VitignoItalia | Il vino, a Sud.

Comincia oggi, 5 giugno 2022, la sedicesima edizione del Salone VitignoItalia.

3 giorni nella splendida cornice di Castel dell’Ovo di Napoli dove 300 cantine italiane per oltre 2000 etichette si mostreranno al pubblico e a oltre 30 buyer. In programma degustazioni guidate da Scuola Europea Sommelier, Ais Campania e Fisar.

Dopo due anni di stop, si ritorna finalmente con oltre 20 ore di degustazioni e convegni.

A cura di Scuola Europea Sommelier

Domenica 5 Giugno – ore 16:30
Umani Ronchi
I VITIGNI BIANCHI DELLA COSTA ADRIATICA – Dai Castelli di Jesi all’Abruzzo
In degustazione:
VECCHIE VIGNE 2020 – Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Doc (BIOLOGIO)
VECCHIE VIGNE 2016 – Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Doc (BIOLOGIO)
PLENIO 2020 – Castelli di Jesi Verdicchio DOCG Classico Riserva
PLENIO 2010 – Castelli di Jesi Verdicchio DOCG Classico Riserva
CENTOVIE 2020 – Colli Aprutini Igt Pecorino (BIOLOGICO)

Domenica 5 Giugno – ore 18:30
FRESCOBALDI
Da quell’incontro, Luce fu
Erano gli anni Settanta, quando il Merlot fece il suo ingresso a Montalcino per mano della Famiglia Frescobaldi.
Così, quando a metà anni Novanta, Vittorio Frescobaldi incontra Robert Mondavi è anche grazie a quell’esperienza pionieristica che si dà inizio a un nuovo capitolo nella storia dei grandi rossi toscani.
Entreremo in questo fantastico progetto realizzato attraverso una verticale di Tentua Luce, 2011 – 2013 – 2019.

A cura di Ais Campania

Lunedì 6 Giugno – ore 15:30
MARISA CUOMO
VERTICALE FIORDUVA 2007 – 2009 – 2015 – 2017 – 2019 – 2020
“Un vino appassionato che sa di roccia e di mare” – L. Veronelli
conduce: Luciano Pignataro

Lunedì 6 Giugno – ore 17:30
Le Famiglie Storiche – L’Amarone 2011:
Allegrini, Begali, Brigaldara, Guerrieri Rizzardi
Masi, Musella, Speri, Tedeschi, Tenuta sant’Antonio
Tommasi, Torre d’Orti, Venturini, Zenato
conduce: Luciano Pignataro

Lunedì 6 Giugno – ore 19:00
FEAMP
Degustazione con abbinamento ai prodotti ittici e presentazione della guida
aziende vitivinicole campane a cura dell’Assessorato Agricoltura e Ais Campania

CONVEGNI

Lunedì 6/Giugno – ore 14:00 / 19:00 – HOTEL VESUVIO (Sala Mascagni)
Concorso Miglior Sommelier della Campania.
AIS CAMPANIA

A cura di Fisar

Martedì 7 Giugno – ore 15:30
ETNA – PASSOPISCIARO
Passobianco 2019 | Passopisciaro
Passorosso 2019 | Passopisciaro
Contrada C 2019 | Passopisciaro
Contrada G 2019 | Passopisciaro

Martedì 7 Giugno – ore 17:15
FEUDI DI SAN GREGORIO
PRESENTAZIONE PROGETTO GREASE: TECNOLOGIE 4.0 PER LA GESTIONE SOSTENIBILE
DEL VIGNETO E MIGLIORAMENTO DELLA QUALITA’ DEL VINO GRECO.
DEGUSTAZIONE DEI VINI SPERIMENTALI OTTENUTI.

Martedì 7 Giugno – ore 18:30
La Falanghina – Regina bianca della Campania:
Azienda Agricola Nugnes – Falerno del Massico bianco doc “Tacito”
Azienda Agricola I Mustilli – VIGNA SEGRETA FALANGHINA DEL SANNIO – SANT’AGATA DEI GOTI DOC 
Azienda Salvatore Martusciello – FALANGHINA DOC CAMPI FLEGREI “SETTEVULCANI “
Azienda Terredora di Paolo – Campania Falanghina IGT
Azienda Albamarina – Falanghina del Cilento

CONVEGNI

Martedì 7 Giugno – ore 17:30 – HOTEL VESUVIO (Sala Mascagni)
EXTRA VERGINE – UN FUTURO SOSTENIBILE
BRANDING – TRACCIABILITA’ – TRADIZIONE – TURISMO

Introduzione Raffaele Amore – Presidente Comitato Promotore Olio Campania I.G.P.
TERESA DEL GIUDICE – Ordinaria di Economia Agraria Federico II Napoli
GIUSEPPE FESTA – Direttore del Corso “Wine Business”, Università di Salerno
LUCA MARTUSCELLI – Presidente Associazione Unisapori, Università di Salerno

conclusioni: Nicola Caputo – Assessore all’Agricoltura Regione Campania
modera: ITALO SANTANGELO – Agronomo Pubblicista

Sono stati invitati ad intervenire rappresentanti dei Consorzi di Tutela,
delle organizzazioni professionali agricole, del mondo della ricerca e delle categorie interessate.

