Romagna: Coriano Wine Festival 2023, “il grande Sangiovese Romagnolo al centro del villaggio”

“Romagna e Sangiovese, sei sempre nel mio cuore”

Così recita il famoso brano di Raoul Casadei, a suggellare l’eterno binomio fra un territorio e un vino. Anzi, fra un popolo e un vino.

I romagnoli: quella gente che nemmeno le alluvioni può scalfire, quelle persone contraddistinte da estrema generosità e genuinità. Li puoi riconoscere nitidamente alle sagre di paese, con gli stand gastronomici dove il profumo di piadina e salsiccia si percepisce da chilometri e il valzer ti trasmette allegria anche se hai appena litigato con la morosa (termine dialettale per fidanzata).

Proprio come la 55ª edizione de La fiera del Sangiovese, svoltasi a Coriano (RN) il 19 e 20 agosto 2023. Da quest’anno diventa anche Coriano Wine Festival, una “mostra mercato” del Sangiovese con i migliori produttori provenienti dalle 16 sottozone ufficialmente riconosciute dal disciplinare del Romagna DOC Sangiovese.

Gli ingredienti sono quelli giusti: 33 produttori, coinvolti nei banchi d’assaggio con le anteprime dei loro Sangiovese, 5 guru del vino a livello nazionale (Maurizio Alongi, Paolo Babini, Enrico Bevitori, Marco Casadei e Marino Colleoni), impegnati in un convegno dal titolo “Sangiovese, indagine su un vitigno al di sopra di ogni sospetto” e infine 4 laboratori di degustazione.

La ricetta è ideata dalle meningi di uno chef per eccellenza, uno che la materia prima la sa trattare sapientemente: Francesco Falcone.

La location? Il pittoresco parterre del Teatro Corte Coriano.

Francesco Falcone

20Italie era presente ed ha selezionato, fra le numerose proposte, 6 anteprime di Sangiovese degne di interesse.

Menta e Rosmarino – Area 66 | 2021 – sottozona Modigliana

Visto il caldo di questi giorni, perché non partire dal territorio più in quota come Modigliana? Area 66 è uno dei Sangiovese in purezza prodotti da Francesco e Luciano, nell’annata 2021 si presenta al calice in un rosso che definirei invitante per la sua capacità di riflettere la luce. Naso che ti porta nel territorio: menta piperita, aghi di pino, piccoli frutti neri e tanta mineralità. In bocca è agilissimo, verticale grazie alle freschezze ma equilibrato grazie al docile tannino. Non si perde facilmente ed è piacevole come un succo di frutta.

Vigne dei Boschi – Poggio Tura | 2019 – sottozona Brisighella

Il “frescolino climatico” ci piace: non scendiamo di quota, ci spostiamo di qualche chilometro ed entriamo a casa di Paolo Babini. Il suo Poggio Tura 2019 è talmente in anteprima che l’annata è scritta a penna su un’etichetta precedente. Veste il calice di un rosso accecante come un’opale di fuoco. Olfattivamente ci regala sentori di piccoli frutti rossi aciduli, vegetazione di bosco e note leggermente terrose. In bocca è esplosivo: l’acidità è spiccata e al tempo stesso piacevole, tannino vispo. Al termine del sorso chiama un altro assaggio, senza stancare. Un vero e proprio Masterpiece di Babini che racchiude un mosto fiore sgrondato e non pressato e 2 anni di riposo in botte grande, usata magistralmente.

Ancarani – Biagio Antico | 2021 – sottozona Oriolo dei Fichi

Restiamo nell’entroterra Ravennate, ma cambiamo completamente terreni, passando dalle marne Brisighellesi alle sabbie gialle di Oriolo dei Fichi. Questo terreno è il responsabile dell’estrema definizione degli aromi che troviamo nel Biagio Antico. L’aspetto del vino è seducente, proprio come una rubellite. Il frutto che si avverte è polposo, di quelli che cogli dall’albero e addenti stando lontano dal corpo per non sporcarti col succo che gronda. La menta piperita e lo zenzero completano il boost di un naso “fresco”. All’assaggio è teso, croccante, con un tannino spigoloso ma piacevole proprio per questo motivo. Il cemento ha riequilibrato il tutto. Servito leggermente sotto temperatura si fa voler molto bene, estivo.

Marta Valpiani – Fiore dei Calanchi | 2021 – sottozona Castrocaro

Mentre continuiamo la traversata perché non fermarsi alle Terme di Castrocaro? Con le sue acque salsobromoiodiche che fanno bene alla salute… e anche al vino, donando incredibile sapidità. Ma Elisa Mazzavillani, che il territorio lo conosce bene, non finisce mai di stupirci. Da un piccolo vigneto nasce il suo nuovissimo Fiore dei Calanchi, un single vineyard – single tonneau, ricavato appunto da un unico cru e lasciato riposare per un anno in un unico tonneau, (a doghe larghe, originariamente pensato per un bianco) per dar vita a 666 bottiglie uniche nel loro genere. Portare il calice davanti agli occhi è come un incontro con una donna elegante e suadente: la sua trasparenza provocante, mai volgare, riflessi splendenti come pietre preziose. Naso che denota un profilo aromatico ricco, di grande profondità. Immediatezza delle note fruttate, sfumature leggermente polverose e note iodate. In bocca si conferma la grande eleganza che trovavamo nei precedenti passaggi, ci pervade il palato. Il tannino è delicato, setoso ma presente. Teso, ma non affatto esile. Superlativo.

Giovanna Madonia – Fermavento | 2021 – sottozona Bertinoro

È arrivato il momento di spostarci nel ventre della collina romagnola, laddove il vino è così radicato nella cultura degli abitanti che viene chiamato “e ”, ovvero “il bere”. Sulla parte più alta del colle di Montemaggio troviamo Giovanna Madonia, già da diversi anni affiancata dalla figlia Miranda e da Gennaro. È il 26º anno del Fermavento, Sangiovese da vigne allevate ad alberello che non finisce mai di stupire. Più di ogni altro è un fedele lettore dell’annata, del terroir e della mano del produttore. E così anche in questa versione, in bottiglia nemmeno da 2 mesi, si conferma sempre lui, il Sangiovese che mette d’accordo tutti. Si veste in un rosso rodolite veramente intenso, e nella sua austerità regala aromi di frutta matura, sottobosco e spezie. In bocca il tannino è superbo, probabilmente merito di quel terzo di uve che non vengono diraspate portando così quella parte di legno maturo, un po’ come si fa in Borgogna. Profondo. Ma diamogli qualche altro mese.

Chiara Condello – Predappio | 2021 – sottozona Predappio

Forse la zona più rinomata a livello regionale (e non solo) per il Sangiovese, capace di sfornare vini dalla grande espressività grazie ai suoli principalmente argillosi. Noi non saliremo fino in alto, ci fermeremo a Fiumana, da Chiara Condello. Macerazione a chicco intero, sgranellato, ma non pressato, per estrarre una massa color rubino Tanzania intenso dai riflessi scuri. Eh sì, siamo un po’ frivoli anche nei descrittori per una volta! Un anno di botte grande e i 4 mesi di cemento regalano grande profondità al naso. Nonostante la giovane età, l’argilla e l’affinamento lo rendono già abbastanza rotondo e compatto. Muscoloso.

Format centrato, ricchezza di contenuti, il calore dei romagnoli e la poliedricità di un vitigno: sono queste le chiavi di lettura di un evento, che seppur alla sua genesi, ha saputo raggiungere il suo obiettivo. Valorizzazione di un vitigno attraverso un territorio.

Fast forward alla prossima edizione, prevista per il 17 e 18 agosto 2024.

Romagna: l’alluvione ha unito AIS e Slow Food in una cena solidale di beneficenza per la raccolta fondi

L’alluvione è finita ma la solidarietà no: è questo il motto scelto per la cena solidale nata dalla collaborazione di Slow Food condotta di Forlì e AIS Delegazione Forlì, svoltasi giovedì 3 agosto presso l’azienda agricola Calonga.

