Il ritorno a Fontodi: eccellenza del Chianti Classico e rispetto del territorio nel segno del Gallo Nero

Flaccianus Pagus era l’antico nome del borgo rurale di Panzano, frazione di Greve in Chianti. Da qui prende il nome il Flaccianello della Pieve, forse l’etichetta più nota e riconoscibile dell’Azienda Agricola Fontodi, per l’immagine di una croce in stile longobardo-cristiano, cippo originale in pietra arenaria rinvenuto nelle vigne dell’azienda e conservato nella Pieve romanica di San Leolino.

Panzano e la “Conca d’Oro”

Un’azienda che rivisitiamo con estremo piacere, per raccontare l’etichetta che rimarca il legame fortissimo tra territorio e confini del Chianti Classico, attiva a Panzano dal 1968 ad opera della Famiglia Manetti, oggi guidata da Giovanni Manetti attuale Presidente del Consorzio Vino Chianti Classico (rimando all’articolo del collega Adriano Guerri: Fontodi: la magia del Sangiovese in purezza nel cuore del Chianti Classico). Ben 110 ettari di vigne, di cui il 95% a sangiovese, contenute prevalentemente in quell’anfiteatro naturale denominato Conca d’Oro, che a sud del borgo di Panzano  si estende fino a raggiungere il fiume Pesa ed è delimitato a est da San Leolino.

Qui un tempo, a godere del clima ideale e dell’irraggiamento solare erano le coltivazioni di grano (da cui il nome), ora che invece la vite ha trovato il suo luogo d’elezione naturale, il significato di Conca d’Oro assume una valenza prevalentemente legata ai caratteri di qualità microclimatica. È Silvano Marcucci, storico collaboratore della Famiglia Manetti, a raccontarci Fontodi, partendo proprio dalle vigne, visibili con un unico colpo d’occhio dal cortile dell’Azienda e racchiuse in questa culla naturale che, complice la luce nitida di un nuvoloso fine ottobre e il principio di foliage delle vigne, nel pomeriggio della nostra visita irradia suggestivi bagliori dorati.

L’azienda a misura d’uomo

“Siamo artigiani”, Silvano ci tiene a ribadirlo sin da subito. E anche se questo termine potrebbe confliggere con la notorietà internazionale e il plauso ormai unanime della critica, Silvano ricorda come prima di tutto si debba mirare a produrre il “vino giusto”, che sia non solo piena espressione del terroir, ma soprattutto sostenibile per il territorio: la porzione di vigna immediatamente davanti a noi è stata rifatta con pietre di recupero seguendo la tecnica del terrazzamento, più rispettosa dell’ambiente. Ma d’altronde Panzano è biodistretto vitivinicolo, il primo costituitosi in Europa nel 1995, inizialmente con soli undici produttori, oggi diventati ventitre su un’estensione di oltre settecento ettari. Fontodi dunque opera in regime biologico, attribuendo a questo termine una profondità di significato che va oltre i dettami di legge, legato al rispetto dell’intero ecosistema del territorio e la classifica come un’azienda a ciclo chiuso.

“L’uva nasce nella terra e ritorna nella terra” è uno dei principi di Giovanni Manetti: ecco perché il cumulo di vinacce che ci accoglie al nostro ingresso nei locali di vinificazione non verrà conferito a nessuna distilleria. La famiglia Manetti infatti è anche proprietaria di un allevamento di Chianina, settanta capi di una razza autoctona del Centro Italia, che negli anni Settanta rischiava l’estinzione. Il letame ottenuto dall’allevamento, insieme agli sfalci e alle vinacce viene utilizzato in vigna come compost nel periodo tra novembre e marzo, in alternanza a interfile con favino, orzo ed erba spontanea.

Attualmente Fontodi produce una media di 350 mila bottiglie all’anno, suddivise su otto etichette: Flaccianello della Pieve (Sangiovese 100%), Vigna del Sorbo Chianti Classico Gran Selezione; Terrazze San Leolino Chianti Classico Gran Selezione, Fontodi Chianti Classico (Sangiovese 100%), Filetta di Lamole Chianti Classico (Sangiovese 100%), Case Via Pinot Nero Colli della Toscana Centrale IGT (Pinot Nero 100%); Case Via Syrah Colli della Toscana Centrale IGT (Syrah 100%), Meriggio Colli della Toscana Centrale IGT (Sauvignon 90%; Trebbiano 10%).

La Cantina

La cantina è nata in due tempi a partire dal 1997. I locali si dislocano su tre livelli (vinificazione, maturazione, imbottigliamento) per avvalersi della sola forza di gravità, al fine di evitare ogni tipo di stress all’uva, la cui raccolta, in periodo di vendemmia, è esclusivamente manuale. Prima di avviare la fermentazione, l’uva viene selezionata a mano e diraspata. I silos in acciaio e i tini tronco-conici, per una capacità totale di 5000 ettolitri, sono utilizzati per vinificare separatamente le varie vigne: la fermentazione con macerazione è avviata da lieviti indigeni e dura dalle 4 alle 5 settimane, con controllo della temperatura.

Un discorso a parte meritano le anfore d’argilla presenti in cantina, tutte fatte a mano da un artigiano locale. La manodopera di ciascun pezzo richiede tre mesi di lavoro, tra modellazione dell’argilla, essiccazione, cottura e lisciatura finale- interna ed esterna- con pelli di daino, per ridurne al minimo la porosità. Vengono utilizzate per una selezione di acini di Sangiovese che vi rimangono in fermentazione, macerazione e maturazione per nove mesi consecutivi. Successivamente alla pressatura, il vino è nuovamente posto in anfora per sette mesi. Il prodotto che se ne ottiene viene miscelato, nella misura di circa il 2%, al vino maturato in barrique atto a divenire Flaccianello. Una sorta di liqueur d’expedition, lo definisce Silvano. A tutti gli effetti una firma che denota lo stile della cantina e serve ad esaltare il frutto del Sangiovese in finezza ed eleganza.

Al livello sottostante i locali di vinificazione, c’è il locale di botti e barrique. Tutti i vini Fontodi fanno passaggio in legno: a seconda dell’etichetta prima botte e poi barrique o viceversa, per un totale che va dai diciotto ai ventiquattro mesi. Le barrique, esclusivamente di rovere francese di media o leggera tostatura, sono utilizzate nuove e fino a un massimo di tre passaggi. Una volta dismesse, vengono riutilizzate per la creazione di mobili e oggetti d’arredo. Il locale dei legni viene tenuto a umidità e temperatura controllata tra dicembre e aprile per permettere l’avvio della malolattica. Durante la sosta in legno il vino subisce solo travasi, due volte all’anno. Terminiamo la nostra visita nei locali d’imbottigliamento, operazione che avviene per caduta. A seconda delle etichette, i vini affinano in vetro dai tre ai dodici mesi, prima di uscire sul mercato.

Il locale si articola attorno a un piccolo cavedio circolare, completamente rivestito di vetro, al cui centro si erge un leccio, l’albero più rappresentativo del patrimonio arboricolo e boschivo del Chianti, a ribadire ancora una volta lo stretto legame col territorio e il suo ambiente.

