Il Presidente di AIS Italia Sandro Camilli parla di enoturismo all’Università di Salerno

Lo scorso 13 Ottobre, il Presidente di AIS Italia Sandro Camilli ha tenuto, presso il DISA-MIS (Dipartimento di Scienze Aziendali-Management e Innovation Systems) dell’Università di Fisciano Salerno, un seminario dal titolo “Enoturismo: la Campania”.

Il Presidente ha parlato per circa un’ora di enoturismo e cultura del vino a una platea di giovani studenti del terzo anno. L’intervento si pone quale spunto di lavoro introduttivo a un’idea progettuale più ampia, elaborata dal Professore Ordinario di Analisi Matematica Ciro D’Apice, che ha lo scopo di potenziare l’esperienza turistica in territori della regione Campania ancora poco valorizzati, creando sinergie tra cultura, gastronomia e vino, e, allo stesso tempo, agendo come leva di de-marketing selettivo nei confronti di aree ormai sature, in primis Costiera Amalfitana e Sorrentina. 

Camilli, citando l’articolo 1 della legge 12 dicembre 2016, n. 238 (testo unico sul vino), che riconosce nel vino un patrimonio culturale nazionale da tutelare e valorizzare, ha sottolineato come l’enoturismo oggi muova un flusso di 13 milioni di persone, pari a 3 miliardi di euro.

Un asset da intercettare assolutamente, anche se l’Italia, rispetto ad altri paesi, presenta ancora forti carenze strutturali.

Per enoturismo intendiamo tutte le attività formative e didattiche (incluse le degustazioni) fino alla commercializzazione dei prodotti all’interno delle aziende vitivinicole, che hanno nel reddito agricolo la propria fonte primaria di sussistenza e che dunque possono trovare ulteriore qualificazione. Perché l’enoturismo risponda coerentemente a una domanda sempre più proiettata verso il turismo esperienziale e territoriale, si rende necessaria una legge fortemente identitaria al fine di evitare le medesime problematiche che, nella normativa sulle attività agrituristiche, derivano dal decentramento legislativo. Solo diffondendo ed elevando la cultura del vino, intesa come sistema di valori legati al territorio, si può creare valore aggiunto di ritorno per quello stesso territorio. E in questo il Presidente Camilli ha ribadito la centralità della figura del sommelier.

La Campania, con le quattro denominazioni di origine controllata e garantita localizzate proprio in quei territori turisticamente più disertati, non sfugge alle logiche di altri areali italiani, che, nella mancata ridistribuzione degli investimenti nelle infrastrutture, trovano la causa principale del loro isolamento.

Da sinistra il Presidente Ais Italia Sandro Camilli e Ciro D’Apice professore ordinario Università di Salerno

Al termine dell’intervento, che ha suscitato interesse tra gli studenti, abbiamo raggiunto il Presidente Ais Italia Sandro Camilli per rivolgergli alcune domande sul tema.

Ha parlato di enoturismo a una platea di studenti di economia e management. Quali sono le sinergie che si possono creare tra Università e mondo del vino per rafforzare un settore ancora carente e disomogeneo in Italia?

<<Tutti i giovani imprenditori che registriamo nel mondo del vino hanno una formazione universitaria di tipo economico, spesso fanno master di specializzazione all’estero e una volta rientrati in Italia prendono in mano le aziende, le trasformano facendo impresa. La formazione universitaria è dunque necessaria, permette di garantire reddito, sfuggendo definitivamente a logiche di povertà che nel passato caratterizzavano le imprese agricole>>.

Cosa sta facendo AIS Italia per migliorare il concetto di enoturismo nel nostro paese?

<<Abbiamo un protocollo d’intesa con il Ministero delle Politiche Agricole, con il Ministero dell’Università e della Ricerca e con il Ministero della Cultura per mettere a sistema attività sui territori, coinvolgendo anche le scuole, e per sviluppare e promuovere sempre di più il prodotto vino attraverso gli imprenditori agricoli. AIS, con la formazione, vuole rappresentare sempre di più l’anello di congiunzione tra la scuola e il mondo produttivo>>.

Come si fa dunque a intercettare la domanda in una fascia, quella giovanile, che sembra non immediatamente interessata al mondo del vino, secondo quelli che sono i valori della cultura AIS?

<<Non è una domanda facile a cui rispondere, perché i giovani fino a 21/22 anni non sono interessati al mondo del vino. Noi dovremmo invece cercare di entrare nelle scuole e insegnare cosa rappresenta il mondo produttivo della viticoltura insieme al suo prodotto finale, cioè il vino. Parliamo di un patrimonio che ci appartiene, che appartiene all’Italia e dunque è giusto che sia insegnato. La chiave di volta è dunque entrare nelle scuole per fare conoscenza e cultura>>.

L’intervento all’Università di Salerno può essere dunque interpretato in funzione di questo intento, che vede nella formazione rivolta ai giovani il suo pilastro fondamentale.

Francia: nelle cantine della Regina ad Arbois con i vini di Jérome Arnoux

N.d.r. 20Italie ogni tanto spazierà anche oltre i confini nazionali; questo per evidenziare la bellezza dei territori e dell’enogastronomia anche estera e verificare la nostra assoluta bravura nel paragone, ad esempio, con i cugini d’Oltralpe. Buona lettura.

Jura. Una regione di Borgogna – Franca Contea al confine con la Svizzera, famosa per le bellezze naturalistiche, per aver dato i natali a Louis Pasteur e per gli ottimi vini che si producono.