Sono passati più di due mesi dalla tremenda catastrofe che ha colpito la Romagna, lasciandola immersa nel fango per parecchie settimane. Grazie all’impegno di tutti, le città Romagnole sono velocemente ritornate alla normalità; una normalità agognata che ha però la colpa di farci dimenticare in fretta quanto accaduto.

Un menù a più mani, composto da piatti preparati con materie prime di qualità provenienti da alcune delle aziende del territorio direttamente coinvolte dalle recenti frane (azienda agricola I Mät ad Sgùn, azienda agricola Giorgini, azienda agricola Tirli, Podere le Campore), sapientemente abbinati dai sommeliers di AIS Romagna coi vini dell’azienda agricola ospite, Calonga, di Maurizio Baravelli.

da sinistra Matteo, Francesco e Maurizio Baravelli dell’azienda agricola Calonga

20Italie era lì per voi per raccontarvi da vicino come “l’unione fa da sempre la forza”.

I commensali vengono accolti con un aperitivo in piedi, un pane “speziato” saltato in padella con timo rosmarino e aglio, qualche pomodorino fresco di Calonga (non sono solo vignaioli…) e il loro Baldàn, un metodo classico brut con quasi 5 anni sui lieviti, sapientemente assemblato unendo sangiovese vinificato in bianco e bombino bianco (localmente conosciuto come pagadebit) in parti eguali.

La ricca tavolata inizia a colorarsi di cibo appena viene servito l’antipasto, il tonno di coniglio, un lessato di coniglio con erbe aromatiche, condito con olio evo e spezie. La prima portata è composta da bucatini al ragù bianco con scalogno romagnolo (pasta rigorosamente home made di farina di semola rimacinata e trafilata al bronzo). Entrambe le pietanze accompagnate da L’Azzurro, un freschissimo Romagna DOC Pagadebit.

Arriviamo al pezzo forte, il “coniglio saporito”, un piatto che vinse il Premio Marietta 1997, riconoscimento istituito in nome della fedele cuoca governante di Pellegrino Artusi. A questo piatto vincente, viene abbinato il Bruno, simpaticissimo ed estivo Romagna DOC Sangiovese dal colore rosso tenue, e dalla quasi assenza di tannino.

Si chiude la cena con le tradizionalissime ciambella e crostata Romagnole, e l’altrettanto tradizionale Albana Dolce.

da sinistra Caterina Valbonesi Delegato AIS Forlì e Antonella Altini fiduciaria Slow Food Condotta di Forlì

Durante la serata le due Organizzazioni enogastronomiche si sono inventate una lotteria con premi in bottiglie di vino del territorio, cortesemente donate dal Consorzio Vini di Romagna.

Ed ha funzionato: sono stati ben 1.120 euro i fondi raccolti consegnati nelle mani della Parrocchia di Don Felice in modo da essere devoluti alle famiglie più in difficoltà.

Il commiato è avvenuto non prima di aver degustato anche tutti gli altri vini di Calonga, in particolare, Zenaide, Chardonnay che fermenta in barriques; e poi “7” Romagna DOC Sangiovese Superiore Riserva prodotto solo in particolari annate (quella in degustazione era una sorprendente 2017, anno dove pochi sono riusciti a far bene) e due Vermouth, BV Bianco e BV, nati dalla collaborazione col noto profumiere Baldo Baldinini.

Romagna: il Craft Gin Summer Fest edizione 2023 a Cervia (RA)

Il Gin è senza dubbio il distillato che ha avuto la maggior crescita degli ultimi anni. La sua popolarità non conosce né distinzioni di sesso né fasce d’età, ed è apprezzato soprattutto in miscelazione con acqua tonica a creare il cocktail più diffuso ai giorni d’oggi: il Gin Tonic.

Sarà merito della sua aromaticità, della sua freschezza e del suo brio che assieme regalano gioia a una bevuta che quasi mai è impegnativa, ma sempre carismatica. Le molteplici combinazioni di differenti gin e altrettante toniche lo rendono anche estremamente poliedrico e personalizzabile per adattarsi a differenze di gusti, stagioni e perché no, anche di stati d’animo.

Il fenomeno è in crescita e vede la nascita di tanti eventi a tema: uno degli ultimi degni di nota è il Craft Gin Summer Fest, evento tenutosi venerdì 21 luglio a Cervia, sotto la Torre San Michele, la parte più suggestiva del centro storico della città. L’iniziativa, (per altro anteprima di un altro importante momento dedicato al beverage, denominato Tramonto DiVino) ha visto oltre cinquecento presenze fra curiosi, appassionati, ristoratori e addetti al settore, i quali hanno potuto conoscere ben 25 produttori di gin artigianale.

Presente anche alla manifestazione lo spazio cocktail gestito da Enoteca Regionale Emilia Romagna, sponsor principale dell’iniziativa. 20Italie era presente e ha selezionato per voi 4 produttori di gin artigianale dei quali abbiamo il piacere di condividere brevemente le loro storie e i prodotti di punta.

Gin Bandito – si comincia giocando in casa. Il gin in questione, infatti, è romagnolo 100%: un gin al sale di Cervia. Nasce nel 2019 da un’idea di Alessandro Fanelli, il quale, collaborando con un noto profumiere locale Baldo Baldinini, capisce che il mondo delle essenze e delle botaniche non va relegato ai soli profumi, ma può esaltarsi anche nella distillazione. Non c’è solo questo dietro al suo progetto; c’è anche la forte voglia di promuovere le aziende locali. La gamma di prodotti include ghiaccioli (al gin tonic, al gin e pesca nettarina, al gin e fragola di Cesena e alla vodka e maracuja), cioccolatini al gin (in collaborazione con Gardini Cioccolato), un vermouth conciato al sale di Cervia (in collaborazione con Baravelli dell’azienda agricola Calonga) e un panettone (con crema al gin di Baldo Baldinini e impasto artigianale by Flamigni).

Veniamo al nostro Bandito (45% vol.). Le botaniche utilizzate sono principalmente rosa, camomilla, salvia e rosmarino. La prima in particolare, la rosa, è quella che caratterizza lo spiccato aroma floreale che percepiamo al naso. La scelta è voluta in quanto pochi sanno che la Romagna è uno fra i più grandi produttori di rose. Ne risulta un gin che definirei femminile a causa dell’intensa profumazione. In bocca è balsamico, intenso, con una nota vegetale al centro bocca e un finale che esplode nella rosa che avevamo avvertito in maniera preponderante all’inizio. Il finale è lunghissimo grazie alla spinta sapida del sale di Cervia.

Gin 25zero14 Come il codice di avviamento postale (CAP) di Castenedolo, frazione Bresciana dalla quale proviene l’ideatore Andrea Pellegrini, un ragazzo che lavora nel mondo dell’automotive ma che decide di sfruttare il suo spirito imprenditoriale per dar sfogo a qualcosa di diverso. L’intuizione che il gin potesse “fare tanto” arriva nel 2020 e trova definitiva conferma proprio quest’anno, anno in cui vince il premio di miglior gin Italiano 2023 ai World Gin Awards.

Il Botanic Gin (43% vol.) è caratterizzato principalmente da anice, liquirizia, arancia, limone, rosmarino, basilico e timo. L’intensità olfattiva la fa da padrona, mentre al palato la freschezza degli agrumi regala una bevuta piacevole e dissetante, con un retrogusto di erbe aromatiche che lo rende appetitoso. Da provare assolutamente la versione Navy Strength (57% vol.), stessa ricetta del “fratello minore”, ma con un tenore alcolico decisamente preponderante. Questa importante struttura dona un’avvolgente sensazione pseudocalorica al palato senza appesantire, aprendomi anche ad alcune idee su abbinamenti cibo-cocktail.

Alta Marea – torniamo in Romagna, precisamente a Bellaria Igea Marina, per conoscere Vittorio Bassano, di origini siciliane. È proprio grazie alla passione per la sua terra che nasce questo gin. Lei e il suo mare, di ispirazione al nome del gin e al logo (la Luna, responsabile delle maree). Nella vita fa tutt’altro, è vice responsabile in una GdO locale e, approfittando della pausa durante il lockdown, nel 2020 decide di scaricare a terra la sua passione in questo progetto.

