Campania: Tenuta Nunziata, tra ulivi, olio e fine dining alle pendici del Vesuvio

A Torre Annunziata, a pochi passi dall’autostrada, c’è un grande cancello. Lo varchi e, quasi senza accorgertene, lasci fuori il rumore della strada. Dentro ci sono dodicimila metri quadrati di verde, circa 300 ulivi e una tenuta che racconta un’idea diversa di ospitalità: contemporanea, elegante, ma profondamente legata alla terra.

È Tenuta Nunziata, una realtà che negli ultimi anni ha trasformato questo angolo alle pendici del Vesuvio in un luogo dove agricoltura, accoglienza e cucina dialogano continuamente.

La proprietà è di Gino Camera, Luigi Camera e Rita Chiacchio, e il progetto nasce dalla volontà di valorizzare una terra che ha nella sua posizione e nella sua vocazione agricola un patrimonio importante.

Gli ulivi sono una delle anime della tenuta. Tre le varietà coltivate: Taggiasca, Leccino e Rotondella. Un patrimonio agricolo che qui diventa anche racconto, grazie a un percorso dedicato alla pianta dell’ulivo, con pannelli illustrativi realizzati con il contributo di Federico II e del professor Sacchi, per spiegare ai visitatori come nasce e cresce un ulivo.

Ma qui l’olio non è soltanto raccontato: viene prodotto. La tenuta dispone infatti di un frantoio interno, dove le olive diventano olio, completando una filiera che parte dalla terra e arriva direttamente alla tavola.

E poi c’è lo shop, dove i prodotti della tenuta possono essere acquistati e raggiungono clienti anche fuori dai confini italiani. Una vocazione internazionale che si inserisce perfettamente in un territorio come quello vesuviano, attraversato ogni anno da un turismo importante e sempre più interessato alle esperienze legate al cibo, al vino e alle produzioni locali.

E poi c’è il Vesuvio. Non solo quello che si vede all’orizzonte, ma quello che si ritrova nella storia e nei dettagli della tenuta. Come nell’altarino dedicato a Sant’Antonio, dove è custodita anche lava del Vesuvio. Piccoli segni che riportano continuamente al territorio.

Tenuta Nunziata è anche ospitalità. Una piscina, gli spazi immersi nel verde e una formula agrituristica contemporanea che soprattutto in estate vive all’aperto. Una dimensione più informale che si affianca a quella gastronomica del ristorante La Stalla, dove l’esperienza cambia passo e diventa fine dining.

A tavola arriva una cucina che parte dalla memoria, ma non ha paura di cambiarne la grammatica

L’Executive Chef Antonio Commone lavora sulla cucina classica e sulle ricette della tradizione, reinterpretandole attraverso una visione contemporanea e con influenze francesi. Non una cucina che vuole cancellare il passato, ma piuttosto prenderlo, osservarlo e provare a raccontarlo con strumenti nuovi.

La degustazione comincia con un antipasto che è già una dichiarazione d’intenti: l’oliva conciata con mandorla, sesamo e ceci. Un piccolo boccone concentrato, dove la materia prima resta protagonista.

Poi la zucca, liquirizia e maggiorana

Arriva l’uovo al purgatorio, uno dei piatti che più raccontano il rapporto tra tradizione e contemporaneità: pomodoro San Marzano in conserva, datterini, una salsa ariosa e germogli, con l’uovo cotto alla perfezione. Un grande classico napoletano che cambia consistenza e presentazione senza perdere la sua identità.

La cucina di Commone gioca anche con i funghi: chiodini, champignon, porcini e cardoncelli vengono trattati in maniera diversa, tra fritti, fermentazioni controllate e infusioni. I chiodini, in particolare, attraverso la fermentazione sviluppano una forte componente acida, mentre i gambi dei funghi diventano la base per un brodo profumato, accompagnato anche dalle alghe.

Il tema della trasformazione torna nella pasta e cavolo. La pasta viene cotta in un infuso ottenuto dalle foglie esterne del cavolfiore, mentre il cavolfiore diventa purea e incontra il cacao amaro. Anche qui la cucina prende qualcosa di familiare e lo porta altrove.

