Ritratti | Storie di vita e percorsi fuori dall’ordinario
A Piana di Monte Verna, nel Casertano, ho incontrato Teresa Caruso, per tutti Teresina. Sessant’anni, una famiglia, un’azienda agricola e un’intera esistenza dedicata al lavoro. Sono andata per ascoltare la sua storia. Lei, prima ancora di raccontarmela, mi ha chiesto di togliermi le scarpe.

La prima cosa che Teresina mi chiede è di togliermi le scarpe.
Non è un dettaglio da poco, almeno per me. Porto quasi sempre i tacchi e non me ne separo facilmente, nemmeno quando le interviste mi portano tra i vicoli del centro storico di Napoli, dove ogni passo richiede una certa abilità. Eppure, a Piana di Monte Verna, non faccio nemmeno in tempo a cominciare la nostra chiacchierata. Le mie scarpe non vanno bene. Teresina mi fa indossare un paio di stivali e mi porta direttamente nell’orto.
È da lì che vuole cominciare.
Probabilmente, se le avessi chiesto di raccontarmi chi è, mi avrebbe parlato dei figli, del marito, delle mucche, del caseificio, delle cose da fare. Della vita che conduce da sessant’anni. E avrebbe avuto ragione. Perché, mentre io cerco una storia da raccontare, lei continua semplicemente a vivere la propria.
Camminiamo tra le coltivazioni. Teresina mi mostra quello che cresce, mi spiega il lavoro necessario, i tempi da rispettare, le attenzioni quotidiane. Parla della terra con una familiarità che non ha bisogno di grandi discorsi. Qui una verdura nasce dopo settimane di cura, può essere compromessa da una grandinata, può non arrivare a maturazione. Un raccolto abbondante oggi non garantisce quello di domani.

Per chi compra, un pomodoro è un pomodoro. Per chi lo ha coltivato, è anche tutto quello che è successo prima di raccoglierlo.
La ascolto e penso a quante cose abbiamo smesso di vedere dietro ciò che portiamo a tavola.
Poi, quasi senza cambiare tono, Teresina mi racconta di quando aveva sei anni.
Sua madre la faceva salire su un mulo per andare a prendere il latte di pecora. Suo padre, mi dice, faceva il pecoraro. Lei affrontava quel tragitto da sola, in groppa all’animale, recuperava il latte e lo riportava a casa.
Sei anni.
Provo a immaginare quella bambina sul mulo, il tragitto da compiere, la responsabilità di tornare con il latte. Per lei è un ricordo d’infanzia. Per me è difficile non fermarmi a pensare a quanto presto, in alcune famiglie, si impari a essere necessari.
Teresina non racconta quell’episodio per suscitare ammirazione. Non cerca riconoscimenti per la fatica affrontata, non attribuisce alla propria infanzia un carattere eccezionale. È cresciuta così. Il lavoro faceva parte della vita, proprio come la famiglia, gli animali, la campagna.
E, ascoltandola, comincio a capire che forse è proprio questo il punto più difficile da afferrare per chi arriva da fuori: la distanza tra ciò che noi consideriamo straordinario e ciò che, per lei, è sempre stato normale.

La vita che passa attraverso le mani.
Mentre parliamo, poco distante da noi, il nonno è seduto in un angolo, tra le bottiglie di passata di pomodoro e le uova fresche che Teresina ha appena raccolto dalle galline.
Sta sbucciando una zucca.
È una di quelle scene che, a raccontarle, sembrano pensate per un film, ma che qui non richiedono alcuna preparazione. Tutto accade mentre il resto continua.
Il nonno mi spiega che un tempo le zucche venivano destinate ai maiali.
«Adesso abbiamo preso noi il posto dei maiali», osserva.
Mi viene da ridere. È una battuta meravigliosa, pronunciata con quella schiettezza che appartiene a chi ha visto cambiare il mondo senza sentire il bisogno di commentare ogni cambiamento.

Teresina intanto va in casa a prendere delle fotografie.
Quando torna, mi mostra immagini di una vita trascorsa accanto al marito, Arcangelo Santabarbara. Sono insieme mentre lavorano il formaggio, mentre si occupano dell’orto, mentre portano avanti un’attività che ha impegnato entrambi per decenni.
Quelle fotografie aggiungono qualcosa alle sue parole. Mi restituiscono la continuità del lavoro, gli anni trascorsi fianco a fianco, la costruzione quotidiana di un’impresa familiare.
Poi arriva il 2004.
Teresina ricorda la crisi della Parmalat e le difficoltà che portarono la famiglia a ripensare il proprio rapporto con la produzione del latte. Fino a quel momento allevatori, decidono di fare un passo ulteriore: trasformare direttamente ciò che producono.
Nasce così il caseificio La Teresina.
Una decisione imprenditoriale importante, arrivata dopo anni di esperienza e in un momento in cui bisognava trovare nuove risposte alle difficoltà del settore.
Il latte delle loro vacche comincia a diventare mozzarella, caciocavallo, primo sale e altri formaggi lavorati in azienda. La produzione cresce attorno a ciò che la famiglia conosce meglio, mantenendo un legame diretto tra allevamento, trasformazione e vendita.