Ad Arbois, in rue de Bourgogne 5, è possibile visitare un’autentica meraviglia: la cantina della regina Giovanna. La costruzione in stile gotico datata 1322 fu voluta da una delle figlie dei Duchi di Borgogna, Giovanna appunto, che fu regina di Francia dal 1316 al 1322 e oggigiorno ospita le botti dei vini di Jérome Arnoux.

Jérome è originario di Montigny –les-Arsures, villaggio rinomato per il vitigno autoctono Trosseau. Dopo aver lavorato come chef de Cave da Stéphane Tissot,  ha dato vita al progetto Cellier de Tiercelines, scegliendo così di coltivare le uve pregiate dello Jura senza pesticidi o insetticidi: attualmente è in conversione biodinamica. I vini non vengono filtrati e si utilizzano solo i lieviti indigeni per le fermentazioni.

Jérome Arnoux

La degustazione, dopo aver ammirato la cantina sottostante, inizia con le bollicine: Elegance, un Cremant  in versione extrabrut , 50% pinot nero e 50% chardonnay  che colpisce per la fragranza dei profumi e il perlage fine. Segue ZD, un Cremant ottenuto da chardonnay, dosaggio zero che incanta per la cremosità e per la complessità del profilo olfattivo. Si intravvede come l’eleganza possa essere una caratteristica distintiva di questa cantina. La conferma arriva con gli assaggi successivi.

Rescape 2021 è un vino ottenuto dalle uve vendemmiate nonostante la terribile gelata, per cui andò perso l’80% del raccolto. Piacevoli e fresche note agrumate, cenni di vaniglia, una grande finezza.

Poulsard  Subtil 2022: varietà che regala vini con una trama tannica molto delicata e che viene interpretata magistralmente da Jérome. Le vigne sono allocate su argille del triassico, esposte a sud; la fermentazione avviene in tini con le bucce, a cui segue un affinamento  per 6 mesi. Al naso piccoli frutti rossi maturi e una note affumicata molto gradevole.

Trosseau Exception 2022: vitigno nativo del Jura. Le viti crescono su suoli calcarei del bajociano. La fermentazione avviene nei tini con le bucce a cui segue un affinamento in rovere per circa 6 mesi. Bella complessità al naso, con nuances di sottobosco e frutta matura; il tannino è presente e apprezzabile sebbene meravigliosamente integrato. Chiusura sapida, anche questo rosso è decisamente elegante!

Pinot Noir Revelation 2019: il vino affina un anno in botti di rovere di cui il 15% sono nuove; le viti crescono su terreni con una componente sia argillosa che calcarea. Il profilo  olfattivo è molto particolare, richiama la crème de cassis, il coriandolo, il corbezzolo. Trama tannica fine e lunga persistenza.

Savagnin Preambule 2021: se ne apprezza il varietale in purezza, non sottoposto all’effetto protettivo dei lieviti esprime le caratteristiche note di lici, agrumi, e una sfumatura erbacea. Chiusura iodata. Prezioso.

Blanc Tradition nasce dall’assemblaggio di 80% di chardonnay vinificato in botti di rovere e da un 20% di savagnin,  che rimane sotto il velo flor che si è creato lasciando le botti scolme, per ben 4 anni. Un vino gastronomico, ricco di profumi che vanno dalla frutta a pasta gialla, noce, vaniglia a cui si aggiungono note burrose; elegante equilibrio e finale lungo su note fruttate.

Savagnin 2018 permette di scoprire l’azione della permanenza, peraltro lunga almeno 30 mesi, sotto il voile. Frutta esotica, noce, mandorla, grande sapidità e persistenza .Un capolavoro. Grande potenziale di invecchiamento.

Vin Jaune 2016: questa tipologia di vini deve il suo nome al colore intenso ed è una tipica espressione di questa regione. Si produce esclusivamente con il savagnin, che rivela la propria anima dopo una lunga e particolare metamorfosi. Nativo della vicina Chateau Chalon, è prodotto nelle tre AOC Arbois, L’Etoile e Cotes du Jura. Dopo la fermentazione resta almeno 6 anni e 3 mesi nelle botti di legno senza alcun intervento da parte dell’enologo. Il processo, durante il quale si verifica una naturale evaporazione del vino, prevede la formazione di un sottile film sulla superficie grazie all’azione dei lieviti. Il bouquet di questi vini è assolutamente complesso, con sentori di noce, nocciola, mandorla e spezie. Dopo l’invecchiamento nelle botti viene imbottigliato nelle clavelin, speciali contenitori della capienza di 62 cl. Viene consigliata una temperatura di servizio tra i 14° e 18 °.

Vin de Paille: vino dolce prodotti con i migliori grappoli di tutte le qualità ( a esclusione del pinot nero) che vengono appassite sui graticci per 2 -3 mesi . Note di albicocca, cera d’api, miele, caramello e frutta candita. Una buona acidità compensa la dolcezza, regalando una ottima bevibilità. Viene abbinato con il foie gras e con i formaggi. Alla fine di Gennaio, nella regione si celebra la “Pressée du Vin de Paille” ed è una grande festa, che richiama molte persone, giornalisti e winelovers.

L’azienda di Jérome Arnaux dispone anche di appartamenti da affittare molto curati ed  eleganti , per un soggiorno ad Arbois davvero indimenticabile.