I Vini

Filetta di Lamole Chianti Classico 2021

Iniziamo la nostra degustazione con un Chianti proveniente da uve di Lamole, non di Panzano. Lo scopo è quello di ragionare sulla differenza di prodotti provenienti da zone diverse, anche alla luce della recente approvazione delle undici UGA (Unità Geografiche Aggiuntive) che caratterizzano il Chianti Classico Gran Selezione. Lamole è l’UGA più piccola della regione, collocata a sud-est di Panzano, con un’altitudine media di 600 mt SLM e una prevalenza di roccia arenaria non calcarea con elevate percentuali di sabbia. Dopo la vinificazione in acciaio, matura sei mesi in botti grandi e successivamente dodici mesi in barrique.

Il risultato lo verifichiamo nel bicchiere: irruento alla prima olfazione, Filetta di Lamole si distende quasi subito, esprimendo piccoli frutti scuri e gelso rosso,  fini ed eleganti. Al palato risulta muscoloso, di freschezza piacevole ma non sferzante.

Fontodi Chianti Classico 2020

Torniamo a Panzano, con vigne giovani e la seconda selezione delle vigne vecchie di sangiovese. Siamo in un territorio completamente diverso, ad un’altitudine compresa tra i 350 e i 380 mt SLM, caratterizzato da un terreno prevalentemente calcareo. Dopo la vinificazione in acciaio, matura sei mesi in botti grandi e successivamente dodici mesi in barrique.

Il Chianti signature di Fontodi entra immediatamente con sbuffi appena accennati di pietra focaia seguiti a ruota dal frutto – ora una ciliegia croccante – e da un sottobosco bagnato e terroso. In bocca risulta agile e scattante (e qui la differenza principale con Lamole che, indipendentemente dall’annata, è dettata da un passo completamente diverso nell’acidità), di tannino fine e ritorno lungo sul frutto.

Vigna del Sorbo Chianti Classico Gran Selezione 2020

Prima annata in cui compare in etichetta la UGA Panzano.

Vigna del Sorbo ha un’estensione di 8 ettari e ceppi di oltre 50 anni di un unico clone di Sangiovese. Dopo la vinificazione in acciaio, matura diciotto mesi in barrique e successivamente sei mesi in botte grande. Affina in bottiglia non meno di nove mesi.

Al naso esprime immediatamente il frutto – piccoline fragoline di bosco – e continua su sentori balsamici di aghi di pino e sottobosco. In bocca entra verticale ed è già pienamente appagante, godibile, di tannino sottile, con ritorni di eucalipto.

Flaccianello della Pieve 2020

L’etichetta simbolo di Fontodi è una selezione accurata di sangiovese che predilige grappoli spargoli e acini piccoli, sinonimo di concentrazione. Le vigne, diffuse su un’estensione di 45 ettari, hanno un’età media di 30/40 anni. Dopo la fermentazione matura diciotto mesi in barrique (80% nuove, 20% di secondo o terzo passaggio) e sei mesi in botte grande.

Entra timido e rimane a lungo sulle sue. Inizialmente si rivela nelle note fumé e tostate, che scivolano in piccoli frutti viola e sentori di vaniglia. La trama tannica è ancora giovane, giovanissima e necessita di tempo per distendersi e affinarsi. Mostra però già potenza di carattere, che evolverà in non meno di tre-cinque anni.

Case Via Syrah Colli della Toscana Centrale IGT 2019

Syrah in purezza da una vigna di tre ettari impiantata nel 1985. La 2019 ha vinificato in tini tronco-conici e successivamente ha maturato in barrique usate per quindici mesi.

Pungente al naso e compatto nella prima olfazione, si apre lentamente su marasca e cenni balsamici. Al palato è subito disteso per poi invadere la bocca con la balsamicità  tipica della radice di liquirizia e tornare con note mentolate sul finale.

AZIENDA AGRICOLA FONTODI

Via San Leolino 89

50022 Panzano in Chianti Firenze – Italia

Al Merano Wine Festival 2023 la Masterclass della guida “I Vini del Cuore”

Al Merano Wine Festival edizione 2023, all’interno di uno dei saloni dell’Hotel Terme, lo scorso 6 novembre ha avuto luogo la masterclass “I Vini del Cuore”, condotta in maniera ineccepibile da Olga Sofia Schiaffino, autore di 20Italie, con 5 vini della guida in degustazione.

I Vini del Cuore e una guida social, la prima in Italia, giunta alla terza edizione, con la collaborazione di Annamaria Corrù e Clara Maria Iachini. Alla realizzazione vengono coinvolti e selezionati con estrazione Wine Blogger ed Instagramer di tutta Italia.

Nella guida sono rappresentate tutte le regioni italiane. Donatella Cinelli Colombini, produttrice di Brunello di Montalcino e Orcia Doc, nonché Presidente delle Donne del Vino Toscane, ne ha curato la prefazione. I vini selezionati dalla guida non hanno punteggi, ma vengono solo descritti in maniera emozionale. Per i vini da recensire  non viene richiesto l’invio da parte dei Blogger alle aziende. I vini sono talvolta di piccole aziende e reperibili sul mercato, capaci di suscitare emozioni dal profondo del cuore. Olga Sofia Schiaffino è stata affiancata anche da alcuni produttori presenti in sala, nella descrizione dei loro vini.

I vini degustati

VSQ Metodo Classico Pas Dosé Rubedo 2018 Fattoria la Leccia – Sangiovese – Bollicina fine e duratura, note di frutti di bosco, rosa e crostata di ciliegie. Fresco, sapido e avvolgente.

Piemonte Doc Bussanello Plisum 2021 Crotin 1897 – Incrocio tra Riesling e Furmint – Giallo paglierino brillante,  emana note di pesca,  susina, fiori di campo e note agrumate. Appagante, dinamico e rinfrescante.

Garanellen 2018 Tröpfltalhof – Sauvignon – Dorato intenso, rimanda note di maracuja, pompelmo rosa, zenzero e pepe bianco. Al palato è succoso e contraddistinto da una buona freschezza e sapidità.

Valdarno di Sopra Doc Osato 2022 La Salceta – Cabernet Franc –  Rosa carico, ribes, ciliegia, ibisco e note aromatiche anticipano al palato queste sensazioni, pieno, fresco e duraturo.

Toscana Igt Pretale 2018 Marzocco di Poppiano – Canaiolo e Sangiovese – Rubino vivace, libera sentori di ciliegia, prugna pepe, bacche di ginepro e scorza d’arancia. Sorso profondo, avvolgente e persistente.

Chianti Classico Gallo Nero: vince la squadra

Il Chianti Classico si è affermato come una delle denominazioni più premiate, con punte di eccellenza da punteggio perfetto, ma in generale il numero davvero alto è quello dei produttori che hanno ricevuto riconoscimenti dalla critica

Ormai è difficile aprire un sito o una rivista di settore che non parli di Chianti Classico. E in periodo di recensioni, si può dire che il Chianti Classico quest’anno ha fatto l’en plein.

Scorrendo la critica americana, spicca la TOP100 di Wine Spectator, dove la nostra denominazione è la più presente al mondo con ben sette referenze. La rivista nel report annuale sulla Toscana ha recensito 164 vini del Gallo Nero, con punteggi spesso altissimi (il 28% dei vini con punteggi superiori ai 95 punti è firmato Gallo Nero).

