PODERE 1925 presenta il suo metodo classico “021” da Caveau 14 a Giugliano in Campania

Non ha nulla in comune con la smorfia napoletana né fa riferimento a qualche speciale assemblaggio la scelta del numero che dà il nome al nuovo metodo classico millesimato lanciato da Podere 1925.

“021” è infatti l’anno di nascita della piccola Serena Di Maro, ultima nata di una famiglia che, nell’arco di tre generazioni, ha segnato le proprie tappe nel solco della storia del vino italiano. Il viaggio della famiglia Di Maro inizia nel 1956 con Vincenzo: selezionatori di uve italiane, provenienti dalle regioni più vocate, producono e vendono vino sfuso. Successivamente, con Nicola, si concentrano su uve e vini tipicamente campani, e solo con la terza generazione, quella dei tre fratelli Raffaele, Stefania e Amalia, compiono il passo decisivo, passando dallo sfuso  all’imbottigliato. 

Da questo momento in poi, che nel 2016 segna il nuovo passo della cantina, si avvalgono della consulenza enologica di Gianluca Tommaselli, dando il via a una linea di etichette di vini campani che omaggia ogni membro della famiglia con la propria data di nascita: dall’aglianico 25 del  bisnonno Vincenzo  alla falanghina metodo charmat 83 di papà Raffaele, il metodo classico 021 non poteva che essere della piccola Serena.

Abbiamo avuto occasione di degustare le prime due annate di 021, in un evento ospitato da Caveau 14 – wine boutique con cucina a Giugliano –  durante il quale sono intervenuti Raffaele Di Maro e Gianluca Tommaselli, moderati dalla giornalista Antonella Amodio.

Attraverso il racconto di Raffaele, papà della piccola Serena, abbiamo toccato le tappe salienti dell’impresa di famiglia mentre Gianluca ha presentato il progetto 021 e le scelte tecniche ed enologiche che hanno portato ad imbottigliare la seconda annata di un metodo classico dalla tiratura limitata: appena mille bottiglie.

La scelta delle uve è ricaduta immediatamente sulla Falanghina. Poiché i fattori determinanti per la riuscita di un buon metodo classico sono il PH e l’acidità – ha spiegato Tommaselli – è  stata preferita la Falanghina del Sannio a quella dei Campi Flegrei, perché questi due parametri  avevano determinato risultati migliori nella spumantizzazione.

Il processo di vinificazione è interamente in acciaio; imbottigliamento, sosta sui lieviti e sboccatura avvengono in seno alla cantina, che d’altra parte dispone anche delle autoclavi per la produzione della Falanghina 83 metodo charmat.

Il primo campione in degustazione è il più giovane, annata 2024, dodici mesi sui lieviti, sboccatura del primo lotto avvenuta un paio di settimane prima della presentazione. Una sorta di esperimento lo definisce Tommaselli, per esaminare con un pubblico professionista lo stato evolutivo del prodotto.

Sentori di canfora e pietra focaia emergono da una fitta trama fumé e non lasciano spazio alle nuance più fresche e fruttate, che invece caratterizzano un sorso già piacevolmente equilibrato in sapidità e freschezza.

Il secondo campione è la prima annata prodotta, la 2021, con due anni di sosta sui lieviti e sboccatura avvenuta nel 2024.

La matrice olfattiva è chiaramente la medesima del primo campione, ma in questo secondo caso i sentori mentolati e fumé appaiono integrati con il frutto a pasta bianca. Il sorso rivela freschezza e cremosità grazie all’effervescenza fine e persistente, mentre il finale amaricante che caratterizzava il primo campione ora assume appieno le caratteristiche del pompelmo rosato.

Una maggior sosta sui lieviti e in bottiglia, successivamente alla sboccatura, hanno chiaramente favorito una migliore evoluzione di 021 restituendoci un prodotto gradevole e adatto a pasteggiare.

Lo abbiamo sperimentato immediatamente in abbinamento alle proposte gastronomiche di Stefano Battista, di Caveau 14, e il matrimonio con i gamberi in tempura e con la pinsa condita con burrata e tartare di scampi è risultato quello ideale.

Podere 1925

Piazza Margherita 6

80145 Napoli

Caveau 14

Corso Campano 414 80014 Giugliano in campania

La Vallée de la Marne a Bologna Champagne Experience 2025

“Champagne Experience” per l’ottava edizione non ha cambiato regione, bensì, città, trasferendosi da Modena a Bologna.

Il più grande evento italiano dedicato esclusivamente ad uno dei vini più rinomati al mondo, come lo Champagne. La location era all’interno degli ampi spazi di BolognaFiere, organizzato da Società Excellence, prestigiosa realtà che riunisce 21 importatori e distributori di vino italiani. In questa edizione sono aumentati notevolmente i visitatori e gli spazi espositivi. 

Ben 140 banchi d’assaggio di importanti maison e vigneron con la possibilità di degustare oltre 800 etichette. Un’occasione importante anche per incontrare molti produttori francesi presenti. L’evento è rivolto agli operatori professionali e all’ampio pubblico di appassionati.

Una kermesse ben organizzata e vini serviti sempre alla giusta temperatura. Il programma era ricco di interessanti masterclass per approfondire le peculiarità del territorio, di cui molte avevano registrato il sold-out. Le case produttrici suddivise in base alla loro appartenenza geografica, corrispondente alle diverse zone di produzione della Champagne: Montagne de Reims, Vallée de la Marne, Côte des Blancs, Côte des Bar e Maison Classiche.

Una full immersion tra i produttori della Vallée de la Marne, comprensorio ove vengono allevate tutte le varietà da disciplinare e dove il Meunier resta il più diffuso.

Ecco alcuni assaggi

Meunier Apollonis Michel Loriot – Meunier 100%, 24 mesi sui lieviti, dosaggio: 8 g/l. Dorato brillante,  bollicina finissima, emana note di melone, pera, lampone, ribes, crostata ai frutti di bosco. Scivola fresco in bocca, saporito resta a lungo.

Cuvée n°743 Jacqueson – Chardonnay 1/3, Pinot Noir 1/3 e Meunier 1/3, 89 mesi sui lieviti,  dosaggio 0 g/l. Dorato luminoso, perlage duraturo, sprigiona sentori di frutta secca, agrumi canditi e pasticceria da forno; il sorso è verticale, pieno, appagante e molto persistente.

Cuvée Racines Blanc de Noirs Extra Brut Collard-Picard – Meunier 100% da vigne vecchie, 84 mesi sui lieviti, dosaggio 3 g/l. Dorato luminoso, perlage finissimo, sviluppa note di frutti di bosco, scorza d’agrumi,  nocciola e pan brioche, il gusto è avvolgente, vibrante, sapido e di lunga durata.

Es ‘Sense Brut Demiere – Meunier 100%, 48 mesi sui lieviti, dosaggio 7 g/l. Paglierino luminoso con riflessi dorati, perlage fine e incessante, al naso sprigiona sentori di frutti di bosco, rosa canina, pompelmo rosa e croissant. Al palato è fine e fresco, deciso, setoso e armonioso.



San Soufre Telmont – Chardonnay 70%, Meunier 30%, 108 mesi sui lieviti, dosaggio 1,7 g/l. Color oro brillante, bollicina sottile, rivela sentori di albicocca, pera, mandorla, burro e crosta di pane. Vibrante, composito, pieno, avvolgente e interminabile.

Le Chemins de Traverse Harlin Père et Fils – Pinot Noir 100%, 34 mesi sui lieviti, dosaggio 3,8 g/l. Tonalità giallo dorato, perlage fine e persistente, i sentori sono quelli di viola, mora, ribes nero e crostata di mirtilli. La freschezza ne stimola il lungo sorso.

Instinct Meunier Jeaunaux- Robin – Meunier 100%, 36 mesi sui lieviti, dosaggio 0 g/l. Paglierino brillante, bollicina fine, emana note di verbena, susina, frutti di bosco e pasticceria mignon. Attacco fresco e sapido, coerente, rotondo e inesauribile.

