La cucina italiana è diventata patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco. E adesso?

Nel 2017 è toccato all’arte del pizzaiuolo napoletano; oggi è il momento di gloria per la cucina italiana, divenuta anch’essa patrimonio immateriale dell’Umanità Unesco.

Un traguardo sperato da molti, tra politici, chef e professionisti del settore. E mentre si fa a gara per tirarsi la giacchetta a vicenda e salire sul carro dei vincitori (anche questo “modo di vivere nostrano” diventerà Patrimonio Unesco…) i ristoranti gourmet viaggiano su note in chiaroscuro, con trattorie, osterie e piccoli bistrot che recitano la parte del leone nel mangiar bene italiano.

Ne parlava il tristellato chef Enrico Crippa durante la presentazione della Guida Ristoranti d’Italia 2026 del Gambero Rosso: «Nel nostro Paese ormai ovunque si mangia davvero bene». Lo vediamo nelle carte rivisitate dei menu, contraddistinte dal tricolore negli ingredienti e dall’appartenenza alla cultura gastronomica di popolo del Mediterraneo. Lo assaggiamo nei piatti delle numerose eccellenze lungo lo Stivale: pietanze personalizzate, sempre meno copia e incolla di luoghi e tecniche a noi troppo lontani.

L’augurio è che questo sia solo il passo intermedio tra la trasformazione dei retaggi del passato e lo stile da imitare e invidiare in giro per il mondo in futuro. Evviva!

Immagine di Paolo Loffredo

Paolo Loffredo

Classe ’85, pubblicitario appassionato di moda, musica, food, Helvetica e Bodoni, in eterna lotta contro il brutto. Un piatto di pasta con crema di fagioli, crema di tonno e pomodoro secco. Colori, fusioni e sapori intensi, ricchi e genuini.

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