cenno di frutto esotico. Un’interpretazione moderna che si conferma assaggiando il calice, con ritorni fruttati, e una sapididità rilevante.
Collio Pinot Grigio 2025 – Sturm – 13%
Pur non mancando di note fruttate, è il floreale e mielato che dominano la scena, con riconoscimenti, o almeno noi pensiamo, di acacia e tiglio e i rispettivi mieli. Al palato è fortemente teso e fresco, con sensazioni citrine di lime, sapido e di una beva intrigante.
Collio Pinot Grigio 2025 – Villa Russiz- 14% Naso importante, con frutta fresca quale pesca, e fiori bianchi e gialli, ma non manca una percezione di rosa. E poi della mediterraneità con un mazzo di erbe aromatiche. Il palato è teso, pieno e sapido, un vino caldo e confortevole, strutturato, una leggera percezione di residuo zuccherino, e che pecca solamenete di una nota alcolica troppo evidente.



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