Brut Nature  Cuvée La Marquise Paul Berthelot – Chardonnay 100%, 48 mesi sui lieviti, dosaggio 0,4 g/l. Paglierino luminoso, perlage persistente, al naso arrivano note di banana. pesca, agrumi e gelsomino. Il sorso è rinfrescante, cremoso, armonioso e durevole.


Brut Cornalyne Dom Caudron – Meunier 100%, 36 mesi sui lieviti,  dosaggio 6 g/l. Giallo oro, bollicine finissime, libera sentori di fiori bianchi, cassis, mora e pan brioche. Al palato risulta vibrante, corrispondente, equilibrato e molto persistente.

IX. Millésime 2016 Autreau- Lasnot – Chardonnay 35%, Pinot Noir 65%, 84 mesi sui lieviti, dosaggio 7 g/l. Giallo oro brillante, perlage fine, al naso rimanda note di albicocca, croissant, miele e mandorla che ben si integrano con nuances agrumate. Saporito, verticale ed avvolgente, con finale decisamente persistente.

Trentodoc Festival: bollicine di montagna e visioni d’altura

Un lungo weekend d’inizio autunno ha trasformato Trento in una capitale effervescente, dove il Trentodoc Festival ha celebrato le bollicine di montagna con un palinsesto ricco di incontri, degustazioni e visite in cantina. Curato da Luciano Ferraro, Vicedirettore del Corriere della Sera e Direttore Artistico del festival, l’evento ha saputo intrecciare cultura, innovazione e territorio, offrendo un’esperienza immersiva e multisensoriale.

Nel cuore del programma, i Wine Talks hanno rappresentato momenti di riflessione ad alta quota tra AI e biodiversità. Il futuro del vino tra AI e nuove tecnologie, ha visto il giornalista Riccardo Luna dialogare con Ferraro sulle potenzialità dell’intelligenza artificiale nella filiera vitivinicola. Dalla gestione dei vigneti alla personalizzazione dell’esperienza enologica, il confronto ha aperto scenari stimolanti, sollevando interrogativi etici e strategici sul ruolo della tecnologia nel preservare l’anima del vino.

Il vino di montagna e la sfida della biodiversità, ha offerto una lettura evolutiva del vino come espressione di resilienza. Il filosofo Telmo Pievani, insieme a Ferraro, Stefano Fambri presidente dell’Istituto Trento Doc, e Andrea Buccella, responsabile produzione di Cesarini Sforza, ha evidenziato come la viticoltura alpina rappresenti una forma di resistenza creativa, capace di custodire biodiversità e autenticità in un equilibrio fragile ma vitale.

Momenti complementari, intensi e profondi, che hanno arricchito il Festival di contenuti e prospettive, confermando il vino come linguaggio, visione e progetto.

Molte le cantine aperte con eventi ad hoc, che hanno offerto uno sguardo ravvicinato sulle eccellenze artigianali del Trentodoc, tra queste Reví e Spagnolli.

Reví Spumanti: eleganza e precisione artigianale

Fondata nel 1982 da Paolo Malfer, Reví è una cantina familiare che incarna l’anima più autentica dello spumante Metodo Classico trentino. Il nome stesso, “Reví”, richiama il toponimo “Re del vino”, evocando una zona storicamente vocata alla viticoltura. Oggi, sotto la guida dei figli Stefano e Giacomo, la cantina coniuga tradizione e innovazione, distinguendosi per uno stile raffinato e coerente.

I vigneti di Chardonnay e Pinot Nero si estendono in un territorio alpino fresco e asciutto, ideale per la produzione di spumanti di montagna. La filosofia produttiva si fonda su una lavorazione manuale meticolosa, pressature soffici e lunghi affinamenti sui lieviti, elementi che conferiscono ai vini eleganza, complessità e una spiccata identità territoriale.

Durante la visita, accompagnata da una merenda conviviale, sono stati proposti in degustazione Reví Dosaggio Zero 2021, Reví Rosé 2021 e Reví Riserva Magnum 2014. Millesimati che rappresentano un racconto di famiglia, territorio e dedizione che si rinnova ad ogni bottiglia.

Cantina Spagnolli: la piccola Epernay del Trentino

Immersa tra le terrazze eroiche di Cimone, la Cantina Spagnolli è il frutto di una visione pionieristica e di una dedizione familiare che attraversa tre generazioni. L’intuizione originaria di Francesco Spagnolli e Gino Veronelli risale al 1978, quando identificarono in quei terreni impervi una vocazione spumantistica straordinaria. Da allora, la famiglia ha trasformato quel frammento di montagna in una vera e propria stazione sperimentale del Metodo Classico.

Oggi è Alvise Spagnolli, ingegnere energetico convertito alla viticoltura, a guidare con passione e precisione la produzione. Il vigneto si distingue per la sua eterogeneità geologica e microclimatica: fondali marini, marne e calcari organogeni, esposizioni multiple e venti alpini contribuiscono a una maturazione differenziata delle uve, raccolte manualmente in piccole ceste e vinificate separatamente.

Il risultato è un mosaico di cru che, una volta assemblati, danno vita a spumanti dalla firma gusto-olfattiva elegante e irripetibile. Il Pinot Nero, protagonista assoluto, diventa strumento espressivo per raccontare il territorio e la sua storia, in particolare nell’etichetta Disìo, sintesi dell’identità dell’anfiteatro Spagnolli.

Accolti da Susi, regista silenziosa e maestra d’accoglienza, la visita si è conclusa con una degustazione autentica e conviviale di Disìo e Fral (Chardonnay 65%, Pinot Nero 35%), accompagnata da salumi, formaggi a km zero e dalla celebre focaccia di farro e patate. Un’esperienza che ha unito rigore tecnico e calore umano, lasciando il segno per qualità, autenticità e bellezza.

Il Trentodoc è una denominazione dalle molte anime, capace di accogliere grandi maison e piccole realtà con pari dignità e valore. Se le prime contribuiscono alla visibilità internazionale, sono spesso le seconde a custodire l’identità più profonda del territorio: visione, sperimentazione, artigianalità e racconto.

Cantine come Reví e Spagnolli rappresentano le punte di diamante di una viticoltura alpina che non teme la fatica, ma la trasforma in bellezza. Sono laboratori di autenticità, dove ogni bottiglia è il risultato di scelte consapevoli, di mani esperte e di un dialogo costante con la natura. In un mondo del vino sempre più globalizzato, queste realtà ci ricordano che il futuro passa anche dalla cura del dettaglio, dalla valorizzazione delle differenze e dalla capacità di raccontare storie vere. E che dietro ogni bollicina di montagna, c’è un’anima che merita di essere ascoltata.

Lombardia: Costa Jels – Dalle viscere della terra il Metodo Classico di Nove Lune

Alessandro Sala, patron della cantina Nove Lune, ha presentato alla stampa la sua ultima creazione: il Metodo Classico Costa Jels, che affina in miniera per 60 mesi, frutto di un progetto lungo anni. Un vino che rappresenta l’innovazione e la sostenibilità nel mondo enologico.

Siamo a Gorno, piccolo comune della Val del Riso ad un’altitudine di 830 m s.l.m. in provincia di Bergamo, qui si trova il complesso minerario, ormai in disuso, Costa Jels.

La Miniera è stata produttiva dall’Ottocento agli inizi degli anni Ottanta, ma la sua storia risale all’epoca romana, quando veniva estratto il minerale rossastro ora noto come calamina. Qui venivano mandati i condannati al carcere per “cavar il metallo” (damnatio ad metalla).

La storia prosegue nel periodo medievale, anche se non si hanno notizie documentate sulla continuazione dell’attività estrattiva. Si sa però con certezza che riprense nel 1500, quando un ingegnere illustre, Leonardo da Vinci, si recò in visita alla miniera. Nel 1800 si registrò un forte sviluppo del comparto estrattivo, fino ai tempi recenti.

Ancora oggi sono ancora ben riconoscibili gli impianti minerari ormai dismessi: gallerie, teleferiche, binari.