Alta Marea (43% vol.) è caratterizzato da botaniche quali basilico, pompelmo rosa, limone, cannella, alloro e coriandolo. Un gin pulito, agrumato e con una nota speziata. La cannella è l’elemento che spiazza, solitamente usata nei dolci e che contribuisce a donare quell’accenno di piccantezza, spingendo il sorso in lunghezza. Rimane comunque un prodotto molto estivo, grazie alle nuance agrumate e dona una piacevole nota amaricante nel finale dovuta alla presenza dell’alloro.

Da lontano scorgo l’allestimento di un banco degustazione davvero particolare: quello di Gini Rock. Dietro a quel nome e a quella stella c’è infatti un vero rocker, Gianluca Gabriele. La sua storia è recente, datata dicembre 2022, e ha come protagonista un chitarrista convinto del fatto che l’abbinata birra-concerto fosse ormai superata e che fosse necessario infondere un po’ di gin nelle vene dei rocchettari.

Una storia che ci fa ritornare a Brescia, questa volta nella frazione di Moniga del Garda. Gabriele, che nella vita oltre al pallino della musica fa l’agente di commercio, ha deciso di realizzare un gin spinto da pura passione. Iniziando a girare i bar per proporlo, si è sempre trovato davanti gestori che gli recitavano il copione: “ecco un altro con il gin”. Ma una volta convinti all’assaggio, la reazione era “ah, però questo è buono!”. Se ci uniamo il fatto che anche il figlio di Gianluca, Niccolò, è un rocker (batterista), troviamo anche il significato del nome Gini, come le iniziali dei loro due nomi. Completano la melodia una grafica semplice con font che ricorda i Radiohead e la forte attenzione al pianeta con bottiglie da 100% vetro riciclato e packaging tutto plastic free.

Degustando il Gini Rock London Dry Gin (43% vol.) scopriamo che le botaniche principali sono angelica, cannella, coriandolo e pompelmo, con una intro potente e speziata, un chorus fresco ed estivo e un bridge gentile e suadente che accompagna fino a una chiusura decisa.

Che sia anche un modo per portare il rock all’interno del mondo beverage?

AMI MAIORI 2023 PRESENTA “HIPGNOSIS STUDIO: PINK FLOYD AND BEYOND”

La Costiera Amalfitana si prepara ad accogliere Aubrey “Po” Powell
e una mostra internazionale sulla storia del rock

A cura di ONO arte
Costa d’Amalfi, 10 luglio 2023 – In un viaggio a tappe che prende forma dall’intuizione dell’associazione culturale ambientarti, in collaborazione con il Comune di Cetara, il format Ami si estende fino a Maiori per dare vita a un progetto di grande respiro ed ospiti internazionali. E così, anche Ami Maiori attraverso la cultura, l’arte e gli eventi si prefigge di valorizzare i beni e la tradizione, nonché l’immenso valore paesaggistico del borgo costiero. Le iniziative hanno, infatti, una fortunata ricaduta sul territorio, sull’appeal turistico e sulle bellezze naturali, culturali e monumentali del paese. Ancoraggio, territorio, marchi di qualità: questi i cardini su cui Ami sta tracciando il proprio percorso. Grazie al sostegno della Regione Campania e del Comune di Maiori, con il sindaco Antonio Capone, il direttore artistico della programmazione estate 2023 a Maiori, Alfonso Pastore, con la responsabile procedimento, Rossella Sammarco, la Costiera Amalfitana diventa protagonista di una delle celebrazioni più memorabili della storia della musica rock: i 50 anni dall’uscita di “The Dark Side of the Moon” uno degli album più influenti della storia della cultura popolare. Ed è “Hipgnosis Studio: Pink Floyd and beyond” il titolo della mostra che apre il prossimo martedì25 luglio, nelle sale di Palazzo Mezzacapo alla presenza di Aubrey Powell – fondatore insieme a Storm Thorgerson dello Studio Hipgnosis e attuale direttore creativo dei Pink Floyd – ospite d’eccezione al taglio del nastro. La mostra, a cura di ONO arte, sarà visitabile fino al 27 agosto: 55 opere di grande formato, con un nucleo centrale che racconta la collaborazione tra Studio Hipgnosis e i Pink Floyd, dalle copertine più iconiche della band fino ai loro lavori preparatori e out-take, per mostrare passo dopo passo il processo creativo all’origine di quelle che ormai sono diventate pietre miliari non solo dell’arte e del design, ma anche della cultura visiva contemporanea tutta. Dai lavori per i Pink Floyd, la mostra si allargherà anche alle opere realizzate per band come Led Zeppelin, Peter Gabriel, Genesis e Rolling Stones. Il vernissage si concluderà con uno straordinario omaggio che vede ripetersi il sodalizio tra l’associazione culturale presieduta da Alessia Benincasa e i Pink Bricks, la storica tribute band italiana dei Pink Floyd. Al talk di apertura, dalle 19.30, saranno presenti Stefano Tarquini e Nino Gatti, insieme ad Alfonso Amendola, esperto di consumi di massa e avanguardie contemporanee, docente di Sociologia dei processi culturali all’Università di Salerno. Conosciuto in tutto il mondo per il suo archivio storico sui Pink Floyd, sin dal 1988 Nino Gatti ha collaborato a vari articoli e libri pubblicati in Italia e all’estero. È vice-presidente dell’associazione culturale «The Lunatics», un progetto che comprende il più grande archivio storico e musicale sui Pink Floyd. E fa parte del gruppo “The Lunatics” anche Stefano Tarquini che, dal 1984, è un collezionista di vinili dei Pink Floyd. In occasione del 50° anniversario del disco, lo scorso 1 marzo è uscito un libro interamente realizzato in formato deluxe con copertina rigida rilegata in tela, in edizione limitata a 500 copie. Nel volume sono presenti tutte le 700 varianti conosciute del capolavoro dei Pink Floyd su LP, riccamente illustrate con oltre 1000 immagini:  dalla prima edizione britannica del marzo 1973 alle stampe meno conosciute provenienti dal Nicaragua o del Mozambico. Per concludere la serata di inaugurazione ci si sposterà, dalle 21.30, al Tetro del Mare per il tributo dei Pink Bricks al “lato oscuro della luna”, preceduto dall’opening-act di Aubrey Powell, in dialogo con Maurizio Guidoni e Vittoria Mainoldi di ONO arte. Dopo il concerto-evento “The Dark Side Anniversary Concert” alla “Sala Pier Paolo Pasolini” di Salerno dello scorso marzo, i Pink Bricks riproporrano l’intero album e altri brani leggendari dei Pink Floyd nel suggestivo scenario, con una formazione a 8 elementi (Giuseppe Del Sorbo, voce; Antonello Buonocore, basso; Alessio D’Amaro, chitarra; Sergio Duccilli, tastiere e visual; Pasquale Benincasa, batteria; Antonio Maiorano, sax; Carmen Vitiello e Mafalda Angrisani, cori) e un sofisticato spettacolo di luci, suoni, colori. Durante il mese di agosto, saranno in programma diversi appuntamenti, tra cui uno speciale scret concert unpluggedvenerdì 11 agosto, alle 21.30, nei meravigliosi Giardini del Palazzo che faranno da quinta ad un set acustico dei Pink Bricks, in un’atmosfera che si promette magica. Il buffet del vernissage ed il punto food degli eventi sono realizzati con i prodotti agroalimentari e vitivinicoli offerti da Confagricoltura Salerno. Media Partner: 20Italie.

