Doc Salaparuta: sorprendente la prima Wine Week per un territorio ricco di storia e fascino

La Valle del Belice è custode di uno dei territori più affascinanti della Sicilia, comprendente l’areale della Doc Salaparuta. Un fiume denso di storia, dove l’acqua scorre tra le lacrime della gente che ha vissuto il dramma prima del terremoto del 1968 e poi dell’alluvione del 2018. Per fortuna gli abitanti di questa terra bedda, come amano definirla, non sono scaramantici ed hanno saputo affrontare, con sacrificio, le avversità climatiche ed economico-politiche nei decenni trascorsi. Intorno alla doc Salaparuta, da nord a sud si registra un’alta concentrazione di importanti denominazioni storiche (Alcamo, Monreale, Contessa Entellina, Santa Margherita del Belice, Sambuca di Sicilia, Menfi) che spiega bene l’importanza della viticoltura in questa parte dell’Isola.

L’altitudine varia dai 90 metri ai 600 metri. Dopo la caduta dell’impero Romano e il dominio dei bizantini, lo sbarco dei Musulmani a Mazara nell’827 avvia la dominazione araba in Sicilia. Risalgono al periodo arabo i nomi di quattro casali: Belich, Salah, Taruch e Rahal al Merath (Casale della donna). I primi tre vennero col tempo abbandonati per le loro condizioni insalubri; sopravvisse soltanto l’ultimo che cambiò il nome quando gli abitanti del casale di Salah vi si trasferirono: da Casale della donna divenne Sala della donna, diventando così il nucleo originario della futura Salaparuta.

La storia di Salaparuta

Il primo barone dichiarato ufficialmente fu Girolamo Paruta nel 1507. Da quel momento la Baronia Sala Della Donna prese il nome di Sala di Paruta e successivamente di Salaparuta. Francesco Alliata, nel 1624, venne nominato primo Principe di Villafranca e nel 1625 Duca di Sala di Paruta, dal re Filippo IV. Con le trasformazioni agrarie, la diminuzione delle coltivazioni cerealicole a vantaggio dei vigneti e uliveti e il diffondersi della piccola proprietà contadina subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, lo sviluppo di Salaparuta venne bruscamente interrotto dal terremoto della Valle del Belice del 14 e 15 gennaio 1968, quando il piccolo paese – assieme a Gibellina, Poggioreale e Montevago – furono quasi rasi al suolo. Cominciò la drammatica emigrazione dei tanti sopravvissuti. Chi decise di restare, a fatica, visse nelle baraccopoli per lungo tempo prima di vedere completati i lavori di ricostruzione. A imperitura memoria restano opere d’arte di grandissimo valore come la Stella di Consagra e il Cretto di Burri, testimoni silenziosi del dolore vissuto.

Le varietà d’uva coltivate

Il clima del territorio è quello tipico mediterraneo. Le varietà cardine sono: Catarratto, Grillo, Insolia e Nero d’Avola, assieme ad altri vitigni di più recente introduzione come Chardonnay, Syrah, Merlot e Cabernet Sauvignon. Conosciuto e coltivato in Sicilia da più di tre secoli, il Catarratto presenta un gran numero di varianti. Il biotipo diffuso a Salaparuta è il Catarratto Bianco Lucido, iscritto nel Registro nazionale delle verità di vite già dal 1970. La Doc prevede il Catarratto sia in purezza nel “Salaparuta Catarratto” che nel “Salaparuta Bianco” che prevede un minimo di 60% di questo vitigno, mentre per la rimanente parte possono concorrere alla produzione di detto vino altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei alla coltivazione nella regione, con esclusione del Trebbiano toscano.

Il Nero d’Avola è storicamente il vitigno più rappresentativo e blasonato della Sicilia. Durante l’800 era conosciuto come Calabrese e così venne registrato nel Registro nazionale delle varietà di vite fin dal 1970. Nell’800 il vitigno viene associato al paese di Avola, in provincia di Siracusa. Il nome Calabrese non è altro che una italianizzazione/traslitterazione del termine siciliano “calaulisi”, che significa “uva (cala) di Avola”, o, secondo altre versioni, dall’espressione grecanica “Calà u risi”. Dal piccolo centro siracusano, il vitigno si è diffuso nei comuni di Noto e Pachino, ovvero nell’intera Val di Noto, dove entra a pieno titolo nelle doc locali, e da lì in tutta la Sicilia (tranne la zona etnea e la provincia di Messina, dove è più raro) e in una parte della Calabria. Sfruttato per la sua acidità per la realizzazione di vino novello e vini giovani e spesso commercializzato sfuso verso l’estero per irrobustire con la sua struttura i vini dell’Italia settentrionale e della Francia, conosce oggi una nuova affermazione grazie a lavorazioni più rispettose del vitigno, dotato di una straordinaria e naturale freschezza.