Martedì 7 Giugno – ore 19:00 – CASTEL DELL’OVO (Terrazza)
Premiazioni:
50 Top Italy Rosé – Guida ai Migliori Rosati d’Italia 2022

Foto: vitignoitalia.it

Dal 5 al 7 giugno 2022 / 15:00 – 22:00
Castel dell’Ovo
Via Eldorado, 3 – Napoli

Ticket acquistabili su: https://www.azzurroservice.net/biglietti/vitignoitalia-2022

La Campania del vino fa prove di convivenza. Campania.Wine

Non è facile! Non sarà mai facile!
Che sia dettato da sentimenti di passione e di amore verso il vino, o da convenienza,
poco conta: c’è una novità!
Combinazioni astrali che coincidono, pezzi di puzzle che s’incastrano i perfettamente, non da meno l’approvazione inaspettata di un finanziamento europeo, hanno fatto si che, dopo l’appuntamento di ottobre si sia presentata l’occasione per i consorzi del vino campani, di scendere in campo uniti, sotto un’unica bandiera, quella di CAMPANIA.WINE
Qualcuno ha pensato e detto sottovoce, che sarebbe stato meglio prendersi del tempo, per evitare qualche errore organizzativo, altri invece, quelli propositivi, sono stati felici di partecipare a quella che potrebbe essere una svolta epocale.

Il futuro sta nella visione: “da soli si va veloci, insieme si va lontano”
Tre appuntamenti:Il primo a Palazzo Reale.
Location affascinante, un viaggio nel tempo emozionante:
l’invito a corte, l’ingresso da Piazza del Plebiscito, il salone delle armi del maschio An attraversare lo scalone d’onore (che Montesquieu definì la scala più bell’d’Europa) sedersi tra le poltrone del teatro privato, ma anche solo affacciarsi e trovarsi difronte il colonnato e la Basilica che circondano e racchiudono la piazza.


150 produttori coinvolti nelle degustazioni “walk around wine tasting.
masterclass di approfondimento sulle bollicine, rosati, bianchi e rossi Campani, presentate dal giornalista eno-gastronomico Luciano Pignataro, accompagnate dai riferimenti storico/culturali, risultate leggere e fruibili anche da un pubblico meno dotto.
I Forum, durante i quali si sono confrontati i consorzi e tutti gli attori regionali e ministeriali dell’agricoltura, hanno avuto come tema:”Le indicazioni geografiche come patrimonio sostenibile della Campania e il ruolo dei consorzi di tutela” 



Nei video che seguono, troverete spunti di riflessioni e pensieri degli attori principali dell’evento.
Grazie A Campania.wine, ma soprattutto a Luciano Pignataro, che da bravo mentore, ci porta nei posti in cui la passione e la cultura del fare, inebria l’aria, come quella che si respira in cantina quando il “Mosto” fermenta.
Sarà un piacere poterne seguire gli sviluppi, piena e totale disponibilità, nel nostro piccolo, ai consorzi.

Cantina San Michele Appiano presenta FALLWIND

La convinzione di valorizzare al massimo e di narrare il terroir della Cantina San Michele Appiano.
È con questi valori che nasce FALLWIND, il marchio che rappresenta al meglio il territorio e la zona di coltivazione della cantina eccellenza dell’Alto Adige.
“La qualità non conosce compromessi” la frase del winemaker Hans Terzer composta dalle parole che più contraddistinguono il lungo percorso di San Michele Appiano, cantina eccellenza dell’Alto Adige.
Per lui, che da oltre 40 anni perfeziona anno dopo anno con passione i vini che questo terroir sa offrire, ogni varietà ha bisogno di una collocazione particolare in vigna, con rese che devono essere improntate sulla qualità. Affinché questa qualità sia sempre garantita, ecco l’idea di rilanciare i vini, precedentemente rientranti nella linea SELEZIONE, che al meglio rappresentino il loro terroir, chiamandoli con il nome del vento di caduta che caratterizza tutta la zona di coltivazione della Cantina San Michele Appiano, FALLWIND.

FALLWIND, così chiamato da sempre dalla popolazione locale, è il vento che soffia ogni giorno e veglia sui vigneti, in grado di creare il microclima perfetto perché le uve siano al massimo del loro splendore e capaci di donare, grazie al prezioso lavoro dei soci viticoltori di San Michele Appiano, vini caratterizzati da freschezza, proprietà aromatiche e longevità.
È su questi valori, considerati il pilastro della produzione vitivinicola di San Michele Appiano, che si è ritenuto necessario evolvere sotto un unico nome rappresentativo per tutto il territorio, ossia FALLWIND, tutti i vini provenienti dai vigneti selezionati, ambasciatori del proprio terroire che rispecchiano in modo unico i punti di forza dei vari piccoli impianti.
Si tratta di singoli terreni su cui viene coltivata la vite da secoli.

A seconda della varietà, i vini vengono vinificati in acciaio o in legno con l’obiettivo di raggiungere una piena complessità e un bouquet raffinato.
La cura in vigna grazie all’intenso lavoro manuale sotto le rigide direttive sulla qualità, li contraddistinguono in Italia e nel mondo come vini ricercati, di carattere e ben strutturati.
Dieci i vini di FALLWIND tra i bianchi e i rossi dell’Alto Adige che al meglio esprimono il suo terroir: per i bianchi Sauvignon, Chardonnay, Pinot Grigio, Riesling e, novità, l’introduzione nella selezione il Gewürztraminer prodotto da vitigno autoctono.
Per i rossiPinot Noir Rosè, Schiava e leRiservePinot Noir, Lagrein e Merlot Cabernet. Fuori dal coro, ma parte della selezione della CantinaSan Michele Appiano, è il Pinot Bianco Schulthauser che mantiene nome e sua etichetta storica.
È ottenuto dai vigneti dell’omonima zona sopra Castel Moos ad Appiano Monte tra i 540 e i 620 metri di altezza.
Considerato tra i vini bianchi più importanti della cantina per qualità e per la sua storia, questoPinot Bianco viene prodotto per la prima volta nel 1982.
L’immagine di FALLWIND è rappresentata da una simbologia narrativa, che è espressa da un’importante iconografia sull’etichetta dei vini:un’antica incisione del Macaion, parte del massiccio della catena montuosa della Mendola che sovrasta sulla Strada del Vino diAppiano.
Non manca il simbolo che raffigura lo stemma dei signori di Appiano nato nel primo periodo medievale, composto da una stella e un chiaro di luna calante, icone colme di storia e significato, che si perdono tra i miti nelle pieghe del tempo e ancora oggi di grande valenza espressiva.
E infine, è incisa la frase in latino Ventus ferat, Ventus creat (ossia “il vento soffia, il vento crea”), elemento tra tutti gli altri della natura che rende perfetto il microclima che caratterizza il terroir e garantisce e preserva la qualità dei vini della Cantina San Michele Appiano