Info mostra:
ticket € 8,00/adulti – € 5,00/under 14, over 75, tessere giornalisti, Feltrinelli e ARCI

Ingresso:
Lun-Ven ore 18-21
Sabato e Domenica apertura serale ore 19.30-23.30

Info concerto:
ingresso libero (posti limitati)

INFO&PRENOTAZIONI:
ambientarti.itinfo@ambientarti.net; Whastapp +39 3451204696

La Mostra:
La mostra “Hipgnosis Studio: Pink Floyd and Beyond” ripercorre la storia di uno dei gruppi più importanti della musica rock attraverso il lavoro dello studio grafico che aiutò a tradurre in immagine visive la loro opera sonora. Non è infatti possibile immaginare i Pink Floyd senza le copertine dei loro album, che sono diventati dei veri e propri simboli, e dietro a quelle copertine c’erano Storm Thorgerson e Aubrey Powell, ovvero lo Studio Hipgnosis, noto al grande pubblico nel 1973, proprio con la copertina realizzata per “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd. Il disco in sé ebbe ampio successo entrando nelle case di milioni di fan, e da allora l’iconico triangolo attraversato dall’arcobaleno fu considerato una delle migliori copertine di album di ogni tempo. Ma per Hipgnosis la collaborazione con la band era iniziata già dal 1968 con “A Saucerful of Secrets”, quando lo studio non aveva ancora un nome ed era in realtà un duo di studenti che utilizzava il laboratorio del Royal Collage of Art di Cambridge per dare vita ai primi progetti, a beneficio di altrettanti studenti con aspirazioni musicali.
Partendo dalla tecnica del collage fotografico, Thorgerson e Powell cominciarono a realizzare copertine di dischi dai tratti surreali, fino a rivoluzionare e cambiare per sempre quella che è la produzione grafica di album musicali, la cui importanza stava diventando sempre più rilevante proprio in quegli anni. E’ solo con la così detta British Invasion della metà degli anni ’60, infatti, che il ruolo delle copertine dei dischi diventò importante, configurando quello che prima era solo un contenitore come un importante veicolo di contenuto. In un clima di tali novità, il gruppo Hipgnosis iniziò una sua personale sperimentazione, introducendo diverse tecniche che permettevano di ottenere effetti psichedelici. Per lo studio Hipgnosis la tecnica era importante quanto il contenuto: le loro complesse composizioni fotografiche, oggi molto più semplici da realizzare grazie ai programmi digitali, allora erano di gran lunga più impegnative, e i loro esperimenti in camera oscura furono molti. Utilizzarono il bianco e nero, il colore, la stampa multipla, la solarizzazione, la stampa in negativo, la doppia esposizione e così via.  Ma il lavoro artistico di Hipgnosis non era una sperimentazione manierista e fine a se stessa, bensì una diretta traduzione dell’opera dei gruppi per cui lo Studio lavorava, i Pink Floyd su tutti: come la musica diventava sempre più concettuale, complessa ed intrigante, così facevano anche le copertine degli album. Inoltre, proprio in questi anni si assistette ad una nuova trasformazione del concetto di arte che venne sdoganata ad un pubblico di massa, diventando così molto più accessibile. L’ evoluzione artistica della musica pop sarebbe oggi impensabile senza le copertine realizzate dallo Studio Hipgnosis. Prima del loro lavoro le cover erano quasi esclusivamente fotografie degli artisti: Aubrey Powell e Storm Thorgerson le hanno trasformate in una forma d’arte. L’aspetto del lavoro di cui Powell è più orgoglioso è la creatività condivisa con Storm Thorgerson, morto di cancro nel 2013. I due artisti hanno sempre cercato pensieri obliqui, con lo scopo di non essere mai ovvi e scontati e sviluppare un proprio stile nel quale il Surrealismo la faceva da padrone. Uno stile unico, copiato e ammirato nel mondo, ma mai eguagliato. Aver avuto il privilegio di poter lavorare continuativamente con artisti come Pink Floyd ha permesso a Hipgnosis di evolversi fino ai giorni nostri, entrando – di diritto – nei più importanti musei del mondo.

Aubrey Powell:
Aubrey Powell ha co-fondato, assieme a Storm Thorgerson, lo studio di design Hipgnosis nel 1967, il cui lavoro è continuato con successo per 15 anni, fino al 1982. Hipgnosis ha creato alcune delle copertine più innovative e surreali degli anni ’60, ’70 e ’80 per molti dei più grandi gruppi rock dell’epoca tra cui Pink Floyd, Led Zeppelin, Paul McCartney, Yes, Genesis, 10cc, Peter Gabriel, Bad Company, Emerson Lake & Palmer, Scorpions, Styx, Syd Barrett, Black Sabbath e Peter Frampton. Per quindici anni gli Hipgnosis sono stati l’avanguardia dell’iconografia rock e sono stati nominati cinque volte per un Grammy Award creando oltre 400 copertine di album. Powell si è successivamente dedicato al cinema come produttore, scrittore e poi come regista, girando video musicali, tre film e molti spot televisivi. Più recentemente è stato nominato per il premio BAFTA nel 2015 per la regia del film dei Monty Python One Down And Five To Go. Aubrey Powell è attualmente il direttore creativo dei Pink Floyd e ha appena prodotto la più grande e fortunata mostra al Victorian & Albert Museum di Londra intitolata “Pink Floyd – Their Mortal Remains”.

“100 Best Italian Rosè”: una grande occasione per i vini rosati del Sud Italia

di Luca Matarazzo

I vini rosati (o vini rosa) vengono ancora visti, da molti consumatori, come il frutto di un’alchimia sperimentale non sempre ripetibile.

Ciò quando va bene. Quando va male, invece, scorgiamo negli occhi delle persone quel senso di smarrimento nel pensare a un mero completamento di una gamma commerciale, ovvero un’etichetta di ricaduta per annate generose o altrettanto negative per le maturazioni dei rossi da lunga sosta in cantina.

Bisognerebbe, piuttosto, pensare ai rosè come ad un mondo parallelo, ove fare qualità non con metodi da azzeccagarbugli, ma seguendo lo stesso filo logico degli altri esempi aziendali. Solo così si punta dritti all’eccellenza, con contestuale rapidità di beva, timbro di fabbrica ideale. Senza dimenticare che alcuni virtuosi riescono persino a resistere oltre un lustro in bottiglia, senza veder scalfita l’acidità e la sapidità, veicolo di tensione gustativa e di piacevolezza al sorso.

Lo scopo di una Guida giunta alla terza edizione, che da quest’anno prende la formula di 100 Best Italian Rosè, grazie al giornalista enogastronomico Luciano Pignataro, sta proprio nel concetto di rappresentanza e nobilitazione. Ed in tale riflesso i rosati del Mezzogiorno hanno una porta spalancata da varcare.

Il giornalista Luciano Pignataro editore della guida 100 Best Italian Rosè edizione 2023

Già la storia di quanto accaduto in Puglia ne è un fulgido esempio, tra Negroamaro, Primitivo e Susumaniello per citarne alcuni. Ma anche in Campania, come ci raccontano i produttori Libero Rillo di Fontanavecchia, Adolfo Scuotto di Tenuta Scuotto e Ludovica Pagano di Famiglia Pagano, una varietà ostica come l’Aglianico dalla spiccata tannicità, se lavorata bene, può dare un contributo di sostanza al comparto.

Libero Rillo – Fontanavecchia
Adolfo Scuotto – Tenuta Scuotto
Ludovica Pagano – Famiglia Pagano

E perché non pensare alla Calabria nel versante Cirò, con il Magliocco a far da padrone indiscusso o in Sicilia sulle pendici dell’Etna tra Nerello Cappuccio e Nerello Mascalese, magari equilibrati in blend.

Il Sud Italia, spesso dimenticato e sofferente dal punto di vista comunicativo, può dettare le regole del futuro con espressioni di ottima agilità, dal profilo organolettico elegante e serbevole. Che sia incontestabile però una cosa: il quadro della situazione attuale, come già spiegato nella video intervista dal giornalista Luciano Pignataro, obbliga gli attori in gioco a evitare improvvisazioni.

Il lavoro comincia in vigna con selezioni accurate, non per eccedenze o per difetti di maturazione. Bisognerebbe, poi, razionalizzare l’impianto, immaginando che quelle porzioni vitate siano deputate unicamente alla realizzazione del rosato, senza commistioni al ribasso.

Last but not least l’opera di cantina da parte dell’enologo è fondamentale, nell’evitare ossidazioni rimarchevoli o devianze che vanifichino uve ottime sotto il profilo aromatico.