I terreni vocati sono: pianeggianti di tipo alluvionale, prodotti dai detriti delle inondazioni del fiume Belice; collinari con argille arricchite di sostanze minerali, frutto della decomposizione di rocce calcaree, con discreta capacità di ritenzione idrica.

Numeri e protagonisti della Doc

La DOC è stata istituita con Decreto ministeriale dell’8 febbraio 2006 pubblicato sulla GURI n. 42 del 20 febbraio 2006. La piccola denominazione Salaparuta può contare su 900 ettari totali, 9 produttori di vino e 38 produttori di uve. La produzione attuale di vini rivendicati sotto la denominazione è di 30mila bottiglie ma c’è l’obiettivo di crescere e consolidare il nome sfruttando tutte le potenzialità del territorio. Il resto della produzione delle aziende di Salaparuta ricade sotto la Doc Sicilia o la Igp Terre Siciliane.

Il Consorzio Volontario di Tutela Salaparuta Doc

Fondato nel 2006 dopo il riconoscimento della doc, nasce come associazione di produttori impegnati a proteggere e valorizzare i vini di Salaparuta. Guidato dal Presidente Pietro Scalia e dai vicepresidenti Calogero Mazzara e Giuseppe Palazzolo, deve sostenere e comunicare adeguatamente il territorio ed i suoi vitivinicoltori. Il presidente Scalia ci racconta della non facile situazione che ha vissuto la Denominazione, sia per le difficoltà agricole nella coltivazione delle vigne e conseguente abbandono delle campagne, sia per questioni di cambiamento climatico con periodi di siccità sempre più lunghi.

Inoltre l’innesco della guerra legale sull’utilizzo del nome Salaparuta, tra Consorzio e cantina Duca di Salaparuta, giunta ormai alle pagine finali (sperando in una risoluzione positiva per l’intero comparto), ha insinuato la paura che tutto finisse rapidamente. Dopo il massimo livello di ettari iscritti a Doc nel 2015, si è infatti vissuto un lento ed inesorabile momento di riassestamento al ribasso, in attesa di sviluppi futuri.

Gli agricoltori sono rimasti alla finestra a guardare, consci, però, degli spiragli di luce che giungono dal ricambio generazionale. Nuove leve unite tra di loro e capaci davvero di interpretare al meglio le esigenze del consumatore, grazie al sapiente accesso ai canali interattivi globali. Attenzione anche verso un possibile passaggio in seno alle clausole, forse troppo stringenti, del Disciplinare di produzione, che potrebbe vedere l’inserimento di altre varietà – Zibibbo e Perricone su tutti – molto interessanti e resistenti.

Cantine ed assaggi

Baglio delle Sinfonie

Piccola azienda a conduzione familiare. Qualità e sostenibilità rappresentano il fulcro dell’attività, costantemente ricercate nella produzione dei migliori vini del territorio. Fondata nel 2013, conta su 33 ettari di proprietà. Produce le seguenti tipologie di uva: Grillo, Catarratto, Chardonnay, Nero d’Avola e Syrah. Età media delle viti: 6 anni. Svolge raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Nei casi di più lungo invecchiamento fa ricorso alle barrique. Buon equilibrio il bianco targato Catarratto 2022, rispecchia appieno la filosofia stilistica e l’annata calda con note mature e voluminose. Intrigante e polposo lo Chardonnay 2023, mentre soffre la robustezza tannica e calorica il Syrah 2019, forse ancora aderente alle estrazioni eccessive ricercate nella prima decade del secondo millennio

Bruchicello

L’azienda Bruchicello, fondata su un’amica tradizione familiare, produce vini da varietà autoctone. Segue con cura ogni fase del processo produttivo, dalla coltivazione delle uve all’imbottigliamento e commercializzazione. Fondata nel 1976, conta su 5 ettari coltivati a: Catarratto, Nero d’Avola e Cabernet Sauvignon. Età media delle viti: 15 anni. Raccolta manuale, uso di contenitori d’acciaio e barrique. Buccioso il Catarratto in purezza 2021, strutturato e tropicale da vigne storiche di 26 anni. Convince anche lo Chardonnay 2023 possente e tostato, dal finale quasi salmastro. Perplessità sulla Riserva di Nero d’Avola 2015 presentata alla stampa: l’eleganza è indiscutibile, ma il campione sembra percorrere ormai il viale del tramonto per la bassa acidità che non sorregge il nerbo alcolico.

