“Vino, Donna” di Chiara Giorleo: il valore delle storie oltre le questioni di genere

Al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo di Napoli, la presentazione del libro di Chiara Giorleo diventa un confronto sul ruolo femminile nell’enogastronomia, tra storia, competenze e nuove prospettive. Novanta testimonianze per interrogarsi su quanto sia cambiato il mondo del vino e su ciò che resta ancora da raccontare.

Il vino come chiave di lettura della società

Quanto conta ancora il genere nel racconto di chi lavora nel mondo del vino?

È questa, probabilmente, la domanda più interessante emersa il 21 ottobre al Renaissance Naples Hotel Mediterraneo di Napoli, durante la presentazione di Vino, Donna, il libro di Chiara Giorleo pubblicato da Luciano Pignataro Wine Blog.

Una domanda che merita di essere attraversata con attenzione, perché porta con sé una riflessione ben più ampia sul ruolo delle donne nella società, sul riconoscimento delle competenze e, soprattutto, sul modo in cui scegliamo di raccontare la storia.

La sala gremita, nonostante una giornata complicata dai disagi nei trasporti, ha restituito il senso di un incontro che ha progressivamente assunto i contorni di un dibattito culturale e sociologico.

Ed è proprio qui che l’enogastronomia dimostra una delle sue potenzialità più interessanti: quando viene affrontata con conoscenza, rigore e capacità critica, riesce a intercettare i cambiamenti sociali, a raccontare l’evoluzione dei comportamenti, a porre interrogativi che riguardano tutti.

Il vino, in questo caso, è stato il punto di partenza di una conversazione necessaria.

Novanta donne, cinque anni di lavoro e una fotografia del vino italiano

Chiara Giorleo, critica del vino, giornalista e formatrice, appartiene a quella categoria di professionisti che riconoscono nello studio e nell’aggiornamento continuo una responsabilità verso ciò che raccontano.

Il suo Vino, Donna nasce da oltre cinque anni di interviste, incontri e ricerca. Novanta storie raccolte in 320 pagine, suddivise in tre sezioni che attraversano il mondo delle produttrici e delle enologhe, quello della critica, del giornalismo e della degustazione, fino alle numerose professionalità che contribuiscono alla crescita del settore vitivinicolo.

Conversazioni nate sulle pagine del Luciano Pignataro Wine Blog e diventate un progetto editoriale curato in ogni dettaglio, dalla costruzione dei contenuti all’identità visiva. La prefazione porta la firma di Jane Hunt, Master of Wine, mentre in quarta di copertina trovano spazio i contributi di Jancis Robinson MW e del professor Vincenzo Russo dell’Università IULM. La fotografia di copertina è di Guido Harari. Il volume è stato realizzato con il sostegno di Latteria Sorrentina.

Il risultato è una testimonianza del vino italiano contemporaneo osservato attraverso cinque anni di trasformazioni, esperienze e percorsi professionali.

Ma leggendo queste storie emerge anche un’altra questione: quanto conosciamo davvero delle donne che hanno contribuito, e continuano a contribuire, alla costruzione dell’identità enogastronomica italiana?

Le donne hanno fatto la storia. Ma chi l’ha raccontata?

Basterebbe ripercorrere alcune pagine della storia del vino per trovare figure femminili decisive. Si pensi a Barbe-Nicole Ponsardin, la celebre Madame Clicquot, che già agli inizi dell’Ottocento assunse la guida della maison di Champagne e contribuì a innovarne profondamente la produzione.

Eppure, la presenza delle donne nella vita concreta delle aziende, nelle cantine, nelle cucine e nelle attività tramandate di generazione in generazione non ha sempre trovato uno spazio altrettanto importante nella narrazione pubblica.

È una riflessione che riguarda l’intera cultura gastronomica. Anche nella ristorazione e nel mondo della pizza, tante competenze femminili hanno attraversato la quotidianità del lavoro, custodendo saperi, trasmettendo tecniche, contribuendo alla continuità delle imprese familiari. Una presenza spesso evidente nella pratica, meno riconoscibile nei racconti che hanno costruito la memoria collettiva.

Ed è qui che il lavoro di Chiara Giorleo assume un valore particolare.

Quelle novanta interviste restituiscono nomi, esperienze, responsabilità e visioni personali. Permettono di comprendere come sia cambiato il settore e, contemporaneamente, quanto sia importante interrogarsi su chi abbia avuto la possibilità di raccontarlo.

Perché la narrazione ha un peso nella costruzione del riconoscimento sociale. Decide quali esperienze diventano riferimenti, quali percorsi acquistano visibilità, quali figure entrano a far parte della memoria di un settore.