La giornalista Antonella Amodio
La giornalista Chiara Giorleo
La giornalista Adele Elisabetta Granieri
Teresa Mincione

Non è un gioco per tutti ed il severo panel alla cieca condotto da Antonella Amodio, Chiara Giorleo, Adele Elisabetta Granieri, Teresa Mincione e Raffaele Mosca ha sfornato una sequela di vini impressionanti, tra i quali primeggia il Cerasuolo d’Abruzzo Doc 2022 “Baldovino” di Tenuta i Fauri.

Al centro Valentina Di Camillo – Tenuta I Fauri

Non poteva mancare, infine, un piccolo spazio a Vinolok, uno degli sponsor principali della manifestazione celebrativa di chiusura del 20 luglio 2023 nella splendida cornice dello Yacht Club Marina di Stabia.

Vinolok

Ecco l’elenco completo dei premiati da visualizzare cliccando il link sottostante:

https://www.lucianopignataro.it/a/italian-best-rose/236142/amp/

Chianti Classico Summer 2023: 100 eventi per riscoprire le colline del Gallo Nero

Comunicato Stampa

Un calendario d’eccezione anima l’estate chiantigiana 2023. Ben 100 eventi da giugno a settembre, grazie a un finanziamento dell’Unione Europea (MEET Chianti Classico) e alla preziosa collaborazione dei Comuni del territorio, organizzatori di appuntamenti culturali e artistici che vanno ad arricchire la già fitta agenda degli enoturisti. A cura del Consorzio Vino Chianti Classico la creazione di un unico calendario di eventi per la stagione 2023, ispirati da 4 direttrici principali: Arte, Musica, Teatro e Vino.

L’arte. La mostra diffusa Art message in a Chianti Classico Bottle, curata da Francesco Bruni e Giuseppe D’Alia, presenta 7 nuovi artisti: Nian, Mono_graff, Rachel Morellet, Letizia Pecci, Cecco Ragni, Silvia Canton e Andrea Guanci. Ciascuno di loro ha interpretato il vino Chianti Classico con i propri mezzi espressivi, utilizzando come “tela” una bottiglia bordolese alta tre metri. Le opere sono visitabili liberamente da tutti i turisti, inserite in contesti di grande fascino nei 7 comuni del territorio, con l’invito a scoprire la vocazione artistica del Chianti Classico e le sue aziende che ospitano ricche collezioni.

La musica. Tutto pronto per una delle nuove proposte dall’9ª edizione del Chigiana International Festival & Summer Academy: Chigiana Chianti Classico Experience, ciclo di 7 appuntamenti tra musica e vino, in collaborazione con l’Accademia Musicale Chigiana, in selezionate cantine del Gallo Nero. Un itinerario musicale che unisce il repertorio cameristico classico alla tradizione enogastronomica toscana e che vedrà protagonisti – con orario d’inizio all’ora del tramonto – i giovani talenti allievi dei Corsi di Alto perfezionamento Musicale dell’Accademia Chigiana.

Il teatro. Un format ormai ben sperimentato nel corso della prima edizione della Chianti Classico Summer è lo street theater DiVinum, in collaborazione con Arca Azzurra Eventi, uno spettacolo dedicato al vino e pensato per superare la barriera linguistica attraverso una forma narrativa  accessibile a tutti, anche ai tanti spettatori stranieri presenti durante la stagione.

Se il vino accompagna tutti questi appuntamenti con degustazioni, non possono mancare anche i principali eventi del territorio, ormai tradizioni da non perdere, EXPO Chianti Classico (7-10 settembre, Greve in Chianti); Vino al Vino (Panzano, 15-17 settembre); Montefioralle Divino (Montefioralle, 22-24 settembre).

Il Calendario

Musica

12/07/2023       Greve in Chianti

“Chigiana Chianti Classico Experience a Tenuta Casenuove Concerto di Chitarra”

21/07/2023       Castellina in Chianti

“Chigiana Chianti Classico Experience a Rocca delle Macìe Quartetto d’archi”

08/08/2023       Castelnuovo Berardenga

“Chigiana Chianti Classico Experience a Vallepicciola Concerto di Oboe”

09/08/2023       Gaiole in Chianti

“Chigiana Chianti Classico Experience a Badia a Coltibuono Concerto di Violoncello”

23/08/2023       Castelnuovo Berardenga

“Chigiana Chianti Classico Experience a Fèlsina Concerto di Violino e pianoforte”

24/08/2023       Castellina in Chianti

“Chigiana Chianti Classico Experience a Castello la Leccia Concerto di Chitarra Fisk”

26/08/2023       Castelnuovo Berardenga

“Chigiana Chianti Classico Experience a Villa Mocenni Concerto di Violoncello e pianoforte”

Teatro

28/06/2023       Gaiole in Chianti                               Teatro: diVINUM

24/07/2023       San Donato in Poggio                      Teatro: diVINUM

23/08/2023       Castellina in Chianti                         Teatro: diVINUM

Vino

7-10 settembre Greve in Chianti                51° Expo del Chianti Classico

15-17 settembre               Panzano in Chianti           Vino al Vino

22-24 settembre               Montefioralle                     Montefioralle Divino

Tutte le iniziative sono consultabili sul sito chianticlassico.com

Tour Pighin 2023: Prima Tappa a Villa Rosa – La casa di Lella dallo chef una Stella Michelin Peppe Guida

di Silvia De Vita

Tour Pighin 2023: Prima Tappa a Villa Rosa – La casa di Lella

Un incontro interregionale tra due fuoriclasse del mondo enogastronomico: il produttore vitivinicolo Roberto Pighin e lo chef una Stella Michelin, con l’Antica Osteria Nonna Rosa, Peppe Guida.

In una cornice del tutto originale con un panorama mozzafiato, inerpicandosi tra strade sinuose, strettissime e vertiginose della Costiera Sorrentina, ad Alberi (NA), si è svolta la prima tappa del Pighin Tour. Villa Rosa – La Casa di Lella è stata la location prescelta per la cena degustazione durante la quale si è compiuto un connubio insolito tra Friuli Venezia Giulia e Campania.

Da sinistra lo chef Peppe Guida e Roberto Pighin

Due eccellenze, Peppe Guida, la cui semplice e strepitosa cucina è fatta di prodotti stagionali dell’orto e del pescato del giorno, e Roberto Pighin, vice presidente e responsabile dell’Azienda Pighin, i cui vini sono frutto di un progetto e di un’esperienza lunghi ben 4 generazioni.

La réunion è stata possibile grazie all’impegno di Giuseppe Buonocore del Gambero Rosso e da Ab Comunicazione nel creare una serata unica e speciale. La sfida è stata lanciata, quella di ampliare gli orizzonti e sperimentare come vini friulani di qualità possano accompagnare con piacevolezza piatti gourmet di tutt’altra tradizione e radici, garantendo ai 5 sensi percorsi emotivi di grande spessore.

Ma chi sono i due protagonisti della nostra serata?

La cantina Pighin si trova a Risano, in provincia di Udine e con i suoi oltre duecento ettari vitati rientra nelle DOC Friuli Grave e Collio Doc. Dagli anni Sessanta è tra i più conosciuti produttori friulani. Roberto Pighin, attuale responsabile dell’azienda di famiglia, è un uomo ben radicato nel suo territorio, ma con lo sguardo attento ai mercati esigenti e preparati. La passione per la terra, per il vino, per il lavoro traspare dalle sue parole.  L’azienda lavora utilizzando vitigni autoctoni e internazionali, rigorosamente sottoposti a selezione massale. Le viti sono radicate su terreni di pianura, composti da ciottoli di origine alluvionale che conferiscono ai vini importanti doti minerali.  “La scelta – dice Roberto Pighin – è quella di prediligere freschezza e immediatezza di beva, senza essere mai banali…” Poi continua: “Il vino deve essere come un abito e va abbinato a ogni circostanza”

Scendiamo verso Sud, a casa nostra. Villa Rosa – La casa di Lella è il luogo dove Peppe Guida, nell’Antica Osteria Nonna Rosa, esprime la sua arte culinaria. Splendida la vista della Villa sul Vesuvio e sul Golfo di Napoli, un tutt’uno con l’orto su cui lo chef punta tanto. Peppe Guida è un autodidatta incallito, una voce fuori dal coro, un uomo dall’aspetto serio con uno sguardo intenso e di poche parole. “Per me la cucina di territorio è quella della penisola, stretta tra le braccia” dice lo chef, aggiungendo “Abbiamo un giacimento così prezioso di prodotti caseari, ortofrutticoli, di terra e di mare, tutto a portata di mano. Io mi concentro su questo valore. Non c’è scarto, tutto è materia”. Non c’è menu prefissato, si lavora su base stagionale, con verdure e pescato locale che fanno da canovaccio a una tela reinterpretata quotidianamente, seguendo un percorso che varia a seconda delle giornate.