Esperienza immersiva nel territorio della Valpolicella e del Lago di Garda in occasione di grandi e piccoli eventi organizzati a Villa Cariola

Non solo in vacanza, Villa Cariola offre l’opportunità di vivere e scoprire il territorio della Valpolicella e del Lago di Garda in occasione di un evento. Matrimoni, meeting aziendali, cene di gala, eventi intimi o grandi ricevimenti sono l’occasione perfetta per concedersi qualche giorno di relax nella splendida dimora storica e Boutique hotel 4 stelle a Caprino Veronese e per godersi al contempo un’esperienza immersiva grazie alle iniziative promosse dalla struttura.
 
Caprino Veronese (VR), 31 marzo 2022 – Matrimoni, meeting aziendali, cene di gala e workshop. A Villa Cariolasplendida dimora storica e Boutique Hotel 4 stelle a Caprino Veronese, ogni occasione è perfetta per concedersi un’emozionante esperienza immersiva tra lago, colline e vigneti. Il motivo? Villa Cariola non solo gode di una posizione strategica ai piedi del Monte Baldo e a soli 15 minuti dal Lago di Garda, ma è anche ambita location per l’organizzazione di eventi e per la ricca proposta di ospitalità e attività alla scoperta del territorio.
 
Dotata di numerose sale interne in stile settecentesco, terrazze panoramiche, una vista unica sulla Valpolicella e la disponibilità, in ogni fase dell’organizzazione, di una wedding planner, Villa Cariola è meta esclusiva per la celebrazione di matrimoni, tanto da essere stata premiata dal 2016 al 2021 con il Wedding Awards di matrimonio.com. La Sala Feste, con i suoi ampi e luminosi spazi, può accogliere fino a 200 persone e consente di accedere direttamente al suo interno con allestimenti ingombranti, auto e altre attrezzature. Per gli eventi più intimi, l’elegante Sala Note, con i suoi affreschi rinascimentali, può ospitare fino a 90 persone.
 
Le Sale della Villa e gli spazi esterni vengono allestiti su misura e attrezzati con le più moderne tecnologie, diventando location d’eccellenza anche per piccoli e grandi eventi aziendali, meeting, workshop e congressi. L’esclusivo ristorante interno, con l’offerta di una selezione di piatti della tradizione, rivisitati in chiave moderna, e cucina internazionale, è il fiore all’occhiello di Villa Cariola per l’accoglienza di cene di gala per oltre 400 persone.
 
Ad offrire professionalità ed assistenza in ogni fase dell’organizzazione, il manager della struttura Omar Gastaldelli che dichiara: «Ogni tanto mi viene chiesto come si fa ad organizzare eventi di successo. A questo sono solito rispondere che, anche dopo oltre 15 anni e migliaia di eventi organizzati, è la soddisfazione e la gioia dei nostri clienti, che apprezzano il nostro impegno e la nostra professionalità, che ci spinge a dare sempre il meglio. Sicuramente la passione è uno dei segreti del successo, ogni anno crescente, della nostra location, unita all’incredibile magia che questa dimora storica, immersa in un’oasi di verde e fiori, riesce a trasmettere ad ogni nostro ospite».
 
Villa Cariola regala l’occasione di vivere un’esperienza a 360 gradi, grazie anche agli eccellenti servizi in termini di ospitalità. Sono 36 le camere (tra suite, preziose junior suite e camere standard) e 100 i posti letto, che la struttura mette a disposizione di chi desidera trascorrere qualche giorno di relax e svago, oltre alla giornata del grande evento offrendo così l’opportunità di vivere e scoprire il territorio della Valpolicella e del Lago di Garda. Gli 8 ettari di parco, con piscina estiva olimpionica, Pool bar, sauna a legna a forma di botte e un’area dedicata agli amici a 4 zampe, costituiscono l’oasi di pace in cui gli ospiti possono vivere momenti di puro benessere.
 
Numerose, infine, le proposte di attività e soluzioni per chi ama storia e cultura, cibo e vino di qualità: oltre alle esperienze di degustazione al Ristorante Vecchia Doganache offre un’ampia selezione di specialità mediterranee e gardesane proposte dallo chef Davide Rangaioli, Villa Cariola invita gli ospiti ad immergersi nella natura delle colline tra il Lago di Garda e il Monte Baldo con emozionanti escursioni a piedi o tour in barca.

bosco de medici

Bosco de’ Medici, viticoltura di qualità all’ombra del Vesuvio

Ignoriamo, per un attimo, dove ci troviamo e a che punto del percorso di qualità sia giunta la viticoltura in Campania. Cancelliamo pure gli anni bui dell’enologia del “dopo”: quelli del dopoguerra e dopo terremoto. Gli strascichi dell’assurda villania contro ambiente e territorio. Le naturali, miopi diffidenze verso i pionieri della modernità e l’apporto positivo delle giovani leve. Chiediamoci piuttosto cosa possa trascinare verso la notorietà produttiva un determinato luogo. Parlare di Vesuvio vuol dire parlare della forza del Vulcano, di terreni scuri e caldi che scrocchiano sotto i piedi, di vini tesi e potenti con una vena minerale spinta, frammista a nerbo acido e agrumato. In sintesi l’animo mediterraneo che si fonde nei ricordi di chi vive realtà in profonda trasformazione. Alzi la mano chi non ha sentito il profumo dei fiori di gelsomino, delle foglie di limone, di un rametto di rosmarino. Per non dimenticare il sapore del cedro maturo e della ciliegia appena colta dall’albero, eterne madeleine proustiane che, come il fegato di Prometeo, ricrescono a ogni morso della mente.