L’evento di presentazione ha dato l’opportunità di esplorare le gallerie sotterranee, accompagnati da guide locali, tra i cunicoli che svelano il lavoro faticoso dei “minadur” (minatori) e dei “galecc” (ragazzi addetti al trasporto a spalla di minerale) e quello paziente delle “taissine” (cernitici di minerale). Racconti di sofferenze, di dolore, ma anche di tanta umanità e solidarietà che hanno visto protagonista la gente del luogo.

All’ingresso uno spazio riservato allo stoccaggio delle bottiglie, un ambiente molto particolare con condizioni differenti rispetto a quelle di una tradizionale cantina: temperatura costante di 10 gradi, umidità al 95%, assenza di luce e vibrazioni.

Ogni dettaglio è stato meticolosamente studiato per creare un prodotto unico nel suo genere. La selezione delle uve Bronner, Johanniter e Souvignier Gris, varietà che grazie alla loro naturale resistenza alle malattie richiedono pochissimi trattamenti chimici, rappresenta il punto di partenza di questa creazione.

Il mosto, privo di residui, viene lavorato nella moderna cantina di Cenate Sopra, dove, dopo la fermentazione, inizia il suo lungo percorso di affinamento. Il vino sosta per circa un anno e mezzo in cantina, diviso tra barrique di rovere francese e contenitori in acciaio, atti a svilupparne complessità e carattere.

Dopo le operazioni di tiraggio, le bottiglie vengono adagiate nel ventre della montagna, dove rimarranno almeno altri cinque anni sui lieviti. Al termine di questa lunga maturazione, e raggiunta la maturità desiderata, le bottiglie vengono riportate in cantina per le fasi di remuage, sboccatura e confezionamento, completando così un processo di affinamento naturale e rigoroso.

La conclusione del giro è in un’ampia caverna, luogo suggestivo dove l’illuminazione calda e soffusa crea un gioco di ombre e luci che mette in risalto le pareti rocciose. L’aria umida si percepisce dalle goccioline di condensa sul calice una volta versato il vino.

Ad attenderci un ricco buffet di prelibatezze locali (i formaggi dell’Azienda Agricola La Masù prodotti con latte di capra e affinati in grotta sono qualcosa di strepitoso) e Alessandro con Gabriele (l’altro enologo della cantina): il momento tanto atteso è infine arrivato, e le bottiglie sono pronte per essere stappate.

Arriviamo alla degustazione: un perlage ricco, paglierino tenue; note olfattive che ricordano la nocciola tostata, frutta matura (mela e pera) e un’acidità vibrante con bella cremosità di bocca a chiudere sul finale. 

L’Ecomuseo della Miniera di Gorno è una rigorosa conservazione del patrimonio minerario, il merito di Alessandro Sala è stato ed è quello di contribuire alla sua valorizzazione:

“Mi accorgo pertanto della fortuna che mi è stata data, la fortuna di poter fare qualcosa affinché quei cunicoli bui e inospitali inseriti come ferite nel ventre della montagna potessero rivivere e con essi tutte le persone che hanno lasciato molto, anche la vita per realizzarli. Le virtù dei padri potranno essere ricordate continuando ad estrarre dalla montagna, certo non più polverosi minerali ma un prodotto che possa dare gioia e serenità, quasi potesse sussurrare che le loro fatiche non sono state vane e stanno ancora dando dei meravigliosi frutti”.

Il valore aggiunto di questa collaborazione è rappresentato ora dalla possibilità offerta a quanti lo desiderino di partecipare a visite esperienziali con il racconto della vita e del lavoro dei minatori e con una degustazione degli eccellenti vini di Nove Lune.

Prosit!

https://www.nove-lune.com

Cantine Ferrari e la famiglia Lunelli: la dinastia del Trento Doc nel mondo

Il 1902 è l’anno in cui Giulio Ferrari inizia a dar vita ad un sogno: ricreare le bollicine tanto apprezzate in Francia, durante i suoi studi primordiali a Montpellier. La spumantistica italiana era praticamente inesistente, eccezion fatta per alcune produzioni artigianali – o per meglio dire casalinghe – che poco o nulla avevano a che fare con quelle celebri d’Oltralpe.

La lunga storia delle cantine Ferrari

I fatti raccontati così sembrerebbero semplici; in realtà Ferrari ha vissuto tante vite come le catene effervescenti che caratterizzano i suoi Metodo Classico. Da Calceranica (TN), antico borgo sulle rive del Lago di Caldonazzo, si sposta a Montpellier per gli studi in agraria. Quindi Geisenheim in Germania, luogo ideale per l’approfondimento formativo sulle barbatelle di vite e le varietà d’uva. Infine Épernay nel cuore del distretto della futura AOC Champagne, ancora neppure in embrione dal punto di vista legislativo ed il successivo rientro in patria, con tanta esperienza e alcuni ceppi di Chardonnay da impiantare sulle colline di Lavis (TN).

Sperimentazione, ricerca e voglia di realizzare in Trentino, su suoli dolomitici di origine glaciale, quanto avveniva da secoli tra le pianure della Francia. Vigne lavorate ad altitudini superiori a quanto prevedeva l’usanza dell’epoca e, soprattutto, la valorizzazione per primo in Italia dello Chardonnay, quando nessuno ne conosceva il potenziale per la spumantizzazione. Subito 2 medaglie d’oro conseguite all’Esposizione Internazionale nel 1906 e nel 1936, prima dell’abbandono dell’attività con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e la fuga in Svizzera.

L’antica sede di Via Belenzani a Trento e il futuro del Metodo Classico in Italia

Il nuovo colpo di scena nella vita di Giulio è stata la sorpresa di trovare intatta la sede storica di Via Belenzani, in una Trento distrutta dai bombardamenti. Celate all’interno ancora 6 bottiglie, integre dopo anni di silenzio e oscurità, che hanno acceso in lui l’idea della lunga sosta sui lieviti come mantra produttivo. Un compito proseguito con successo da Bruno Lunelli, scelto quale degno successore per il prosieguo del brand, dopo un’accurata selezione di candidati in assenza di eredi diretti.

Lunelli, noto per la gestione di un’antica enoteca in città, riceve questo dono inestimabile dietro pagamento di un corrispettivo di vendita pari a 30 milioni di lire, indebitandosi fino al collo. Una scelta di cuore e di testa, supportato dai familiari da subito uniti nel progetto. I suoi figli Franco, Gino e Mauro ripagano totalmente il sacrificio del padre portando la casa Ferrari ai vertici dell’eccellenza enologica mondiale, icona di stile e gusto del Made in Italy.

Inizia così l’era della Famiglia Lunelli, proseguita negli anni ’80 con l’altrettanto fondamentale epoca dell’enologo Ruben Larentis, che li accompagnerà fino al 2023, per oltre 37 anni, contribuendo al mito del Trento Doc nel mondo. La parte sotterranea in stile “Cave” di riposo della nuova cantina ospita l’intera produzione aziendale prima dell’immissione in commercio. Quasi 8 milioni di bottiglie ambite in ogni angolo del goblo e dai main sponsor sportivi e automobilistici. Il simbolo della vittoria e della conquista del primato assoluto per identità e storia.

Quasi 700 ettari vitati (la metà di quelli censiti per la Denominazione) suddivisi tra 700 conferitori totali ed un marchio che non teme paure per dazi e oscillazioni geopolitiche. Ciò lo si deve all’estrema differenziazione delle aree di vendita e all’importante percentuale – circa due terzi di fatturato – ricavata da ristorazione, hotel e grandi distributori in Italia, come voluto dall’impegno dei cugini Alessandro, Camilla, Marcello e Matteo, terza generazione dirigenziale.

Maso Pianizza è il vigneto storico di Chardonnay da 12 ettari piantati a pergola a metà degli anni Sessanta, attorno a un maso situato tra i 500 e i 600 metri d’altitudine, sulla collina a Est di Trento. Qui nel 1972 prende forma l’etichetta Giulio Ferrari Riserva del Fondatore, dedicata alla scomparsa del visionario personaggio dell’enologia trentina. Mauro Lunelli, all’insaputa dei fratelli Gino e Franco, decide di scegliere e conservare in un luogo nascosto della cantina alcune migliaia di bottiglie ricavate dalle migliori uve provenienti proprio da Maso Pianizza e di informare i parenti solo nel 1980 dopo 8 anni di stoccaggio.