Montalcino: la degustazione dei vini della cantina Sesta di Sopra

Quando percorrevo la strada bianca che da Sant’Angelo in Colle conduce verso Castelnuovo dell’Abate, passando in prossimità di Sesta di Sopra, ogni volta mi spingeva la curiosità dal fermarmi per una visita.

Oggi è arrivato il momento tanto atteso, accolto Matteo Marenda, nipote del titolare, dietro supporto del valido collaboratore Walter Tiberti. L’azienda Sesta di Sopra si trova nella patria del Brunello di Montalcino, nel versante a sud-est del Comprensorio.

Un antico casale si erge con torre d’avvistamento, acquistato e restaurato dai coniugi torinesi Enrica Bandirola e Ettore Spina nel 1980. La prima vendemmia del 1999 con immissione nel mercato nel 2004 fu subito un successo, con il punteggio di 95 centesimi attribuitogli dalla rivista americana Wine Spectator. Gli ettari vitati sono 4, estesi su una superficie complessiva di 60, ove trovano dimora anche alcune d’olivo e bosco. 

L’altimetria dei vigneti, che vantano la certificazione biologica, supera i 400 metri s.l.m. e le radici affondano su terreni ricchi di calcare ed in profondità argillosi. La cantina si trova accanto al casale ed è funzionale, perfettamente mantenuta con botti di rovere e barriques per l’élevage, e tini d’acciaio per la vinificazione.

Le rese per ettaro sono molto basse, il logo dell’azienda è il sole, un antico simbolo etrusco ritrovato nei pressi.

Brunello di Montalcino

Montalcino è un comune italiano della provincia di Siena in Toscana. È una località nota per la produzione del vino Brunello di Montalcino. Si colloca nel territorio a nord-ovest del Monte Amiata, alla fine della Val d’Orcia, al confine con la provincia di Grosseto.

Vino rosso, perla  che l’enologia italiana ha saputo esprimere con risultati strepitosi. La sua affermazione è notevole sia in Italia sia nel resto del Mondo. Nel 1966 il suo rilancio con l’ottenimento della Doc e la nascita del Consorzio di Tutela, che hanno consentito di fare notevoli passi in avanti con ammodernamenti in cantina e rinnovamenti di nuovi vigneti quasi esclusivamente con Sangiovese.

Seguirà nel 1980 l’arrivo della Docg, uno tra i primi vini in Italia ad ottenere questo prestigioso riconoscimento. Da qui, con modifiche al precedente disciplinare già severo, è stato raggiunto un ulteriore innalzamento in termini di qualità. Il territorio presenta aspetti pedoclimatici diversi in ogni zona. A nord si ottengono vini di buona struttura, profumati ed eleganti, ad est vini più tannici adatti all’invecchiamento, a sud vini di grande struttura, molto profumati, ad ovest, vini eleganti, armonici, da lungo invecchiamento.

La vicinanza al Monte Amiata crea un microclima ideale per la coltivazione della vite con forti escursioni termiche tra il giorno e la notte. Si ottengono vini di eccellente qualità. Il Brunello di Montalcino viene prodotto con le tipologie: Vendemmia/Annata, Selezione e Riserva.

Il Sangiovese ha trovato a Montalcino un habitat ideale ed il baricentro nella sua massima espressione, più di ogni altra zona. A Montalcino si producono inoltre anche altri importanti  vini, come il Rosso di Montalcino e il Moscadello.

I vini degustati

Rosso di Montalcino 2021 – Rosso rubino trasparente, rivela sentori di viola mammola,  frutti di bosco,  prugna e ciliegia,  sorso lungo e soddisfacente. Fine ed equilibrato.

Brunello di Montalcino 2018 – Rubino con sfumature granato intenso, emana sentori di amarena, violetta,  rabarbaro, arancia sanguinella, liquirizia e spezie dolci. Sorso avvolgente, pieno e persistente.

Brunello di Montalcino Magistra 2018 – Tende al granato vivace, con nuances di rosa appassita,  tabacco, polvere di cacao,  ginepro e pepe nero. Materico, ricco e decisamente duraturo.

Sesta di Sopra

53024 Montalcino (SI)

www.sestadisopra.it

Terre di Cosenza Dop: monografia sul Magliocco sottozona Pollino delle Tenute Ferrocinto

E pensare che in alcuni dialetti di confine il termine “ammaglioccare” si riferisce a masticare qualcosa di particolarmente coriaceo come fanno i ruminanti. Una nota di colore che nulla aggiunge alle già note difficoltà di approccio verso un vitigno unico nel suo genere: il Magliocco Dolce.

Sinonimi ammessi, filosofie produttive, terroir, prospettive del comparto: ne abbiamo parlato con Raffaele Branca, responsabile commerciale delle Tenute Ferrocinto, un ramo aziendale “nobiliare” del gruppo Campoverde Agricola Spa. Nobili nel vero senso della parola, per la storicità del casato Salituri, baroni da sempre e con ottime attitudini nel campo imprenditoriale, grazie ad Enzo e al figlio Luigi a capo dell’azienda di famiglia.

Una zona, quella di Castrovillari, posta alle pendici del Massiccio del Pollino, “spartiterre” tra Calabria e Basilicata e spartiacque tra Tirreno e Ionio, su suoli in prevalenza argilosso-calcarei, ricchi di ferro, silicio e magnesio. Ne è prova il colore tendente tra l’arancione acceso e il rosso tenue dei campi che ben si amalgama al verde fogliare delle viti.

