Catalogo Proposta Vini 2026: alla Leopolda di Firenze il futuro del vino passa anche dal recupero delle sue “radici”

Il 18 e 19 gennaio 2026 alla Stazione Leopolda a Firenze si è svolta la presentazione del Catalogo 2026 di Proposta Vini, uno dei maggiori distributori italiani di vini e di distillati.

L’ambientazione è stata a dir poco perfetta per un evento di questa caratura: oltre 200 cantine sia italiane che estere, più di 35 produttori di distillati, 6 masterclass, e svariati vini in degustazione hanno animato la manifestazione. Non siamo qui solo per sciorinare numeri e statistiche però; Proposta Vini è anche un attore che ha deciso di investire tempo e risorse in progetti che possono portare nuova linfa al mondo del vino, in un periodo di contrazione dei consumi.

Fra questi, di sicuro interesse è il progetto dei “vini dell’angelo”, una riscoperta dei vitigni che fino alla grande guerra erano presenti in maniera non estemporanea nella zona del Trentino, allora Tirolo italiano. L’area interessata non è casuale, infatti Gianpaolo Girardi fondatore di Proposta Vini nel lontano 1984 è originario della regione tridentina e molto legato ad un sogno che segue personalmente fin dall’inizio.

Il progetto “vini dell’angelo” promuove la coltivazione, la vinificazione e la commercializzazione proprio di questi rare varietà autoctone, recuperate da alcune cantine, dando alla luce vini che uniscono sapori antichi a conoscenze e vinificazioni moderne con dei risultati di sicuro interesse.

Il recupero è stato possibile sia grazie alla ricerca fatta in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach (inizialmente fondata a Innsbruck nel 1874), che ha propiziato il reinserimento degli antichi vitigni nel catalogo nazionale delle varietà di uva da vino, in base al ritrovamento di una carta geognostica del Trentino che fu esposta addirittura all’ esposizione internazionale di Vienna del 1873.

Nella mappa, oltre alla conformazione geologica della regione, furono inserite anche le zone vinicole vocate. Pur non conoscendone l’esatta ragione possiamo presumere che l’ufficiale dell’esercito che la disegnò fosse un appassionato di viticoltura e di vino, che ha permesso, con buona approssimazione, di sapere le presenze di diversi tipi di vitigni coltivati nelle varie vallate, anche quelle più piccole e laterali.

La fortuna vuole che ci sia stato tramandato a riguardo parecchio materiale grazie alla proverbiale organizzazione dell’allora impero Austro-Ungarico. Prima con la riforma voluta da Maria Teresa d’Austria riguardo la scolarizzazione e l’obbligo di alfabetizzazione e poi con una serie di vere e proprie raccolte statistiche sulle varie annate si è potuta operare una vasta raccolta di dati.

Attualmente più di 20 cantine partecipano al progetto, con studi su 30 tipologie di antichi vitigni in modi diversi. C’è anche da dire che non tutte le uve recuperate avevano bisogno di “vini dell’angelo” in quanto alcune varietà hanno superato indenni il cambio varietale avvenuto negli anni, per loro stessa natura non venendo deliberatamente o meno abbandonate.

Dentro ogni calice un frammento di storia identitaria della regione tornerà a vivere. Un filo sottile che unisce carte ottocentesche e il lavoro quotidiano delle cantine di oggi. Ed è proprio in questo dialogo tra passato e presente che il vino riesce ancora a sorprendere e a raccontare qualcosa di autentico anche grazie al lavoro di persone come Girardi.

Le foto del presente articolo sono state scattate da Mattia Genovese.

Amarone in Capitale: un brindisi al grande rosso della Valpolicella nel cuore di Roma

In un periodo di grande incertezza per il mondo del vino, tra sfide climatiche, normative sempre più restrittive e un mercato in evoluzione, c’è ancora spazio – e bisogno – di celebrare le eccellenze che hanno fatto la storia dell’enologia italiana. È in questo spirito che si è svolto “Amarone in Capitale”, l’evento organizzato dal Consorzio Vini Valpolicella all’Acquario Romano, con l’obiettivo di riportare sotto i riflettori uno dei più grandi vini rossi del nostro Paese: l’Amarone della Valpolicella.

Non è un momento semplice per i produttori. Dalle nuove regole sulla circolazione stradale che di fatto penalizzano il consumo di alcol, al cambiamento climatico che mette a dura prova la viticoltura, fino alle direttive europee sempre più rigide: sembra quasi che si stia combattendo una guerra silenziosa contro il vino. A questo si aggiunge il cambiamento delle abitudini dei consumatori più orientati verso bianchi e rosati leggeri e immediati che rende difficile il lavoro delle regioni identificate per i rossi strutturati.

