Impossibile non tener conto delle varie espressioni enologiche celate in Italia. Vitigni, denominazioni, territori, un universo di connessioni dove la sopravvivenza stessa dei produttori è legata a doppio filo alla comunicazione e con le Amministrazioni pubbliche. Si capisce ancor maggiormente quanto sia stato duro lo sforzo per unire visioni e areali distinti come nell’Associazione Appennino Toscano, nata nel 2012 sempre in continua trasformazione.

Il presidente Cipriano Barsanti guarda con ottimismo al futuro, non nascondendo timori legati alla situazione economica mondiale: “Nelle nostre valli – Lunigiana, Garfagnana, Mugello, Casentino, Valtiberina – che dal confine con la Liguria si susseguono fino ai limiti dell’Umbria – il vino ha fatto parte di un’agricoltura marginale, di sussistenza e tradizione, raramente di cospicui investimenti e pianificazioni. In questo quarto di secolo forse qualcosa è cambiato. Dopo i primi esperimenti, la coltivazione del Pinot Nero è diventata una possibilità d’impresa e di occupazione, tanto che sono nate nuove aziende e alcune già esistenti hanno esteso a questo vitigno la propria attività”.
Il Pinot Nero, perché di questo si tratta ad Eccopinò 2025, ha sfumature e caratteristiche ben distinte da zona a zona. Ma siamo certi che il discorso non sia più ampio, guardando anche ad altre uve coltivate o all’attrattività turistica di cui sono intrisi luoghi ancora in parte inesplorati? Veicolare, dunque, l’Appennino Toscano e non il varietale è la vera mission, creando possibilmente unione tra diverse entità locali dalla ristorazione, al settore hospitality per finire verso visite guidate e degustazioni a tema.

Un problema cardine di molti territori che cercano il volano per proporsi con la giusta veste all’attenzione di mercati esigenti. Il sodalizio tra le 4 vallate è un ottimo punto d’inizio, ma un potenziale limite nel gestire conflittualità dovute ai numeri in crescita. Tuttavia è altresì la strada maestra da seguire per evitare la frammentazione e relativa scomparsa degli attori in gioco, anche per rendere onore, bisogna ammetterlo, alla qualità media davvero interessante dei vini in rassegna, con meno picchi assoluti d’eccellenza, ma tanta concretezza.
Vini dotati di piacere di beva, immediatezza di contenuto e carattere, gioia stessa del sorso contemporaneo. Il consumatore medio è infatti stanco di riflessioni oltre misura su potenziale, vibrazione e chissà quante altre fesserie a chilometro zero. All’estero poi sono discorsi totalmente privi di significato: il vino o è ben fatto e da subito godibile o semplicemente è fuori dal concetto vendita. E poco importa il prezzo.

Il percorso intrapreso dall’Associazione Appennino Toscano forse parlerà, un giorno, anche di Riesling, di Trebbiano, di Olio Extravergine d’Oliva e di altre eccellenze dell’agroalimentare. Una sfida dura, ma non impossibile osservando l’aumento degli ettari e degli associati iscritti rispetto ai blocchi di partenza.
Per adesso, che Pinot Nero sia, del doman… c’è qualche certezza! Veniamo agli assaggi proposti durante la manifestazione allestita nello storico Spazio Brizzolari, dove arte moderna e vino si sono incontrati in un profondo abbraccio all’insegna della bellezza.

Macea – Macea 2021 – l’azienda di Barsanti condotta assieme al fratello e al nipote è un cardine al confine tra Lunigiana e Garfagnana, nella media valle del Serchio. Lavoro sul Pinot Nero e su 39 autoctoni non iscritti a registro, seguendo le indicazioni del compianto prof. Scalabrelli luminare dell’agricoltura toscana. Il vino è confortante, ricco di frutti di bosco e fuori dagli schemi per il minimo interventismo in cantina. Basta solo saper attendere. Genio e sregolatezza.
Casteldelpiano – Melampo 2019 – Sabina Ruffaldi propone una versione densa e materica di Pinot Nero, nato su terreni alluvionali. Esperienze in altri settori, si sono adattati benissimo alla coltivazione della vite e dell’ulivo con riadattamento di camere restaurate per godere del respiro bucolico della Lunigiana. Tenerezza d’insieme.
Tenuta Baccanella – Baccarosso 2021 – Giulio Cappetti è un vulcano di emozioni. Straordinario l’en primeur 2024 assaggiato durante la cena al Bistrò Pasta e Pasticci con dei deliziosi tortellini al bollito di carne. La mano delicata dell’enologo David Landini si sente, anche se la 2021 risulta un pelo macchiavellica nel voler ricordare il sogno di Giulio: fare del Mugello la nuova Borgogna. Concetrazione di frutto, qualche tannino irsuto, ma la goduria di beva della giovane 2024 non viene eguagliata. Irrefrenabile.

