Ristorante Zì Teresa: nei suoi piatti i profumi e i sapori del Golfo di Napoli

Ci sono luoghi senza tempo che restano uguali a loro stessi, mantenendo viva un’identità dalla storia lunghissima, conservando la tradizione, rinnovandosi in maniera leggera, cadenzata e sobria, quasi senza che nessuno si accorga dei piccoli dettagli che a poco a poco, hanno trovato il loro posto nella giusta misura e armonia.

Il ristorante Zì Teresa è tra questi luoghi, un cult ormai: espressione dello storico locale di Teresa Fusco del 1862, ubicato nel cuore del Borgo Marinari del Quartiere Santa Lucia a Napoli, nel suggestivo Castel dell’Ovo e dal 2008 gestito con fierezza da “donna” Carmela Abbate.

La storia del ristorante Zì Teresa segue il filo del coraggio, della passione, della caparbietà e dell’amorevolezza che la femminilità napoletana esprime: era il 1860 quando ebbe inizio il processo che destabilizzò il Regno di Napoli, comportandone l’annessione al resto d’Italia. Il giovane marinaio Gennaro Fusco, imbarcante su una delle unità navali della flotta borbonica, si ritrovò senza lavoro a causa delle vicissitudini storico-politiche, congedato dal servizio proprio mentre diventava padre all’età di 26 anni.

Per sbarcare il lunario Gennaro si diede alla pesca, come tanti uomini di mare che prendevano il largo dal piccolo porto di Santa Lucia. Scomparso in mare a seguito di un naufragio, lascerà la moglie Teresa e i figli da soli e in balia dei tempi duri. Teresa iniziò a lavorare ben presto, portando ristoro ai pescatori vendendo loro cibo tenuto in caldo in un grosso portavivande di stagno; in particolar modo erano tanto apprezzati i taralli. Più tardi sposò in seconde nozze Vincenzo Giordano, un sottufficiale della Guardia di Finanza, da cui ebbe una numerosa prole.

Ma il destino beffardo aveva ancora in serbo dei dispiaceri per Teresa, che nella vita dovette assistere impotente alla morte di tutti i figli e purtroppo anche del marito; restarono solo i nipoti che naturalmente la chiamavano “Zi’ Teresa”. Si trasferì al Borgo Marinari presso una sua cugina, a cui era toccata la stessa sorte e che era madre di tre figli. I profumi della cucina povera – con cui bisognava sfamare i figlioli – attiravano i passanti che ne chiedevano qualche assaggio, consentendo a Teresa di mettere fuori qualche tavolo e avviare una modesta attività economica.

Alla lunga e visto il successo rapido, la Fusco decise di affittare una parte dell’arenile per piazzarvi un capannone con tavoli e sedie; correva l’anno 1890 e la storia del Zì Teresa ebbe inizio.

Vermicelli alle vongole, polpi affogati, le freselle, la grigliata di pesce e la zuppa di cozze, erano soltanto alcune delle sue specialità, gustate e apprezzate da un pubblico trasversale con le note melodiche delle antiche canzoni napoletane interpretate dai posteggiatori del borgo partenopeo. La sua fama di cuoca popolana si diffuse tra le due guerre, in un periodo in cui Napoli tornava ad occupare il suo legittimo ruolo di capitale cosmopolita, e fu così che il ristorante Santa Lucia finì tra le pagine del New York Times, protagonista di innumerevoli scatti storici e frequentato da regnanti e personaggi eccellenti da tutto il mondo.

Tra gli avventori si annoverano Benedetto Croce, Neville Chamberlain, Gabriele D’Annunzio, Winston Churchill, Arturo Toscanini, Greta Garbo, Luigi Pirandello e molti altri. Le numerose visite di Totò, principe della risata, Eduardo, Titina e Peppino De Filippo, Sofia Loren e Marcello Mastroianni, furono quelle che ne accrebbero la notorietà al di sopra di tutto.

Negli anni ’50, ormai novantenne e paga di una vita intensa, carica di soddisfazioni e di sacrifici, Teresa Fusco era ancora solita affacciarsi da una finestrina che dava sulla sala del ristorante per osservare il trafficare dei camerieri tra i tavoli e scorgere l’apprezzamento della clientela. Si spense il 25 maggio 1953 ed i suoi funerali attrassero uno stuolo di inviati speciali di giornali ed agenzie cinematografiche da tutto il mondo.

Nel 2008 Carmela Abbate, classe del ’55, rileva assieme alla sua famiglia il ristorante Zì Teresa che, tra gli anni ’80 e ’90 consolida il suo appeal internazionale, diventando definitivamente un luogo di culto della cucina partenopea.