La nostra cena degustativa ha inizio con aria fritta, una deliziosa montanara, leggerissima e ben fritta con una salsa di pomodoro sul fondo. La leggerezza dell’impasto denota un’alta percentuale di idratazione oltre che un processo di lievitazione ottenuto con i giusti tempi. In abbinamento al piatto è stato proposto il Pinot Grigio Friuli Grave DOC 2022 di Pighin. Vitigno coltivato su terreni ghiaiosi, ben esposti con sistema di allevamento a Guyot. Vinifica unicamente in vasche di acciaio inox. Nel calice si presenta giallo paglierino tenue, mentre al naso spiccano leggeri profumi di frutta bianca. La persistenza non è lunga e nell’abbinamento la memoria del vino viene persa a vantaggio del piatto. 

Arriva la carrellata degli antipasti con i quali lo chef dimostra la sua passione per le verdure. La selezione prevede: culatello con emulsione di mozzarella, caponata, Melanzane a barchetta, tonno con pomodorini, alici marinate, fritto, totano e patate, Pasta e fagioli ripassata. Tutto cucinato con cura e con attenzione ai sapori originali. Particolare menzione merita il tonno con pomodorini e la pasta e fagioli del giorno prima ripassata.

Viene servito un Ribolla Gialla 2022 del Collio, meno declinato sui tipici sentori varietali. Coltivato nella zona del Collio Goriziano, terreno ricco della presenza di “ponca”, una roccia marnosa che sa conferire un carattere minerale ai prodotti del territorio. Al naso il vino regala profumi di frutta a polpa gialla in fase di iniziale maturazione e fiori di campo combinati a lievi cenni di pietra focaia e agrumi. Al sorso esprime freschezza e una nitida mineralità. Ottimo l’abbinamento sia con la pasta e fagioli ripassata che con il tonno. Degno di nota anche l’abbinamento con i fritti.

La pasta e patate con cozze e pecorino è la sorpresa che Peppe Guida ci riserva tra i primi. Un piatto estremamente equilibrato, con gli ingredienti risultano bene amalgamati tra di loro. Gradevole la trama dei sapori e delle consistenze. Il vino in accompagnamento è una Malvasia del Collio 2022. Riconosciamo l’espressività dei vitigni istriani. Il vigneto si trova a meno di 200 m sul livello del mare e cresce anch’esso sulla ponca. Nuance rivestite di giallo paglierino brillante, con note floreali di ginestra, camomilla ed erbe aromatiche e, a seguire, buccia d’arancia miste a sentori di frutta secca. Piacevole alla beva, arricchita da una grande freschezza e sapidità. Abbinamento riuscito alla perfezione!

La seconda sorpresa dello chef è un piatto di pesce: Pesce Musdea o Mostella le cui carni sono simili a quelle del merluzzo nordico, saporite e bianchissime, delicate e gustose. La mostella è servita con patate e scarolina tenera in una riduzione di limone, molto persistente e pregnante al palato. Il Collio Bianco Soreli ’20, di carattere, è ottenuto dal blend di tre bianchi autoctoni del Collio: il Friulano, la Malvasia Istriana e la Ribolla gialla. Naso da albicocca matura e vaniglia, e sorso fresco e longevo. Le uve vengono sottoposte a criomacerazione; Una parte del mosto ottenuto fermenta in vasche di acciaio sulle proprie fecce nobili. Una parte fermenta in “tonneaux” e in “barrique” di rovere Slavonia naturale e di media tostatura ove riposa fino all’assemblaggio.

Il fine pasto è affidato a una sfogliatella santa rosa scomposta con crema e amarene, degna rivisitazione della ricetta originale. In bocca è un’esplosione di sapori ed odori. Immancabile jolly è la zeppola fritta, che qui è una vera e propria istituzione da assaggiare.

Il Picolit ha un colore giallo ambrato, al naso è intenso, fine ed elegante. Ricorda l’albicocca e i fichi secchi. In bocca è dolce, caldo e armonico. Un vino passito, di grande concentrazione e persistenza. Ottimo chiusura di serata.

Un territorio cresce ogni qualvolta il confronto è cercato, condiviso e ragionato. Il connubio a Villa Rosa tra due grandi eccellenze del mondo enogastronomico ha sicuramente lasciato il segno. Il dialogo, la sperimentazione e l’apertura consentono sempre di migliorare e perfezionare le intese. Per il Pighin Tour 2023 possiamo concludere con la tipica espressione cinematografica “Buona la prima”!

La sorprendente longevità del Verdicchio dei Castelli di Jesi

di Ombretta Ferretto

Passato l’evento “I magnifici 16”, già accennato in un articolo dal collega Adriano Guerri e in attesa del resoconto del Direttore di 20Italie Luca Matarazzo, oggi vi racconteremo dell’incontro avvenuto lo scorso 20 Giugno a Napoli con il tour del Verdicchio dei Castelli di Jesi, dopo una tappa milanese e una romana.

L’attività, promossa dall’Istituto Marchigiano Tutela Vini (in sigla IMT), realizzato con contributo MASAF (D.D. n.553922, 28 ottobre 2022), in collaborazione con AIS Campania, ha visto svariate cantine coinvolte per promuovere la denominazione più grande e diffusa – sia in Italia che all’estero-  tra le sedici rappresentate all’interno del’IMT.

La degustazione constava di sette etichette, tutte versione Classico Superiore, provenienti da differenti areali. A presentare il territorio e le sue peculiarità Michele Bernetti, Presidente IMT e Amministratore Delegato di Umani Ronchi e a guidare la degustazione Franco De Luca, responsabile area didattica AIS Campania, e Gabriele Pollio, delegato AIS Napoli.

Il territorio si estende su una superficie vitata di circa 2200 ettari tra le province di Ancona e Macerata, nel territorio compreso tra i fiumi Misa e Musone e attraversato dall’Esino. Deve il suo nome alla presenza di venticinque rocche – erette tra il III e il XIII secolo d.C. – che punteggiano il territorio intorno a Jesi.

Data la peculiarità storico-architettonica a cui è legato il Verdicchio, l’Istituto sta svolgendo un’importante operazione di marketing territoriale volta a far prevalere sull’etichetta il nome Castelli di Jesi su quello del vitigno. Elemento già evidente nella versione Riserva e Riserva Classico DOCG (la cui denominazione è infatti Castelli di Jesi Verdicchio) e che caratterizzerà anche la versione Classico Superiore, da poco promossa a DOCG.

Il verdicchio è giunto nelle Marche intorno all’anno mille, al seguito di gruppi colonizzatori provenienti dal nord Italia, teoria avvalorata dal fatto che la Turbiana, vitigno base della Lugana, ne è una sotto varietà.

È un vitigno tardivo che ha trovato un ambiente pedoclimatico ideale in questa regione,  dove può godere, nella fascia in cui è coltivato, dell’influenza del mare e della protezione della dorsale appenninica. I terreni sono prevalentemente argilloso-calcarei, ma anche sabbiosi nell’area intorno a Morro d’Alba, l’altitudine dei vigneti varia dagli 80 fino ai 600 metri sul livello del mare con rese che si attestano intorno a una media di 100 quintali per ettaro.