Eppure, proprio in mezzo a tali difficoltà, l’Amarone si rialza con orgoglio. “Abbiamo celebrato da poco i cento anni del Consorzio, ha ricordato il Presidente Christian Marchesini, ma l’Amarone è ancora più giovane. È un vino che ha saputo crescere, innovarsi e rappresentare il volto più raffinato e potente della nostra terra.”

Il disciplinare prevede e obbliga i consorziati ad utilizzare i vitigni Corvina, Corvinone e Rondinella, ai quali si possono aggiungere ulteriori uvaggi in minime percentuali. È sicuramente un vino complesso da produrre che richiede dispendio di tempo ed energie

L’evento “Amarone in Capitale” ha attirato centinaia di appassionati, operatori del settore e semplici curiosi, tutti uniti dalla voglia di conoscere – o riscoprire – un vino che non smette mai di emozionare. Nonostante qualche nostalgico rimpianto per le location delle passate edizioni, l’Acquario Romano ha saputo offrire un’atmosfera suggestiva, tra architetture di inizio Novecento e il calore delle degustazioni, che hanno portato a Roma un angolo di Valpolicella.

Qual è la tendenza? Nel rispetto delle tradizionali tecniche d’appassimento, si cerca sempre più la produzione di vini snelli e di agile bevuta. Sembra difficile da immaginare, ma l’Amarone contemporaneo tende ad essere un vino che conserva le sue caratteristiche in termini di struttura e complessità, con una tendenza al dinamismo evidenziando le doti di freschezza e balsamicità.

In degustazione, le espressioni più autentiche di questo grande rosso veneto, capaci di raccontare la pazienza dell’appassimento, la profondità delle vigne storiche e il carattere di una comunità che non vuole arrendersi alla logica del rapido consumo. Amarone, Ripasso, Valpolicella Superiore: nomi che evocano storia, territorio, ma anche resistenza culturale. Perché oggi bere un Amarone, con la sua struttura, i suoi tempi lunghi e la sua vocazione meditativa è anche un gesto che rifiuta l’omologazione e difende un patrimonio enologico fatto di tradizione, fatica e bellezza. Il messaggio lanciato da Roma è chiaro: l’Amarone non è solo un vino, è un simbolo. E in tempi difficili, i simboli servono più che mai.

A partire dalle 17.00, i banchi di assaggio hanno accolto visitatori italiani e internazionali offrendo una panoramica della denominazione Valpolicella attraverso i suoi protagonisti: Amarone, Valpolicella Classico, Ripasso, Recioto e Valpolicella DOC. Le etichette in degustazione, proposte dalle undici cantine – tra cui nomi noti come Zymè di Celestino Gaspari, Pasqua Vini, Domini Veneti e Secondo Marco, hanno raccontato con intensità e personalità il territorio che le ha generate.

Il momento clou della serata è stato la “Masterclass Amarone della Valpolicella Riserva”:

Tempo e idee che plasmano l’eccellenza”, curata da AIS Lazio. Un viaggio tecnico e sensoriale nella riserva del grande Rosso, espressione estrema di equilibrio tra tempo, visione e territorio. I produttori presenti hanno condiviso esperienze, sfide e intuizioni che hanno contribuito a elevare lo stile dell’Amarone a un livello internazionale.

Apertura da parte di Alberto Brunelli che ha sottolineato le parole del Presidente introducendo poi la bravissima relatrice AIS Manuela Di Palma che ha descritto in modo magistrale i quattro campioni in degustazione:

  • Flatio Amarone della Valpolicella Riserva Mario 2015
  • Rubinelli Vajol Amarone della Valpolicella Riserva 2011
  • Zyme Amarone della Valpolicella Riserva 2011
  • Secondo Marco Amarone della Valpolicella Riserva Fumetto ’08 2008

Un connubio d’eccellenza ha accompagnato la degustazione: Parmigiano Reggiano DOP, partner ufficiale dell’iniziativa, ha offerto un perfetto abbinamento gustativo, esaltando le caratteristiche organolettiche dei vini in assaggio.

Anche qui quattro campioni di assaggio con altrettante stagionature, iniziando dal Parmigiano Reggiano stagionato per 24 mesi, poi 36, 48 e infine… 80 mesi! “Amarone in Capitale” ha confermato la capacità del Consorzio Vini Valpolicella di parlare a un pubblico ampio, coniugando divulgazione, qualità e intrattenimento nel cuore pulsante della Città Eterna.