In tale contesto, Giuseppe Palomba dell’azienda Bosco de’ Medici rappresenta degnamente il ruolo da erede di una dinastia di coltivatori avveduti e preparati. Il nome della cantina prende spunto da un fatto storico, quando nel 1567 un ramo della dinastia fiorentina dei Medici si trasferì nel Regno di Napoli, acquistandone un feudo. Luigi de’ Medici, Primo Ministro del Regno, desideroso di arricchire la cantina della residenza napoletana con nobili vini del feudo, affidò al nipote prediletto il compito di elevare la qualità dei vini di famiglia. Qui la fillossera non ha attecchito; le viti crescono ancora a “piede franco”, senza bisogno di essere innestate su radici di vite americana.

Le tradizioni consentono ancora l’espansione dei filari per propaggine e l’allevamento a pergola ed alberello romano con pali di sostegno in castagno. Il prezzo da pagare consiste, però, nel dover curare ogni aspetto in modo manuale e maniacale, lavorando con forza e sacrificio gli arcigni terreni. A ciò si aggiunge il rispetto per metodologie millenarie, quando a Pompei si produceva il cosidetto Vinum Pompeianum che veniva invecchiato anche 25 anni.

Alcune famiglie si erano specializzate nella viticoltura e facevano sostare il mosto nelle anfore, per ottenere il “mulsum”, un vino dolcificato con l’aggiunta di miele: queste tecniche di affinamento sono rimaste valide e simili a quelle odierne, al punto tale da essere seguite da molti produttori locali. L’esempio più evidente sono i “dolia”, recipienti di terracotta che nella fase di fermentazione, per controllare la temperatura, venivano interrati.

Varietà a bacca bianca quali Caprettone e Falanghina, nonché Piedirosso e Aglianico per quelle a bacca rossa. Tutti autoctoni storici ai quali si aggiunge il recupero di ceppi antichissimi quali Uva del Conte, Catalanesca e Uva Cavalla che Bosco de’ Medici sta sperimentando in purezza, grazie alla consulenza dell’enologo Vincenzo Mercurio.

Una vera e propria cantina gioiello, con una parte riservata a fattoria didattica e un luxury resort completato da piscina con vista sul Vesuvio, che offre in aggiunta alla produzione vitivinicola un’ampia filiera di prodotti della terra a km zero, come passate di pomodoro, legumi nostrani e marmellate di arance. 

E veniamo dunque al nocciolo della questione: l’assaggio dei vini aziendali. Si parte dal bianco d’ingresso il Pompeii Bianco assaggiato sia 2020, attualmente in commercio, che nella vintage 2017.

La differenza sostanziale la da la sosta in anfora, 100% macerata per la versione agée dagli straordinari richiami di ginestra, albicocca disidratata, zafferano e scorza di cedro. Sorso lungo, dinamico ed appagante, che sfata il mai rinnegato tabù di una tipologia senza prospettive di resistenza al passare del tempo. La 2020 è ancora tagliente, in fase di assestamento con note di lime e gelsomino, ma promette equilibrio e durata persino maggiori della ’17.

Il Lavaflava Lacryma Christi Bianco 2020 blend di Caprettone e Falanghina rappresenta il deus ex machina delle loro etichette: agli inizi si voleva produrre soltanto questa tipologia. Il rammarico del nonno prima e di Giuseppe poi è di non poter rientrare nella Denominazione con le vigne di Pompei, causa non adeguamento del Disciplinare. Si deve pertanto ricorrere agli appezzamenti più lontani sempre di proprietà, nel territorio del comune di Terzigno, con il vigneto del “Colonnello”, chiamato così perchè nella metà del secolo scorso veniva utilizzato da un colonnello dell’esercito per trascorrere i suoi periodi di licenza. Il risultato è un vino eccellente per forza calorica, frutta quasi candita che richiama a tratti il lampone di bosco e una scia salmastra finale molto persistente.

Altro esperimento riuscito il Dressel 19.2 in pochissimi esemplari, dedicato all’archeologo tedesco cui Pompei deve la notorietà internazionale. Dall’estesa particella “La rotonda”, che prende il nome dalla sua forma circolare ed offre una magnifica vista panoramica che dal golfo di Napoli a quello di Salerno. Caprettone 100% vinificato in anfora con macerazioni comprese tra 20 e 40 giorni senza controllo di temperatura. Sorso pieno ed appagante che vira verso nuance mielose e speziate per finire verso cioccolato bianco in polvere.

Chiudiamo con una veloce trattazione dei rossi, evidenziando la spinta fortemente bianchista di Giuseppe, con il Pompeii 2020 da uve piedirosso e tipiche sensazioni di guarrigue, ribes nero, chiodi di garofano ed arancia tarocca. Anche qui, nel parallelo con la 2017 si evidenzia nella seconda un equilibrio maggiore, tra note voluttuose di amarene mature, china e pepe nero. L’Agathos 2018 è la versione in tonneaux di secondo passaggio dal grande potenziale. Un gusto che ammicca a determinati mercati esteri, anche con un prezzo elevato, ma che non disdegna quello italiano non essendo presenti temute invadenze boisé di prodotti similari.

marilena bambinuto

Cantina Bambinuto, la “Regina” del Greco di Tufo

Nasce prima l’uovo o la gallina? Nel caso di Marilena Bambinuto bisognerebbe chiedersi se il titolo di Regina del greco di Tufo sia attribuibile a lei o alla cantina fondata da papà Raffaele: per par condicio diremo entrambe. La storia è una di quelle già sentite nel mondo vitivinicolo; Raffaele decide di lavorare i terreni ricevuti in eredità e, con grandi sforzi economici, inizia subito ad imbottigliare evitando la canonica trafila del conferimento uve ad altri produttori o della vendita diretta di vino sfuso. La scelta si rivela piuttosto saggia e non certo frutto di casualità. Santa Paolina è una zona irpina particolarmente vocata per questa antica varietà, le sue colline salgono a mo’ di ventaglio su versanti contrapposti nei quali terreni e pendenze subiscono una forte differenziazione. La vigna destinata alla versione d’annata cresce su terreni in prevalenza argillosi ad altitudini di 450 metri slm, quella per il Cru Picoli, dal nome della omonima contrada, giace a oltre 600 metri con una vena calcarea che dona ai vini eleganza minerale.