La testata Wine Advocate ha scelto una via diversa, focalizzando l’attenzione su una Unità Geografica Aggiuntiva all’anno, e stendendo report esaustivi, dedicando quello del 2023 a Lamole.

Antonio Galloni su Wine Advocate che include ben 22 vini con punteggio pari o superiore ai 95 punti, nelle tre tipologie di Chianti Classico, si esprime in maniera entusiasta sulla vendemmia 2021 e sulla qualità generale che la zona di produzione è capace di esprimere, “The wines have never been better, as evidenced by both the growing number of estates making gorgeous Chianti Classicos and the stylistic breadth those wines encompass. The 2021s in particular are some of the most exciting young wines I have tasted in more than 25 years of visiting the region”.

James Suckling, che ha firmato il primo 100/100 a vino Gallo Nero 4 anni fa, ha pubblicato nel corso dell’anno oltre 400 recensioni di vini Gallo Nero, la cui quasi totalità supera i 90 punti.

Sempre in tema 100/100, ci sono stati due vini premiati con il massimo punteggio, il Chianti Classico Gran Selezione 2019 di Monteraponi, a opera della celebre critica americana Kerin O’Keefe, e l’altro in terra italica, il Chianti Classico Gran Selezione il Poggio 2018 di Castello di Monsanto, da parte del critico Luca Gardini, curatore della Guida de L’Espresso e miglior sommelier del mondo.

Con questo volgiamo lo sguardo alla critica italiana. Altro record per il Chianti Classico, con 25 Tre Bicchieri, prima denominazione d’Italia ex aequo con il Barolo. La palma toscana va alla denominazione Chianti Classico anche secondo Doctor Wine, alias Daniele Cernilli.

Nel resto di Europa da notare oltremanica la rivista Decanter con ben due articoli, di cui uno sulla capacità di invecchiamento del Chianti Classico, mentre l’altro è un esteso report sui vini degustati durante la Chianti Classico Collection, a firma dell’Ambassador ad honorem Michaela Morris. Sulla stampa dei cugini francesi è da menzionare l’articolo sulle Unità Geografiche Aggiuntive pubblicato sulla prestigiosa Revue du Vin de France nel numero di dicembre.

Nel contempo si allarga la rosa dei critici interessati al Chianti Classico, con Sarah Heller MW per Club Oenologique, rivista patinata del buon vivere, e Audrey Frick per l’omonima testata on line di Jeb Dunnuck: lo sguardo degli USA è sempre più rivolto alle colline del Chianti Classico.

In conclusione, sono sempre di più i produttori premiati con punteggi elevati: per usare una metafora sportiva, vince la squadra. In questo caso, in maglia Gallo Nero.

Food Year 2024: presentato il calendario delle eccellenze gastronomiche di Pompei

Martedì 19 dicembre, nella Sala dei Misteri di HABITA79 POMPEII MGALLERY, è stato presentato Food Year 2024, il calendario che celebra dodici eccellenze, sia culinarie che pasticcere della città di Pompei. Lo scopo è di rendere il 2024 un anno di sapori ma anche di ricette da preparare a casa, in cucina con parenti e amici. Dalla pizza napoletana al piatto gourmet, dal pesce alle verdure, concludendo con il panettone tipicamente “Pompeiano”. I protagonisti sono le tavole delle location che, ogni anno, i cittadini ed i turisti scelgono per colazioni, pranzi, cene ed eventi.

L’idea è nata dal sodalizio di tre professionisti del settore food: Gianni Cesariello, giornalista e fotografo ufficiale del Consorzio di Tutela della Pasta di Gragnano IGP, ma anche attivo collaboratore di Slow Food; la giornalista Ilaria Cotarella, che ha collaborato con la rivista “Cucina a Sud” ed ha ideato il blog “Sud Food Express” e Marco Pirollo, giornalista nonché direttore della rivista “Made in Pompei”.

Sala gremita nell’attesa di svelare i nomi presenti, mese per mese, nel calendario. Un format avvincente che prevede, per ciascuno di essi, anche l’indicazione di una ricetta tipica proposta in chiave tradizionale o rivisitata in veste moderna. Perché la cucina è camaleontica, in continua metamorfosi.

I mesi

Gennaio con chef Carlo De Gregorio del ristorante Donna Franca e la sua ricetta “Spaghettone alla Donna Franca”

Febbraio con Mercato Pompeiano, brand giovane e visionario, che rievoca l’antico macellum di Pompei (il mercato), dove selezionare e cucinare le migliori materie prime a chilometro zero.

Marzo presente con chef Raffaele Nocerino de La Gare Pompeii Restaurant e gli Spaghetti alla Nerano, grande classico della Campania.

Aprile è il mese de La Bettola del Gusto di chef Alberto Fortunato e la ricetta degli Spaghettoni di Gragnano IGP con alici fresche, colatura di alici di Cetara, tartufo nero e burro di bufala.

Maggio con chef Gianmarco Carli del ristorante Il Principe. Figlio d’arte, tradizione nella ristorazione gourmet, la sua proposta riguarda il Tonno Balfegò con midollo, limone e porro.

Giugno tempo di pizza con il maestro pizzaiolo Nunzio Gallo di Alleria pizzeria Newpolitana, esperto di Pizza senza glutine.

Luglio propone Il Circolo Habita 79 con chef Roberto Lepre e la sua idea di Melanzana a scarpone.

Agosto di fuoco nel forno a legna del maestro pizzaiolo Guido Iovino e lo staff di L’antica Pizzeria da Michele dal 1870.

Settembre con Casa Gallo Cucina & Puteca di chef Vincenzo Cascone e la ricetta dei Totani locali alla griglia su crema di patate aromatizzate al limone.

Ottobre arriva l’autunno con chef Circo Chechile di Bosco De’ Medici Winery ed i colori del suo raviolo ripieno di ricotta di bufala, con crema di zucca, funghi porcini e Provolone del Monaco.

Novembre di straordinaria dolcezza con le meraviglie offerte dalla premiata Pasticceria De Vivo, profumi vibranti che inebriano i sensi ed il palato.

Dicembre si chiude con due giovani e talentuose promesse della ristorazione gourmet di Pompei: Antonio Cesarano e Barbara Ruscinito, compagni nella vita e nel progetto Cosmo Restaurant. Il Baccalà con insalata di rinforzo è il simbolo stesso delle festività natalizie.

Intervista all’enologo Denise Cosentino: dalla Cina all’Italia il passo è davvero breve

Denise Cosentino, già enologa di Domaine Long Dai (Dbr Lafite) e adesso tra le fila della prestigiosa Ornellaia, racconta uno spaccato dell’enologia cinese e della sua voglia di “autoctono”.

La Cina del vino pian piano sta svelando le sue peculiarità e potenzialità, protagonista di una rivoluzione enologica importante, considerando le dimensioni del Paese. Con Denise Cosentino, già enologa italiana da qualche anno al timone della direzione tecnica del Domaine Long Dai – proprietà del gruppo Domaines Barons de Rothschild – siamo andati alla scoperta di quello che è il territorio viticolo cinese e perché ne sentiremo parlare sempre di più nel prossimo futuro.