Cresciuta tra i fornelli di una piacevole trattoria familiare, per Carmela Abbate la cucina è sempre stata ragione di vita, tanto che all’età di 18 anni era già conosciuta come una tra le migliori cuoche di Napoli, fino a incontrare Mario Della Notte a Posillipo, suo futuro marito e allora proprietario del ristorante Giuseppone a Mare.

Il ristorante Zì Teresa, oggi come ieri, rappresenta il Golfo di Napoli nel piatto, e non solo: gli antipasti sono infiniti e presentano un’ampia possibilità di comporre la vasta biodiversità della materia prima campana, sia di mare che di terra. Con la piacevole compagnia della giornalista Carmen Davolo e di altri colleghi della stampa, il menù degustativo ha preso forma dalla fresella con pesto al basilico napoletano, burrata, pomodorini rossi del Piennolo e pomodorini gialli Giagiù il giusto preludio alle portate principali, condita con olio extravergine d’oliva campano e l’inconfondibile aria di mare che accompagnerà tutto il pasto.

I gamberoni rossi in tempura sono un esempio di morso appagante nella texture del crostaceo e nella croccantezza della pastella, lieve e asciutta. L’insalata di polpo… che dire? I rebbi della forchetta nell’affondo hanno già dato l’unico responso possibile: tenerezza delle carni, cottura ottimale e tutto il gusto dell’autenticità del pescato. Il sauté di vongole veraci, carnose, con l’intingolo godurioso che a non far scarpetta è peccato, è ancora parte di un antipasto che stabilisce un percorso che affronta anche il crunch esterno dei fiori di zucca dal cuore morbido e filante di ricotta di fuscella e parmigiano reggiano.

Le cozze, decisamente della cultivar Santa Lucia, allevate nello specchio d’acqua di Bocca Piccola, tra Punta Campanella e Capri, sono state di una carnosità profumata, gustosa e dall’intenso sapore di mare. Il primo piatto non poteva che essere la ammescafrancesca”, un classico intramontabile: parliamo della “azzeccosissimapasta mista con fagioli e cozze, con quel gusto leggermente umami che riunisce i legumi ai frutti del mare.

Alta qualità e senso competente dell’accoglienza portano in tavola la più schietta interpretazione gastronomica del Golfo di Napoli, tradotta in piatti presentati con cura e attenzione ai dettagli, in un’atmosfera d’altri tempi e dall’appeal internazionale, tale che tra i tavoli la parlata napoletana degli affezionatissimi di sempre incrocia tutte le altre lingue del mondo.

Non mancano i crudi, le sontuose linguine all’astice, i pesci di fondali preparati al sale o al forno, le fritture dorate e la pasticceria napoletana. Piuttosto rappresentativa anche la carta dei vini con i classici dell’enografia napoletana e campana, oltre ad alcune referenze nazionali e internazionali, con le immancabili bollicine.

Oggi Carmela Abbate, dopo la scomparsa di suo marito, è erede, assieme ai figli Stella, Serena e Antonio, non di un semplice ristorante storico, bensì della storia della ristorazione napoletana da cui è possibile intravvedere – da una prospettiva privilegiata – passaggi epocali che ovunque, eccetto qui, hanno portato mutamenti nel tessuto urbano.

Anche il semplice mangiare una fetta di pane con un po’ di olio buono, con vista mare sul Golfo di Napoli e con il Vesuvio sullo sfondo, significa entrare a far parte, per pochi attimi, di una cartolina estemporanea entro un salottino gastronomico dalla cornice millenaria all’ombra di Castel dell’Ovo. L’incrocio dove storia e tradizione incontrano la creatività e l’innovazione, che hanno condotto l’arte culinaria napoletana a diventare icona mondiale.

Immagine di Gaetano Cataldo

Gaetano Cataldo

È da un pezzo che scrive sul vino, e non solo! La consacrazione arriva nel settembre 2014 mettendo a segno la pubblicazione sulla rivista Vitae de “Il Vino unito al Mare”, ben prima degli underwater wines. Gaetano è amante dell’Oceano-Mare e del Mondo Vino tanto da farne una doppia esistenza: uno dei suoi mestieri l’ha condotto in molti luoghi del globo, al confronto con altre culture; l’altro gli ha insegnato a gustare ed apprezzare differenze e sfumature. Ufficiale di coperta ed F&B manager, Gaetano incarna e traduce il rapporto tra il Vino e il Mare, navigando e naufragando dolcemente tra scali marittimi e vigneti. Global e local al tempo stesso, per attaccamento alla sua terra, continua a indagare da eterno studente attraverso la cultura del Mare Nostrum, scoprendo Dioniso è stato anche in Giappone. Ha creato Mosaico per Procida assieme a Roberto Cipresso, ha portato la celebre bottiglia a sua Santità citandogli Giordano Bruno e, mentre erano tutti sbronzi, si è fatto nominare Miglior Sommelier al Merano Wine Festival. È sempre "un ricercato" per le Autorità dell'enogastronomia...

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