Affronteremo una piccola monografia sul Magliocco Dolce, qui rinvenuto in ceppi antichissimi, studiati nel campo sperimentale predisposto in accordo con l’Università della Calabria e quella di Messina. Una pianta vigorosa, dal grappolo piccolo e compatto, che quest’anno ha avuto i suoi problemi dalla temibile Peronospora.

La cantina così come la proprietà predisposta per eventi e ricevimenti di ampio respiro, sono un fiore all’occhiello per chi considera ancora il Sud Italia soltanto una landa desolata dove impera disordine e improvvisazione. Vedere per credere.

Torniamo piuttosto alle note facete dei vini, particolarmente eleganti e dalla gustosa bevibilità. Le espressioni degustate rispecchiano l’andamento delle annate e lo stile imposto in fase enologica. Senza dubbio il varietale predomina all’assaggio, con tannini poderosi tali da farlo somigliare quasi all’uva Sagrantino. Rimane il quesito, concreto, di quanto il territorio possa esprimersi in queste fasi primordiali per i viticoltori moderni (ricordiamo che il Magliocco è stato iscritto ufficialmente solo nel 2019 nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite) e quanto conti, invece, la mano dell’uomo nelle fasi produttive.

Un mistero di non facile risoluzione, viste le marcate differenze tra le cantina anche all’interno dello stesso areale; ma in fin dei conti l’Italia è bella per questo…

Iniziamo con l’Igp Calabria Magliocco 2022, prima di passare alla Dop Terre di Cosenza: naso carico di sfumature mediterranee, con frutti rossi e fiori violacei. Fermenta solo in acciaio, con breve sosta in vetro, un ottimo compromesso facile da apprezzare. Il fil rouge con gli altri campioni è la spezia scura, mista tra chiodi di garofano e scie pepate di buona fattura. Interessante il controllo della trama antocianica.

Proseguiamo con Terre di Cosenza Dop Pollino 2022: 6 mesi in acciaio e altrettanti in barrique. Rese massime per ettaro di circa 50 quintali, una rarità. Si esalta su scie agrumate e finale di lamponi e fragole selvatiche. Succoso, dall’allungo masticabile con ritorni ematici e balsamici, la tipicità e le sensazioni rustiche cedono il passo ad un’eleganza superba.

Concludiamo con Terre di Cosenza Dop Pollino Riserva 2015: attualmente in commercio, nonostante il lunghissimo affinamento. Riemerge l’amaricante fornito dai tannini irsuti. Le nuance diventano immediatamente scure su mora di gelso, humus e liquirizia. Non scende a compromessi, dimostrando un potenziale di tutto rispetto che necessita di ulteriore riposo in bottiglia per raggiungere il suo plateau.

Tre espressioni diverse per un unico comune denominatore, il Magliocco, principe delle uve a bacca rossa dalla provincia di Cosenza. Un rapido assaggio dell’Olio Extravergine di Oliva delle Tenute Ferrocinto, con due tipologie: la prima blend di Roggianella, Carolea e Cassanese molto delicata per mille usi e la seconda da monocultivar Tondina più piccante.

Il nostro inizio del viaggio in Calabria, che ci condurrà a conoscere tradizioni, cultura e produttori di una regione affascinante e misteriosa, inizia col piede giusto. A presto per altri reportage.

Letture per l’estate: Tra Ghiaccio e Bicchieri di Gabriele Palumbo

Durante la manifestazione Aperitivo Festival svoltosi a Milano dal 26 al 28 maggio al NhOW in via Tortona ho avuto il piacere di conoscere un bar tender d’eccezione, Gabriele Palumbo. Sono rimasta affascinata dai suoi gesti, dalla sua affabilità e della passione, mentre con il bicchiere miscelava per me qualcosa di veramente nuovo e interessante!

Ho avuto la possibilità di scambiare due parole con lui e di venire a conoscenza del libro che ha pubblicato, intitolato “Tra Ghiaccio e Bicchieri”: una lettura che ho gradito particolarmente, sia per il tema trattato, sia per lo stile con cui è stato scritto.

Gabriele è ligure, di Albenga, e ha circa trent’anni: sin da ragazzo ha lavorato nei bar e ha iniziato il suo percorso con gli studi presso l’istituto alberghiero, aprendo la possibilità di numerose esperienze in giro per l’Italia. Le sue capacità e la sua sensibilità lo hanno portato a svolgere il ruolo di bartender in prestigiosi locali, nonché formatore ai corsi specializzati e Brand Ambassador, sempre nel mondo della miscelazione.

Il libro apre con una affermazione: il gusto è memoria dell’uomo, una memoria storica e di costume.

Un concetto che viene motivato dall’evidenza che il gusto ci riporta a un preciso momento storico ma anche alle abitudini di un’epoca, come per esempio le pennette panna e salmone ci fa immediatamente scivolare con la macchina del tempo negli anni Ottanta.

Nelle duecento pagine che seguono i ringraziamenti e la prefazione vengono raccontati 21 cocktails internazionali: si parte dalla Caipirinha e si arriva al mitico Gin Tonic.

La narrazione in forma di romanzata riporta inoltre  la data di nascita e le dosi necessarie per la realizzazione del drink: un viaggio affascinante in cui incontriamo Henrique, Juliana , Rubens e don Rafael Gomes in Brasile, Jerry Thomas e il suo Whiskey Sour a New York,  i fratelli Barbieri, Leonardo e lo spritz a Venezia…

Un libro che si divora perché riesce ad avvolgere il lettore nell’atmosfere e nell’epoche in cui  ogni cocktail viene ambientato: un regalo sicuramente azzeccato per un amico curioso e un compagno per l’estate davvero perfetto.