Completano il quadro gli appezzamenti di Monteaperto per l’Aglianico, passione di famiglia, vinificato in acciaio come il resto dei prodotti. Marilena vuole la massima integrità aromatica senza interferenza di contenitori differenti dall’inox e senza uso di fermentazioni malolattiche. I suoi vini rappresentano l’emblema della rivincita delle annate senza modelli copia e incolla identici tra vendemmie diverse. Ecosostenibilità e stazioni meteorologiche per limitare al minimo l’utilizzo dei trattamenti, nel rispetto dell’ambiente circostante e della salute di chi ci vive, sono questioni che hanno toccato nel vivo la sensibilità dei Bambinuto.

Prima di passare alla straordinaria degustazione per 20Italie, lasciamo la parola alla vigneron Marilena, inseritasi in azienda nel lontano 2009. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, nel 2013 arriva l’anno delle scelte difficili e della giusta quadra, rendendo protagonista quasi esclusivamente il Greco di Tufo (con 5 dei suoi 7 ettari complessivi) ed eliminando altre varietà coltivate tranne per la Falanghina ed Aglianico. Infine, la scelta altrettanto coraggiosa di affidarsi a Vincenzo Mercurio enologo illuminato dalla visione moderna e rivoluzionaria, che sa domare alcune irrequietezze di queste terre seguendo la via dell’eleganza sopra ogni cosa. Fare vino è semplice, se lo si sa fare bene. La produzione prevede anche un passito, un originale distillato di mela cotogna e vino Greco di Tufo, un Brandy sempre di Greco di Tufo ed un delizioso Aglianico chinato, oltre a cioccolata, sapone e gelatine, frutto dell’inventiva vulcanica della produttrice.

Iniziamo gli assaggi con due rapidi accenni alla promettente 2021 ancora in vasca di acciaio, ponendo l’attenzione sulla Falanghina, agrumatissima e salina, fuori dagli schemi tradizionali. Contrastanti invece le due espressioni del Greco di Tufo: quello base panciuto e piacione su note di frutta a polpa bianca; il Picoli deciso e teso con richiami salmastri. Che la verticale abbia dunque inizio:

  • Greco di Tufo Docg 2019: assaggio in anteprima, evidenzia polpa, struttura e succo con una lieve mordenza sul finale di bocca. Sbuffi balsamici a ravvivarne il gusto persistente
  • Greco di Tufo Docg 2018: straordinariamente tipico e territoriale. Ricordi sulfurei e terragni, con richiami di camomilla e scia minerale poderosa. Da manuale.
  • Greco di Tufo Docg 2016: il migliore di giornata. Idrocarburo teutonico allo stato puro. Sta facendo una gara a parte.
  • Greco di Tufo Docg 2015: naso ancora contratto, si rivela al sorso in fase discendente su frutta secca e scorze di cedro. Soffre gli stress delle piante subiti nella faticosa 2014.
  • Greco di Tufo Docg 2014: ci ha colpiti. Ancora dotato di freschezza, con tocchi di spezie bianche ed un ricordo di pietra marina. Non ha la lunghezza di altre vintage, ma potevamo chiederla ad una annata fredda e umida come questa, nella quale si decise persino di non produrre il Picoli?

Cinque annate, cinque caratteri diversi, un unico comune denominatore: il Greco di Tufo della regina Marilena Bambinuto.

anteprime toscane 2022

Anteprime Toscane 2022: focus su Chianti Classico Collection

Alla faccia delle crisi economiche, pandemiche, militari. Alla faccia di chi afferma, per varie motivazioni (discutibili), che grandi eventi come questo sono fatti soltanto di pura confusione, come stare nella sala biliardo di un fumoso bar dello sport. Alla faccia di tutto, insomma, il Gallo Nero è invece più vispo che mai! Ventinovesima edizione della Chianti Classico Collection con ben 180 produttori presenti ed oltre 2000 persone del settore, stampa inclusa. Sì, proprio la stampa che oggi come non mai è chiamata al compito della massima integrità di giudizio, perché il treno veloce dei concorrenti rischia di avvantaggiarsi irrimediabilmente sul nostro made in Italy. Il Gallo Nero sta al Chianti Classico sin dalla nascita del Consorzio nel 1924. Sulle carte. Nella storia secolare di questa antichissima denominazione, il principio si radica già nel 1716 con il bando del Granduca Cosimo III° dei Medici, attraverso il quale se ne determina la zona di produzione pressoché identica a quella sancita dagli accordi di pace del XV° secolo sottoscritti tra Siena e Firenze. Il bilancio produttivo odierno è stato migliore di qualunque aspettativa, con un + 21% rispetto al 2020 e +11% rispetto al 2019. Un trend di crescita che continua anche nel 2022 che, a fine febbraio, fa registrare già un +7% rispetto al primo bimestre del 2021.