Fattoria di Cortevecchia – Primum 2018 – famiglia di industriali esportatori in tutto il globo. A Sandro Bettini sembrano riuscire bene diverse cose: intriganti i Metodo Classico di pronta uscita (il pioniere nel Mugello per questa tipologia), sia Blanc de Noir che Rosè. Bello come un chiaroscuro di Caravaggio il Primum, legato all’annata più fresca rispetto alle recenti. Temperante.
Il Rio – Ventisei 2019 – il migliore di giornata. Commentando con Fabio Pracchia – redattore Slow Wine e conduttore della masterclass, sembra che la 2019 abbia davvero una marcia in più rispetto ad altre vintage. Ma qui il lavoro dell’ex ciclista dilettante Paolo Cerrini è impareggiabile. Tra i primi a crederci sul serio, ripropone in vigna l’antico sistema d’allevamento a Lyra detto localmente “biforca mugellana”, utile per evitare ustione dei grappoli in estate e gelate in primavera. Eleganza, colori tenui e tanta salinità finale, quasi infinita. Un Maestro.
Terre di Giotto – Gattaia 2020 – cru tra i più alti dell’areale a quai 600 metri. Michele Lorenzetti ha esperienza da vendere in qualità di consulente enologico per diverse realtà italiane. Con la sua piccola cantina è riuscito nell’impresa di eguagliare la ricchezza cromatica e tannica del Pinot Nero in stile Pommard. Nuance ferrose, frutto denso e scuro e tanta sapidità sul finale. Da ascoltare con pazienza; stravagante e ironico invece il suo Riesling Renano in purezza, vinificato in cemento contenitore in cui Michele crede fermamente. Visionario.
Bacco del Monte – Monteprimo 2021 – Azienda giovane condotta dalla famiglia Bacci, che nel 1985 si trasferisce “al Monte”. Bassi solfiti e zero filtrazioni, il suo vino ha stoffa da vendere, ma abbisogna ancora di tempo per migliorare alcune spigolosità nel controllo della potenza. Ne riparleremo.

Borgo Macereto – Il Borgo 2021 – Ben 20 gli ettari complessivi, di cui 6 vitati sulle colline tra Mugello e Valdisieve. Biologici da sempre, il loro Pinot Nero dimostra coerenza e adesione al varietale, dal primo all’ultimo sorso. Scuro nel finale speziato, potrebbe guadagnare agilità in futuro, ma siamo ai primi vagiti. Impavidi.
Fattoria il Lago – Pinot Nero 2022 – Un tempo di proprietà dei Marchesi Vivai-Bartolini-Salimbeni, posta ai confini del Chianti Rufina, ne eredita le caratteristiche principali. Altezza e arenaria uguale acidità e tannini fitti, bilanciati da lievi surmaturazioni delle uve che donano corpo al vino in maniera naturale. Elegante e saporito biglietto da visita.
Frascole – Pinot Nero 2019 – Dal 1992 le famiglie Lippi e Santoni lavorano terreni aspri e ripidi a 500 metri d’altezza. Siamo tra Mugello e la Rufina, qui si parla anche di Sangiovese che Frascole sa enfatizzare al meglio. Il loro Pinot Nero è uno dei migliori degustati, con quell’evoluzione al sapore di tamarindo ed erbe officinali tipica e identitaria. Averne.
Ornina – Ornina 2019 – Azienda conosciuta sin dagli albori, quando lo stile biologico e biodinamico prevaleva, a volte, sul piacere di beva. Marco Bigioli ha fatto tesoro della propria storia ed i campioni proposti oggigiorno sono fini e serbevoli. Degno rappresentante del Casentino, al pari di altri big come Vincenzo Tommasi e Federico Staderini che hanno fatto scuola in Toscana. Lungimirante.
Fattoria Brena – Sopra 2020 – Giancarlo Bucci da San Pietro a Dame sopra Cortona guarda tutti dall’alto con i 700 metri d’altezza dei suoi poderi. La Val Tiberina da una parte e la Valdichiana dall’altra, da eroico viticoltore ha resistito alla tentazione di andar via, convincendo altri colleghi a venire accanto a lui recuperando suoli incolti ora vantaggiosi per l’andamento climatico. Undici cloni di Pinot Nero, parte francesi e parte italiani, un vino che sa di grafite, chiodi di garofano ed affumicature, sovrastate da golosità di bocca al sapore d’arancia sanguinella. Stoico.



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