Sembra un sogno utopico eppure diventerà rapidamente una splendida realtà, superata negli anni ’90 dal Bruno Lunelli e dal Giulio Ferrari Collezione che arrivano rispettivamente a 16 e 18 anni di sosta sur lie.

La straordinaria degustazione delle Riserve

Ferrari Perlé Nero Riserva 2017 – un Blanc de Noir, da Pinot Nero in purezza, cremoso, tropicale, con sfumature di vaniglia e zenzero. Controllo perfetto delle asperità aggressive del varietale, di grande eleganza gastronomica e da sbuffi di torrefazione sul finale.

Ferrari Riserva Lunelli 2015 – una delle 2 etichette a riportare entrambi i cognomi storici della cantina. Extra Brut come il precedente, gioca su nuance gessose, agrumi gialli, sandalo e albicocca. Cala lievemente nella persistenza di chiusura su frutta a guscio essiccata, complice una vintage molto muscolare e meno delicata.

Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 2015 – spinge rapido su bergamotto, erbe officinali e miele di millefiori. Sorso cremoso e lunghissimo, sboccato nel 2024 dimostra lunga vita ancora davanti. Preferita la fermentazione in acciaio rispetto al secondo campione.

Giulio Ferrari Riserva del Fondatore Rosé 2012 – blend per il 60% da uve Chardonnay e 40% Pinot Nero vira su tocchi lievi di pasticceria e scie floreali con allungo tra fragoline di bosco e arancia sanguinella. Color rosa antico è uno dei prodotti più recenti e contemporanei studiato dai Lunelli di casa Ferrari.

Salumi e Bollicine, binomio di gusto

La nascita dei salumi è antichissima, certamente più remota rispetto alla scoperta casuale della tecnica della spumantizzazione, ma è indiscutibile quanto irresistibile e attuale sia l’abbinamento tra i nobilissimi prodotti della norcineria e le bollicine.

Che si tratti di cene di gala o di aperitivi disinvolti il brio del perlage ed il sapore dei salumi generano combinazioni appetitose davvero infinite, dando ampio spazio alla creatività e alla sperimentazione. Elementi, questi, indispensabili al largo ed avvincente consenso gustativo, ma che necessitano di alcuni suggerimenti per essere valorizzati appieno.

Il “gradiente” del perlage, tra persistenza, grana e numero delle bollicine, deve poter essere crescente in relazione alla presenza di grassezza del salume, direttamente proporzionale alla capacità del grasso di patinare il palato, richiedendo pertanto un effetto “scrub” pulente. Naturalmente la cremosità del perlage sarà un elemento da contestualizzare al grado di masticabilità del salume: una suadente cremosità certamente più apprezzata quando la macinatura delle carni è più fine.

Un valido supporto al perlage nella sua funzione è fornito dall’acidità, accentuata dalle basse temperature e che coadiuva a resettare la bocca, inducendo salivazione. Maggiore sarà il residuo zuccherino negli spumanti e maggiore sarà la ricerca di salumi che abbiano una percezione maggiore del sale impiegato per produrli. La sapidità deve poi incontrare un valido alleato nella morbidezza del vino, abbinata per contrapposizione. Basti pensare alla saggezza popolare toscana che con i salumi vuole un accompagnamento con il pane sciapito.

Diversamente dalla percezione sapida nel cibo e nel vino, bisogna prestare assolutamente attenzione al “fattore umami”, di cui talvolta il kokumi effect ne è l’evoluzione più complessa. In luogo di prodotti norcini, elementi come la tirosina ad esempio conferiscono il senso del saporito ed estendono la persistenza. Necessario abbinare, per concordanza, dei vini spumantizzati che abbiano essi stessi una persistenza aromatica intensa, fattore decisivo che deve poter essere crescente man mano che la presenza di spezie nei salumi si fa più evidente.

Un elemento fondamentale qui è la stagionatura dei salumi: anche in questo caso l’intensità dei sapori e la persistenza che normalmente ne deriva deve poter vedere l’abbinamento a vini con un fattore di affinamento e persistenza altrettanto importante.

Tenendo conto di ciò, non soltanto l’esperienza gustativa ci andrà a guadagnare dal punto di vista edonistico, godendo appieno tanto dei salumi che degli spumantizzati ma, come nel caso della sapidità e delle irruenze del due elementi, sapremo tenere un po’ più a bada la sete o quantomeno terremo ad affaticare il meno possibile il palato.

Alcuni esempi pratici

Un Vallée d’Aoste Lard d’Arnad Dop si abbina egregiamente ad un Franciacorta Demi-sec Rosé Docg con sosta sui lieviti per almeno 36 mesi, mentre il cugino toscano, il Lardo di Colonnata Igp, vorrebbe meglio un Prosecco Valdobbiadene Superiore Metodo Classico Extra Brut Docg. E con lo Speck Alto Adige Igp perché non un sorso di Brut Metodo Classico Trento Doc rigorosamente a base di Chardonnay e con 36 mesi di affinamento? Per la popolarissima, quanto nobile Mortadella di Bologna Igp, sarebbe intrigante l’abbinamento con l’Asprinio di Aversa Spumante Metodo Charmat Brut Doc, volendo giocare in casa in Campania. Avrebbe però successo anche una bollicina di Lambrusco di Sorbara Spumante Metodo Classico Brut Rosè Doc.

A proposito di eccellenze gastronomiche dell’Emilia, il Culatello di Zibello Dop, nella sua finezza, si sposa benissimo ad uno Champagne Brut Blanc de Blancs della Côte des Blancs, così come il Pata Negra, il cui nome corretto sarebbe Jamón Iberico de Bellota, vedrebbe soddisfazione con un Cava Brut Metodo Classico Riserva ma, complice il sentore nocciolato dato dalle ghiande, anche con un Brut Metodo Classico Trento Doc, sempre rigorosamente a base Chardonnay, magari nella versione riserva e affinato per 10 anni sur lies.

Nella Coppa di Testa, comunemente detta Capaccia o Sopprassata Toscana, si apre un mondo: Spumante Metodo Ancestrale Pignoletto di Modena Doc oppure Prosecco Spumante di Valdobbiadene Superiore Brut Nature “Col Fondo” Docg. Con la Mortadella di Campotosto PAT, merita buona compagnia a tavola l’Asolo Prosecco Metodo Charmat Superiore Brut d’annata oppure uno Spumante Metodo Classico Brut a base di Caprettone del Vesuvio.

La Slinzega di Carne di Cavallo, antenata della Bresaola, vedrebbe una buonissima combinazione con uno Spumante Metodo Classico Brut a base di Vermentino della Sardegna Doc, ottimo proprio con la Mustela Sarda Pat e con molte versioni spumantizzate in rosa. La Finocchiona Igp e che la ‘Nduja di Spilinga vedrebbero nello Spumante di Vernaccia di Serrapetrona Docg, bollicine più uniche che rare, in versione secca.

L’intrigante mondo della multi-sensorialità meriterebbe un capitolo a parte, dimostrando da un lato la complessità dell’attività della degustazione tecnica e dell’abbinamento tra i vini ed i salumi, mentre dall’altro ne potrebbe mettere in discussione l’oggettività, quando il grasso di origine animale gioca un ruolo da protagonista assoluto e, in determinati casi, aiuta a controbilanciare gli effetti dell’anidride carbonica.

Bon appétit!

Gli Alta Langa di Contratto 1867

“Nella distesa calma di questo luogo d’incanto”, così Giuseppe Ungaretti descriveva Canelli.

Perdersi tra le sue colline è un’esperienza affascinante e suggestiva: panorami mozzafiato con dolci pendii coperti di vigne. Canelli, situata nel cuore del Piemonte in provincia di Asti, è famosa per i suoi vigneti e le sue cantine storiche, in particolare per la produzione di spumante Metodo Classico e vino Moscato.

Il centro storico di Canelli presenta edifici di interesse architettonico, tra cui chiese, palazzi e antiche cantine. Le “cattedrali sotterranee”, ovvero le storiche cantine scavate nel tufo, sono una delle attrazioni principali.