A proposito di annate non possiamo non proporre una attenta disamina dei 444 campioni in assaggio durante le giornate del 21 e 22 marzo nella bellissima location della Stazione Leopolda a Firenze. La 2020 si rivela semplicemente meravigliosa nelle sue delicate fragranze floreali. Il Sangiovese la fa da padrona con un tannino cesellato manco ci fosse stata la mano di Michelangelo. Siamo impazienti di testare in futuro i vini della Riserva e della Gran Selezione per capire se possiamo consacrare la vintage tra quelle memorabili. Discorso differente per la leopardesca 2019: la qualità dei campioni procede a macchia lungo le diverse zone produttive. L’equilibrio della 2020 non si riesce a rinvenire egualmente nella possenza calorica della siccitosa 2019. Il varietale predomina, con toni che variano dall’erbaceo spinto alla cupezza speziata senza soluzione di continuità. Bene le versioni base decisamente larghe ed avviluppanti, meno facili le Riserve piuttosto decise al palato, che richiedono necessario riposo come a dare una tirata di briglie agli indomiti cavalli di razza. Annata che vai, diversità che trovi. La 2018 ritorna fresca ed agrumata. Qui la Gran Selezione vince a mani basse, con il corretto apporto di grappoli scelti ed uno stile sempre più elegante. Alcune di esse rasentano persino la perfezione stilistica, fugando ogni dubbio recondito sulla nascita di questa tipologia per nulla scontata e “commerciale”. Considerazioni finali per la 2017 simile per certi versi alla 2019, ma meglio addomesticata soprattutto nelle Gran Selezione e la 2016 che presenta ancora qualche incognita sull’evoluzione delle trame antocianiche decisamente vivaci e mordaci. Lo scopriremo soltanto vivendo dicevano.

Qualche piccola nota dolente la dobbiamo pur trovare e riguarda il progetto UGA del Chianti Classico, oggetto anche del seminario condotto dal giornalista Aldo Fiordelli, collaboratore di testate quali Decanter, Espresso e Corriere Fiorentino. Il nobile impegno del Presidente del Consorzio Giovanni Manetti, nel realizzare ciò che non si è riuscito a fare in secoli di storia, è davvero encomiabile. «Ancora molto può e deve essere fatto – dichiara Manetti – per valorizzare ulteriormente la denominazione continuando a consolidarne il valore e l’immagine nella sfera delle eccellenze enologiche mondiali». Noi aggiungiamo che la strada è piuttosto irta e piena di insidie, pur avendo confinato l’iniziativa, al momento, soltanto alla Gran Selezione. Sanare antiche “ruggini” presenti tra piccole/medie realtà e grandi imbottigliatori non sarà facile. Inoltre, in alcuni micro areali i produttori si contano sulle dita di due mani e le etichette proposte sono di numero troppo esiguo per ragionare in termini di sottozona. Il carattere sanguigno dei produttori di questa meravigliosa regione completa e complica il quadro della situazione. Ai posteri, dunque, l’ardua sentenza.

Il racconto dei vini del Sannio di Libero Rillo (Fontanavecchia)

Parlare di Sannio, tra le morbide colline di Torrecuso, con il Presidente del Consorzio di Tutela Vini del Sannio Libero Rillo è un’esperienza unica. “Nomen omen” dicevano gli antichi romani e Libero non è da meno quando esprime con franchezza e senza veli il pensiero sul territorio, sull’importanza dell’ospitalità enogastronomica e sulle scelte impegnative da attuare per il futuro dell’intero comparto. Dobbiamo partire, anzitutto, da una breve esposizione di quanto la famiglia Rillo (papà Orazio ed ora i figli Giuseppe e Libero) abbia fatto per accrescere la fama dei vini beneventani grazie all’azienda Fontanavecchia.

Ben 20 gli ettari in continua crescita dagli anni ’90 del secolo scorso; la ricerca della qualità possibile grazie anche ad una accurata parcellizzazione degli appezzamenti vitati, seguendo la filosofia dei CRU avanzata, da secoli, dai contadini francesi. Grave Mora, Vigna Cataratte, Orazio, Libero e Facetus rappresentano ormai dei cavalli di battaglia che riescono ad esprimere al meglio tutte le potenzialità delle varietà autoctone campane come Falanghina, Aglianico, Coda di volpe, Greco, Fiano e Piedirosso. La storia secolare si mescola, però, con le migliori tecnologie innovative: il vino resta pur sempre vino, ma la precisione e le cure maniacali odierne possono renderlo un’eterna opera d’arte liquida.

Non soltanto produzione, ma passione, coesione e spirito di gruppo, perché da soli non si va da nessuna parte. Da qui l’impegno di Libero nell’attività di Presidente del Consorzio di Tutela Vini del Sannio: compito non semplice quello di gestire le diverse “anime” presenti ognuna con richieste ed esigenze diverse. Rillo ne darà ampia spiegazione nella video intervista rilasciata in esclusiva per 20Italie. Vi lasciamo alla visione dell’intervento in attesa di poterci salutare con la descrizione analitica di uno dei gioielli enologici di Fontanavecchia.

Chi dice che i vini bianchi non possano sfidare lo scorrere inesorabile del tempo dovrà necessariamente ricredersi scendendo a miti consigli, dopo aver assaggiato la Falanghina vendemmia tardiva proposta da Fontanavecchia. Un leggero passaggio in barrique (soltanto per il 10% della massa) non fa altro che accrescere il ventaglio aromatico del prodotto, interamente declinato tra note succose di pesca ed albicocca e fragranze floreali di camomilla e ginestra. La spezia bianca sottile guida il sorso verso una profonda vena sapida, nulla che faccia presagire all’evoluzione, ma tutto estremamente giovanile e gioviale. Attendere un altro lustro prima di aprire la bottiglia sarebbe stato persino doveroso se non avessimo avuto la smania di raccontarvi cosa significhi lavorare bene in Campania.

Villa Calcinaia si mostra attraverso un’affascinante verticale di otto annate di Vigna Bastignano

È il 1613 quando Nicola Capponi pubblica un libretto (oggi custodito nella Biblioteca Marucelliana di Firenze) dal titolo «Modo di fare il vino alla franzese secondo l’uso  dei paesi di Francia» dove descrive la ricetta per fare un buon vino, che prevedeva sangiovese, mammolo e malvasia.

