Riserva ”il Chiorba” ed il loro progetto per il futuro

Lecci e Brocchi: verticale del Chianti Classico Riserva.

Ricordo ancora negli anni ’90 l’estro di Dejan Savicevic, calciatore del Milan soprannominato “genio e sregolatezza”. Se c’è una regola sacra che ho imparato nella vita è di non parlare mai di calcio e politica, men che meno in Italia. Perché, però, un simile paragone rintuzza da qualche giorno nella mia mente, dopo aver visitato l’azienda Lecci e Brocchi nel press tour organizzato nell’areale di Castelnuovo Berardenga (SI)

Partiamo anzitutto dal territorio: siamo a Villa a Sesta, nei poderi comprati nel 1970 da Vasco Lastrucci detto “Il Chiorba”. All’epoca la Toscana ed il Chianti Classico non vivevano lo splendore dei giorni d’oggi. Le famiglie, superata la mezzadria, fuggivano dalle terre lasciandole ai grandi proprietari, o abbandonandole incolte destinate al massimo alla pastorizia. Qualcuno con la vista lunga rilevava poderi da chi partiva per la città, oppure da enti ecclesiastici ed istituzioni che non sapevano che farsene. Sembra incredibile soltanto a pensarci, ma la situazione non sarebbe migliorata fino alla consacrazione dei Supertuscan che rivitalizzarono l’intero comparto produttivo salvandolo dall’oblio. E il Chiorba in tutto questo avrebbe preferito non svenarsi, scegliendo un terreno fuori dalla storica denominazione, se non fosse stato per la caparbietà della moglie decisa a far di tutto per restare all’interno dei confini del Chianti Classico.

Ecco la saggia scelta di una landa di terra modellata del trascinamento a valle di sedimenti franosi, ricchi in ferro, provenienti da una ex cava. Lì crescevano solo i lecci si diceva, con miopia di chi non aveva notato la composizione particolarmente complessa dei suoli, fatti di galestro, arenarie, argille ed alberese. Il nome della cantina era per metà già fatto, mancava solo “Brocchi” che derivava da una particella non lontana, nei pressi di una fonte di acqua sotterranea, con suoli di impasto da sabbie marine e calcare.

Il “genio” di Vasco si ferma qui, la “sregolatezza” inizia con la figlia Sabrina ed il marito Giancarlo, che ad ogni costo, anche contro la visione paterna, decidono di creare una produzione di vino in proprio con le prime etichette nel 2010. Sabrina, moglie, madre di Giovanni e manager di successo, si accolla un’impresa non facile, cominciare da zero una nuova vita da vigneron senza le basi enologiche per stare al passo con i concorrenti. Scelte ardue da compiere a partire dal rapporto con i professionisti, per proseguire in cantina con spazi e contenitori adatti a dare un tocco di equilibrio. 

In mezzo a tale baillamme l’arrivo di persone competenti e coerenti come Luano Benzi alla direzione enoica e, successivamente, Fabio Burroni a quella agronomica. Le due cose dovevano andare di pari passo se si volevano raggiungere risultati degni di nota. Gente concreta, che lavora nel silenzio, senza clamore, senza lustrini, senza adagiarsi sugli allori. Il cambio di passo è stato notevole, a partire dalla vintage 2017 che rispecchia maggiormente l’identità di Castelnuovo Berardenga espressa negli ultimi tempi. Manca quella parte “rustica” di una volta, rispetto ad espressioni tecnicamente perfette ed eleganti, ma il vino va anche venduto ed uno sguardo ai gusti del mercato bisogna porselo se non si vuol diventare una mosca bianca con le gambe all’aria.

Adesso abbiamo gli strumenti giusti per iniziare la degustazione delle annate del Chianti Classico Riserva Il Chiorba partendo dalle più agée verso quelle recenti.

2010: sfortunati. Due bottiglie entrambe con piccoli difetti dati dal cedimento dei tappi. Il frutto sembra comunque delineato, ma gli elementi in nostro possesso sono pochi per esprimere un giudizio valido.