Cina e vino. Si può fare

Partiamo dal presupposto che la Cina non ha una tradizione vitivinicola ben radicata come quella europea, ma sta costruendo la sua storia non trascurando i particolari. Numeri che sembrano essere premianti soprattutto quando si parla di consumo locale e che descrivono un popolo interessato alla cultura del vino locale e non solo ai “grandi classici” di importazione. A non cambiare è la voglia di imparare da chi effettivamente il vino ce l’ha nel sangue. Sono molti i professionisti che hanno scelto il grande Oriente per il successo, e a Denise Cosentino quest’opportunità è arrivata per meritocrazia.

Laureata in viticoltura ed enologia a Torino, con diverse esperienze all’estero compreso in Nuova Zelanda, viene selezionata come docente per il prestigioso College di Enologia della North West A&F (agriculture&forestry) University di Yangling, Xian, Shaanxi. Grazie a un percorso premiante è arrivata a lavorare in vigna. Dal Ningxia alla penisola dello Shandong Denise ha scoperto un mondo diverso, dove la tradizione europea gioca la sua parte, ma in maniera marginale. Fare vino in Cina è quindi possibile?

La Cina è enorme e non si può far vino ovunque, per via del clima diverso, a volte proibitivo. La mia esperienza in vigneto inizia nel nord, nello Ningxia dove si arrivano a toccare, di inverno, meno 25 gradi. La viticoltura qui è pensata proprio per affrontare temperature rigide, con l’interramento della vite per proteggerla dal freddo. Un sistema con diversi cordoni bassi che, a seconda della necessità, possono essere ricoperti di terra. Nel Shandong invece, più vicini al Mar Giallo, il clima è completamente diverso, con inverni sì rigidi, ma non troppo. Nella media cinese, si intende. Infatti si toccano temperature che si aggirano in media tra i meno 10 e meno 15 gradi – continua l’enologa – Anche qui si usa l’interramento della vite, ma non completo. Per questo utilizziamo un sistema a spalliera che ricorda le viti europee. Inverni secchi e primavere secche, concentrazione di pioggia sulla parte estiva, questo è ciò che ci aspetta generalmente, anche se stiamo risentendo del climate change che anche qui si manifesta con eventi estremi come violente piogge e calura anomala anche fuori stagione”.

Domaine Long Dai

Domaine Long Dai, nella penisola dello Shandong – dove Denise ha ricoperto il ruolo di direzione tecnica di cantina fino a poco tempo fa – non è solo lo specchio della tradizione francese in Cina, anzi, è un modo per mettere alla prova blend che non riprendano il classico taglio bordolese, comunicando qualcosa di nuovo dal punto di vista enologico. Con il Marselan, varietà che sta riscontrando pareri positivi sia per adattamento al clima sia per le peculiarità organolettiche, si sperimentano assemblaggi “moderni”. “L’azienda è giovane, basti pensare che la prima annata in uscita è il 2019. L’imprinting europeo viene mantenuto solo in parte perché si misura prevalentemente con il mercato cinese. Per il momento cinque annate dedicate al mercato interno cinese. L’80% resta qui. La restante parte invece, arriva nei mercati del Sud Est Asiatico, Hong Kong, Giappone, Corea. Piccoli volumi che ridisegnano un modo di vivere all’occidentale”.

Chi è il consumatore di vino cinese

Se in Occidente il vino viene considerato parte storica della “cultura pop”, in Cina si costruisce un’identità giorno dopo giorno. E allora qual è l’identikit del consumatore cinese e se è l’etichetta a rendere il vino d’appeal? Ce lo spiega Denise: “il fruitore medio del vino è appassionato, è colui che ha studiato ed è molto curioso. In Italia sarebbe il nostro “esperto”. Il vino qui non è una bevanda che arriva in tavola in automatico. Certamente l’etichetta conta e, come nel caso di Lafite, il nome colpisce perché è sinonimo di pregio e perché già dagli anni Ottanta è presente sul mercato asiatico. I cinesi però, studiano e diventano sempre più critici, andando alla ricerca della qualità e dello stile di vita all’occidentale. Il vino è uno status symbol, un cadeau di valore”.

Ma in Cina di vino se ne beve ancora troppo poco. Un dato sottolineato anche dalla Cosentino “ad oggi il picco potenziale di consumo locale non c’è ancora stato ma il picco delle importazioni si, pertanto la flessione di vino che proviene da fuori è quasi fisiologica”. Secondo il rapporto OIV del 2022 sulla salute del settore vitivinicolo mondiale, la Cina si attesta la terza posizione a livello globale per quanto riguarda l’estensioni totali dei vigneti; solo l’ottavo Paese per quanto riguarda il consumo di vino. Dati che indicano, comunque, una crescita delle cantine locali in termini di popolarità, prestigio ed enoturismo rispetto al passato.

Per quanto riguarda la produzione interna c’è ancora molto da fare, ovvio, ma la strada è quella giusta. “Oggi la Cina può diventare un polo di produzione, infatti siamo alla seconda produzione di enologi in Cina. Quindi tra qualche anno si potrà dire che il vino è un prodotto della tradizione, ma chiaramente non ce ne sarà per tutti perché non si può produrre ovunque come abbiamo già detto”. Buona notizia per gli importatori che dovranno fare i conti con un mercato non sempre stabile, ma comunque sempre aperto al prodotto estero. Se nel futuro enologico cinese il vino non mancherà, nel futuro di Denise invece, cosa c’è da aspettarsi? “ Spero che ci sia tanto altro buon vino, altri grandi progetti enologici che garantiscano sempre standard di qualità elevati in Italia, che rivedrò presto.Spero di tornare a casa  in Calabria certo, magari un giorno. Un vigneto a Papasidero in Calabria, il mio paese d’origine, farebbe tornare alla memoria la mia prima vendemmia, quella fatta con il nonno”.

Per intanto è arrivata la chiamata in Toscana da Ornellaia e non possiamo che esserne felici.

Costiera Amalfitana: una sera al “Convento” con la cucina di Claudio Lanuto

Non era neve quella che veniva giù dal cielo, ma pioggia e la temperatura faceva pensare più alla Pasqua che al Natale. Eppure l’accensione dell’albero al Grand Hotel Convento Anantara di Amalfi ha mantenuto tutto il magico fascino dell’evento, reso ancora più suggestivo dall’eccezionale location in cui si è svolto: i resti del chiostro cistercense del XIII secolo, incastonati al sesto piano di una delle strutture ricettive più eleganti della Costiera Amalfitana.

I festoni di minuscole luci, Il braciere al centro del porticato, il coro di voci bianche a intonare i tipici canti natalizi e il cocktail di raffinati finger food, sono stati la preziosa cornice del quadro che lo scorso 27 Novembre ha dato il via alla stagione natalizia dell’Hotel ricavato da un’attenta ristrutturazione dell’ex convento dei Cappuccini di Amalfi e oggetto di un recente rebranding della catena di lusso Anantara. L’occasione è stata anche ideale celebrazione per la cucina dello chef Claudio Lanuto, recentemente entrata a far parte della Guida Ristoranti d’Italia 2024 del Gambero Rosso.