L’anatra con radicchio e melograno

È un piatto che gioca sul contrasto: la carne dell’anatra, intensa e strutturata, incontra la parte amaricante del radicchio e la nota fresca e leggermente acidula del melograno. Un equilibrio che alleggerisce la potenza della carne e restituisce al piatto una dimensione autunnale, elegante e tutt’altro che prevedibile.

Il ristorante conta circa 30-40 coperti: una dimensione raccolta che permette alla cucina di seguire il ritmo delle stagioni e di lavorare sulla materia prima con grande attenzione.

E proprio la stagionalità è uno dei fili conduttori del progetto. La cucina utilizza prodotti stagionali e una parte importante arriva direttamente dalla tenuta e dalla sua produzione agricola.

Nel calice, naturalmente, la Campania da bere

Falanghina, Aglianico e un rosato da Piedirosso di autoproduzione accompagnano il percorso, mentre a seguire arriva una delle portate più curiose della degustazione: “Aglianico de-alcolizzato”, un centrifugato di mela annurca sul quale viene adagiato Aglianico con lecitina. Un bicchiere che gioca sulle temperature, sulle consistenze e sulla sensazione di un vino trasformato in qualcosa di completamente diverso.

È una sorta di transizione autunnale, proprio come la stagione che stiamo attraversando: la temperatura cambia, i prodotti cambiano e anche la cucina segue questo movimento.

A chiudere il percorso è un dessert firmato dalla pasticciera Maria Rita Coppola: una tarte tatin cotta in forno, accompagnata da un’emulsione di miele di castagno e burro, gelato al burro nocciola e caramello al miso, ottenuto dalla soia.

Dolce, sapido, tostato. Ancora una volta memoria e ricerca nello stesso piatto

In sala e nel percorso dei vini c’è la sommelier Serena Casaburi, che accompagna la degustazione con una lettura attenta degli abbinamenti.

Tenuta Nunziata non è però soltanto un ristorante. È un progetto di ospitalità che mette insieme agricoltura, produzione, vino, cucina e accoglienza.

C’è il frantoio, c’è lo shop, ci sono gli ulivi, la piscina, le tre camere e il ristorante La Stalla. Un sistema che permette di vivere la tenuta in modi diversi, dalla giornata immersa nel verde alla cena fine dining, passando per l’esperienza agrituristica estiva.

E c’è anche una posizione strategica. Siamo a Torre Annunziata, nel cuore di un’area che intercetta i grandi flussi turistici diretti verso Pompei, il Vesuvio, la Costiera e il Golfo di Napoli. Non è un dettaglio: significa avere davanti una platea internazionale alla quale raccontare una Campania fatta non soltanto di monumenti e panorami, ma anche di olio, vino, prodotti agricoli e cucina.

Fino a circa 100 persone al giorno possono vivere gli spazi esterni della tenuta dedicati agli eventi e cerimonie, mentre La Stalla mantiene una dimensione più intima, con i suoi 30-40 coperti. E forse è proprio questo il punto interessante.

A Torre Annunziata, dove spesso si corre lungo l’autostrada senza immaginare cosa ci sia appena oltre un cancello, esiste un luogo che invita invece a fermarsi.

A guardare un ulivo. A capire come nasce un olio. A riconoscere una varietà. A scoprire la lava del Vesuvio custodita in un piccolo altarino. A sedersi a tavola e ritrovare il sapore di una ricetta conosciuta, ma con una forma nuova.

Perché la cucina contemporanea, quando funziona davvero, non ha bisogno di dimenticare da dove viene. Deve solo trovare un modo nuovo per raccontarlo.

Immagine di Veronica Caprio

Veronica Caprio

Giornalista e professionista della comunicazione da oltre 15 anni, romana di nascita, irpina per origini e napoletana d’adozione. Ho Roma nel cuore, ma nelle vene scorre il Taurasi. Sono cresciuta tra i vigneti secolari della mia famiglia respirando fin da bambina il profumo della terra e il ritmo delle stagioni. Mi piace cercare le storie che si nascondono dietro un luogo, un piatto, un calice di vino o un evento. Racconto il mondo del food, del vino, del turismo e della cultura con uno sguardo curioso e personale, dando spazio soprattutto alle persone e alle identità dei territori. Perché, in fondo, raccontare un territorio significa prima di tutto conoscerlo, viverlo e lasciarsi emozionare dalle sue storie.

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