(Con dedica a Gianmarco Nulli Gennari, epicureo esistente e resistente)
Di recente abbiamo assistito alla presentazione dell’ultimo libro di Massimo Carlotto e il privilegio di cenare allo stesso tavolo. Parlando in generale di letteratura e dei reciproci gusti, è uscito un aspetto che ci ha sorpreso (probabilmente non avrebbe dovuto). Lo scrittore riceve innumerevoli testi di persone in cerca d’affermazione e a suo dire, i più interessanti provengono da autrici. Data la sua inequivocabile esperienza gli crediamo senza dubitarne, ma la cosa ci ha fatto riflettere poiché da forti lettori al maschile dovremmo trarne insegnamento, e perché pensiamo la medesima cosa riguardo al mondo del vino.
Negli ultimi anni, le nostre esperienze più suggestive sono frutto di una declinazione al femminile. Sarà perché nella produzione del vino sono necessarie determinazione, coraggio, tenacia, integrità, peculiarità che unite ad una grande sensibilità emotiva le donne ne sono molto più dotate? Aspetto decisamente importante nel momento in cui il vino ha perso la caratteristica di alimento per tramutarsi in veicolo di gratificazione e creatore di emozioni.

Non facciamo mistero di credere fermamente che in passato – e in parte anche oggi? – non fosse semplice per una “lei” produrre del vino senza subirne le conseguenze, come del resto è accaduto per tante altre questioni. Gli ostacoli di un gretto pensiero machista che solo l’uomo fosse in grado di creare un fermentato d’uva degno di questo nome poteva giungere a rifiutarsi a lavorare per esse.
È ciò che accade a Giuseppina Busolini Petrussa, la mamma di Hilde proprietaria di Vigna Petrussa e ora affiancata nella conduzione dell’azienda dalla figlia Francesca, che si ritrovò a essere viticoltrice per necessità. Eredita la parte spettante dei vigneti alla morte del padre, proseguendo la coltivazione fino a quando nel 1963 rimane vedova.
Non trova nessun uomo italiano disposto a lavorare per lei in quanto ha la grande colpa di essere una donna ed è costretta a varcare un confine solo mentale e recarsi in Slovenia dove inizia la collaborazione con la famiglia del signor Beppi, gli unici in zona disposti ad aiutarla nei lavori sia in vigna che in cantina. Un legame che vive tutt’oggi, dopo tre generazioni, attraverso la figlia Marina, e la nipote Petra.

Il marchio attuale di Vigna Petrussa risale al 1996, ma in precedenza i vini erano etichettati col nome completo di Giuseppina.
Questa produzione di vino al femminile ha oramai circa sessant’anni, vocata soprattutto allo Schioppettino. Il vitigno completamente distrutto dalla fillossera era ritenuto estinto fino a quando rinasce nel 1970 con la scoperta di una decina di piante sopravvissute che furono l’occasione di un rilancio. Nella zona del comune di Prepotto, nella Valle dello Judrio, trova il suo luogo d’eccellenza in terreni costituiti essenzialmente da ponca, strati alternati di marna e arenaria formatesi in periodo eocenico.
La versione che ne fa Vigna Petrussa, un vino meritatamente premiato, lo abbiamo assaggiato e molto apprezzato, durante il recente press tour internazionale sull’Alto Adriatico organizzato e voluto dal giornalista e scrittore Paul Balke.
Tuttavia, a ribadire la pluralità del gusto degli esseri umani e l’esistenza di vini emozionanti a prezzi contenuti, siamo qui a parlare di un altro vino che a nostro avviso è ancora troppo sottovalutato, e che ci ha turbato e stupito per l’eleganza: il Richenza.

Il nome Richenza è un tributo a una nobildonna del popolo germanico dei Longobardi, che si insediarono in Friuli nel 568 d.C., stabilendo nella Cividale dell’epoca la capitale del loro ducato, il primo del Longobardi in Italia. A palesare il legame che Vigna Petrussa intende avere con essi anche un altro vino è a loro dedicato: Desiderio, un bianco da dessert che omaggia l’omonimo re che ha regnato dal 757 al 774 d.C.
E soprattutto lo stemma presente nell’etichette dei vini reca l’immagine di un elmo guerriero longobardo, attualmente conservato presso il Museo Archeologico di Cividale.
Richenza è un blend, o cuvée che dir si voglia, voluto da Hilde Petrussa nel 2000, composto da Friuliano, Malvasia Istriana e Riesling Renano, da uve che effettuano una vinificazione separata con pressatura soffice. Il Riesling proveniente da vigneti con 55 anni di vita, effettua la maturazione in vasca di acciaio per 24 mesi; il Friuliano almeno 7 mesi di botte usata da 30 ettolitri; la Malvasia Istriana da vigneti trentennali, viene elavata in barrique usata per 24 mesi. Successivamente i vini vengono assemblati e affinati per un ulteriore anno in bottiglia.
Fin dal primo sorso ci siamo sentiti estromessi, e ciò che il Richenza 2022 e il nostro intimo si son detti ci è ignoto: lo accettiamo come un atto privato fra il nostro lato femminile e quello di chi l’ha concepito, rispettando il ruolo a noi riservato di vettori e latori di sensazioni olfattive e percezioni palatali palesate (perdonateci l’allitterazione cercata).

Un bouquet complesso, avvolgente, ammalia l’evidenza di una polpa di frutta matura dove crediamo di riconoscere la peche de vigne, l’albicocca, e una succosa susina. Si arricchisce poi di sensazioni morbide di vaniglia e di frutta secca sotto miele, e sullo sfondo qualche traccia di nota vegetale. Al palato è ricco, polputo ma restando un vino decisamente secco la cui morbidezza non si concede a nessuna sgradita dolcezza, con un sorso teso e di grande beva, dotato di personalità e lunga persistenza, e di un inatteso ma del tutto logico finale dedicato al minerale.
Ora, se fosse un vino interamente declinato al fruttato non l’avremmo particolarmente apprezzato perché ciò non rientra nelle nostre preferenze, ma l’eleganza, la finezza e tutto il resto qui incluso ci fa invocare a un fuoriclasse, che ci ha segnato e insegnato molte cose ignave a noi maschietti. E giacché nel mondo la bellezza è ovunque presente ma spesso non riconosciuta oppur non suscita interesse, a noi compete il ruolo di rilevarla e rivelarla laddove la s’incontra.



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