L’autore di 20Italie Ombretta Ferretto intervista lo chef Claudio Lanuto

Livornese di nascita, svezzato tra grandi cucine nazionali e internazionali (a partire da I Quattro Passi di Antonio e Fabrizio Melillo al Fat Duck di Heston Blumenthal), Lanuto festeggia il suo battesimo sulla guida più rinomata del Belpaese al ristorante Dei Cappuccini, rivelandosi persona pacata ed equilibrata nel rilasciare una dichiarazione sul recente conseguimento: “Mi sono commosso quando ho letto il mio nome sulla Guida”.

Al termine dell’evento di accensione dell’albero, il Ristorante Dei Cappuccini ha accolto i partecipanti in un ambiente sobrio con elementi architettonici e stilistici dell’antico convento, come le alte volte a crociera da cui scendono, disegnandone le coste, i moderni lampadari. Gli arredi dalle linee pulite ed essenziali cedono il passo all’opulenza solo nei tramezzi dorati che ricordano le piogge d’oro di molti quadri di Klimt, mentre le boiserie in legno chiaro scaldano l’ambiente, insieme alle luci soffuse e alla voce calda di Lucy Kiely, che unitamente alla chitarra classica di Cherubino Fariello, ha accompagnato la serata.

La cena, studiata e realizzata appositamente per l’evento natalizio, è stata un’elegante rivisitazione della tradizione, arricchita da contaminazioni di originale creatività, pur rimanendo fedele alla biodiversità e alla stagionalità del territorio.

La scarola ripassata con uvetta diventa quindi nido ideale per la capasanta scottata e guarnita da una sottilissima gelatina di tsuyu – brodo di dashi concentrato, arricchito di salsa di soya, mirin e sake. Il suo sentore umami fa da contraltare alla goccia di maionese delicata.

Il baccalà, invece, è stato protagonista dell’antipasto assieme alla giardiniera di verdure, classico richiamo all’insalata di rinforzo della tradizione partenopea – e alla crema di limone salato. Ad accompagnare entrée e antipasto Costa d’Amalfi doc Furore bianco Marisa Cuomo 2022 – blend di Falanghina e Biancolella – dai sentori freschi di agrumi ed erbette mediterranee, che ha sostenuto bene la complessità gustativa dei primi due piatti.

Eco di uno dei più grandi classici della tavola di Natale, il tortello di zucchine, crudo di scampi e lamelle di mandorle in fumetto di scampi, riportava alla memoria il confortante tortellino in brodo, spesso presente sulle tavole delle feste. Mentre con la seconda portata Lanuto è uscito dal canone delle festività proponendo un piatto a cui è molto affezionato: il trancio di spigola arrostita e crudo di gamberi rossi, serviti su un bisque di crostacei e accompagnati da sedano rapa grigliato e in dadolata con salsa di limone.

Il Fiano di Avellino DOCG Alessandra 2013 De Meo, ottenuto da uve selezionate da leggera vendemmia tardiva, ricco nei rimandi olfattivi di frutta matura e ginestra, caramello e note fumée, si è rivelato pieno e godurioso al sorso, in perfetto equilibrio con le portate principali.

Come tributo alla varietà e alla ricchezza dei prodotti della Costiera, lo chef ha voluto sottolineare la stagionalità e la territorialità di quelli utilizzati nei suoi piatti, molti provenienti dall’orto-giardino dei frati, come i limoni o i profumatissimi mandarini protagonisti del dessert a chiusura della cena.

Il babà al rum, mandarino del Convento e cioccolato, in accompagnamento con Passion 2021 Vino Passito Cantine Giuseppe Apicella – blend di vitigni autoctoni locali – avvolgente al palato nei sentori di frutta candita, fico secco e bastoncino di liquirizia, è stato ottimo preludio anche per le coccole finali: il bignè alla crema di limone, la gelatina di melograno e la caprese di mandorle e cioccolato.

Al termine della cena Claudio Lanuto, dopo aver ringraziato lo splendido lavoro di tutto lo staff, ci ha raccontato in poche sintetiche parole l’esperienza e la personale aspettativa dal suo impegno quotidiano: “siamo giovani, siamo partiti quest’anno con il progetto della ristorazione e il mio principale obiettivo è quello di far star bene le persone”.

PAESTUM WINE FEST 2024 APRE CON “FUORIPROGRAMMA”

Esordio con ‘Fuoriprogramma’, l’anteprima della tredicesima edizione del PAESTUM WINE FEST 2024 che apre il più grande salone del vino del Centro e del Sud d’Italia. Appuntamento da non perdere per i professionisti e gli operatori di settore, previsto per lunedì 27 novembre (dalle ore 10 alle ore 19) nella suggestiva residenza storica Eliceto Resort a Buccino (Salerno). Evento che si presenta con un claim chiaro “Un evento esclusivo, un solo giorno, una location d’eccezione

Con ‘Fuoriprogramma’ si avvierà, ufficialmente e per la prima volta, il conto alla rovescia del Festival del Business, in programma dal 23 al 25 marzo nella riconfermata location NEXT – Nuova Esposizione EX Tabacchificio a Capaccio Paestum (Salerno). La rassegna, anche quest’anno, si ripropone agli operatori di settore, alla stampa e al grande pubblico appassionato delle alte produzioni vitivinicole, con l’obiettivo di mettere a confronto professionisti e non, sui modelli strategici di promozione e marketing e sui più recenti sistemi di accoglienza delle strutture ricettive del mondo del vino.

Al fianco di Angelo Zarra, Ceo di Zeta Enoteca e fondatore dell’associazione Divini Assaggi, ci sarà Alessandro Rossi, Wine Manager, bon vivant ma soprattutto comunicatore del settore; studioso e intenditore del mondo vino. Vanta numerose pubblicazioni e libri sull’argomento oltre a prestigiose collaborazioni che lo portano a confrontarsi con i più autorevoli esponenti del settore, presentato ufficialmente a Casa MASAF – alla Milano Wine Week come direttore artistico del PAESTUM WINE FEST 2024.

E continua la lunga corsa dell’inarrestabile macchina organizzativa del ‘Festival per Fare Business’, a lavoro per presentare la rinnovata veste dell’evento, ribattezzato “Paestum 2.0, cantiere di contenuti del business marketing. Un’idea progettuale che allunga l’iniziativa a tre anni, per offrire un programma ampliato fatto di incontri, talks e tasting guidati dai professionisti più affermati del mondo della comunicazione, nazionale e internazionale.

Intanto, svelati i nomi che guideranno le due esclusive masterclass di ‘Fuoriprogramma’: sono Eros Teboni, penna affermata tra gli esperti di vino e Best Sommelier of the World WSA 2018, Vania Valentini, figura emblematica nel settore dellabollicine come riconosciuta champagne expert e attestata officier de l’Ordre des Coteaux de Champagne.

Inoltre, presenti, le cinquanta le cantine italiane vere protagoniste dell’atteso walk around tasting aperto ai ristoranti, sommelier, giornalisti e wine – lovers nella sala principale Eliceto Resort, location della manifestazione.