2011: ancora espressiva. Ricordi di scorza d’arancia amara, tocchi balsamici e flebili tannini. Basta riposo, è il momento di degustarla al massimo della potenzialità.

2012: nota alcolica in evidenza. Come stupirsi da un’annata torrida e siccitosa, preludio del futuro imminente? Si avvia verso prugna cotta, calando nel finale di bocca.

2013: annata straordinaria per Lecci e Brocchi. Vino ematico, lievemente surmaturo nelle nuance di ciliege succose e vibranti. 

2014: nelle vintage fresche si vedono i campioni di razza, basta sapersi accontentare. Non possiamo pretendere lustri di vita, ma la danza tra note salmastre/iodate e fiori viola delicati lascia di stucco.

2016: l’ultima ad essere affinata in botti di castagno da 15 ettolitri. Conferma l’annata a due facce, per alcuni memorabile, per altri ancora indecifrabile. Prepondera un finale amaro troppo incisivo, da rivedere nel tempo.

2017: botti di rovere austriaco e nuova filosofia stilistica. Si ricordano molti vini senza spinta acida per colpa del caldo pazzo estivo, ma che non si avverte in questo assoluto campione di eleganza e tipicità. Lo sbuffo polveroso del Sangiovese non stanca mai, seguito in successione da amarene mature ed emazie.

2018: crudo ed ancorato a sensazioni di sovraestrazione. Necessita molto riposo, pur con un’apprezzabile trama tannica saporita che intriga. Scommetterci? Why not.

Ed ora alcune considerazioni sulle altre tipologie aziendali, cominciando dalla Gran Selezione 2015, attualmente in commercio. Continua quel pizzico di lucida follia nel proporre un vino che normalmente viene immesso in commercio molto prima. Scelta rischiosa, ma condivisibile quella di Sabrina, Giancarlo e Giovanni, che ha consentito ai tannini poderosi del Sangiovese di raggiungere una fase perfetta. Strepitoso nella 2013 ormai esaurita, con quel richiamo a tutto ciò che possa esprimere il varietale: frutto, balsamicità, sapidita.

Al rosato “Meticcio” 2021 non si deve necessariamente chiedere una perfezione tecnica da primo della classe, anzi. Bello avere quel tocco di leggerezza e quell’essere selvaggio, non accomodante e non mellifluo. Le due espressioni ancora in conflitto tra ciò che è ancorato al passato e ciò che guarda il domani: una dicotomia con la quale Lecci e Brocchi dovrà necessariamente far i conti per ambire ai migliori palcoscenici del settore.

Ho volutamente lasciato il Sangiò 2020 a chiudere i sipari per ricollegarmi ai concetti di genio e sregolatezza espressi all’inizio. Sangiovese in purezza vinificato in bianco da solo mosto fiore senza contatto con le bucce in territorio di Chianti Classico. Pochissimi esemplari ed uno sforzo enorme richiesto ad un’uva ricca delle migliori componenti proprio nella sua pelle, in un posto dove il guadagno maggiore lo si fa creando vini rossi da capolavoro. Non discutiamo il prodotto finale che va sicuramente oltre i 90 punti per tecniche ed eleganza complessiva; non discutiamo neppure la volontà legittima del produttore di compiere scelte che molti riterrebbero azzardate. Lasciamo piuttosto la domanda aperta, aspettando una risposta definitiva solo dal tempo e dal mercato.

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Luca Matarazzo

Giornalista, appassionato di cibo e vino fin dalla culla. Una carriera da degustatore e relatore A.I.S. che ha inizio nel lontano 2012 e prosegue oggi dall’altra parte della barricata, sui banchi di assaggio, in qualità di esperto del settore. Giudice in numerosi concorsi enologici italiani ed esteri, provo amore puro verso le produzioni di nicchia e lo stile italiano imitato in tutto il mondo. Ambasciatore del Sagrantino di Montefalco per il 2021 e dell’Albana di Romagna per il 2022, nonché secondo al Master sul Vermentino, inseguo da sempre l’idea vincente di chi sa osare con un prodotto inatteso che spiazzi il palato.

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