Tra Ghiaccio e Bicchieri – Storie parzialmente scremate di varia umanità, di “spiriti” che miscelarono e di spiriti miscelati.

Autore: Gabriele Palumbo Book Sprint Edizioni

L’affinamento subacqueo dei vini: solo una “bolla” di profondità o c’è del vero? Ne parliamo con Marco Bacci ed il suo Talamo a Mare

Non ci nascondiamo mai e non lo faremo neanche stavolta parlando di un argomento alquanto delicato degli ultimi tempi: l’affinamento subacqueo dei vini.

Lo facciamo con un imprenditore dalla visione a dir poco lungimirante, Marco Bacci, le cui prodezze in campo vitivinicolo (dopo quelle dell’alta moda), hanno raggiunto vertici assoluti di eccellenza e qualità. Di lui, e del sogno nato in una delle cantine del Gruppo, quella di Terre di Talamo, ce ne ha già parlato la collega Augusta Boes nell’articolo Toscana: “Talamo a Mare” il bordolese di profondità.

Ciò che invece cercheremo di affrontare quest’oggi con il Direttore di 20Italie Luca Matarazzo e l’autore Alberto Chiarenza, è il tema scottante dello sdoganamento di una pratica divenuta ormai materia d’uso comune.

La sosta del vino in bottiglia, a profondità e condizioni determinate, può influire realmente sulla sua maturazione o resta confinata nei canoni di una semplice pratica commerciale?

Bene o male purché se ne parli dicevano ai tempi della Prima Repubblica; non vogliamo limitarci a un ostracismo incondizionato, ma anzi cercare di aprire gli occhi su un movimento in crescita e in totale fermento (mai termine fu più azzeccato).

Si attendono i risultati imminenti del lavoro pionieristico compiuto da una giovane start-up siciliana, grazie all’appoggio incondizionato dei brand Benanti e Passopisciaro, con il progetto Orygini in collaborazione con l’Università di Catania. Un controllo meticoloso e costante suddiviso in 14 parametri effettuato per durate variabili dai 6 ai 24 mesi su un campione di bottiglie immerse a 48 metri di profondità nei pressi dell’Area Marina Protetta Isole dei Ciclopi, tra Aci Trezza e Aci Castello. Per intanto dobbiamo accontentarci di uno studio già pubblicato dalla società Lyfe Cicle engineering sull’importante riduzione di CO2 (per 1000 bottiglie circa 680 kg) e sul risparmio di risorse energetiche e logistiche.

Al resto manca una nostra valutazione empirica per comprendere le effettive potenzialità, contando sulla correttezza e buona fede degli attori in gioco, elemento essenziale per scrivere un articolo. Lo faremo nel confronto di due annate, la 2018 e 2019, degustate in parallelo tra affinamento classico e affinamento marino.

Il vino di punta di Terre di Talamo, è un blend di quattro vitigni in pari percentuale di Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Syrah. Il desiderio era quello di realizzare un Supertuscan, riuscito davvero bene. I quattro vitigni risultano integrati e si percepiscono, di ognuno, le sue peculiarità. Ma Marco Bacci è anche amante del mare, navigante e sommozzatore con esperienze in ogni angolo del mondo, e in una occasione, dopo aver lasciato alcune bottiglie di Talamo nella sentina della sua barca, decide di stapparne una accorgendosi della differenza nell’evoluzione del vino. Si chiede, esattamente come noi, cosa farà migliorare la qualità del prodotto e, andando per tentativi, trova la quadra giusta a 35 metri sotto il livello del mare.

L’annata 2018 ritornerà alla luce dopo due anni, insieme alla 2019 che è rimasta tra le creature marine per la metà del tempo. E’ così che da una linea, ne sono state create due. Stesso vino, ma affinamenti completamente diversi. Talamo matura in cantina e Talamo a Mare, appunto, sul fondale marino in una zona che si trova tra il Monte Argentario e l’Isola di Giannutri.

Le nostre valutazioni finali

Diciamo subito che il prodotto è di una qualità straordinaria già prima di scegliere il suo percorso finale in bottiglia. Si percepiscono lievi differenze solo nella tonalità del colore, più scuro e intenso quello da affinamento subacqueo.

Per il resto, nella 2018 non segnaliamo altre particolarità: i vini sembrano quasi identici nelle loro espressioni organolettiche. Forse più verde e tagliente il Talamo a Mare, che denota, in prospettiva, maggior possibilità di resistere al tempo.

Nella 2019 le diversità si acuiscono, con la versione classica declinata su sensazioni boisée e quella proveniente dai fondali marini molto verticale e sanguigna. Annotiamo, infine, che nel calice le sfumature diventano sottili con il passare dei minuti, andandosi a riequilibrare pian piano con la giusta attesa. Sintomo che le basi solide emergono sempre, come i cavalli di razza. Nella verve iniziale probabilmente conta la variazione di maturazione, ma nella lunghezza di bocca dei due prodotti, in entrambe le annate, tutto sembra coincidere. L’unica cosa è il prezzo, triplicato nella versione da affinamento subacqueo, anche per l’esiguo numero di bottiglie.