Su Fuoriprogramma, l’ideatore del PAESTUM WINE FEST, Angelo Zarra dichiara: “Per l’anteprima io e Alessandro Rossi, direttore artistico della prossima edizione del Paestum Wine Fest, abbiamo pensato di coinvolgere cinquanta aziende selezionate per un evento ormai di altissima sartoria. L’obiettivo è quello di avvicinare i ristoratori e gli operatori ho.re.ca. al mondo del vino che si esprime con un canone preciso: l’estrema qualità – e ha continuato – Come data, abbiamo scelto di fissarla volutamente il 27 perché è ad un mese circa dal Natale e quindi le aziende potranno farsi conoscere e fare businessNon disdegnando la presenza dei consumatori che sono e saranno la linfa economica di tutta la filiera: produzione, commercializzazione vendita e consumo finale”

Info Paestum Wine Fest 2024: https://www.paestumwinefest.it/fuoriprogramma-pwf/

Gambero Rosso: prosegue il progetto “Radici Virtuose” con la tappa di Napoli

Un progetto che prevede dieci cene in ristoranti importanti e con giovani chef emergenti, con
abbinamenti di vini pugliesi.

L’incontro del 21 settembre 2023 è stato il terzo del programma, dopo i due primi appuntamenti di
Milano e Roma del 2022. Quest’incontro dal tema “Il Salice Salentino DOP & Brindisi DOP on tour”, si è svolto a Napoli. Una cena con in abbinamento i vini dei Consorzi di Tutela Vini delle due DOP pugliesi, nella splendida sala del “Lounge & Terrace” del Ristorante Stellato “Le Muse”, situata al sesto piano del “Grand Hotel Parker’s”.

Il giovane chef che ha studiato il menù della serata è la Stella Michelin Vincenzo Fioravanti.
Ospiti della serata sono stati:
Giuseppe Buonocore, responsabile commerciale sud Italia e Triveneto del Gambero Rosso; Marco Sabellico, giornalista storico e curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso; Claudio Quarta, titolare della Cantina Brindisina “Moros” dal 2012, e autorevole rappresentante del Consorzio di Tutela Vini del Salice Salentino DOP; Ornella Spada Errera, titolare della Cantina Brindisina “Tenute Lu Spada”, in rappresentanza del Consorzio Tutela Vini della Brindisi DOP; Giorgia Brandi, responsabile commerciale della Cantina “Tenuta Lu Spada”.

Appena arrivato alla sala “Lounge & Terrace”, sono stato accolto dal personale, che con professionalità e gentilezza, mi ha invitato a dirigermi alla balconata che si affaccia sullo splendido golfo di Napoli vista Chiaia, per potermi sedere con un gradito cocktail di benvenuto. Un New York Sour (whiskey, sciroppo di zucchero, succo di limone, bianco d’uovo e vino rosso), preparato da Antonio Boccia, bartender dello storico Bidder Bar. Una piacevole scoperta per equilibrio e sensazioni aromatiche, con leggera astringenza del Flot di Brindisi Rosso “Camarda” della Cantina “Due Palme”.

Perfetto poi l’abbinamento con i bocconcini di baccala fritto, un po’ meno, una sfumatura, con il gambero rosso in tempura. La vista sul golfo certamente però aiutava.

IL MENÙ

Preciso che gli abbinamenti, salvo per il dolce, sono stati studiati molto bene, qualcuno addirittura sorprendente e inaspettato. Iniziamo con cheesecake salata fatta con formaggio caprino, crumble di nocciole salate e crema di pomodorino giallo, per rendere la percezione gustativa un po’ dolce e un po’ salata. Equilibrato e buono sia per la consistenza che per la pulizia di bocca finale, l’unica pecca la ridottissima dimensione a mo’ di finger food.

Il primo vino spumante in abbinamento, come riportato dalla brochure, si abbinava meno bene
rispetto al Rosé fermo. Per entrambi la sapidità delle nocciole ritornava, ma per il primo la bollicina un po’ aggressiva accentuava il contrasto.

1° vino (Negroamaro) – Brillante, dal vivido colore rosa tenue. Al naso esplodono i profumi di frutti
di bosco e di petali di rosa. Buono l’equilibrio tra freschezza e morbidezza; piacevole la finale lieve sensazione di astringenza.
2° vino (Negroamaro) – Cristallino e un rosa antico esaltato dai riflessi di luce. Profumi di fragoline
di bosco e un fiore di geranio, piacevole sopraggiunge un profumo di macchia mediterranea.
Fresco e sapido. Brioso e godibilissimo.

Antipasto

La tartare, la definirei “tartare non tartare” per la consistenza, lavorata finemente a coltello, amalgamata a mano, uniforme e delicata. I bottoni di crema di mango e avocado donano freschezza e ulteriore aromaticità. Di fianco una salsa di mozzarella di bufala con anacardi tostati. Piatto piacevole, da vero campano.

1° vino (da uve Negroamaro) – Cristallino e dall’intensa luminosità, dal colore di fiori di pesco. Subito
esplodono i frutti di bosco, erbaceo di macchia mediterranea e anice, sottile l’agrume. Un
sorso fresco e sapido, equilibrato e persistente di ritorni agrumati e balsamici.
2° vino (80% Negroamaro – 20% Malvasia Nera) – limpido e rubino vivido. Al naso un fruttato di ciliegie e prugne ancora croccanti, anche se già nella fase di maturazione, una rosa canina e poi ancora fruttato di melograno. Il sorso è leggermente morbido e moderatamente persistente.

Il primo

Una scoperta. Il piatto perfetto della serata. La tendenza dolce della patata è stata gestita
magistralmente nella realizzazione di questa crema che accompagna la nota sapida. Quello che
mi ha sorpreso, è stata la scelta del formato della pasta, un tubettone che, per la larghezza del
foro tra una calamarata e una mezza manica, ha permesso alla crema di non insinuarsi e
permettere il giusto equilibrio di ogni boccone. Le cozze, cotte perfettamente, come piacciono a
me, donano quel quid sapido marino differente dal sapido del pecorino, anch’esso dosato
magistralmente. Udite udite, l’abbinamento è perfetto con il primo vino, il Moros Riserva 2018 di Claudio Quarta, sarà per il suo equilibrio e delicatezza raggiunta quando si sa gestire la maturazione in legno?

Il secondo

Ben eseguito. Come detto in presentazione dallo chef : <<vuole essere un ricordo del passato, quando a casa il pesce spesso si cucinava con pomodorini, olive nere e capperi>>.
Da precisare che il cappero in questione era il fiore di cappero (bocciolo) e non il frutto
(cucuncio). D’accordo con Giuseppe Buonocore al mio fianco, il trancio di dentice sembrava un po’ avanti nella cottura, ma nell’insieme piatto equilibrato nei sapori. Il coriandolo lo rende attraente
anche al naso. La crema di peperoni rossi sostituisce, almeno nel colore, i pomodorini, e la sua
tendenza dolce modera le olive nere e i fiori di capperi. L’abbinamento riesce più con il secondo
vino, anche merito alla nota agrumata che richiama il coriandolo del piatto. Il primo vino molto
condizionato dalla maturazione in legno.
1° vino (85% Negroamaro – 15% Malvasia nera) – Carminio. Sentori di spezie dolci invadenti, bisogna
aspettare e scavare per ritrovare sentori fruttati di sotto spirito. Il sorso è maggiormente spostato
sulle morbidezze, caldo e morbido. Moderatamente fresco con tannini ben integrati, ritornano le
spezie nel retro olfattivo.
2° vino (Negroamaro in purezza) – Rubino ancora vivido. Qui il legno di barrique da rovere americano è ben gestito con un passaggio del solo 15% dell’intera massa. Frutta matura rossa, spezie e tostature
di caffè. Il negroamaro si esprime in tutta la sua versatilità. Equilibrato e persistente.