Sebastiano Capponi racconta con grande enfasi la storia della sua famiglia, dalle origini ai giorni nostri, di fronte ad una platea attenta e affascinata dalle sue parole, dense di senso di appartenenza alla sua terra.

La gestione dell’azienda passa nelle sue mani nel 1992, appena ventenne e ancora studente di scienze politiche.

Nel 1996 inizia un percorso con l’Università di Firenze e il Dr. Bandinelli per la costituzione del patrimonio genetico. L’anno successivo si attiva per richiedere la conversione al biologico e nel 2000 la ottiene. La conduzione in vigna era già in regime di agricoltura integrata fin dal 1992.

Vigna Bastignano nasce nel 2004 dal materiale proveniente dai vigneti della costituzione del suddetto patrimonio genetico, all’interno dei 31 ettari totali di proprietà di Calcinaia. Posta nel borgo di Montefioralle, Vigna Bastignano è l’epitome di Montefioralle stessa, una delle 11 UGA (unità geografica aggiuntiva) di recente costituzione (o, per meglio dire, ufficializzazione) come menzione aggiuntiva in etichetta per il Chianti Classico Gran Selezione.

Cresciuta su suoli di alberese, la vigna (0.8 ha) ha pochissima terra in quanto posta piuttosto in alto, dove la pietra non ha completato la sua diogenesi e si trova in stato di scisto (in Toscana detto galestro). Molto limo (circa 42%) e poca argilla (25%) mentre la sabbia (intorno al 42%) è piuttosto costante a Calcinaia, aumentando in quantità vicino al fiume Greve e diminuendo via via che si sale.

L’altitudine si aggira sui 280-300 m s.l.m. con esposizione est-sud/est, completamente piantata ad alberello su terrazzamenti, a sangiovese, per circa 6000 piante/ettaro.

Le annete scelte per la verticale sono state: 2008-2010-2011-2012-2014-2013-2015-2016, tutte in versione magnum.

Attraverso questo viaggio di alcune delle migliori annate di Vigna Bastignano e del suo sangiovese in purezza, si intuisce come questo si manifesti nel tempo, anno dopo anno, come un ottimo lettore del territorio, con continuità. Ed anche delle singole annate, nelle diverse sfaccettature. Da notare la mano di Federico Staderini che collabora con l’azienda fin dal 1996.

Fil rouge di tutte le vendemmie è l’utilizzo del tonneau aperto per la vinificazione. La sola differenza percettibile, al netto di scelte agronomiche delle singole annate, è data dalla presenza di raspo, variabile dal 30% al 50% a seconda dell’annata. Può essere, inoltre, diversa la fase dell’assemblaggio finale, che talvolta svolge l’affinamento in cemento.

Puntiamo la lente su ogni singola vendemmia.

2008 – Grande qualità in generale nella produzione di sangiovese. 800 bottiglie prodotte. La 2008 si mostra in un grande stato di benessere lo si vede subito dal bellissimo rubino, lieve, con sfumature granate che introducono a soffi di frutti scuri maturi, china e tabacco. Il sorso fine e fresco ricorda note balsamiche in una trama tannica vellutata.

2010 – Racconta sicuramente più potenza ma anche avvolgenza. Il momento decisivo di maturazione delle uve poco prima della vendemmia fu ideale, facendo sì che la 2010, in generale, venga considerata una grande annata. Il colore è luminoso, come la giornata di sole che ha accompagnato la verticale. La tensione percepita al sorso racconta di carattere e fierezza, ma con estremo equilibrio tra acidit, tannini e morbidezze gustative. Accenno balsamico in chiusura.

2011 – La balsamicità come comune denominatore ritorna piacevolmente anche in questa annata. Il corredo olfattivo, fine ed intenso, appare forse più orientato ad accenni di distillato, dopo i primi sentori di frutti rossi e neri  in confettura (lamponi, more). Il sorso, diretto e verticale, si indirizza verso un tannino vivace, maggiormente in primo piano rispetto alle annate precedenti. Chiude sapido, su pennellate di scorza d’arancia.

2012 – Qui il colore si fa più intenso, rubino pieno. La stagione non fu equilibrata, tra gelate primaverili e piogge, seguite da grande siccità estiva. Racconta di macchia mediterranea fitta e frutti essiccati, con un lieve accenno di surmaturazione. In bocca esprime note speziate, quasi piccanti, in un sorso abbastanza equilibrato.

2013 – Maturazione perfetta delle uve e gradazione alcolica ottimale (13.5%) in un color rosso rubino limpidissimo e vivace. Si apre si note di bosco, muschio, accenni mentolati che tornano puntuali sul palato. Ottima l’acidità a sostegno della beva. Frutto protagonista su finale sapido di tabacco e spezie orientali.

2014  – Gradazione alcolica più elevata (14%) e vendemmia più precoce. Data la fama dell’annata difficile e piovosa, non ci si aspetterebbe un titolo alcolometrico (nominale) del genere. La scorrevolezza del vino sul palato è sorprendente e accattivante. Il frutto è slanciato in un’acidità scolpita con maestria, allargandosi in un sorso pieno e teso. Piacevolissimo da sorseggiare anche senza abbinarlo ad alcunché. Chapeau!

2015 –  Il rubino splendente nel calice si rivela con intense note floreali di pout-pourri, frutti rossi di bosco e agrumi freschi. In bocca scorre guidato da grande freschezza, vibra la trama tannica. Accenni fumé e note di olive in salamoia, chiude sapido e lungo.