Ringraziamo il padrone di casa Marco Bacci per essersi sottoposto al vaglio della stampa con la stessa voglia di apprendere e di trovare risposte. Speriamo di confrontarci con lui nuovamente in futuro, magari con i primi dati scientifici disponibili al mondo, per sdoganare finalmente la filosofia degli underwater wines.

Degustazione presso Les Grands Crus: un format innovativo in questo settore

Con amici e colleghi con i quali condivido la passione per il nettare di Bacco e dietro gentile invito di Simone Tabani, agente di Les Grands Crus per l’area di Siena e provincia, ho partecipato ad una degustazione di vini presso la sede di Magione (PG), piccolo  borgo posto a poca distanza da Perugia e dal Lago Trasimeno. 

Ha guidato la degustazione il dinamico Andrea Forestiero, titolare di Les Grands Crus, società che propone un nuovo format nel mondo della distribuzione, con l’obiettivo di rappresentare aziende di nicchia, talvolta di piccole dimensioni. Tradotto in termini pratici, si segue il concetto di bevibilità, sapidità e piacevolezza. I vini selezionati, per poi essere commercializzati in Italia, provengono da ogni regione del Belpaese e dalle migliori aree vitivinicole del mondo.

Otto gli assaggi che mi hanno maggiormente colpito

Falkenstein Pinot  Bianco  Riserva  2021 Duernberg – veste dorata dalle note di fiori di campo, nocciola, pere mature, ananas, arancia, cremoso e corposo. Piacevolmente fresco con lungo finale minerale.

Cima Vigneto Alto Vermentino Candia dei Colli Apuani Doc 2021 – Giallo paglierino luminoso, subito si percepiscono note di fiori di camomilla, pesca, ananas e agrumi. Sorso vibrante e sapido. 

Gavi La Meirana 2022 Broglia – Paglierino dalle sfumature verdoline, rimanda a note di tiglio, zagara, mela, melone e nuances agrumate sul finale. Gusto sapido, rinfrescante e ammaliante

Scarpe  Toste Unplugged Vino Bianco Cantina Le Macchie – Ottenuto da uve Gewürztraminer dal riverbero color ambra, sprigiona al naso sbuffi di fiori d’arancio, rosa rossa, datteri e spezie dolci. Equilibrio tra freschezza e sapidità, dura a lungo.

Vigneto del Balluccio Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore 2020 – Tenuta dell’Ugolino – Tenue su riflessi verdolini, si esalta tra pesca matura, susina, camomilla, tiglio e arancia tarocca. Vibra su finale di mandorla dolce.

Chianti Classico 2020 Podere Castellinuzza – Rubino lucente, all’olfatto emana note di marasca, viola mammola, scorza d’arancia e rabarbaro, Bocca avvolgente e fine.

Carmione Carmignano DOCG  2021 Fabrizio Pratesi (Sangiovese 70% Cabernet Sauvignon 15% Cabernet Franc 5% Merlot 10%) – Granato scuro, dai sentori di crème de cassis, more selvatiche, amarene e spezie dolci. Struttura potente ed equilibrata, tannini di corpo e ben integrati, dalla chiusura gradevole.

Hocheck Pinot Nero Riserva 2020 Duernberg – Rubino esuberante, al naso declina note di gelsomino, lampone, amarena, scorza d’arancia e sottobosco. Carezzevole e setoso, leggiadro e incredibilmente durevole.

Les Grands Crus Srl
Sede operativa:
Via L. Ariosto, 45/47
06063 Magione (Perugia)
Italia
Tel. +39 075.8241834

Kasanna a Sala Consilina (SA): il Vallo di Diano conosce un maestro dell’affinamento formaggi

Nicola Memoli, professione affinatore di formaggi a pasta molle e crosta fiorita con la sua azienda Kasanna a Sala Consilina (SA).

Nicola Memoli che di anni ne ha 48, pur sembrando ancora un giovane virgulto, ha ormai collezionato un’esperienza nel settore che lo vede protagonista sulle tavole d’Italia e di molti Paesi europei. Essere affinatore di formaggi richiede voglia continua di sperimentare, adottando lavorazioni e materie prime che non alterino eccessivamente i sapori d’origine. Il nome dell’azienda a conduzione familiare è dedicato alle sue 3 figlie, utilizzando l’acronimo dei nomi Karol, Sara e Annalisa.

Nicola Memoli – Kasanna

Non basta una grotta a fare un eremita, e neppure basta per ricreare quel mistero nel quale i maestri italiani primeggiano. All’estero è praticamente una rarità l’esercizio di tale professione, ma lungo lo stivale della nostra Penisola siamo autentici fuoriclasse. L’Affinatore fa il possibile per continuare a mantenere il profilo originale del formaggio, facendo attenzione ad abbinare le spezie, gli aromi o le erbe, con lo scopo di esaltare la materia prima quando il processo sarà terminato, sperimentando idee nuove, ma rispettose.

Nicola era partito, 10 anni orsono, dalla stagionatura del caciocavallo, per tentativi, fino a giungere al suo piccolo capolavoro: un caciocavallo al tartufo con riposo in botte di rovere contenente fieno per una durata media dai 4 ai 6 mesi di cantina. Non si sentiva soddisfatto del livello ormai raggiunto e, sconvolgendo ogni suo proposito, decise nel 2015 di selezionare latte di pecora e capra per affinare i formaggi a pasta molle e crosta fiorita.

