L’Irpinia fuori dall’Irpinia

Incontrare l’Irpinia fuori dall’Irpinia nell’evento organizzato da Gambero Rosso. Una serata interamente dedicata alle tre grandi DOCG campane della provincia di Avellino (Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi), con banchi d’assaggio e una masterclass ricca di piacevoli scoperte. Avevamo già reso conto degli spunti di riflessione nell’articolo del collega di redazione Alberto Chiarenza: Roma incontra i vini dell’Irpinia.

Mancava all’appello proprio la degustazione guidata aperta a operatori del settore e stampa nazionale ed estera, che ha visto la conduzione di Lorenzo Ruggeri – direttore di Gambero Rosso – Teresa Bruno, Presidente del Consorzio Vini d’Irpinia, e Marzio Taccetti, editor di Gambero Rosso.

“Oggi siamo a Roma” – sostiene Teresa Bruno – “ma le iniziative proseguiranno a Milano e poi negli Stati Uniti, nell’impronta del nome scelto per la nuova sede del Consorzio: Opificio delle DOCG e delle DOC d’Irpinia”.

Situazione climatica, morfologia del territorio e vendemmie lente e prolungate rendono l’Irpinia una regione altamente vocata alla viticoltura. Tuttavia i tre areali delle DOCG permettono di fatto, a ciascun borgo, di esprimere terroir con caratteristiche precipue, da cui il complesso mosaico vitivinicolo presente.

Nove i vini, tre per ciascuna delle DOCG presentate all’evento, con lo scopo di rappresentare e descrivere, senza la pretesa di essere esaustivi, le loro caratteristiche principali, a nostro avviso ancora troppo poco conosciute fuori dai confini della Campania.

LA “RESISTENZA” DEL FIANO DI AVELLINO

Partiamo con il Fiano di Avellino degustato in tre distinte vendemmie: 2023, 2022, 2020. Un vino che spesso raggiunge e supera i due decenni di vita; merito dell’acidità e dello svilupparsi di un ventaglio olfattivo che dai sentori fruttati e floreali, si evolve fino a chiare percezioni minerali, idrocarburiche, affumicate.

Ciascun areale è poi in grado di imprimere un timbro di base e un’evoluzione completamente differenti ai singoli vini. Così Colli di Lapio 2023 di Clelia Romano, elegante e pulito nelle nuance di nespola e frutta a polpa bianca è attraversato da un lievissimo sbuffo gessoso;  Alimata 2022 di Villa Raiano già evidenzia la tipica nuance fumee al palato, in maniera materica e avvolgente. Erre Riserva 2020 di Tenuta Sarno 1860 vibra al sorso agrumato, così preciso e verticale da essere quasi in controtendenza con le scie idrocarburiche pienamente sviluppate.

IL “SAPORE” DEL GRECO DI TUFO

Completamente diverso il registro con cui si esprime il Greco di Tufo, nonostante i comuni compresi nella DOCG siano spesso a una manciata di chilometri di distanza da quelli del Fiano di Avellino. Ci troviamo in una dimensione più piccola costituita da terreni di maggior scheletro, ricchi di marne, fossili e, non da ultimo, materiali sulfurei in molti punti.

Mineralità salina e acidità in combinazione ed equilibrio determinano vini di corpo e struttura oltre che saporiti. Ancora una volta tre campioni in degustazione, da tre zone differenti, per sottolineare le diverse espressioni ed interpretazioni delle cantine.

Vigna Breccia 2023 di Montesole ha naso definito di frutta matura e bocca salata e materica, mentre Cutizzi Riserva 2022 di Feudi San Gregorio si presenta più aggraziato nei sentori di frutta e fiori bianchi e nel sorso più avvolgente. Chiudiamo con Riserva Vigna Serrone 2022 di Cantine di Marzo, espressione di un equilibrio perfetto tra freschezza e sapidità che definisce un sorso armonico ed elegante. Caratteristica comune le sensazioni iodate che a diverso grado chiudono il sorso e riportano a chiari sentori marini.

LA “POTENZA” DEL TAURASI

Il Taurasi negli ultimi anni ha ricevuto una profonda rilettura che, senza nulla togliere alle caratteristiche e all’essenza del grande vino irpino, è di fatto tra i grandi rossi italiani.

Una parola è d’obbligo nel vocabolario del Taurasi, il tempo: quello necessario al tannino ad aprirsi e distendersi e, conseguentemente, a tutte le altre componenti ad armonizzarsi in maniera sinfonica. Frutto di uve Aglianico, il Taurasi esce a non meno di tre anni dalla vendemmia (quattro nella versione riserva), anche se molti produttori attendono tempi più lunghi. L’uso del legno nella fase di invecchiamento definisce le caratteristiche di un vino austero e rigoroso, ideale per accompagnare la cucina tradizionale irpina costituita da zuppe arricchite da cotiche, ragù e carni a lenta cottura.

La degustazione ci ha permesso di andare indietro nel tempo e toccare tre diverse annate: 2018, 2016, 2014. Rue 333 2018 di Nativ si evidenzia con un naso di spezie dolci, erbe aromatiche e note empireumatiche che ricordano la cenere di camino, al palato il tannino preciso e sottile è sostenuto da freschezza ben evidente; visciola sotto spirito, tostature e cioccolato fondente caratterizzano la Riserva 2016 di Petilia, dal tannino incisivo al palato, a tratti ancora lievemente verde, e chiusura coerente sul frutto. Infine Vigna 5 Querce 2014 di Salvatore Molettieri, elegante e sontuoso senza cedere nessun punto alla potenza: al naso si rincorrono sentori tostati e speziati di pepe e noce moscata e poi foglia di tabacco, torba e nuance dal sottobosco; in bocca entra quasi in punta di piedi, poi si espande e rimane compatto, avvolgente e infine chiude lunghissimo su note di cacao: un’ode alla complessità del Taurasi.

Immagine di Ombretta Ferretto

Ombretta Ferretto

Degustatore AIS, ha lavorato 14 anni nella logistica internazionale del vino. Attualmente si occupa di ospitalità e di produzione miele e olio EVO, oltre ad essere portavoce Slowfood dei produttori Noce della Penisola Sorrentina

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