2016 – Il colore con sfumature porpora parla di gioventù, freschezza e dinamicità. Ricco bouquet olfattivo di liquerizia, frutti di bosco maturi, note balsamiche (marchio di fabbrica) che regalano profondità. La sapiente sapidità di Montefioralle e il corredo tannico tridimensionale, veicolano la beva in un lungo slancio finale. Grande prospettiva.

Un ringraziamento particolare a Sebastiano Capponi di Villa Calcinaia per l’ospitalità e Davide Bonucci di Enoclub Siena per l’invito a questo bellissimo evento, organizzato all’interno della panoramica sala di Palazzo Capponi alle Rovinate, affacciata su Piazza della Signoria e posta due piani al di sopra del ristorante stellato Gucci Osteria.

Al termine della degustazione, uno splendido viaggio nel menù “Capitolo Rinascimento” di Chef Taka Kondo. Ad accompagnare i piatti stellari, gli spumanti metodo classico da sangiovese Mauvais Chapon di Villa Calcinaia, vintage 2014 e 2015, sul racconto del Conte Capponi inerente la storia dello scontro tra l’antenato di Sebastiano, Pier Capponi, e il Re di Francia Carlo VIII.

la fortezza

La Fortezza, accoglienza e vini di qualità dal cuore del Sannio

Entrare nel cuore del Sannio dalla porta principale: Torrecuso. Questo era lo scopo del ritorno sui passi percorsi nel recente evento di Campania Stories, intervistando di persona Antonella Porto volto aziendale de La Fortezza, una delle aziende vitivinicole modello in forte ascesa nel panorama enologico beneventano. La forza e l’energia di Antonella predispongono l’animo al giusto mood per un viaggio in un territorio a tratti sottovalutato dalla critica di settore, nonostante rappresenti il 40% della superficie vitata campana. Quel “Sannioshire” (come amo definirlo) così simile a tante vedute chiantigiane grazie ai morbidi altipiani. Enzo Rillo, noto imprenditore nel campo della sicurezza stradale, ha cominciato da zero, costruendo mattone dopo mattone l’intera tenuta. Solo i vigneti appartenevano alla famiglia e proprio il ricordo dei genitori che coltivavano la terra lo ha indotto a realizzare un sogno di gioventù. La cantina, interamente rivestita in pietra e ben integrata nel paesaggio circostante, si compone di due corpi: nella parte superiore una villa dove vive la famiglia Rillo con ampi spazi aperti destinati prevalentemente a prato. Il corpo sottostante ospita, invece, l’attività produttiva: una perfetta miscela di tradizione e moderna tecnologia. Attendiamo l’arrivo di una importante novità per la spumantistica in cui La Fortezza è già leader nel mercato: una grotta sotterranea scavata nel tufo da utilizzare per l’affinamento del futuro Metodo Classico. Ma di tutto questo ci parlerà la bravissima Antonella Porto, direttore commerciale, nella video intervista rilasciata per voi lettori di 20Italie.

Riprendiamo il nostro racconto dall’assaggio delle etichette più interessanti, cominciando da:

Maleventum Vino Spumante Brut

Passare dalle chiacchiere ai fatti non è sempre semplice. Soprattutto quando si pensa a tanti omologhi rifermentati con metodo Charmat lungo di spessore decisamente inferiore. La Falanghina deve il suo nome proprio all’antichità romana, essendo coltivata già in quei tempi. Vuoi perché si pensa al palo di sostegno (falanga) o perché si rimanda al vino falernino (di Falerno), poi storpiato in “falanghino”, poco importa. Questa è la storia del Sannio; la piacevolezza di beva del vino deve vincere su tutto. Il classico prodotto per un incontro conviviale tra amici e cruditè di pesce (sushi incluso). Tipici sentori di fiori di campo e frutta a polpa bianca. Diverte parecchio.

Taburno Falanghina del Sannio DOC 2020

Sempre Falanghina, questa volta in versione ferma. Aromi tropicali di mango e maracuja, ben conditi da erbe mediterranee e spezie bianche. Annata eccellente, nonostante l’inizio della pandemia che ha spiazzato produttori e rivenditori. Un grande sacrificio resistere alla tempesta..e questi risultati ripagano di tante amarezze. Ama l’abbinamento gastronomico anche di fantasia, privilegiando il rapporto qualità-prezzo invidiabile.

Sannio Greco DOC 2020

In agro beneventano sorprende doppiamente una varietà tipicamente irpina. Fragranze floreali da ginestra e biancospino unite ad una mineralità imperante che sfiora la salsedine. Dei tre bianchi rimane l’assaggio più convincente, con una lunghezza da vero mezzofondista.

Piedirosso DOC 2019

Un vitigno molto apprezzato nei versanti vesuviani con una precisa identità e dignità. Un po’ meno in altre zone, complice la difficoltà nell’esprimersi al meglio a determinate altitudini ed esposizioni. Non bastasse questo, il Piedirosso soffre annate particolarmente calde e siccitose chiudendosi a riccio verso note acerbe ed erbacee che sviliscono il delicato frutto. Per fortuna il Sannio gode di una ventilazione che regola perfettamente lo scambio termico grazie a frequenti escursioni. La solare 2019 lavora ottimamente i tannini, per nulla invadenti. La Fortezza è una delle poche realtà a volerlo in purezza: scommessa più che vincente.

Aglianico Doc Taburno Riserva 2012

Il Re dei rossi campani a Torrecuso riesce a raggiungere traguardi straordinari. L’impasto argilloso-limoso dei terreni, con venature calcaree in profondità, dà materia al colore ed agli aromi tutti declinati tra more, amarene e mirtilli. Un tocco di petali viola macerati e tanta spezia scura, dal pepe in grani alla liquirizia fino a concludere con sigaro sbriciolato e cacao. Messo in commercio ben oltre quanto raccomandato dal disciplinare di produzione. Come per ogni prodotto de La Fortezza, un occhio di riguardo viene posto sempre al prezzo davvero interessante. Ben fatto Enzo Rillo!