E adesso? Memoli è arrivato alla cifra di ben 22 prodotti diversi, alcuni premiati dalla critica gastronomica, come l’elisir di fragole al rosmarino, oppure un formaggio a crosta fiorita con colatura di alici e scorzette di limone o, infine, vari tipi di affinamento nel vino, utilizzando l’Aglianico possente e tannico, sulla scorta dell’antica ricetta romana del mulsum.

A proposito di territorio, Kasanna propone, principalmente tra i comuni del Vallo di Diano, (estendendosi a volte lungo l’intero areale del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano e Alburni), una sorta di “aperitivo itinerante”, fruibile da chi ne segue i canali social, entrando a far parte del gruppo di watsapp. Una sorta di flash mob organizzato all’improvviso sulla base di un certo numero di adesioni con indicazione di una data papabile.

Il luogo dell’evento viene scelto all’ultimo momento tra una lista di strutture disponibili. L’idea è quella di far da punto di ritrovo per persone di diversa estrazione e cultura e parlare delle bellezze artistiche ed enogastronomiche del luogo, con la partecipazione di altri caseifici e produttori di vino, companatico ideale per le nostre migliori espressioni casearie.

Kasanna

Salita Guerrazzi, 5

84036 Sala Consilina Italia

“A cena con l’enologo”: Sergio Pappalardo ci racconta il suo Fiano Pelós al Ristorante Mediterraneo a Salerno

di Luca Matarazzo

Nemo profeta in patria. Lo so, a volte mi rendo conto di essere ripetitivo col passare degli anni. Eppure credo sempre di più nella verità storica di questo motto latino: nessuno è profeta in patria, ovvero pochi sanno esaltare le bellezze che abbiamo a due passi dai nostri occhi.

Una di queste è il Ristorante Mediterraneo a Salerno di Carla D’Acunto, giunto ormai alla prima decade dal giorno dell’apertura, motivo dell’incontro a cena con l’enologo (e produttore) Sergio Pappalardo per la presentazione, in esclusiva per 20Italie, del suo Pelós 2021 da uve varietà Fiano.

L’affabile Carla ci accoglie con quel sorriso che solo i grandi del mestiere sanno esprimere. Non un gesto di semplice cortesia, quanto il modo migliore per dirti “benvenuto a casa mia”. Dimentichiamo spesso l’importanza di ricevere un simile trattamento nell’avvicinarci a un esercizio pubblico o comunque vogliate chiamarlo. Ma dalla forma bisognerà poi passare alla sostanza e di questo ne parleremo a breve.

Cominciamo, invece, con raccontare il progetto di Sergio Pappalardo, esperto enologo che ha deciso di cimentarsi in prima persona nel duro mestiere di vigneron. Nel 2018 prende in gestione una vigna a Sorbo Serpico a 500 metri d’altitudine, in Contrada Pascone. Il materiale d’inizio era buono, piante di Fiano del 1994 che però necessitavano di giusta cura e attenzione.

Anche perché Sergio è da solo e deve occuparsi di ogni aspetto produttivo, persino l’etichetta per il suo vino. I suoli sono argillosi, puntati a forte pendenze con rischio continuo di dilavamento a valle durante le piogge. Motivo ulteriore per dover seguire la vigna come un bambino ai primi passi con la mano del buon padre di famiglia.

Ma cosa farne, esattamente, dei grappoli splendidi e luminosi vendemmiati da tale appezzamento? Pappalardo non esita un secondo, seguendo la propria filosofia produttiva improntata sulla ricerca delle pratiche rispettose dell’ambiente e della natura.

Permettetemi, dunque, un lieve brivido pensando ad altre esperienze fallimentari o alla grande confusione esistente attorno al concetto di vino naturale. Tralasciando il termine in sé, bisogna provare per credere, tastare nel calice il prodotto nato da tanta selezione e sacrificio e capire che non possiamo mai avere preconcetti, ma solo verifiche tecniche di chi lavora bene… e chi no.

Le uve scelte per il Pelós 2021 sono state raccolte tardivamente tra il 30 ottobre e il 13 novembre e hanno seguito diraspatura e successiva macerazione in 7 lune di anfora di gres e uova di cemento, durante le quali si sono svolte le principali fermentazioni spontanee alcolica e malolattica. Zero aiuto da anidride solforosa o altre componenti chimiche: alla svinatura e torchiatura di maggio il vino è ritornato negli stessi vasi vinari per 9 mesi e imbottigliato senza nessuna filtrazione, presentato in commercio a giugno 2023 per sole 583 bottiglie numerate.

Quando si crede (sbagliando) sulla stranezza di simili espressioni, alla fine sei costretto a fare ammenda ritornando sui tuoi passi. Non affrontiamo minimamente la tematica del colore, un mix tra ambra lucente e topazio lievemente velato che poco importa ai fini della degustazione. La bellezza del Pelós 2021 sta tutta nella bocca! Possente, fruttata, con quegli aromi tipici di chi sa cosa sia lavorare una delle varietà a bacca bianca più interessanti e avvincenti del mondo enologico.

Le naunce da pesca matura e albicocca, seguite da una vena mediterranea goduriosa tra salvia e tiglio, che chiosa verso mandorla disidratata e nocciola tostata raccontano la completezza del quadro dipinto dal Fiano. Tra mille lo si riconoscerebbe senza esitazioni.

E per un degno re della tavola, non potevano mancare altrettante proposte culinarie dello staff di Carla D’Acunto, come il calamaretto cotto alla piastra con cipolla fresca o gli gnocchetti fatti in casa al sugo di molluschi e pecorino grattuggiato.