Ippolito Vini

Ippolito coltiva vigneti da quattro generazioni, con passione e metodi innovativi per la coltivazione della vite e la produzione del vino. Animata da un profondo rispetto per la terra e i suoi frutti, la famiglia cura con dedizioni i 10 ettari di vigneti a base di Catarrato, Chardonnay, Syrah, Nero d’Avola e Grillo, che si estendono tra le colline di Salaparuta. Raccolta manuale con vinificazioni e affinamenti in acciaio e in bottiglia. Ancora acerbo il blend Catarratto-Chardonnay 2023 con acidità energica a discapito del frutto. Meglio convincente il Nero d’Avola 2023 con nuance di erbe mediterranee molto tipiche, frutti di bosco succosi e tannini moderati.

Leonarda Tardi

I fratelli Calogero ed Eliana Mazzara, cresciuti tra i filari delle vigne, hanno raccolto l’eredità dei genitori e dedicato il nome dell’azienda alla memoria della mamma. L’azienda nasce nel 2016 e in questi anni ha sempre di più rafforzato i legami con il territorio, coltivando poco più di quattro ettari di vigne con una età media delle viti di 11 anni. Le uve prodotte sono Chardonnay, Catarratto e Nero d’Avola. Raccolta manuale, vinificazioni in acciaio e affinamenti in bottiglia. Giovane e tenero il Catarratto del Salitano 2023, ancora in divenire e dalla lunga prospettiva. Pazzesco lo Chardonnay di Alikase 2021, con note burrose accompagnate da una bocca agrumata e sapida. Equilibrato l’assaggio extra dell’Alikase rosso 2017, la prima annata di Nero d’Avola prodotta dall’azienda, fragrante ed appetitoso carico di fiori violacei ed amarene mature. Esce attualmente in commercio la 2021, segno che il progetto funziona.

Noah Palazzolo

Giuseppe Palazzolo, laureato in viticoltura ed enologia, dal 2019, anno di fondazione dell’azienda, prosegue la produzione biologica avviata da nonno omonimo. Punta allo sviluppo dell’attività familiare in forma ecosostenibile ed è impegnato nella valorizzazione dell’areale culturale Belicino. Una favola agricola in chiave moderna. L’azienda si compone di 30 ettari. Età media delle viti: 6 anni. Tipologia di uve: Catarratto, Grillo, Chardonnay, Perricone, Zibibbo e Nerello Mascalese. Raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Amante della musica, visionario e sperimentatore, partito dalla stanza di un casolare e lanciato più che mai a ricoprire presto un ruolo da protagonista assoluto. Bello il Catarratto 2022 raccolto in fasi differenti e corretto con la base utilizzata per lo spumante. Completo e stuzzicante. Troppa speziatura per il Nero d’Avola del Valley, edizione 2022, non accompagnata da sfumature dolci e succose. Gradevole la versione Perricone in purezza sempre 2022, caldo e succoso tra more e liquirizia.

Cantina Giacco

Fondata nel 1977 da Nunzio Stillone, l’azienda sorge tra le verdi colline di Salaparuta proprio sul sito di Villa Amalia, uno degli edifici distrutti dal terremoto del 1968. Con la volontà di ricalcare l’antica tradizione vitivinicola iniziata dagli abitanti fin dall’800, dopo una fase di lavorazione dei prodotti sfusi, nei primi anni ’90 comincia anche l’imbottigliamento di vini di propria produzione. Si estende su 120 ettari e propone le seguenti varietà: Grillo, Catarratto, Chardonnay, Nero d’Avola, Syrah e Merlot. Età media delle viti 15 anni. Raccolta è in parte manuale e in parte meccanica. Le lavorazioni sono in acciaio. Qualche sfumatura amaricante il Villa Amalia 2022 a base Catarratto, con salvia e rosmarino sul finale. Rustico, ma vivace il Villa Amalia Nero d’Avola 2022, ottima materia da valorizzare in futuro. Fa anche un Metodo Ancestrale bianco, corretto e agevole.

