Imagine there’s no countries
It isn’t hard to do (John Lennon)
Per arrivare a Medana dove saremo come base per cinque giorni, i vigneti accompagnano lo sguardo come a rimarcare che tutto ciò non sia frutto del caso. Del resto la greca con decorazioni di grappoli e foglie di vite che arreda la nostra mansarda al Belica hotel, è di un viola e verde che fa capire come la viticoltura appartenga alla cultura del luogo, ricordandoci da vicino analoghe decorazioni a nastro scolpite su edifici a Yerevan in Armenia.
In cima alla terrazza della torre del Belica vigneti ovunque, vigneti a disperdere, vigneti all’infinito, attraverso gli archi un paesaggio che sembra immobile al medioevo.

Il viaggio durerà per una settimana, un tour press internazionale voluto da Paul Balke, autore, scrittore, giornalista e non per ultimo musicista, amante dell’Italia a cui ha dedicato alcuni libri sul vino con i necessari riferimenti storici.
Tra questi c’è North Adriatic, un testo sulle realtà vitivinicole di una macroregione che ingloba tre nazioni: Italia, Slovenia, Croazia. L’ambizioso progetto di Paul è di far parlare le sottozone fra loro affinché si giunga al riconoscimento di un unica entità al pari di Bordeaux e Borgogna, molto più profusa nella diversità dei suoli e nella ricchezza dei vitigni, e soprattutto transnazionale. Questa vasta area con 16 sottozone, circa l’Italia riguarderebbe quelle del Friuli Grave, Friuli Latisana, Friuli Annia, Friuli Aquileia, Friuli Isonzo, Friuli Colli Orientali, Collio, Carso, e la Muggia istriana; per la Slovenia il Brda, Vipavska Dolina, Kras, Slovenian Istria; e infine per la Croazia il Kastav, Krk, e Istria.

Sarebbe un bel segnale in un momento storico come quello in cui viviamo, evidenziare la futilità dei confini, cercare più le assonanze che le dissonanze, scavalcare le linee di demarcazione volute solo dall’uomo, di fatto inesistenti e rievocate in assenza di valichi di controllo solo dal nostro telefono cellulare, che ripetutamente ci informa di essere altrove del suolo italico.
Sono luoghi di transito le cui innumerevoli vicissitudini storiche subite non hanno leso la bellezza che qualcuno ha paragonato alla Toscana sebbene l’altitudine sia qui più lieve, in media attorno 80/200 metri.
Emblematico è il caso della nostra prima visita nel Collio Sloveno, il Brda che significa colline, soggette a erosione.

Siamo a Neblo presso la Fattoria della famiglia Šibav, ora anche B&B, che si occupa di agricoltura e viticoltura da molte generazioni, almeno dal 1680. Si è passati alla produzione del vino in proprio negli anni ’90 interrompendo la vendita dell’uva a terzi. Attualmente nei 10 ettari di proprietà si producono circa 40.000 bottiglie l’anno dai vitigni Rebula, Malvazija, Sauvignonasse (il caro vecchio Tocai), Pinot Grigio (qui chiamato Sivi Pinot), Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, Chardonnay.
Ci accolgono Miran Šibav, sua moglie Ljuba, la figlia e il genero. L’emblema consiste che la medesima casa che ha dato i natali al nonno di Miran, al padre, a Miran stesso quasi settant’anni fa, e a sua figlia, al momento delle rispettive nascite era situata in territorio austriaco, italiano, yugoslavo, sloveno.

Sarebbe piaciuto ad H.G. Wells, il caso di un viaggiatore del tempo che avrebbe dovuto recare con sé un differente passaporto per spostarsi nel medesimo luogo. Questo cambio di nazionalità a seconda dell’epoca storica di osservazione, fa comprendere meglio di quanto siano futili i confini delle nazioni.
La sera, dopo aver assaggiato sei espressioni dell’azienda, Rebula 2021, Tajo 2023, Aurora Belo 2019, Larya Malvazija 2022, Amber 2018, Aurora Red 2020, vini corretti e di piacevole beva, aromatici, con evidente mineralità, prima di abbandonare questa casa dai tanti natali internazionali, un sottofondo sonoro di rane, un concerto mai udito prima a rimarcare il caldo asfissiante dei giorni trascorsi.



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