Due esempi di perfetto abbinamento, di armonia e di equilibrio esaltati dalla sapidità finale del vino con quella mordenza data dalla macerazione e la morbidezza della vendemmia in surmaturazione.

Si può essere ottimi profeti in patria, basta giocare tra gusto e semplicità.

Ristorante Mediterraneo a Salerno
Via M. Testa, 31
Tel. 089 296 2405
Chiuso il lunedì

Il Nihonshu (Sakè Giapponese) incontra l’arte in cucina di Giuseppe Molaro chef del Contaminazioni Restaurant a Somma Vesuviana

di Gaetano Cataldo

Ci sono indubbiamente artigiani della cucina che la fermentazione ce l’hanno nel sangue. Giuseppe Molaro, chef e titolare del Contaminazioni Restaurant di Somma Vesuviana, è uno di loro, tanto più che è tra le espressioni campane dell’avanguardismo culinario e delle fusioni di sapori.

L’impiego della fermentazione lattica in cucina, per quanto anticamente la sua conoscenza fosse già nota e praticata nel Mediterraneo ai fini di accrescere la durabilità dei cibi, ha il dono di imprimere una marcia in più dal punto di vista gustativo e una spiccata raffinatezza alle pietanze, per non parlare della biodisponibilità, componente indispensabile a rendere gli alimenti più assimilabili dal nostro organismo.

Nel panorama della ristorazione gourmet tra gli interpreti più giovani e di maggiore rilevanza vi è proprio Giuseppe Molaro: classe 1986, originario di Somma Vesuviana, un piccolo borgo della provincia di Napoli alle pendici del Vesuvio. Terra rigogliosa e dai sapori intensi, quasi vulcanici, nella quale è tornato dopo oltre un decennio di vita professionale spesa in giro per mezzo mondo… vita in cui non sono mancati i sacrifici e neanche il successo.

Il sorriso genuino e sincero, la sua modestia e la delicatezza nei modi celano in realtà una personalità della gastronomia del tutto singolare e dalle spalle decisamente larghe in quanto a profondità di studio, di pratica e di esperienza: diplomatosi presso l’Istituto Alberghiero “Lorenzo De’ Medici” di Ottaviano, dopo aver mosso i primi passi nell’attività familiare in Campania ed in diverse aree in Italia, ha viaggiato e lavorato in strutture di altissimo livello tra Irlanda, Portogallo, negli Emirati Arabi ed, in maniera particolarmente significativa, in Giappone. Ha collaborato col maestro Heinz Beck, partendo naturalmente proprio dal ristorante La Pergola a Roma, tre Stelle Michelin, nel settembre del 2010 e, via via, in tutti gli altri stellati del gruppo. Dopo innumerevoli riconoscimenti sarà proprio all’Heinz Beck Restaurant di Ōtemachi, nel distretto di Chiyoda a Tokyo, che Giuseppe maturerà l’ambitissima stella nel ruolo di Executive Chef.

Una vita in viaggio attraverso culture gastronomiche diverse, ritmi di lavoro impegnativi in ambienti ad altissima competitività che diventano, se possibile, ancora più estenuanti quando si vive lontano da casa. Ma i tratti della personalità di Giuseppe sono fatti anche di resilienza, audacia e sensibilità, quei tratti tipici del giocatore leale che coniuga il sorriso allo sforzo della partita e che alla fine vince col garbo e la gentilezza.

Non di meno la sua cucina è audace per sperimentazione, razionale nel paring di accostamenti desueti, delicata nella fusione dei sapori ed elegante nel food deisgn.

Rientrato in Italia con sua moglie Yuki Mitsuishi crea Contaminazioni Restaurant nella città che lo ha visto crescere, location di appena 20 coperti con una cucina a vista ubicata proprio all’ingresso, che costituisce l’anima del locale. Un’anima da cui traspare ogni singolo movimento e passaggio atto a creare estetica e sostanza, proprio dinanzi agli occhi degli ospiti che si riservano di ammirare Giuseppe in pieno svolgimento del servizio, da una postazione davvero speciale: lo chef’s table.

L’intuito, la creatività, la sperimentazione ponderata, il forte legame di Giuseppe con la sua terra di origine e il Giappone, Paese di adozione, sono stati i presupposti perché si instaurasse un piacevole dialogo sul nihonshu con una ricetta inedita abbinata specificamente allo Houraisen Junmai Ginjo Wa della Sekiya Brewery nella prefettura di Aichi, una delle aree che, durante i suoi viaggi più gli è rimasta impressa.

Con le variazioni cromatiche del colore arancio della salsa di carote in odore di timo, olio alla cipolla ed aceto di ciliegie, unitamente al rubino intenso della salsa di mirtilli latto-fermentati, si presenta la sua indivia cotta sottovuoto con sale e maggiorana, poi saltata ed arricchita con crumble di pane raffermo, arricchito da brodo di pesce e poi tostato in soffritto di cipolle, acciughe sott’olio, timo, con foglie di mizuna a guarnire il tutto. Elementi che da soli sarebbero potenti, in questo piatto si fondono in un delicato abbraccio gustativo e trovano nell’Houraisen Junmai Ginjo.

Ricercato e armonico, grazie alle suadenti note fruttate di pesca e banana, il floreale del gelsomino e la sensazione cerealicola di riso stagionato, che al sorso rivelano freschezza e rotondità con un pizzico di umami ed una persistenza che non prevarica affatto quella del piatto proposto.