Scalia&Oliva

L’anno di fondazione ufficiale è 2010, ma Pietro Scalia – dopo un periodo di emigrazione in America – avvia l’azienda già nel 1999 per poi associarsi a Giuseppe Oliva nel 2009. Specializzata nella produzione di vini di qualità che riflettono i profumi e i sapori tipici del territorio siciliano, l’azienda oggi produce 50 mila bottiglie di vino di alta gamma e può vantare anche la produzione di olio da Nocella del Belice e di pasta da grani antici siciliani. In totale 37 ettari, dedicati alla produzione di Catarratto, Chardonnay, Grillo, Syrah, Nero d’Avola, Perricone, Zibibbo. Età media delle viti: 15 anni. Raccolta manuale e vinificazioni in acciaio. Alcuni prodotti invecchiano in legno piccolo. Facile il Catarratto 2023, tra agrumi e fiori bianchi. Ricco, voluminoso e coerente il Nero d’Avola 2021, forse il campione più interessante dei 3 giorni di degustazione, così come lo Zibibbo 2023 per nulla glicerico o eccessivamente aromatico.

Villa Scaminaci

La cantina sociale Villa Scaminaci, già Madonna del Piraino, nasce nel 1975 nell’area un tempo occupata dalla villa omonima distrutta dal terremoto del 1968. Forte di 300 ettari, riunisce i viticoltori di Salaparuta e delle aree circostanti, promuovendo la sostenibilità e la valorizzazione del territorio siciliano. Produce ogni anno 50mila bottiglie che hanno conquistato sia il mercato italiano che il mercato statunitense. Tipologie di uva: Catarratto, Grillo, Nero d’Avola. Età media delle viti: 18 anni. Raccolta manuale e lavorazioni in acciaio. Si vede e si sente soprattutto nel calice la loro esperienza. Ottima qualità il Catarratto 2022, idrocarburico e ben rappresentante di quell’idea di bianco italiano che può resistere anni in bottiglia prima di dare il meglio di sé. Palpabile il tannino del Nero d’Avola 2022, dove succosità agrumata e sensazioni iodate aiutano il sorso ad essere dinamico e mai appesantito. E ben fatto anche l’assaggio extra da Grillo in purezza, materico e tropicale, solo un filo corto in chiusura.

Vini Vaccaro

Azienda di impronta familiare, nasce negli anni ’70 quando Giacomo Vaccaro e sua moglie Caterina acquistano il primo podere a Salaparuta. L’atto di fondazione ufficiale è dell’anno 2000, gli ettari totali sono 90. L’azienda trasforma uve di di Catarratto, Grillo, Merlot, Nero d’Avola. Età media delle viti: 15 anni. Dopo la raccolta manuale e la vinificazione in acciaio, sono previste modalità diverse di affinamento in botti grandi, tonneau e barrique. Ce ne sarebbe da parlare per ore di una famiglia unita attorno al visionario capostipite, dove il legame di parentela si fonde con quello per la terra madre d’origine. Eycos, blend di Catarratto e Chardonnay annata 2022 è morbido e ben dosato nella componente di freschezza. Gusto internazionale. Il Giacomo Riserva 2018 da Nero d’Avola è un vino di sostanza e piacevolezza, molto identitario. Incredibile sia il Metodo Classico Pas Dosè Millesimato (gli unici nell’areale a produrre una simile tipologia) ed il Grillo 2022 del Timè, con le nuance da Sauvignon Blanc (in fondo sono parenti alla lontana), elegante, dinamico e mediterraneo.

Un ringraziamento al giornalista Vittorio Ferla per l’assistenza durante lo splendido tour organizzato per scoprire una pagina ancora non scritta della Sicilia più autentica.

Immagine di Luca Matarazzo

Luca Matarazzo

Giornalista, appassionato di cibo e vino fin dalla culla. Una carriera da degustatore e relatore A.I.S. che ha inizio nel lontano 2012 e prosegue oggi dall'altra parte della barricata, sui banchi di assaggio, in qualità di esperto del settore. Giudice in numerosi concorsi enologici italiani ed esteri, provo amore puro verso le produzioni di nicchia e lo stile italiano imitato in tutto il mondo. Ambasciatore del Sagrantino di Montefalco per il 2021 e dell'Albana di Romagna per il 2022, nonché secondo al Master sul Vermentino, inseguo da sempre l'idea vincente di chi sa osare con un prodotto inatteso che spiazzi il palato.

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