La loro costruzione risale ai primi del Novecento, quando i produttori di vino iniziarono a scavare nel tufo per creare spazi freschi e bui ideali per la fermentazione e l’affinamento del vino. Le cantine si estendono per diversi chilometri e presentano ampie sale con archi e colonne che richiamano lo stile delle cattedrali.

Le cattedrali sotterranee di Canelli sono state riconosciute come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2014, grazie alla loro importanza storica e culturale nel panorama vitivinicolo. Questi luoghi non solo rappresentano un esempio di ingegneria e architettura, ma sono anche un simbolo della tradizione vinicola piemontese.

Ed è proprio la storia di una di queste cantine che vi voglio raccontare: Contratto 1867 che ho avuto il piacere di visitare.

Fondata da Giuseppe Contratto, la cantina è tra le più antiche della regione e ha giocato un ruolo importante nella storia del vino spumante italiano. Fu la prima, nel 1919, a produrre uno spumante metodo classico millesimato. Una scelta innovativa da parte della casa piemontese che mirava ad esaltare le caratteristiche di ogni singola annata.

Contratto 1867 è anche apprezzata per il suo impegno nella sostenibilità e nella salvaguardia delle tradizioni vinicole locali. Si è evoluta nel corso degli anni, ma ha mantenuto un forte legame con il territorio e le sue tradizioni, continuando a produrre vini che riflettono il carattere unico della regione.

L’azienda non è solo un luogo di produzione, ma anche patrimonio culturale. Le gallerie sotterranee, localmente chiamate Infernot, sono decorate con botti di legno e bottiglie di vino, creando un’atmosfera suggestiva.

Le gallerie furono costruite dal lontano 1872 e furono impiegati oltre 200 operai che le scavarono a mano, utilizzando strumenti tradizionali. Il lavoro era molto laborioso e richiedeva una grande abilità, poiché gli artigiani dovevano fare i conti con la durezza della pietra arenaria. Oggi le cantine sotterranee di Contratto 1867 coprono una superficie di 5.000 metri quadri, più o meno la grandezza di un campo da calcio, e quasi 40 metri di profondità massima.

Per quanto riguarda la produzione è d’obbligo fare un excursus storico che parte dai primi anni del Novecento, epoca in cui la cantina produceva Asti Champagne e Moscato Champagne utilizzando la dolce uva moscato della regione. La dolcezza era una caratteristica naturale di questi vini spumante, rispetto alle bollicine francesi che erano portate a secco e solo in un secondo momento “dolcificate” con il liquer de tirage.

Dobbiamo attendere gli anni Venti per vedere la produzione trasformarsi dal dolce al secco. Questa tendenza verso un vino più secco era dettata dal cambiamento del gusto britannico. Lo sviluppo di una produzione nota come Brut “For England” fu la testimonianza di una notevole quantità di spumante Contratto da esportazione verso il Regno Unito e le sue colonie (il Commonwealth).

Ecco la mia degustazione:

  1. BLANC DE BLANC PAS DOSE’ – Alta Langa DOCG prodotto con le uve provenienti dai vigneti di Bossolasco, comune situato nella provincia di Cuneo, dove il terreno è marnoso calcareo, argilla chiara e abbastanza fertile con una buona componente minerale. 100% Chardonnay, unico e raffinato che presenta aromi freschi e piacevoli, insieme a una struttura elegante. Al palato la sua precisione è immediata: ogni sorso è caratterizzato da una acidità vivace, rendendo il vino estremamente rinfrescante. La sapidità è ben presente. Il Perlage è molto fine. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.
  • FOR ENGLAND BLANC DE NOIRS PAS DOSE’  – Alta Langa DOCG, spumante inizialmente prodotto per dilettare il palato più secco del mercato inglese, oggi lo troviamo con due bellissime espressioni di Pinot Nero: Blanc de Noir e Rosè. Al naso esprime profumi di frutta bianca, con note floreali e agrumate; al palato un finale asciutto, che lascia una piacevole sensazione di pulizia e freschezza in bocca. La “collana” di bollicine che si forma lungo il bicchiere sono sinonimo di un perlage fine e persistente. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.
  • BACCO D’ORO BRUT – Alta Langa DOCG 80% Pinot Noir, 20% Chardonnay, spumante storico della cantina, il Bacco d’Oro è l’unico spumante dosato prodotto da Contratto. Al naso si apre con sentori intensi di fiori di pesco, miele e frutta secca; sentori di pane tostato o brioche. Cremoso e avvolgente, equilibrato, con una piacevole freschezza che bilancia la sua struttura, regala note di frutta matura e agrumi e marzapane. Il perlage fine e cremoso. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.
  • MILLESIMATO PAS DOSE’ – Alta Langa DOCG 80% Pinot Noir, 20% Chardonnay.Qui si mostra la volontà di produrre solo spumanti di annata, che vadano quindi ad enfatizzare le peculiarità e le caratteristiche del clima e del terroir di quell’anno. I profumi sono morbidi e delicati, con sentori floreali e agrumati. Al palato si mostra fresco e sapido, dotato di una bolla fine e avvolgente. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.

Una menzione a parte meritano le etichette, vere opere d’arte. Dall’annata 2007 si è deciso di utilizzare in etichetta le celebri raffigurazioni di Leonetto Cappiello, uno dei padri del moderno cartellonismo italiano, tratte dalla campagna pubblicitaria Contratto, uscita tra il 1922 e il 1925.

I Contratto rimasero alla guida della cantina fino al 1993, quando la famiglia Bocchino, già proprietari dell’omonima distilleria, presero le redini dell’azienda iniziando una notevole opera di ristrutturazione della Cattedrale del Vino, della corte interna e della sala di degustazione.

Giorgio Rivetti, da sempre grande amante dello Champagne, inizia a collaborare con Bocchino, intuendo fin da subito il grande potenziale della storica casa spumantistica. Poco dopo, nel 2011, i Rivetti decidono di compiere un passo importante e acquisiscono la cantina. La filosofia e la passione che hanno reso celebre La Spinetta, si riflettono immediatamente in questo nuovo progetto.

Se non avete ancora avuto modo di visitare la cantina o di degustarne i vini, scegliete Contratto e lasciatevi sorprendere.

Prosit!

Valdo Experience in Podesteria, brindiamo con le bollicine italiane più bevute al mondo

Durante le feste si stapperanno 355 milioni di bottiglie di Spumante italiano, soprattutto all’estero, dove il prodotto tricolore sembra decisamente più osannato che in casa. Il 2024 è stato un anno record per la bollicina nostrana: i dati da poco riportati dall’Osservatorio del Vino Uiv-Ismea ci comunicano un giro d’affari che supera il miliardo di bottiglie, di cui 700 milioni sotto le Denominazioni “Prosecco”.

Necessario il giusto approfondimento di un tema, spesso trasceso da tutto un mondo di Sommelerie e Critica italiana, come se essere un fenomeno commerciale, uno status-symbol sia una sorta di peccato originale. Non vogliamo generare polemica; la nicchia, la chicca, merita di essere difesa, attenzionata, coccolata, ma troppo spesso si fa finta di non vedere “l’elefante in una stanza” o il lavoro di gente che ha stoffa da vendere. Rappresentare grandi numeri è difficile, significa prendersi la responsabilità di migliaia di famiglie che ruotano intorno al prodotto e cura altresì del territorio. Senza dimenticare che proporzionalmente anche le difficoltà e le responsabilità diventano maggiori.

L’occasione è arrivata con Valdo Food and Wine Experience, evento organizzato in collaborazione con Gambero Rosso, che ha visto l’Azienda Valdo e un’altra proprietà aziendale, “I Magredi” salire sul palco della splendida location de La Podesteria di Gazzola (Piacenza) e duettare con i piatti studiati in accompagnamento con competenza dallo Chef Patron Matteo Bergomi. Una serata condotta da Nicola Frasson con la partecipazione di Gianfranco Zanon, enologo di Valdo, che con sincerità, orgoglio, professionalità e competenza ci ha presentato il suggestivo ventaglio di qualità della sua gamma.