I tratti tipici di questo vino sono da ricercare nell’avvolgente dolcezza dei profumi, prevalentemente di frutta matura come pesca e ananas, e nella sapidità di bocca, che si traduce al naso in una nota minerale, più o meno presente. Inoltre il Verdicchio si presta ai più svariati abbinamenti gastronomici: non solo piatti di mare ma carni bianche e pietanze a base di verdure.

La degustazione guidata ha evidenziato questi caratteri mettendo in risalto, tra le altre cose, la capacità evolutiva del verdicchio, in questo paragonabile all’altro grande vitigno autoctono presente in Italia, il fiano. I sette vini in degustazione infatti, partendo da un millesimo 2020, sono andati indietro nel tempo fino al 2002 e, pur trattandosi di etichette provenienti da aziende e areali differenti, hanno ben marcato questa caratteristica.

Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è un vino che nella storia ha saputo veicolare la propria immagine attraverso la bottiglia: ancora vivido è il ricordo di quella iconica, a forma di anfora, creata da Antonio Maiocchi alla fine degli anni cinquanta per l’azienda Fazi Battaglia. Immagine utilizzata anche da Tombolini, la prima delle cantine in degustazione con il suo Caltelfiora Verdicchio dei Castelli di Jesi 2020, che utilizza proprio questo tipo di bottiglia. 

Castelfiora presenta tutte le caratteristiche descritte, proponendosi con un naso fine di frutta matura, erbe aromatiche e una vena sapida in una corrispondenza di bocca che termina su una piacevole scia ammandorlata.

Origine Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2018 Fattoria Nannì è ottenuto con uve provenienti da vigneti a circa 500 mt s.l.m in contrada Arsicci, nel comune di Apiro, unico del distretto, insieme a Cingoli, a ricadere nella provincia di Macerata. Si caratterizza per il profumo di spezie dolci, anice in particolare, che ritroviamo in bocca nella nota balsamica in piacevole contrappunto con la mineralità sapida e i sentori agrumati. Il confronto con l’annata 2021 degustata ai banchi (che veste invece l’etichetta della Riserva DOCG) ci parla della perfetta corrispondenza evolutiva di un vino a tutti gli effetti di montagna, come lo definisce lo stesso produttore.  A raccontarci la vigna, il vino e le peculiarità del territorio in cui nasce c’è infatti Roberto Cantori, giovane titolare orgoglioso e appassionato.

Stupisce immediatamente per il color oro antico il terzo vino, nettamente diverso dalle pallide nuance paglierine dei precedenti (ma anche successivi) vini in degustazione. È infatti ottenuto da uve surmature il Terre di Sampaolo Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2018 Ottavio Piersanti.

Al naso l’elegante nota ossidativa, frutto dell’evoluzione, si intercala ancora una volta ai caratteri tipici di frutta matura, qui albicocca e susina, che si riscontrano anche in un palato morbido e avvolgente, ma pur sempre sapido. Sorprendente l’evoluzione nel bicchiere che ci regala, dopo oltre un’ora, quel goloso miele di millefiori che profuma struffoli e zeppole.

La nota minerale emerge invece immediatamente nei profumi di Frocco Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2017. Si tratta di una sottile venatura di zolfanello che lascia immediatamente posto, ancora una volta, alla pesca matura e alla salsedine, fino ad arrivare, dopo sosta prolungata nel calice, allo zafferano e al pop corn. Il sorso risulta avvolgente ed equilibrato nella freschezza, lungo su una scia di anice.

Il salto d’annata si palesa immediatamente nel ricco color oro del successivo vino in degustazione, Stefano Antonucci Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2013 Santa Barbara. Ancora una volta a risaltare immediatamente al naso è la vena minerale, qui rocciosa, seguita da zaffate di miele, zafferano, fresia e finalmente albicocca. La bocca è densa, fresca, ben sapida. L’annata 2020 degustata ai banchi risultava nervosa e scattante, declinata su note di erbe aromatiche e di sorso salato.

Vecchie Vigne Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2008 è sfaccettato in una serie di profumi che nella loro compattezza rendono il naso armonico e complesso. Frutto maturo, salsedine, talco, ginestra si alternano e si intrecciano senza sovrapporsi, per evolversi poi in tostature di nocciola. In bocca è ancora freschissimo, ha tratti mentolati che chiudono su un finale sapido.

La degustazione si chiude con una 2002 di Cuprese Verdicchio dei Castelli di Jesi in formato magnum. Di vivida luminosità, si caratterizza per il naso evoluto in cui le erbe mediterranee emergono immediatamente, mentre la frutta è surmatura, i petali di fiori sono essiccati, quasi in pot pourri e la mineralità è di smalto.  Il sorso è ancora fresco e gustoso: un bicchiere maturo ma non ancora stanco. Passando attraverso declinazioni olfattive variegate e mai monotone, al termine della degustazione durata oltre due ore, emerge chiara la sorprendente longevità del Verdicchio dei Castelli di Jesi.

Marche: evento “I Magnifici 16” e focus su Lacrima di Morro d’Alba

di Adriano Guerri

Durante il tour “I Magnifici 16″ organizzato dall ‘Istituto Marchigiano di Tutela Vini (IMT), svolto di recente dal 22 al 24 giugno, ho aderito ad uno dei 9 eno-itinarari proposti denominato: “Tra Verdicchio e Lacrima”.

L’IMT raccoglie, infatti, in un solo Istituto ben 16 denominazioni marchigiane tra Docg e Doc. L’incontro è avvenuto presso la Cantina Lucchetti, posta a poca distanza da Morro d’Alba e ad attenderci c’erano 7 aziende del comprensorio di Morro d’Alba. Ogni produttore ha raccontato la storia della propria azienda, prima di farci  degustare i loro vini. 

Dopo uno squisito pranzo al Ristorante Al Mago di Morro d’Alba ci siamo recati presso la Tenuta di Fra’ e qui altri 6 produttori ci aspettavano con la stessa prassi in un’organizzazione perfetta e meticolosa. In degustazione Verdicchio dei Castelli di Jesi, ma soprattutto Lacrima di Morro d’Alba. Alcuni cenni sul Lacrima di Morro d’Alba anticipano la lista dell’aziende aderenti all’appassionante iniziativa.

Il Lacrima di Morro d’Alba è una perla enologica italiana. Un vino rosso italiano apprezzato e conosciuto sin da tempi remoti. Nel 1985, anno in cui ottiene la meritatissima denominazione di origine controllata, diverrà finalmente conosciuto agli occhi del grande pubblico di appassionati. Vino molto gradito da Federico Barbarossa, ritiratosi in questi territori durante l’assedio di Ancona.

Il Lacrima di Morro d’Alba d’Alba viene coltivato, nei territori di Morro d’Alba, Belvedere Ostrense, Monte San Vito, Ostra, San Marcello e parte del comune di Senigallia, in provincia di Ancona. Un vitigno autoctono molto  particolare, quanto singolare proprio per la sua caratteristica di emettere delle gocce di succo dagli acini maturi in alcune annate. Un’uva dotata di buccia spessa ma al contempo delicata. Si può ottenere in purezza o aggiungere, per disciplinare, un massimo del 15% di altri vitigni autorizzati. Due sono i cloni: Lacrima comune e Lacrima gentile.

Un vitigno che da origine a vini con spiccata carica antocianica e tannini setosi. Il suolo in questo areale è prevalentemente argilloso e calcareo, con altimetria media dei vigneti che si attesta sui 200 metri. Il paesaggio è caratterizzato da dolci colline,  punteggiate da vigneti, oliveti con coltivazioni cerealicole e alberi di cipresso e quercia. Morro d’Alba fa parte dell’associazione Borghi più belli d’Italia,  un Castello medievale unico con il suo camminamento  interno chiamato “la Scarpa”, dal quale si può ammirare  di impareggiabili scorci che spaziano dal mare Adriatico all’Appennino marchigiano.

