Pergole e Starsete – storia di antichi metodi di allevamento della vite quanto mai attuali

Nelle menti di Maurizio Paolillo, Alessandro Marra entrambi di Slow Wine e dell’enologo e agrotecnico Fortunato Sebastiano, l’idea di un convegno su Pergole e Starsete, antichi metodi di allevamento della vite, covava già da tempo. Il fenomeno degli impianti storici in Campania non è scomparso, anche se ha subito negli anni un duro colpo dalla meccanizzazione e dalle scelte economiche dei produttori.

Resiste, oramai, solo in piccoli lembi della regione, tra Irpinia e Costiera Amalfitana. Nel resto d’Italia, invece, la situazione si complica ulteriormente con presenza degli stessi solo a macchia di leopardo in sparuti territori. Non tutto il male però viene per nuocere: i cambiamenti climatici in atto stanno portando gli imprenditori del settore vitivinicolo a riconsiderare le tecniche migliori per dare ombreggiatura ai grappoli in caso di eccessive ore d’insolazione.

Il sistema della pergola e sue derivazioni risale ancora al VII° secolo a.C. per mano degli Etruschi. Consentiva una sorta di “policlonalità” nello stesso filare, così come la tradizionale piantata sottostante, per recuperare ogni spazio utile all’agricoltore dell’epoca. Nei tempi recenti, eliminate le coltivazioni nei pressi dei vigneti, i problemi di eccessiva vigoria fogliare e produzioni abbondanti hanno costituito un deficit nella predilezione rispetto ai più sostenibili (e controllabili) cordone speronato e guyot.

Le dinamiche politiche europee, con il taglio dei fondi per coloro che impiantavano barbatelle ancora a raggiera o pergola, hanno contribuito ad indirizzare il corso degli eventi. Il che non significa per forza una maggior qualità del vino moderno, ma di sicuro la perdita di un patrimonio culturale e identitario dei popoli, nel nome della presunta conservazione paesaggistica.

Alcuni vigneron hanno resistito, per causa di forza maggiore in terreni impervi o, semplicemente, per amore delle tradizioni familiari. Di essi e degli splendidi vini realizzati, ne daremo un breve excursus tra le note seguenti.

La degustazione tecnica

Rabottini – Trebbiano d’Abruzzo “Per Iniziare” 2022: molte affumicature con sensazioni iodate sul finale di bocca. Concretezza allo stato puro

Vallissassoli – 33/33/33 2021: difficile da comprendere agli inizi, emerge con il tempo nel calice. L’estremizzazione di tre varietà emblema delle uve bianche campane quali Fiano, Greco e Coda di Volpe

Gini – Soave Classico “Contrada SalvarenzaVecchie Vigne” 2021: bello e vivace come il suo colore nuziale. Sfumature speziate da sosta in legno e tanta eleganza floreale mediterranea di cui è ricca la Garganega.

Fattoria Monticino Rosso – Albana di Romagna “Codronchio” 2022: che dire di uno dei rarissimi vini in parte muffato versione secco esistenti al mondo. Danza tra balsamicità e frutta tropicale con la leggerezza di una libellula

Monte Maletto – Carema “Sale e Roccia” 2022: agrumi fortuni e tannini irsuti, per un campione che promette lunga vita in bottiglia. Nuance finali su chiodi di garofano e prugna verde.

Tenuta San Francesco – “È Iss” Tintore Prephilloxera 2019: il pioniere del Tintore di Tramonti con le sue vigne ultra centenarie patrimonio di tutti noi. Spinge verso scie mature di frutti di bosco e tannini levigati semplicemente perfetti.

Tenute Cavalier Pepe – Irpinia Campi Taurasini “Appio” 2018: rappresenta ciò che attualmente è il manifesto di un Taurasi versione baby, più agevole al sorso, meno macchinoso e declinato su violette appassite ed amarene sotto spirito

Feudi Studi – Taurasi “Rosamilia” 2018: eleganza assoluta, voluta e cercata da Pierpaolo Sirch per raccontare, in chiave modernista, la forza dell’Aglianico in Irpinia, senza nulla levare, anzi aggiungendo stile e classe. Frutta rossa dalla A alla Z.

Villa Raiano – Taurasi Riserva 2015: anche qui si cerca la piacevolezza di bocca, con buona duttilità negli abbinamenti gastronomici. Di passi in avanti l’azienda ne ha fatti tanti, non ultima una mini-zonazione delle vigne che parla al futuro. 

Reale – “Borgo di Gete” 2013: anche Luigi Reale detiene piante secolari a Tramonti, con fusti che superano tranquilli il metro di diametro. Succosità e materia dal ricordo di ciliegia e sigaro sbriciolato. Il tempo giusto per essere assaggiato

Perillo – Taurasi Riserva 2011: scuro e ancora teso come una corda di violino, anche se il naso rivela già qualche segno dello scorrere delle lancette. I vini d’altura sono così: un bilanciamento tra evoluzione e acidità ancora palpabile, come la storia stessa della Denominazione Taurasi.

Immagine di Luca Matarazzo

Luca Matarazzo

Giornalista, appassionato di cibo e vino fin dalla culla. Una carriera da degustatore e relatore A.I.S. che ha inizio nel lontano 2012 e prosegue oggi dall'altra parte della barricata, sui banchi di assaggio, in qualità di esperto del settore. Giudice in numerosi concorsi enologici italiani ed esteri, provo amore puro verso le produzioni di nicchia e lo stile italiano imitato in tutto il mondo. Ambasciatore del Sagrantino di Montefalco per il 2021 e dell'Albana di Romagna per il 2022, nonché secondo al Master sul Vermentino, inseguo da sempre l'idea vincente di chi sa osare con un prodotto inatteso che spiazzi il palato.

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