Valdo porta la desinenza della sua collina di Elezione, Valdobbiadene, dove nasce nel 1926 sotto il nome Società Anonima Vini Italiani grazie ad Albano Bolla, capostipite di una famiglia storica per la Denominazione Prosecco Superiore. Una storia secolare, rappresentativa del Made in Italy nel mondo, apprezzata e radicata con un mercato Globale che ha portato a estendersi con sedi logistiche in America e Germania, diventando di fatto una realtà di scala mondiale.  

Numeri e dati importanti, Valdo annovera trofei come il Best Producer Sparkling Wine Trophy del 2020, l’8° posto nella classifica inglese “Global Wine Brand Power Index Wine Intelligence”, che, uniti ai premi Miglior spumante biologico del Valdo Prosecco Bio DOC, alla medaglia d’oro MUNDUS VINI BIOFACH e al premio Best Organic Sparkling Wine 2021 ci fanno capire l’impostazione culturale, che attraverso un codice etico e un vademecum di sostenibilità, permettono di portare avanti un progetto virtuoso, in sintonia con i territori e le Amministrazioni locali.

Ora lasciamo che i calici parlino, iniziando dalla Ribolla Gialla Spumante Brut Millesimato i Magredi, altro marchio aziendale di Valdo. Ci spostiamo nelle Grave del Friuli, coi suoi suoli alluvionali magri e asciutti, detti Magredi, fondamentali per caratterizzare il profilo di un vitigno versatile e ricco di acidità, che si lascia caratterizzare molto dal suo suolo di elezione, ecco allora al naso aprirsi con ampie falcate di frutta bianca, poi glicine iris e una nota iodata, salina in sottofondo. La bolla è fine, merito dei 3 mesi di affinamento sui lieviti, al sorso ci ritorna in mente quella nota iodata, che fa sentire il territorio e gioca in simbiosi col mondo zuccherino rendendo il finale lungo e agrumato.

Il secondo vino ha rappresentato un vero e proprio un volano per l’azienda: la Cuvèe di Boj Valdobbiadene Docg Brut 2023 che prende nome dalla valle dei buoi della vallata a San Pietro di Barbozza. Il perlage fine e durevole riporta allo stile aziendale, che con gli affinamenti sui lieviti (qui abbiamo 5 mesi) e con la sapiente gestione dello zucchero, sapientemente amalgamato con la massa, si caratterizza per profondità e finezza dei prodotti. Varietale da pera abate e mela golden, poi note floreali di glicine su un fondo di miele d’acacia. Bella la tensione in bocca, lo zucchero è lieve e amplia la cremosità della bolla, è una carezza, mediamente sapido, dal piacevole finale fruttato.

Segue Viviana – Valdobbiadene Superiore di Cartizze DOCG DRY, un omaggio di Pierluigi Bolla alla madre Viviana, un Cru dell’impervia e assolata collina di Cartizze. Su questi fondi argillosi e rocciosi la Glera mostra la sua finezza, con un naso delicatissimo che si colora dei toni del tropicale con sbuffi d’ananas, fiori d’acacia e gelsomino, in un sottofondo varietale di mela golden e mandorla dolce. Vellutato al palato, la tessitura acida è perfettamente integrata con l’impalcatura zuccherina e ci lascia un finale da macedonia di frutta fresca coerente e appagante.

Inizia così il percorso di abbinamento ai piatti dello Chef Bergomi, che “coniuga il delicato sapore del mare alle robuste delizie della terra, creando unici viaggi nel gusto” all’interno della sua Podesteria, il luogo del Podestà, un luogo e un nome dai retaggi alto medievali, che fa da cornice a questo viaggio.

Impepata di Cozze su Crema di Fagioli Cannelini e ditalini croccanti

Abile gioco di aromaticità consistenze, la cozza è la protagonista indiscussa del piatto, arricchita dalla tendenza dolce e dalla larghezza offerta dalla crema e dalla piacevole croccantezza e sapidità della pasta. Un piatto versatile che ben si presta a questo doppio abbinamento proposto.

Valdobbiadene Rive di San Pietro di Barbozza Extra Brut – Valdo il nome ci riporta subito ai fianchi scoscesi che delineano le colline di Valdobbiadene, ripide, quasi verticali tanto da definirle viticoltura Eroica e vendemmiate manualmente. I toni brillanti paglierino del calice, il perlage persistente attirano subito l’attenzione. Note fruttate di frutta bianca fresca e sbuffi agrumati delineano un naso varietale, ricordi iodati che ci portano al sorso, perfettamente coerente, la cui sapidità da vigore e lunghezza a un sorso di grande pulizia ed eleganza, i cui altri pilastri sono la grande acidità e l’assenza di zuccheri. 9 mesi sui lieviti.

Valdobbiadene Brut Metodo Classico Vigna Pradase Millesimato – Valdo un vino che evoca un luogo definito la “Biblioteca del patrimonio della biodiversità” dell’azienda, dove antichi cloni di Glera, Perera, Bianchetta e Verdiso sono stati messi a dimora e compongono questo metodo classico 24 mesi sui lieviti. Un vino coerente, varietale, appagante, dal fine perlage con riflessi verdolini. Al naso toni floreali, ginestra e acacia seguono lievi toni di salvia e scorza d’arancia, sorso pieno, di buona mineralità.

Risotto allo spumante con crema di zucca e olio al melograno

Un piatto semplice caratterizzato dai suoi elementi complementari, i dolci tocchi di freschezza e frutta dell’olio e la pienezza della zucca. In abbinamento il Valdobbiadene Brut Cuvèe del fondatore Millesimato – Valdo, il vino dedicato a Sergio Bolla ha uno stile unico, un perlage fine e un colore brillante e dorato ci comunicano la lieve sosta in barrique di rovere francese al naso i toni varietali giocano con sfumature di miele di tiglio e crema di nocciole, uno spettro ampio. Anche l’assaggio è pieno e dai toni fruttati, freschi, merito della sosta di 12 mesi sui lieviti e della piccola percentuale di Chardonnay che caratterizza questa cuvée. Un abbinamento armonico giocato sulle freschezze.

Petto di Anatra, salsa di Cachi e zenzero e purè di zucca

Piatto giocoso, l’anatra succulenta e dalla bella persistenza si amalgama e si rinfresca con i suoi condimenti, creando un sorprendente equilibrio con il Friuli Grave Refosco dal Peduncolo Rosso – I Magredi in abbinamento. Sfumature violacee mostrano subito gioventù, schiettezza e una fermentazione in solo acciaio. Il naso riporta alla frutta sotto spirito, alla mora selvatica, alla viola e al pepe nero. L’assaggio ci riporta subito al terreno e al varietale, sapido, asciutto, i tannini sono lievi ed eleganti.

Torta Sbrisolona

Chiusura dolce e tipica abbinata al Moscato Rosa Spumante Dolce Ca’ Lisetta – I Magredi, sfumature corallo, bel perlage, al naso è aromatico con rimandi alla fragolina di bosco, melagrana, rosa e spezie dolci. Sorso dolce di viva acidità, finale lungo di zucchero filato e sorbetto ai frutti di bosco.

Abbiamo visto tante sfaccettature di qualità per la bollicina tricolore, una visione di azienda moderna e sostenibile e un bel gioco con piatti di diversa forza, cercando di uscire dallo stereotipo per dare valore a chi si sta impegnando a rappresentare l’Italia in tutto il mondo.

(N.d.a. Dedico questo articolo a uno dei miei Maestri, il Professor Franco Graziosi, venuto a mancare in questi giorni, uno dei miei primi riferimenti, Degustatore per le guide dei Vini, pilastro di Ais Como per oltre 30 anni e grande conoscitore di enogastronomia, Grazie Professore).

A tutto… Asprinio di Aversa Dop

Ma l’incanto delle vigne, così drappeggiate a lunghi e altissimi e folti festoni da un pioppo all’altro! Immense pareti di verzura, tese verticalmente: che il sole, attraversandole, trasforma in vasti arazzi luminosi, dai meravigliosi frastagli indecifrabili.

