“Per fare tutto ci vuole un fiore” cantava l’indimenticato Sergio Endrigo. Per fare un’azienda vitivinicola, in realtà, ci vuole un po’ meno poesia e tanta concretezza. Leggiamo ovunque di proposte a dir poco fantasiose, creazioni stilistiche, affinamenti terracquei e subacquei, vigne recuperate da vitigni scomparsi, quasi impronunciabili.
Tutto bene per carità, quando si punta su un settore con un preciso target e ne nasce un business vincente, nessuno può mettere bocca. Il liberismo è anche questo, opinabile o meno, ma noi addetti del settore preferiamo parlare in termini pratici se quanto veduto e assaggiato possa aderire ai canoni della piacevolezza, della contemporaneità del gusto e del territorio.

Marco e Tiziana Vianello delle cantine Amaracmand probabilmente non si aspettavano cosa comportasse il vero lavoro di vigneron in Romagna. Qui non si scherza, quando si ha a che fare con autoctoni di lusso come Albana e Sangiovese. Due varietà peraltro maltrattate in passato, rispetto alle reali potenzialità in essere. L’enologo Maurilio Chioccia, che di sfide se ne intende, ha preso a cuore questa piccola realtà in forte crescita nell’areale di Sorrivoli, tra le colline di Cesena, zona storica per dare al Sangiovese complessità e lunghezza.

Merito dei suoli compositi, misti tra argille calanchive, calcari sedimentari marini e la forza dell’arenaria pre-appenninica. Diverse morfologie per differenti alture ed esposizioni. La scelta di cosa esaltare nel calice spetta unicamente ad una sana e prudente gestione in campo ed in cantina, partendo dalla selezione massale, con recupero del materiale genetico proveniente dalle vecchie piante del 1964, optata dal prof. Paliotti dell’Università di Perugia, e del prof. Cardinali per lo studio dei lieviti indigeni presenti negli appezzamenti di Amaracmand, eventualmente replicabili ed utilizzabili nelle vinificazioni.

E poi, ovviamente, l’opera incessante del consulente enologico, che non deve smettere mai di testare, verificare e approvare quanto di buono arriva in azienda. I presupposti ci sono tutti per far bene, la proprietà crede fortemente nel ruolo degli esperti delegati alla produzione ed anche questi sono segnali positivi. La cantina è stata disegnata in modo da essere del tutto invisibile e non disturbare il paesaggio circostante; al suo interno la tecnologia è d’avanguardia e tutta improntata alla sostenibilità ambientale e lavorativa per i collaboratori.
Vengono utilizzati persino i purificatori d’aria “AEROCIDE”, brevettati dalla NASA, che consentono di mantenere lontani muffe e batteri contaminanti, evitando così di ricorrere a sterilizzazioni a base di prodotti nocivi per l’ambiente. Maurilio Chioccia ha infatti sempre inteso il proprio luogo d’azione come una sala operatoria (e non a torto).

L’IGT Rubicone 2022 “Imperfetto”, degustato a novembre, dimostrava ancora la sua gioventù, restando chiuso e tenero su quegli aromi vegetali di un Sangiovese nudo e crudo. Riprovato di recente, con la giusta calma in bottiglia, emerge finalmente quel frutto maturo di amarene succose, unito a spezie torbide e scure tipiche, accompagnati da scie floreali eleganti e buona lunghezza gustativa. Il progetto prevederà, in futuro, ulteriori ricerche su cloni ed innesti e l’abbandono dei compagni internazionali, che per adesso devono essere presenti nel blend a donare maggior equilibrio.
Anno zero, dunque, anzi “anno due”, come il numero di vinificazioni prodotte sin qui dal nuovo corso. Attendiamo con fiducia di osservarne i progressi nell’immediato futuro, perché Romagna e Sangiovese meritano sempre la nostra attenzione.



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