Sono nata e cresciuta in provincia. Solo durante un breve ma significativo periodo a Roma posso dire di aver assaporato davvero la vita di città. Per il resto, sono sempre stata “quella che non è del centro”, non proprio Napoli-Napoli, per intenderci.
Da quando ho un fidanzato, che vive la Città ogni giorno, c’è una frase che mi ripeto spesso. E no, non riguarda i chilometri da percorrere per incontrarci… ma riguarda il cibo. Io ne sono convinta: in provincia si mangia meglio!
In provincia, almeno per ora, non comanda il turismo di massa. In provincia devi volerci andare. Devi spostarti, fare fatica, scegliere. E se scegli di muoverti, deve valerne la pena.

Ed è esattamente quello che succede quando arrivi da Élevage Wine Restaurant, a Trentola Ducenta, in provincia di Caserta: non solo ne vale la pena, ma ti fa anche capire perché qualcuno decide di restare, investire e rischiare lontano dai riflettori del centro città. Proprio come hanno fatto Anna Rancella e Mario Di Gioia, compagni nella vita e in sala, che nonostante le difficoltà hanno scelto di reinventarsi e plasmare la loro identità attraverso questo locale.
Qui chef Vincenzo Cozzolino porta avanti una cucina che spinge al massimo, senza compromessi, in collaborazione con lo chef una stella Michelin Luca Fracassi.
Il loro menù è pensato per chi ha la mente aperta, per chi ha voglia di provare, di fidarsi e di uscire dalla propria comfort zone, senza però dimenticare sapori (e ingredienti) che rendono la cucina campana così familiare.
Ho provato la degustazione da 75 euro a persona: sei portate, con wine pairing (3 calici) e 2 cocktail a 40 euro. Élevage conta oltre 200 referenze di Champagne e circa 700 etichette di vino, frutto della passione di Anna e Mario, coltivata attraverso viaggi, studio ed esperienze.

Ostrica, verza e capperi

Cozza e lattuga di mare

Trottole, granciporro e pecorino

Stoccafisso, purea di limone e cavolfiore

Pomodoro candito, bruciato e fermentato

Crema, porcini e provolone del Monaco
«Ogni piatto ha carattere, ed è questo il bello della degustazione – afferma lo chef Cozzolino – Quando mi chiedono se possono cambiare qualcosa, provo a spiegare che ogni scelta nasce da uno studio. Togliere o aggiungere un dettaglio significa riscrivere il piatto, cambiarne il senso prima ancora del sapore».
Non ho chiesto modifiche a nessun piatto, mi sono lasciata guidare per capire appieno la visione della loro cucina. E in ogni portata ho ritrovato l’amore per il territorio campano e la voglia di osare, senza mai forzare la mano per stupire o cercare consensi facili.

Ho apprezzato in modo particolare l’ostrica con verza e capperi, un piatto che gioca sull’equilibrio tra note vegetali e sapidità, così come le trottole con granciporro e pecorino, dove la dolcezza del crostaceo viene accompagnata dal formaggio senza sovrastarlo. Stessa cosa per le cozze e lo stoccafisso.
Molto interessante anche il lavoro sul pomodoro candito, bruciato e fermentato: un assaggio sorprendentemente dolce e nitido, che restituisce il pomodoro in una forma quasi essenziale.
Il dessert con crema, porcini e provolone del Monaco, invece, è da interpretare bene. Una proposta coraggiosa, che spinge sul confine tra dolce e salato e che, rispetto all’armonia dell’intero percorso, risulta più divisiva. Ma il rischio fa parte del gioco quando si decide di non abbassare l’asticella…
Perché fare una cucina di questo tipo fuori dal centro non è la strada più semplice, ma anche la più coraggiosa e soddisfacente.



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