Mi colpisce il modo in cui Teresina attraversa questi ricordi. Racconta le scelte, le difficoltà, le giornate di lavoro. Non sembra interessata a costruire una versione eroica della propria esistenza.
Eppure, guardando quelle fotografie, io continuo a vedere il percorso di una donna che ha saputo lavorare, decidere, adattarsi e ricominciare ogni volta che è stato necessario.
La forza di lasciare spazio.
Oggi nell’azienda ci sono anche Angelo e Giovanni, i suoi due figli.
Angelo ha studiato Agronomia e ha portato le proprie competenze all’interno dell’attività familiare. Giovanni è parte dello stesso percorso, contribuendo alla vita e alla crescita dell’azienda.
Teresina mi parla di loro con l’orgoglio di una madre e con la concretezza di chi conosce bene quanto sia impegnativo portare avanti un’azienda agricola.
Teresina ha trasmesso ai figli un patrimonio di gesti e conoscenze maturato nel lavoro: la lavorazione del latte, la cura degli animali, la capacità di capire il terreno e di sostenere ritmi che non prevedono molte pause.
Ma ha anche lasciato loro spazio.
Ha permesso che gli studi, le competenze e le idee dei figli entrassero nell’azienda, modificandone il percorso e aprendo nuove possibilità.

È una qualità che riconosco nelle persone capaci di guardare lontano: consegnare ciò che si è costruito senza pretendere che rimanga esattamente come lo si è lasciato.
Teresina continua a essere presente, a lavorare, a prendere parte alle decisioni. La sua esperienza resta un riferimento, ma non diventa un limite per chi viene dopo.
Forse è anche così che si misura il successo di una vita dedicata a un’impresa familiare. Nella possibilità che i propri figli abbiano gli strumenti per proseguirla, interpretarla e farla crescere.
La donna che tutti vengono a cercare.
A un certo punto della sua vita, Teresina è diventata anche un volto dei social.
La cosa mi diverte, soprattutto mentre la osservo passare con assoluta naturalezza da un’attività all’altra.
Quando in famiglia è arrivata l’idea di raccontare l’azienda attraverso la comunicazione digitale, la sua risposta è stata essenzialmente pratica: bisogna farlo? Facciamolo.
E così Teresina si è ritrovata a parlare davanti a una telecamera, a mostrare la preparazione dei formaggi, il raccolto, le attività della giornata, le ricette e tutto quello che conosce da sempre.
La sua popolarità è cresciuta. Sono arrivate persone da luoghi sempre più lontani, incuriosite dai video e desiderose di conoscere l’azienda. Anche la televisione si è interessata a questa realtà, fino al racconto di Linea Verde su Rai 1.
La cosa singolare è che Teresina continua a raccontare il proprio lavoro mentre lo svolge.
Lo sta facendo anche adesso, con me.
La nostra conversazione viene interrotta più volte. Arrivano clienti, persone che vogliono salutarla, qualcuno che desidera scambiare due parole.

«Siamo venuti per lei, Teresina.»
È una frase che sento pronunciare e che mi rimane impressa.
Sono venuti per lei.
Non soltanto per acquistare i formaggi, la carne o le verdure. Sono arrivati per conoscere quella donna che hanno imparato a seguire attraverso uno schermo e che, evidentemente, sentono già un po’ vicina.
E io mi chiedo che cosa ci sia davvero dietro un successo come questo.
Probabilmente qualcosa che nessuna strategia di comunicazione, da sola, riuscirebbe a costruire: la capacità di suscitare fiducia, simpatia, affetto, semplicemente mostrandosi per ciò che si è.
Per tante persone Teresina è diventata un volto familiare attraverso i social. Ma il rapporto che si crea attorno a lei supera la curiosità per ciò che produce e vende.
C’è chi arriva per conoscerla, chi torna per salutarla, chi desidera ascoltarla parlare del suo lavoro.
E Teresina, intanto, continua a lavorare.
Non interrompe la sua giornata per interpretare il ruolo della donna che tutti vogliono conoscere. Accoglie chi arriva nel mezzo della propria giornata, con tutto ciò che quella giornata comporta.
È probabilmente questo che mi colpisce di più: la sua capacità di rimanere esattamente dov’è, mentre attorno a lei è cambiato il modo in cui il mondo la guarda.

Quando arriva il tramonto.
Il tempo passa e fuori comincia a scendere la sera.
Mi accorgo che la nostra chiacchierata è durata molto più di quanto avessi immaginato.
Ho ascoltato la storia di una bambina che a sei anni andava da sola a prendere il latte. Di una ragazza cresciuta nei campi. Di una donna che ha costruito un’azienda accanto al marito, che ha cresciuto due figli e ha saputo accompagnarli nelle loro scelte. Di un’imprenditrice che ha attraversato cambiamenti economici, trasformazioni del lavoro agricolo e persino una nuova forma di notorietà.
Ho visto il nonno sbucciare una zucca, le fotografie di famiglia, le uova appena raccolte. Ho incontrato persone arrivate da lontano soltanto per poterle stringere la mano.
Contadina, casara, allevatrice, imprenditrice, madre, volto social.
Sono tutte definizioni corrette. Nessuna, da sola, è sufficiente.
È arrivato il momento di salutarci.
Teresina mi accompagna verso l’uscita. Io devo tornare a Napoli, lei ha ancora del lavoro da fare.
L’azienda si è ampliata e da poco è nata anche la macelleria. Bisogna preparare ciò che sarà destinato alla vendita del giorno successivo.
Il sole sta tramontando, ma per Teresina la giornata non è ancora finita.
Ripenso alla bambina di sei anni in groppa a un mulo e a quella donna di sessant’anni che ho davanti. A tutto quello che è successo nel mezzo.
Mi rimetto i tacchi e vado via.
Teresina resta. Ha ancora qualcosa da fare.
Per me è finita un’intervista. Per lei è stata una giornata come tante.



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