Benvenuto Brunello 2022: “Why Always Me?”

La bulimia comunicativa colpisce ormai ogni settore e categoria merceologica. Il vino non è da meno, anzi gli specialisti dell’analisi sul futuro di un’annata si sprecano. È lo sport italiano pari soltanto al gioco del calcio, quando si cerca di indovinare la formazione della Nazionale da novelli allenatori. Sia ben chiaro che il diritto di osservare quanto si assaggia in fase di giudizio è sacrosanto. Lo spingersi però oltre, ipotizzando decenni di vita o altrettanti rapidi declini, è solo frutto di una scommessa potenzialmente pericolosa e piena di risvolti empirici. Il metodo razionale e sistematico comporta la visione di un intero insieme sulla base delle degustazioni effettuate; a parlare deve essere sempre il contenuto del calice, senza aggiunta di vademecum su come fare prodotti di qualità o vaticini da autentici profeti enologici. Atteniamoci dunque ai fatti, osservando l’intramontabile Brunello di Montalcino che si presenta con la sua Anteprima 2018 per la versione d’ingresso e la 2017 per la Riserva, senza dimenticare la crescita straordinaria dei meno impegnativi Rosso di Montalcino targati 2020 e 2021.

Non vuole essere il classico elenco di aziende in competizione: per una volta non prenderemo alcuna posizione stilando classifiche ad hoc che finiscono presto nel dimenticatoio. Affronteremo, invece, il grande dilemma che toglie il sonno (o lo fa venire a seconda dei punti di vista) al consumatore medio: durerà o non durerà la 2018? Se incontrate un cliente che vaga tra ristoranti in cerca della risposta a tale quesito, vi prego di comunicarlo alla Redazione di 20Italie per intervistarlo prima delle cure psichiatriche. Entrando più nel vivo della discussione, la tesi della presunta “magrezza” dei vini nati sotto il segno ’18, ricordo che in quel periodo vivevo stabilmente in Toscana. Da testimone oculare delle stagioni passate non mi sarei aspettato di sicuro una vintage potente e muscolare come la 2017, e quante fesserie avevamo sentito pure su di essa! A parlare di levità e minor lunghezza di aromi e sapori ce ne corre: gli oltre 60 campioni testati spingono verso note evolutive scure, simili al sottobosco tipico del Sangiovese che avevamo dimenticato da tempo. Il frutto non è un dominatore assoluto, ma spalleggia sensazioni floreali e speziate in un triangolo equilatero davvero sublime. Il sorso è denso, meno materico, ma di grande impatto. I tannini sono mediamente pronti e di ottima fattura, senza nuance verdi o grip sgradevoli. Se bisogna per forza trarre delle conclusioni finali possiamo dire con certezza che equilibrio, eleganza e carattere sono le tre componenti ideali per dare un vestito da sarto d’alta moda ai Brunello di Montalcino presentati a stampa ed appassionati. Il resto sono chiacchiere da partita di scopone scientifico al tavolo di un bar. 

“E chi non beve con me peste lo colga!”

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Luca Matarazzo

Giornalista, appassionato di cibo e vino fin dalla culla. Una carriera da degustatore e relatore A.I.S. che ha inizio nel lontano 2012 e prosegue oggi dall’altra parte della barricata, sui banchi di assaggio, in qualità di esperto del settore. Giudice in numerosi concorsi enologici italiani ed esteri, provo amore puro verso le produzioni di nicchia e lo stile italiano imitato in tutto il mondo. Ambasciatore del Sagrantino di Montefalco per il 2021 e dell’Albana di Romagna per il 2022, nonché secondo al Master sul Vermentino, inseguo da sempre l’idea vincente di chi sa osare con un prodotto inatteso che spiazzi il palato.

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