Oltre la questione di genere: il valore delle persone

Tra i contributi al confronto, quello di Tommaso Luongo, presidente dell’Associazione Italiana Sommelier Campania, unico uomo al tavolo del dibattito accanto a tre professioniste di grande esperienza: Chiara Giorleo, Gilda Guida Martusciello, delegata regionale dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino, e la giornalista Antonella Amodio, che ha moderato l’incontro.

Luongo ha portato una prospettiva maturata soprattutto attraverso la formazione e il contatto con le nuove generazioni, nelle quali riconosce un progressivo superamento di molti stereotipi legati al genere.

La sua riflessione sposta l’attenzione verso un obiettivo culturale importante: una società capace di valutare le persone attraverso le loro inclinazioni, la preparazione, il talento e le responsabilità che sanno assumersi.

Una visione che trova un precedente concreto anche nella storia di AIS Campania, guidata dal 2010 al 2022 da Nicoletta Gargiulo. Un’esperienza significativa, che racconta come le donne abbiano già occupato ruoli di vertice nella formazione e nella cultura del vino.

Rimane, tuttavia, una questione aperta: quanto siamo realmente vicini a considerare ordinaria la presenza femminile nei luoghi decisionali e nelle professioni di maggiore responsabilità?

Il tema è stato arricchito dall’intervento di Gilda Guida Martusciello, che ha raccontato l’attività dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino, impegnata nella valorizzazione delle professionalità femminili attraverso formazione, comunicazione, iniziative culturali e occasioni di confronto.

Interessante anche la riflessione sulla presenza, in ciascun individuo, di sensibilità e caratteristiche che siamo abituati a definire maschili o femminili.

Un ragionamento che invita a prestare attenzione alle generalizzazioni. Possiamo davvero attribuire alle donne, per esempio, un approccio al vino necessariamente più preciso, più sensibile o più attento? O rischiamo, anche attraverso giudizi apparentemente positivi, di continuare ad alimentare categorie dalle quali vorremmo liberarci?

La competenza ha una storia personale, fatta di studio, esperienza, sensibilità e capacità di interpretazione. Ed è su questa individualità che vale la pena concentrare lo sguardo.

Quando l’enogastronomia produce cultura

Il confronto, condotto da Antonella Amodio con esperienza e sensibilità giornalistica, ha dimostrato quanto siano preziose le occasioni in cui il racconto enogastronomico incontra il pensiero critico.

Significativa, in questo senso, anche la scelta del Renaissance Naples Hotel Mediterraneo di ospitare l’appuntamento, grazie all’attenzione di Emanuela Sorrentino, responsabile della comunicazione, verso iniziative capaci di alimentare il dibattito culturale cittadino.

La conclusione ha riportato il vino alla sua dimensione conviviale, con la degustazione delle etichette proposte da Le Donne del Vino Campania, accompagnate dai finger food dello chef resident Pasquale De Simone.

Un momento che ha dato continuità al confronto attraverso l’esperienza diretta del gusto e il lavoro delle produttrici.

Resta però soprattutto la forza delle domande emerse.

Abbiamo ancora bisogno di libri dedicati alle donne del vino? Evidentemente sì, se tante storie professionali aspettano ancora di trovare il giusto spazio nella memoria e nella comunicazione del settore.

Il traguardo a cui tendere è una cultura capace di riconoscere le persone prima delle categorie, senza perdere la consapevolezza delle disuguaglianze che hanno condizionato, e talvolta condizionano ancora, le loro opportunità.

In questo percorso, Vino, Donna rappresenta un contributo prezioso. Chiara Giorleo ha raccolto testimonianze che meritano di restare, offrendo alle nuove generazioni modelli, esperienze e possibilità di identificazione.

E forse è proprio questo uno dei compiti più importanti di un libro: continuare a generare domande anche quando la presentazione è terminata.

Sarebbe bello arrivare al giorno in cui una donna alla guida di una cantina, un’enologa affermata o una voce autorevole della critica enogastronomica non facciano più notizia per il loro genere.

Fino ad allora, raccontarne le storie, con nomi, cognomi e competenze, rimane un esercizio necessario. Perché anche il modo in cui raccontiamo il vino dice molto della società che siamo. E di quella che vorremmo diventare.

Immagine di Valentina Castellano

Valentina Castellano

Sociologa, vivo a Napoli con due figli, due gatti e una certa insofferenza per i luoghi comuni. Racconto l’enogastronomia cercando di guardare oltre il piatto, tra persone, storie, cultura e cambiamenti sociali. Amo Napoli, molto meno la sua narrazione da cartolina, fatta di stereotipi e banalità. Mi piacciono le storie che fanno venire voglia di fare domande. E sulle tradizioni gastronomiche ho le mie convinzioni. Una su tutte: storicamente, nella pasta e patate la provola non ci va. Possiamo discuterne. Ma con le fonti.

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