A livello sensoriale organolettico, si presenta nel calice con una bellissima tonalità rosso rubino intenso con riflessi che virano sul violaceo; al naso sprigiona eleganti sentori di viola, petali di rosa, ciliegia, mora di rovo e frutti di bosco e, con qualche anno in più, si percepiscono note di macchia mediterranea e spezie dolci. Sorso piacevolmente fresco con tannini ben levigati e gradevoli. In passato era ritenuto un vino da bere giovane, ma oggigiorno può essere consumato anche con qualche anno in più soprattutto la tipologia Superiore.

A tavola trova abbinamento con svariate preparazioni con prodotti tipici marchigiani come il salame di Fabriano e il Ciauscolo, ma anche preparazioni a base di  pesce azzurro e zuppe di pesce,  la versione Superiore è ideale con tagliata di manzo con rucola e ciliegini. Un vino che viene prodotto in quattro versioni: Lacrima di Morro d’Alba,  Lacrima di Morro d’Alba Superiore, Lacrima di Morro d’Alba Rosato e Lacrima di Morro d’Alba Passito, davvero straordinario e identitario.

Ho apprezzato molto i vini delle 13 aziende presenti nel press tour e lo spirito di aggregazione dei produttori, la loro tenacia e la loro calorosa accoglienza e ospitalità. Dei veri signori d’altri tempi. Una regione singolare, l’unica tra quelle d’Italia menzionata al plurale.

Ecco l’elenco delle cantine presenti:
Cantina Lucchetti – Cantina Luigi Giusti – Podere Santa Lucia – Tenuta Pieralisi – Filodivino – Società agricola Ronconi – Marotti Campi – Tenuta di Fra’ – Cantina Bolognini – Azienda Agricola Romagnoli – Stefano Mancinelli – Azienda Agricola Vicari – Montecappone e Mirizzi.

Campania Beer Expo 2023: al MANN di Napoli per incontrare l’arte campana della birra artigianale

di Silvia De vita

Si è appena concluso Campania Beer Expo, primo Salone regionale della Birra artigianale, nato in risposta alle esigenze del settore e promosso su iniziativa dall’Assessorato alle Attività Produttive della Regione Campania, nell’ambito della Legge regionale della Campania 24 giugno 2020, n. 16 che prevede misure a sostegno della agricoltura di qualità e del patrimonio agro-alimentare nel settore della produzione di birra agricola e artigianale.

L’idea di una fiera annuale della birra agricola e artigianale da tenersi, a rotazione, nei diversi territori della Regione è nata per rispondere a quanto prevede la Legge Regionale orientata ad attività̀ di identificazione e di valorizzazione della produzione birraia agricola e artigianale della Campania, con occasioni e iniziative di informazione.

Nell’ultimo decennio, la richiesta di birra è cresciuta anche nella nostra penisola. La produzione di birra in Italia (anno 2021) è di circa 18 milioni di ettolitri. Da un quarto di secolo a questa parte la tendenza è sempre positiva, soprattutto grazie alla nascita e al progressivo sviluppo dei birrifici artigianali.

Una spinta decisiva allo sviluppo del settore è arrivata dagli under 40, coraggiosi giovani che hanno investito nella loro passione, “la birra artigianale”, facendo nascere realtà imprenditoriali e cogliendo le opportunità offerte dal mercato e gli aiuti della “res pubblica” e dell’Europa. In questo scenario sono nati gli oltre 50 birrifici artigianali in regione, di cui 19 presenti al Campania Beer Expo.

I  campani “brewers”, in un particolare momento storico, critico per l’economia (molti di loro sono nati nel periodo del Covid), hanno abbracciato con coraggio e competenza la richiesta dei consumatori di avere un prodotto artigianale di qualità, originale e, laddove possibile, tipico del territorio in cui opera il piccolo birrificio: ed è proprio questa la sfida più grande in atto, dal momento che ad oggi le materie prime utilizzate per la produzione di birra (luppolo, orzo, altri cereali) sono per la maggior parte importate.


Nel Giardino della Vanella, all’interno del MANN – Museo Archeologico Nazionale di Napoli – si sono tenuti percorsi di degustazione con banchi d’assaggio, incontri tecnici e giornalistici per favorire possibili sinergie tra produttori e operatori del settore. I produttori giunti dalle varie province campane, hanno esibito le loro referenze, spaziando tra le diverse tipologie di birra a disposizione. I visitatori hanno potuto assaggiare birre campane artigianali, uniche anche per la Biodiversità del territorio: una passeggiata di gusto tra i diversi banchi di assaggio, incontrando tutte le varie espressioni appartenenti al mondo delle Birre (a bassa fermentazione e ad alta fermentazione, le Ale, le Blanche, le Stout, le Weiss, etc.). …

Dinamica e stimolante; vivace e passionale sono alcuni degli aggettivi maggiormente utilizzati dai piccoli produttori protagonisti all’evento per raccontare la loro esperienza nel tessuto imprenditoriale del mercato.

Un ulteriore momento di approfondimento del settore è stato offerto ai visitatori con le Masterclass in programma;

  • “La Campania capitale della pizza e della birra” ha affascinato i presenti proponendo alcuni abbinamenti tra la birra campana e il famosissimo piatto tipico partenopeo;
  • Il BeerLAB dal titolo “Come comunicare la birra artigianale?” grazie alla presenza di Antonio Romanelli di “Hoppy Ending” e Fabrizio Ferretti di “Mosto – Birra&Distillati” con Gabriele Pollio, delegato AIS Napoli, ha dato spunti di riflessione e discussione alla platea sull’importanza di fornire ai clienti un’esperienza di qualità nel consumo di birra. È emerso il fatto che le generazioni cambiano e ora c’è tanta scelta: quindi è diventato più difficile, in pochi secondi al bancone, catturare l’attenzione del cliente che è già esperto.
  • Molto immersiva e formativa, con sfumature a tratti cabarettistiche, la Masterclass dal titolo “Equilibri di Gusto”, moderata da Gabriele Pollio e condotta da Lorenzo Dabove “Kuaska”, supremo maestro spirituale della birra e massimo esperto in Italia di birre belghe e non solo. Un piccolo viaggio attraverso la degustazione di 6 birre ha consentito agli appassionati di avvinarsi meglio ai diversi stili e ai produttori locali.
  • L’ ultimo BeerLAB è stato incentrato sul tema “Birra e turismo: la Campania da scoprire” con interventi di Livia Iannotti, referente Filiera Brassicola Coldiretti Campania, Vito Pagnotta, socio fondatore e consigliere del Consorzio Birra Italia, e Carlo Schizzerotto, direttore del Consorzio “Birra Italiana”, Consorzio di Tutela e Promozione della Birra Artigianale Italiana da Filiera Agricola.

Non sono mancate le Italian Grape Ale, chiamate anche IGA, il grande orgoglio italiano, vero e proprio anello di congiunzione tra la birra e il vino, dove l’ingrediente principale è proprio l’uva, uno dei frutti d’eccellenza della penisola italiana. Ed in Campania non potevano mancare le testimonianze delle espressioni di alcuni vitigni autoctoni della Regione: Ipogea, realizzata con l’impiego di mosto di uve aglianico lasco da un vigneto del 1929 (Birrificio Skapte Handcraft Beer), Maritata è una Italian Grape Ale prodotta con mosto di Asprinio di Aversa, vite di origine etruscada (Birrificio 082TRE ) e Waina da Uve Caprettone del Vesuvio (Birrificio Mal-Brewing).

Il mondo delle birre è davvero molto ampio e diversificato, ed arricchirsi di questa conoscenza richiede tempo, passione e tanti assaggi: al Campania Beer Expo 2023 tale percorso è stato facilitato! Non ci resta ora che aspettare la prossima edizione e nel frattempo continuare le degustazioni dei birrifici presenti: 082TRE, 84030, Birra Amore, Birrificio Karma, Birrificio Artigianale Napoletano, Birrificio Dell’Aspide, Birrificio Sorrento, Birrificio Ventitré, Cifra, Cuoremalto, Kbirr Napoli, Magifra Excellent Craft Italian Beer, Mal Brewing, Maestri del Sannio, Microbirrificio Artigianale Okorei, Microbirrificio Artigianale Incanto, Serrocroce – La birra artigianale da filiera agricola, Skapte Handcraft Beer, Parthenya