Un giorno tra gli antichi documenti dell’Archivio Storico del Banco di Napoli, Patrimonio Unesco

Ben 100 chilometri di documenti, 4 piani ed oltre 200 stanze di Palazzo Ricca a Napoli occupate dagli antichi scritti del Fondo Apodissario degli otto Banchi Pubblici presenti nel capoluogo partenopeo, facente parte del più articolato Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli.

Stiamo parlando di un Patrimonio Unesco di rara bellezza, memoria storica delle principali attività economiche dal 1500 fino alla metà del secolo scorso. Agli inizi dell’opera manuale certosina, Napoli era considerata la seconda città più popolosa dopo Parigi e la capitale del Mediterraneo, grazie all’espandersi del sistema portuale. Con la guida Dalila Lahoz ha inizio da qui un lungo viaggio tra cultura e affari, che dura da quasi cinque secoli.

La Napoli del 1500 e la nascita dei Banchi Pubblici

I suoi abitanti attendevano un radicale intervento utile a favorire e implementare gli scambi commerciali; un metodo alternativo all’usura, considerata senza alcuna deroga un peccato mortale da parte della Chiesa Cattolica e, pertanto, screditata e osteggiata. Dall’arpagone singolo, al classico e regolare rapporto bancario, tutto ciò che richiedeva il pagamento di interessi a fronte di un prestito veniva bollato dall’opinione pubblica e condannato dalla Legge.

Il teologo predicatore Bernardino da Siena aveva aperto, in precedenza, un piccolo spiraglio nella visione dogmatica dell’impresa e della proprietà privata, ammettendo la legittima ambizione al guadagno del lavoratore onesto e timoroso di Dio. A buona azione deve corrispondere un vantaggio sia personale che per l’intera collettività: ecco la decisione coraggiosa dell’istituzione del primo Banco Pubblico nel 1539: il Banco di Pietà a San Biagio dei Librai.

Ad esso si aggiunsero, fino al 1640, altri 7 banchi posti nel perimetro del centro storico. A palazzo Ricca, attuale sede dell’Archivio Storico, sorgerà il Banco dei Poveri; ognuna di queste strutture gode delle medesime procedure amministrative e associative, compresa la scelta di un’Opera Pia (o Ente ecclesiastico affine) di carità per garantire una facciata sana a protezione da qualsiasi stigma religioso.

Studiando e leggendo le decine di migliaia di reperti, si risale al momento di passaggio dall’utilizzo della moneta contante alla nascita delle fedi di credito, antesignane dei moderni titoli all’ordine e delle madrefedi, sorta di primordiale conto corrente.

Ma cos’è una “fede di credito”?

All’epoca non era semplice certificare le reali sostanze patrimoniali negli accordi e nei contratti. La fede di credito era una testimonianza scritta, da parte di chi la rilasciava e controllata da notai, del rapporto esistente tra banco e cliente correntista. Divenne rapidamente una sorta di valore di scambio, utilizzabile previa girata e intestazione al posto del conio in vigore. In ogni causale veniva indicata la motivazione del pagamento, al fine del prelievo dei soldi da parte di chi fosse in possesso della notula.

Era prevista la possibilità di girare intestando all’infinito le fedi di credito, al punto tale che molte di esse non rientreranno mai nelle filiali d’emissione, consentendo un utilizzo effettivo dei depositi da parte dei governatori spagnoli per le spese più disparate comprese quelle per armi, abbellimento dei quartieri e sanità.

Immancabile la contraffazione dei documenti: gli impiegati dei banchi furono costretti ad applicare un bollo a freddo per registrare le fedi di credito. Quelle non più utilizzabili venivano impilate in apposite “filze” appese al soffitto, per esigenze di spazio e per essere salvate dalla fame dei roditori.

La pregiata carta d’Amalfi di cui erano composte ne ha consentito la perfetta conservazione fino ad oggi, divenendo lo specchio raffigurante di un passato, lungo trecento anni, di evoluzione della comunità non solo napoletana, ma mediterranea e delle crisi socio-politiche precedenti la fine del Regno delle Due Sicilie e l’unità d’Italia.

I registri: pandetta, libro dei conti e giornale copia polizze

Le vite di 17 milioni di persone in 4 secoli vennero registrate ad eterna memoria nei registri bancari, composti dalla pandetta dove veniva indicato nome e cognome e numero di conto. Si iniziava così per usanza spagnola, dando precedenza alle lettera A – F – G iniziali dei nomi più diffusi a Napoli all’epoca.

Si procedeva quindi con il libro dei conti dare/avere che includeva le spese e le entrate, elencate con dovizia minuziosa da ogni funzionario riconoscibile per sigla. Infine, per avere contezza delle effettive causali, si passava all’analisi e relativa compilazione del giornale copia polizze, elemento fondamentale per risalire alla storia finanziaria di ciascun cliente.

La peste e l’emergenza sanitaria

A metà del XVII secolo imperversò l’epidemia di peste bubbonica, che colpì la metà della popolazione partenopea. Napoli venne blindata, non si poteva entrare né uscire, ma i Banchi restarono comunque aperti per le spese del personale sanitario, dei farmaci, lazzaretti e persino dei becchini. Il medico siciliano Carlo Amorexano venne richiesto d’urgenza dal collega amico Agostino Baratto per salvare la vita del figlio, pagandolo in cambio con una fede di credito, a testimonianza dell’uso di tale strumento anche nel periodo più buio dell’Umanità.