Il Dessert

La sua forma di cono tronco, voleva richiamare un vulcano, il Vesuvio. Un semifreddo
cremoso alla vaniglia poggiato su uialda morbida di cioccolato fondente, mentre sopra, una
ganascia liquida di cioccolato fondente e della confettura di pomodoro rosso, simulano
rispettivamente la lava e fuoco. Il cioccolato fondente domina e non sempre è possibile individuare un passito adatto. Forse il mondo dei distillati avrebbe aiutato nella scelta più giusta.

Food & Book: la cultura del cibo, il cibo nella cultura

Si è chiusa a Montecatini Terme (PT) lo scorso 29 ottobre la nona edizione del Food & Book Festival del libro e della cultura gastronomica, la kermesse dedicata a chi il cibo lo cucina e lo racconta, organizzata dall’Associazione Culturale Eureka in collaborazione con la casa editrice Agra e con la direzione di Sergio Auricchio e Stefano Carboni (Mg Logos). L’evento è patrocinato dal Comune di Montecatini Terme, dalla Regione Toscana e dall’ANP, Associazione nazionale dirigenti scolastici.

A fare da teatro alla quattro giorni di presentazioni e dibattiti, oltre all’Istituto alberghiero F. Martini e al Palazzo del Turismo, la suggestiva cornice neoclassica delle Terme Tettuccio. L’accoglienza e il servizio durante la manifestazione sono stati curati dagli allievi dell’Istituto alberghiero F. Martini.

Una manifestazione eclettica, Food & Book, sin dalla prima edizione del 2014, dato che si pone come obiettivo quello di far incontrare autori, che in differenti modalità parlano di cibo dalle loro pagine, e chef, che esprimono il concetto del cibo attraverso una propria originale narrazione in cucina. In altri termini cultura del cibo e cibo nella cultura, senza mai discostarsi dalla stretta attualità che il tema impone.

La trama dell’edizione 2023 ha infatti riguardato le biodiversità alimentari, il patrimonio ittico italiano, la straordinaria ricchezza dell’olivicoltura nel nostro Paese, oltre al dibattito più che mai attuale sull’occupazione nel mondo dell’accoglienza e della ristorazione. La IX Edizione del Festival è stata dedicata a Eduardo De Filippo che proprio a Montecatini Terme, nel 1931, debuttò con la propria compagnia, appena costituita insieme ai fratelli Peppino e Titina. Nella Cena di Gala di venerdì 27 Ottobre, in onore di Eduardo, gli chef Marcello Leoni e Pietro Parisi, insieme agli alunni dell’istituto alberghiero F. Martini, hanno rivisitato alcuni piatti della tradizione napoletana, che il grande poeta e drammaturgo ha narrato nelle sue opere, come il ragù, attore comprimario e silenzioso della commedia Sabato, Domenica e Lunedì. Nella stessa serata Patrizia Cirulli, cantautrice milanese, ha narrato in musica alcune poesie di Eduardo tratte dal suo ultimo album Fantasia, presentato durante  il Festival.

Chef Leoni, insieme a Valentina Tepedino, ha partecipato anche ai due dibattiti di sabato 28 ottobre sul patrimonio ittico italiano, in qualità di Testimonial de “L’AMO italiano”, progetto promosso da Eurofishmarket – società di consulenza, ricerca e formazione nel settore ittico di cui la Tepedino è direttrice- nato per promuovere e valorizzare prodotti ittici di qualità. Temi affrontati: la valorizzazione del pescato italiano e del cosiddetto “pesce povero”, attraverso la conoscenza del prodotto e del modo migliore per cucinarlo. Ai due diversi round sono intervenuti Benedetta Mariotti, Responsabile Qualità di Arbi Spa, Alessandra Malfatti, Presidente de La Cittadella di Viareggio, e Maurizio Acampora, Presidente della Cooperativa mare nostrum di Viareggio.

Diversi gli autori presenti al festival con opere nelle quali il cibo gioca ruoli diversi: dalla giornalista Monica Viti, col suo Matcha al veleno (Sonzogno), giallo “a porte chiuse” ambientato in una scuola di té milanese, alla torinese Desy Icardi, che con La pasticcera di mezzanotte (Fazi) conclude la serie di romanzi dedicati ai cinque sensi.

Non sono mancati gli approfondimenti scientifici sull’alimentazione, con Antonello Senni autore di La Nutriscenza (Agra Editrice) e Giuseppe Nocca con Educazione Alimentare e Sport – Nutrizione movimento salute (Dde Editrice).

Tra gli altri autori ospiti anche Anna Maria Gehney con Il corpo nero (Fandango Libri) e Marco Vichi e Leonardo Gori con il loro Vite Rubate (Guanda), romanzo a quattro mani.

Francesca Romana Barberini, conduttrice e autrice di programmi enogastronomici, ha regalato alla platea aneddoti legati alla figura di Sora Lella – al secolo Elena Fabbrizi, sorella del grande attore romano Aldo e cuoca nell’omonima trattoria- raccontati nel suo Annamo Bene (Giunti), ricettario biografico della nonna di tutti gli italiani, come la definì Carlo Verdone. E alla più autentica cucina romanesca è stata dedicata la Cena con lo scrittore di sabato 28 ottobre, dove la Barberini ha avuto occasione di raccontare alcuni dei piatti cucinati al Grand Hotel Croce di Malta seguendo le ricette di Sora Lella, come gli gnocchi all’amatriciana. 

Un importante approfondimento è stato dedicato, nella giornata di domenica 29 ottobre, alla situazione dell’olivicoltura e dell’oleoturismo in Italia. Sono intervenuti il Sottosegretario all’Agricoltura Patrizio Giacomo La Pietra, la giornalista Fabiola Pulieri, autrice di Oleoturismo – Opportunità per imprese e territori (Agra Editrice), Giuseppe Nocca, storico dell’alimentazione, Antonello Senni,  genetista esperto di evoluzione e di nutrigenomica umana, Alessandro Benedetti, Presidente del frantoio Cooperativo di Montecatini; ha moderato il dibattito Alessandro Sartoni, Assessore alla Cultura di Montecatini Terme.

A quattro anni ormai dall’entrata in vigore della legge nazionale sull’oleoturismo, sono ancora molte le Regioni che non hanno recepito la norma, restando di fatto al palo su uno dei fattori che potrebbe diventare propulsivo per lo sviluppo dell’olivicoltura nel nostro paese, fatta di piccole aziende e di agricoltura prevalentemente eroica. Inoltre mancano ancora interventi a trecentosessanta gradi e campagne d’informazione e formazione capaci di dare al prodotto olio d’oliva il giusto rilievo sia in termini di visibilità che di prezzo.