Tra le tante citazioni letterarie sulle alberate di Asprinio (Bianco) che si sono susseguite nei secoli, quella di Mario Soldati in Vino al Vino è la vivida fotografia di un paesaggio che ancora oggi caratterizza il territorio dell’agro aversano: quello delle viti maritate ai pioppi, secondo una tradizione viticola risalente agli etruschi. Siamo nel cuore della fertile “Campania Felix” di Plinio il Vecchio, in un’area pianeggiante tra le province di Napoli e Caserta, costituita da suoli di riporto delle eruzioni flegree, quindi ceneri, lapilli e materiale tufaceo: sabbia rossastra, finissima, e così molle che il piede vi affonda come in una cipria, scriveva ancora Soldati di questo territorio.

Aversa Dop Asprinio è stata la prima masterclass presentata dal delegato AIS Caserta Pietro Iadicicco, da Giuliana Biscardi di AIS Caserta e dal giornalista Pasquale Caro, alla manifestazione Terra di Lavoro Wines, tenutasi alla Reggia di Caserta il 26 e 27 ottobre. Un focus su un vitigno che disegna e rappresenta il territorio in modo unico sin dalla sua connotazione paesaggistica, dando senso pieno alla definizione di terroir data dall’OIV quale “cultura collettiva delle interazioni tra un ambiente fisico e biologico identificabile, e le pratiche vitivinicole che vi sono applicate, che conferiscono caratteristiche distintive ai prodotti originari di questo spazio” .

Oggi l’Asprinio è coltivato anche a spalliera, ma molti viticoltori hanno ripreso e mantenuto la tradizione dell’alberata aversana, andata in declino a partire dal secondo dopoguerra quando altre coltivazioni presero il sopravvento (una per tutte la canapa) e, soprattutto, quando l’area più vocata a questa coltivazione fu oggetto di cementificazione selvaggia, oltre che di altre violenze ambientali ben note alle cronache.  L’alberata, servendosi di tutori vivi, gli alberi o arbora, oggi raggiunge i 10-15 metri di altezza; le operazioni di potatura (puta) e vendemmia avvengono servendosi degli scalilli, scale a pioli lunghe e strette, fatte a misura per poter incastrare piede e ginocchio tra un piolo e l’altro e quindi personali; l’uva vendemmiata viene posta in panieri a punta detti fescine, che calati con funi si conficcano a terra.

Il vitigno Asprinio è il più autoctono dei campani perché nato dalla domesticazione della vitis silvestre da parte degli etruschi; è imparentato geneticamente con la famiglia delle uve Greco, produce grappoli di grandezza media, generalmente compatti, allungati in forma conica alata. In alcune aree del territorio le vigne si trovano ancora a piede franco, grazie al suolo vulcanico, ma anche perché, grazie al sistema di allevamento, la vite, sollevandosi da terra, è resistente agli attacchi funginei. La DOP, riconosciuta nel 1993, prevede nella versione ferma una percentuale minima di Asprinio pari all’85%, mentre nella versione spumantizzata l’utilizzo del varietale in purezza. 

L’Asprinio, infatti, si presta in maniera particolare alla spumantizzazione dato l’elevato grado di acidità, a cui deve il suo nome: può raggiungere gli 8 g/l nei mosti derivati da allevamenti a spalliera e toccare addirittura i 12 g/l in quelli derivati da alberata. non a caso Paolo Monelli nel 1935 scriveva nel suo Ghiottone Errante: “La mandai giù (la pizza, n.d.r.) con l’asprinio fresco, pallidissimo, acidulo, sbarazzino, padre selvatico dei raffinatissimi champagnes (ne esportano molto in Francia per fare quel celebrato spumante)”, riferendosi a quel periodo storico in cui la fillossera mise in ginocchio il patrimonio vitivinicolo francese. Ventidue i comuni della DOP, diciannove in provincia di Caserta, tre in provincia di Napoli, per un totale di poco più di trenta ettari vitati.

LA DEGUSTAZIONE

Non c’è bianco al mondo così assolutamente secco come l’Asprinio: nessuno. Perché i più celebri bianchi secchi […] includono, sempre, nel loro profumo più o meno intenso e più o meno persistente, una qualche sia più vaghissima vena di dolcezza. L’Asprinio, no. L’Asprinio profuma appena, e quasi di limone: ma, in compenso, è di una secchezza totale, sostanziale, che non si può immaginare se non lo si gusta.

Ancora una volta è Mario Soldati a darci lo spunto per parlare della degustazione dei 12 vini presenti in assaggio: un viaggio attraverso i vari comuni dell’areale e i metodi di vinificazione. Partendo dalle bollicine (metodo martinotti, ancestrale e classico) fino ad arrivare ai vini fermi, il comune denominatore dell’Asprinio è il naso declinato, con diverse sfumature, su sentori agrumati e di frutto acerbo e l’acidità vibrante, che ne fa un vino dissetante. Alla vista tutti i calici colpiscono per la cromaticità intensa che va dal paglierino carico all’oro antico.

Apriamo con Corte d’Asprinia brut Cantine Bonaparte, metodo martinotti lungo, dieci mesi sui lieviti, con un naso di mela granny smith, erbe aromatiche e un palato che riporta immediatamente a sentori agrumati di limone; Funambolo brut Luca Paparelli, charmat corto di asprinio (85%) e falanghina (15%) in affinamento dodici mesi sulle fecce fini prima della presa di spuma, si fa subito accogliente col suo incipit floreale e il sorso pieno, per chiudere poi, come un colpo di frusta, con freschezza vibrante.

Ancora un metodo martinotti quello che riempie il terzo calice, Trentapioli brut Salvatore Martusciello, presentato direttamente dal produttore, Gilda Guida Martusciello, che definisce l’alberata “un monumento alla vita di campagna”. Alla famiglia Martusciello dobbiamo le prime sperimentazioni, a partire dal 1983, di spumantizzazione dell’asprinio. Trentapioli è uno charmat lungo, 6 mesi in autoclave; l’olfatto è pungente di limone salato e gelsomino, mentre al sorso è croccante di mela verde.

Rivolta Asprinio Frizzante I Borboni è il primo dei due metodi ancestrali in degustazione. Di naso sottile, risulta tagliente e salato in bocca, come probabilmente doveva essere l’asprinio descritto da Mario Soldati. Feronia Asprinio Terra Felix ha naso di frutta matura e mimosa esaltati da una piacevole nota ossidativa; è cremoso al palato, senza però perdere la tipica freschezza. Terra Felix è una cooperativa sociale  impegnata a trecentosessanta gradi per il recupero alla comunità agricola dei territori dell’agro casertano spesso passati all’onore della cronaca come Terre dei Fuochi. Entrambe gli ancestrali emergono per il colore oro antico, tipico del carattere ossidativo dell’asprinio.

Priezza Metodo Classico Masseria Campito è l’unico dei campioni in degustazione le cui uve derivano da allevamenti a spalliera e non ad alberata. Una scelta fatta per ottenere una maturazione omogenea del frutto. I settantadue mesi sui lieviti determinano la grande sfaccettatura gusto-olfattiva. L’agrume al naso è di mandarino e bergamotto, poi fiori di campo e cera d’api, che caratterizzano un sorso coerente in tre tempi: teso e agrumato all’ingresso, si espande in bocca per poi terminare con una sferzata di freschezza.

Radice Etrusca Metodo Classico Vitematta ritorna al naso con una lieve nota ossidativa e miele di agrumi, è di sorso diretto e sapido. L’ultima bollicina in degustazione Malìa Metodo Classico De Angelis è il più dissetante dei campioni, citrico al naso e al sorso, che affonda in maniera verticale.

La masterclass si è chiusa con quattro vini fermi di millesimo 2022: IX Denari Cantine Palazzo Marchesale, racconta il produttore Leonardo Vanacore, è ottenuto da un’alberata dell’800 posta a due metri da terra, per rendere possibile il passaggio sottostante alla cavalleria borbonica. All’olfatto pesca bianca, erbette e sprazzi citrini, si fa spazio al palato con piena rotondità per riprendere subito verticalità e chiudere su piacevoli sentori amaricanti. L’Asprinio Magliulo, con un parziale affinamento in legno, ha un naso di cedro e mandarino, mentre al palato risulta disteso. Hera Nova Cavasete, fitto nel color oro e con profumi di amaretto ed erbe aromatiche, sorprende nell’inatteso sorso vibrante e verticale. Infine Alberata Azienda Agricola Tenuta Fontana grazie alla sosta in anfora di terracotta sulle fecce fini risulta opulento e ricco nel colore, nei profumi intensi di mela golden e fiori gialli, nel sorso pieno di agrumi, che diventa sapido sul finale.