La storia del Cristo Velato commissionato dal principe Raimondo di Sangro

Allo scultore Giuseppe Sammartino venne commissionato uno dei capolavori marmorei di indiscussa bellezza, all’interno della cappella Sansevero del principe Raimondo di Sangro. Nella causale, compilata dal servo Gennaro Tibet, venne indicato dal nobiluomo ogni minimo particolare di come dovesse essere realizzata la statua del Cristo Velato e il pagamento promesso di ben 500 ducati, quasi 120 mila euro attuali.

La nascita del Regno d’Italia

Nel 1819 gli 8 Banchi esistenti nel capoluogo vennero unificati dai Borbone nel Banco delle Due Sicilie; nel 1861, all’arrivo dei Savoia, il nome muterà in Banco di Napoli. La storia post-unificazione racconta dell’ingente attività di invio somme di denaro per il mondo, seguendo i flussi migratori.

Ogni cliente poteva spedire un conforto economico da e per il luogo dove i parenti erano emigrati per lavoro. Tante le storie di sofferenza documentate, quando i soldi non potevano essere consegnati per irreperibilità o morte del beneficiario o, semplicemente, perché rientrato in Patria.

Il compositore Rossini e la fine dei rapporti con l’impresario Domenico Barbaja

Anche il gossip dietro le fedi di credito conservate in archivio. Il celebre compositore Gioacchino Rossini, talento scoperto e scritturato da Domenico Barbaja per il Real Teatro di San Carlo di Napoli, dovette restituire parte dei compensi percepiti a seguito della rottura dei rapporti tra i due.

Motivo del contendere fu una donna, la cantante d’opera Isabella Colbrand compagna di Barbaja, che fuggì per amore con Rossini divenendo in seguito sua moglie.

Michelangelo Caravaggio nell’Archivio Storico del Banco di Napoli

Anche Caravaggio figurò nei rapporti del Banco. In realtà l’archivio è la testimonianza scritta con il maggior numero di documenti attribuibili all’artista. Caravaggio dovette fuggire a Napoli dopo un duello vinto durante il quale uccise Ranuccio Tomassoni, per una disputa d’amore e debiti. Protetto dalla famiglia Colonna, trovò asilo in Campania dove alcuni mercanti gli commissionano quadri e rare opere d’arte. Uno di essi, Nicolò Radolovich, pagò 150 ducati per una tela mai rinvenuta.

Il dubbio che non sia stata mai realizzata dal pittore risiede nel fatto che egli incassò l’acconto a valere su 200 ducati totali. La forma del contratto indicava con dovizia la data di consegna e come dovesse essere dipinto il quadro, comprese le posizioni delle figure.

La digitalizzazione: una nuova era per l’Archivio Storico del Banco di Napoli

Nella prospettiva di un più ampio disegno di definizione e implementazione delle risorse digitali  dell’Archivio Storico del Banco di Napoli è stata compiuta un’operazione di recupero e integrazione dei contenuti informativi degli inventari cartacei dei diversi fondi documentali. Gli inventari trattati sono collocati in tre sezioni: la prima dedicata ai banchi pubblici di età moderna, la seconda al Banco delle Due Sicilie, la terza al Banco di Napoli.

L’intervento, praticato con l’ausilio dell’applicativo Arianna, ha previsto una attività iniziale dedicata al trattamento delle scritture apodissarie degli otto antichi banchi di età moderna (secc. XVI ultimo quarto – XIX primo quarto). Le scritture patrimoniali sono attualmente in revisione, ma un primo supporto ha riguardato la serie delle pergamene del Banco della Pietà. È inoltre in via di completamento il lavoro di inventariazione analitica dei verbali degli organi sociali del Banco di Napoli (secc. XIX seconda metà – XX seconda metà).

Negli ultimi anni sono stati varati progetti di ricerca e repertoriazione dedicati alla pratica di Arti e mestieri (secoli XVI-XIX) e al primo biennio del Decennio francese (1806-1808): le schedature hanno previsto la creazione delle relative collezioni digitali e rappresentano un’agile risorsa per studi ed indagini.

Ultimo nato è l’intervento sulle pandette del XVI secolo dedicato all’indicizzazione dei nominativi dei clienti degli antichi banchi pubblici napoletani. A questo si aggiunge comunque la possibilità per i visitatori, previa apposita richiesta da inoltrare alla Fondazione Banco di Napoli, di poter visitare tutte le aree adibite alla raccolta dei documenti storici, negli orari aperti al pubblico.

Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli

Palazzo Ricca – Via dei Tribunali 213 – 80139 Napoli
Centralino +39 081 449400
E-mail: archiviostorico@fondazionebanconapoli.it

Chiuso il mercoledì e la domenica pomeriggio

Immagine di Luca Matarazzo

Luca Matarazzo

Giornalista, appassionato di cibo e vino fin dalla culla. Una carriera da degustatore e relatore A.I.S. che ha inizio nel lontano 2012 e prosegue oggi dall'altra parte della barricata, sui banchi di assaggio, in qualità di esperto del settore. Giudice in numerosi concorsi enologici italiani ed esteri, provo amore puro verso le produzioni di nicchia e lo stile italiano imitato in tutto il mondo. Ambasciatore del Sagrantino di Montefalco per il 2021 e dell'Albana di Romagna per il 2022, nonché secondo al Master sul Vermentino, inseguo da sempre l'idea vincente di chi sa osare con un prodotto inatteso che spiazzi il palato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

ALTRI ARTICOLI DELL’AUTORE