Non poteva mancare, in una manifestazione dedicata alla cultura del cibo, il vino, presente in questa IX edizione di Food & Book con le bollicine: Adriana Assini ha presentato Madame Clicquot – Lo Champagne sono io (Scrittura & Scritture), biografia romanzata della celebre mademoiselle Ponsardin, vedova Clicquot, mentre Sciampagna, lo spumante classico italiano (Marcianum press), approfondita antologia sul mondo delle bollicine italiane, è stato raccontato dai curatori Giampaolo Zuliani e Alice Lupi.

“Viaggio in Champagne” parte prima: Chavost e lo champagne materico

Chavot Courcourt è un piccolo villaggio che conta poco meno di quattrocento anime, adagiato su uno dei dolci declivi vitati che caratterizzano la Valle della Marna con nitide pennellate di colori. La piccola chiesa di San Martino, col suo cimitero, domina l’orizzonte e caratterizza un tipico paesaggio da favola.

È qui che si trova Chavost, nome ancestrale di Chavot Courcourt, la prima maison di champagne che visitiamo durante un brevissimo ma intenso viaggio in una delle regioni vinicole più affascinanti della Francia. Fabian Daviaux, giovane e talentuoso Chef de Caves, ci accompagna in una visita completamente fuori dagli schemi, durante la quale tocchiamo con mano alcune delle fasi salienti della produzione dello champagne.

Ai tempi della visita eravamo in pieno periodo di vendemmia, dichiarata ufficialmente aperta dal Consorzio l’11 settembre, e incontriamo squadre di vendangeurs provenienti dagli angoli più disparati della Francia, ci muoviamo tra cumuli di uva pigiata e respiriamo profumo di mosto. L’intero villaggio è una fucina a cielo aperto di cui Chavost, minuscola realtà cooperativa nata nel 1946 e costituita da una quindicina di famiglie, è il cuore pulsante.

La nostra esperienza inizia dai locali di pressatura delle uve, dove sono accatastate decine di cassette di Pinot Noir e Chardonnay. Anche qui in Champagne la 2023 non è stata un’annata facile a causa delle condizioni climatiche che, soprattutto in primavera e estate, hanno vessato la regione con piogge continue o picchi di caldo eccessivo. Pinot Noir e Pinot Meunier in particolare hanno risentito sviluppando problemi di muffe o acinellatura, miglior sorte è toccata invece allo Chardonnay.

I cinque ettari di vigneti afferenti a Chavost, ci spiega Fabian, sono in conversione bio. 

Assistiamo alla pressatura dello Chardonnay: 1.2 bar è la massima pressione applicata, con la conseguenza che lo scarto della pressa è un grappolo i cui acini sono  ancora ricchi di succo, ma vengono destinati alla distilleria o all’industria cosmetica. “Sacrificio” necessario per ottenere le cuvées di primissima qualità, che andranno a costituire i vini d’assemblaggio della linea “Sans sulfites ajoutés” (senza solfiti aggiunti). Qui entriamo nel merito dello stile di Chavost e di Fabian: solo lieviti autoctoni per i loro champagne, senza solfiti aggiunti, non filtrati e a dosaggio zero. Scelta che obbliga a un lavoro certosino in vigna, alla raccolta nel momento di perfetta maturazione tecnologica delle uve e al controllo pedissequo di tutte le successive fasi di lavorazione.

Passiamo alla sala di fermentazione. Assaggiamo il succo d’uva Chardonnay: un nettare dolce e piacevole; assaggiamo il mosto di Pinot Meunier in fermentazione da uno, cinque, sette giorni: la dolcezza sfuma via via in quelli che saranno i caratteri dominanti degli champagne finali, la freschezza vibrante e il retrogusto piacevolmente amaricante del pompelmo. Diversi tini sono anche destinati a grandi maison di champagne, che non possiamo in questa sede citare per via dei contratti di riservatezza.

Infine la degustazione, in terrazza, come si conviene agli amici, davanti alla distesa di vigne che ci ha accolto al nostro arrivo. È questo forse il momento più peculiare e spettacolare della nostra visita: tutti gli champagne in degustazione vengono sboccati sul momento, alla volée, permettendoci di apprezzare al meglio le caratteristiche dello stile Chavost. E materico è sicuramente l’aggettivo per definire, con un’unica parola, questo champagne, che, attraverso le scelte dell’uso esclusivo di lieviti indigeni e del dosaggio 0, esprime al meglio le caratteristiche dei terreni gessosi su cui crescono le viti.

BLANC D’ASSEMBLAGE 2021

50% Chardonnay – 50% Pinot Meunier – uve da agricoltura convenzionale

30% della massa vinificata in barrique

Senza solfiti aggiunti – dosaggio 0

Naso immediatamente minerale, poi piccoli frutti rossi ancora acerbi.

Spinoso in bocca, a tratti tagliente, si delinea già timidamente la nota di pompelmo che caratterizza gli champagne Chavost. Un puledro ancora da domare, che si farà apprezzare al suo meglio non prima di un anno.

BLANC D’ASSEMBLAGE 2022

67% Chardonnay – 33% Pinot Meunier – uve da agricoltura convenzionale

20% della massa vinificata in barrique

Senza solfiti aggiunti – dosaggio 0

Definito da Fabian uno “young champagne” (chi mai sboccherebbe uno champagne a meno di un anno dalla vendemmia delle uve?), mostra già un carattere definito, con chiari sentori fruttati. Il naso infatti è di mela verdissima ma anche di fiori bianchi fragranti. In bocca è fresco e piacevolmente lungo sulla caratteristica nota amaricante.

EUREKA 2020

 50% Chardonnay – 50% Pinot Meunier – uve da agricoltura biologica

100% della massa vinificata in barrique

Senza solfiti aggiunti – dosaggio 0

Top di gamma della linea, Eureka è il compendio dello stile Chavost. Al momento di decidere il nome, la scelta era tra Abracadabra e Eureka. Quest’ultimo ebbe la meglio perché lo champagne non è il risultato di una formula magica ma la perfetta sintesi del duro lavoro in vigna e delle corrette pratiche di cantina.

Eureka ha immediatamente sentori di biancospino, seguono note agrumate e di erbe aromatiche. Al sorso si rivela elegante, pulito e di vibrante freschezza.

ROSE DE SAIGNEE 2022

67% Pinot Noir – 33% Pinot Meunier – uve da agricoltura biologica

Vinificato in acciaio

Senza solfiti aggiunti – dosaggio 0

Colpisce immediatamente il colore corallo carico.

Pot pourri di petali di rosa rossa e golose fragoline di bosco caratterizzano il naso, mentre al palato si rivela gustoso, piacevolmente croccante e tipico nel retrogusto di pompelmo.

RATAFIA’

“Du moût de raisin, de l’alcol, et pis c’est tout!”, recita l’etichetta della ratafià Chavost: “mosto d’uva, alcol e questo è tutto”.

Ottenuta con un volume d’alcol ogni quattro di mosto (50% di Chardonnay e 50% di Pinot Meunier), questa ratafià è elaborata con metodo solera.

Il risultato è un liquore che non supera il 20% vol.alc. dai piacevoli sentori di rosa, uva passa e distillato, perfetto accompagnamento per formaggi erborinati e dolci.

Champagne Chavost

16 Rue d’Ilbesheim

51530 Chavot-Courcourt

Francia