Majolini Franciacorta, vino e arte

Recarsi in Franciacorta suscita sempre tante emozioni legate ai vini che regalano una varietà di aromi e sapori dove ogni sorso racconta storie di uve, terra e tradizione; legate al paesaggio collinare, punteggiato da vigneti, laghi e borghi storici, che offre panorami mozzafiato. Recarsi dalla cantina Majolini Franciacorta vuol dire immergersi in una realtà fatta di vino e arte, essere accolti con calore in un ambiente curato, dove è palpabile la forte connessione con il territorio volta a favorire uno sviluppo sostenibile. Siamo nel comune di Ome (BS) che si snoda tra colline verdi e vigneti, per arrivare in cantina ci si deve inoltrare nelle stradine del paese per risalire poi la collina e intravedere all’orizzonte la struttura che si staglia imponente, perfettamente integrata con la natura circostante.

Fondata nel 1993, la cantina ha saputo affermarsi nel panorama vinicolo grazie all’attenzione alla qualità e alla cura dei dettagli. Ad accoglierci all’ingresso Simone Majolini, onorati di avere un cicerone di eccezione, che inizia il racconto di quella che è una tradizione di famiglia, un legame profondo con la terra, della combinazione tra vino e arte.

Subito all’esterno, nel piazzale della cantina, ci accolgono le prime opere: la scultura di bronzo “Cavalli Innamorati” di Aligi Sassu in posizione dominante di tutta la valle e dei vigneti, questa celebra la bellezza della natura e rappresenta l’amore per questo territorio; il “Moby Dick” di Mattia Motta, la balena inabissata, arpionata da Achab e mai conquistata è il simbolo del sogno irraggiungibile: quello della sfida costante per creare un vino perfetto.

Simone racconta che la cantina nasce e si sviluppa intorno ad un’idea di bellezza che vive attraverso l’arte, la sostenibilità, l’architettura. Le stanze ospitano pezzi da collezione, ambienti affascinanti e originali.

  • La stanza Luxury Wine Collection dove il fermento della moda e del design crea un ponte con il mondo del vino e offre l’opportunità di esplorare come queste due realtà, apparentemente distinte, possano intersecarsi in modi innovativi e sorprendenti. Alcune bottiglie sono vestite con giacchette in pelle di struzzo rosa e azzurre a ricordare i bustini ottocenteschi che servivano a modellare la figura femminile, evidenziando il punto vita e creando una silhouette a “campana” che era molto in voga all’epoca; altre indossano veri e propri abiti da sera tagliati e cuciti come in haute couture caratterizzati da una cura artigianale impeccabile e da materiali di altissima qualità. La parola d’ordine è sensualità femminile. Questa è quella che Simone chiama la “stanza dei sogni” a sottolineare che il vino può essere abbinato a qualsiasi cosa, non solo al cibo.
  • L’antica barricaia ospita “Opera Sensoriale” realizzata dall’ebanista di fama Luciano Molinari con 199 legni provenienti dai cinque continenti. Un’opera da guardare e da annusare: sigillo della cantina scomposto in tanti piccoli tasselli di legno, rimanda ai profumi in vasetto dei legni corrispondenti, per “sentire” la materia tramite l’olfatto. Un’esperienza multisensoriale durante la degustazione dei Franciacorta Majolini.

  • La Sala della Trasformazione dove le bottiglie svolgono la rifermentazione sotto lo sguardo di un Sole e di due Meduse, opere di Giuseppe Bergomi, artista lombardo, amico di famiglia. Il sole rappresenta la natura che per primo trasforma l’uva e la rende utilizzabile e le due Meduse, che sono il simbolo greco e romano della trasformazione in qualcosa di morto, sono un monito per ricordare che fare vino deve essere sempre un attento gioco di equilibri per evitare il rischio di modificare troppo ciò che la natura ci regala.
  • La stanza con le fotografie di Enrica Sensini che riesce a cogliere con la sua arte l’essenza dell’anima. Non solo immagini in senso tradizionale, ma rappresentazione della personalità, delle emozioni di un individuo attraverso i suoi occhi, le espressioni del viso, i suoi abiti e l’ambiente circostante.

Con gli occhi colmi di arte e lo spirito nutrito da tanta bellezza e creatività, ci spostiamo nella sala degustazione anche qui l’arte la fa da padrona.

In alto i calici!

  • Majolini Franciacorta Saten Brut, 100% Chardonnay. Una bollicina fine e persistente, profumi che ricordano la pasticceria e la crosta di pane. Persistente con delle belle note di tostatura. In bocca cremoso, delicato con cenni di frutta matura;
  • Majolini, Franciacorta Brut, Chardonnay e Pinot Nero: fresco e fruttato, con note di mela verde, pera e fiori bianchi. Vivace e ben equilibrato, perfetto per aperitivi. Un vino dalla personalità chiara, ben definita. É avvolgente, secco e deciso;
  • Majolini Franciacorta Brut Vintage Millesimato Le uve, Chardonnay e Pinot Nero, a perfetto grado di maturazione vengono pigiate in modo soffice e fatte fermentare in vasche d’acciaio ad una temperatura controllata. In primavera viene poi realizzata la cuvée ed effettuato l’imbottigliamento per la presa di spuma. Il profumo è ampio, schietto e con note floreali. Il sapore è sapido, persistente e molto equilibrato;

  • Majolini Franciacorta Disobbedisco Extra Brut 100% Pinot Nero.Questo vino nasce per celebrare il Poeta e l’eroe Gabriele d’Annunzio. L’etichetta, creata dall’artigiano Luca Briconi in metallo smaltato e dorato, riproduce il gonfalone della Città di Fiume voluto da d’Annunzio: il serpente che si morde la coda (Oroboro) è il simbolo egiziano dell’eternità e della vita che si rinnova. Le sette stelle del Grande Carro è un altro simbolo di eternità, perché è la costellazione che non tramonta mai e indica la Stella Polare, che dà la rotta ai marinai e che ha accompagnato il Poeta nella Beffa di Buccari. Racconta la rivendicazione dell’italianità della città di Fiume, dopo la prima guerra mondiale. Azione politica e di lotta di cui D’Annunzio fu protagonista.  Elegante e raffinato con aromi di mela verde, pera e fiori bianchi. In bocca è fresco e cremoso, con una piacevole acidità e una nota minerale persistente;
  • Majolini Electo Franciacorta Millesimato Brut, ha un uvaggio composto da Chardonnay 80% e Pinot Nero 20%. Le uve vengono raccolte, manualmente in cassette, non appena giunte a maturazione ideale con vena leggermente acida. La vendemmia è rivolta, principalmente, al mantenimento dell’integrità dei grappoli. Le due varietà vengono vinificate separatamente con pressatura soffice. La fermentazione dello Chardonnay continua in piccole botti di rovere. Successivamente, in primavera sarà valutata la composizione della cuvée. Una volta composta si passa alla rifermentazione in bottiglia con riposo sui lieviti della durata di almeno 36 mesi;

  • A chiudere questa magnifica degustazione una vera chicca: Vino Rosso Majolini 2019, prodotto solo in 666 esemplari nel formato Magnim.Unvino ricavato dalla vinificazione di solo uve Majolina. Uva di cui oggi esistono meno di 1.000 piante, tutte in quella zona (tra Ome e Monticelli Busati), negli appezzamenti più vecchi è ancora a piede franco, cioè senza bisogno della radice americana diffusasi in Europa dopo la filossera. I Maiolini le hanno dedicato un piccolo vigneto di 450 piante, uva che entra in piccola percentuale nel Rosso «Ruc»; prodotto dagli anni 60 e imbottigliato, nelle annate migliori, in purezza, solo nel formato magnum.

Prosit!