Albamarina e i vini bianchi di Mario Notaroberto: una storia cilentana fatta di vere passioni ed emozioni

di Silvia De Vita

La cantina del “brigante contadino” Mario Notaroberto e l’espressione dei vini bianchi di Albamarina colpiscono nel segno. Una storia tutta cilentana fatta di vere passione ed emozioni quella che andremo a narrare per 20Italie.

I racconti hanno sempre il loro fascino quando consentono di immergersi in atmosfere talvolta lontane nel tempo e nello spazio. Le parole che li compongono assumono peso, circostanze, significati che in contesti diversi avrebbero tutt’altro senso. Le espressioni, le intonazioni, le pause ne arricchiscono enormemente il fascino. E se poi la narrazione è accompagnata da un calice di vino, arricchita da complici sguardi, l’immersione nel luogo e nel tempo è garantita. Silenzi e pause che contribuiscono a condurre il ritmo, la suspense e l’armonia della composizione, come accade in un brano musicale.

Mario Notaroberto – Albamarina

Ci troviamo nel comune di Centola (SA), nella natura selvaggia del Parco del Cilento, lì dove mare e montagna si incontrano in un trionfo di colori che sfumano dal blu profondo del mare al verde intenso della campagna, con spennellate di macchia mediterranea e profumi intensi di salsedine e piante aromatiche.

Il protagonista è Mario Notaroberto – cantina Albamarina proprietario di splendidi vigneti che si affacciano sul golfo di Palinuro. Un terreno noto agli esperti come flysch cilentano, dove lo strato di argilliti e quarziti di origine marina ha l’arduo compito di assorbire l’acqua piovana per poi restituirla nei periodi più aridi. È un piccolo mondo di storie, di vigne e pensieri: una terra di testarde attese e di cuori resilienti.

La roccia è composta da vari livelli di arenaria, argilla, marna, calcare, e qualcuno sostiene, non solo. Nel tratto a largo della costa del Cilento, due giganti sottomarini, il Marsili e il Palinuro, hanno avuto in passato una attività vulcanica imponente, tanto da far supporre ad alcuni studiosi che il suolo possa avere richiami tipicamente vulcanici.

Mario sviluppa qui la sua cantina su 10 ettari vitati, tra Fiano ed Aglianico e altri vitigni autoctoni cilentani e della Campania (Falanghina, Greco e Santa Sofia). Gli impianti sono del 2009 e nel 2012 è avvenuta la prima vendemmia; l’anno seguente Albamarina è comparsa sul mercato con ottimo consenso dalla critica. Il microclima è particolarmente favorevole e si avvantaggia della brezza marina proveniente dal golfo di Policastro protetta dal Monte Bulgheria in un unico abbraccio.

Di strade Notaroberto ne ha percorse molte dal momento che, dopo gli studi di ragioneria e un lavoro proficuo a Napoli, si è trasferito in gioventù nel Lussemburgo spinto forse da questioni di cuore o molto più probabilmente da nuove ambizioni e ricerca di stimoli. Lì apre il Ristorante Il Notaro che conduce al successo rapidamente, arricchendone la cantina con un numero importante di vini, tali da raggiungere negli anni oltre 1450 etichette. Oggi il business in Lussemburgo viene gestito dai figli Livio e Dario che, dopo gli studi alla Bocconi, hanno deciso di seguire le orme del papà.

La passione per il vino nasce in Mario sin da ragazzo, nella vigna di famiglia. Non ha mai saputo che uva il padre coltivasse, ma ha chiaro il ricordo di questo vino rosso da una varietà francese a detta dei genitori, riportata nel Cilento da un compaesano emigrato con dei “maioli”.

Il risultato era di colore tanto scuro da far dannare la mamma quando una sua goccia macchiava la tovaglia. Molti anni dopo, per caso durante un viaggio a Montevideo, scopre che quell’uva era semplicemente il Tanat, vitigno del Sud Ovest francese, molto tannico, con caratteristiche che si collocano a metà strada tra Aglianico e Sagrantino.

La degustazione improntata sui suoi vini è splendida. Con molta generosità alterna il racconto di Albamarina e della sua storia personale a momenti di assaggi delle diverse tipologie di vino della cantina.

Ad aprire le danze Etèl – IGP Campania 2022, Falanghina proveniente per metà dai terreni di Centola ed il rimanente 50% dal Sannio. Il nome del vino richiama il nome del fiume LETE scritto al contrario, sui cui lembi (ben stilizzati in etichetta) si affacciano, a circa 250 mt di altitudine, i vigneti. Il clone utilizzato è quello del Sannio, impiantato nel 2016 e vinificato per la prima volta nel 2021. L’affinamento avviene in acciaio sulle fecce fini per circa 6 mesi, ed in bottiglia per almeno 3 mesi. Vino di carattere, dalle nuance giallo paglierine e naso inebriante di sentori fruttati. Sorso fresco e di buon corpo, ben equilibrato dal gradevole allungo.

Nerbo e prospettive di longevità per il Nylos, IGP Campania 2021, da Greco in purezza. La dedica è a San Nilo, il cui cammino cilentano, in alcuni punti, segue le vigne di Albamarina. Richiama al naso fiori di ginestra e frutta a pasta gialla. Fresco, ben equilibrato e di buona persistenza.

La degustazione continua con il vino storico dell’azienda, il Fiano IGP Valmezzana. Il nome del richiama la località nella quale viene coltivata l’uva. L’etichetta invece evoca una farfalla per simboleggiare un’esistenza effimera e quindi un vino che va bevuto velocemente perché di vita breve. Invece resiste in maniera superba lo scorrere del tempo!

La verticale proposta denota, infatti, tutt’altro. Le diverse annate di Valmezzana 2021 – 2019 – 2014 – 2013 oltre ad impressionare per l’intensità del colore che vira a mano a mano verso il giallo dorato con riflessi ambrati, sviluppano al naso un bouquet di note agrumate, con fiori bianchi, mughetto alpino e balsamicità. Andando indietro con le lancette dell’orologio emergono le sfumature tostate e mielose del Fiano e una mineralità di forte presenza in bocca. Straordinaria l’evoluzione del Valmezzana in versione Magnum.

Ultimo prodotto in degustazione è il Palimiento, che rappresenta per Albamarina un ritorno al legno in fase di fermentazione e un affinamento per almeno 12 mesi in barrique.

Il nome del vino “Palimiento” richiama “I Palmenti”, le vasche o di cemento o scavate nella roccia, che già in tempi antichi venivano utilizzate per la fermentazione del mosto, rievocate e stilizzate in etichetta con un tratto delicato. La presenza del legno nel processo produttivo ha un impatto nobile sul vino. L’esaltazione della macchia mediterranea e la mineralità vengono percepite senza troppe difficoltà, come se le sue botti fossero state immerse in acqua di mare. Una struttura importante accompagnata da una freschezza e una sapidità rendono la beva elegante.

Un nuovo progetto vede l’espressione del Fiano nelle bollicine – Metodo Charmat e Metodo Classico – presto in arrivo al pubblico. Noi abbiamo degustato in anteprima lo spumante brut Metodo Charmat il cui nome “L’eremita” è un omaggio ad una delle frazioni di Futani “Eremiti”. L’etichetta richiama una rete in cui l’eremita si sente intrappolato, come lo spumante quando è chiuso in bottiglia. Dal perlage fine e brillante con piccoli riflessi di luce dorata.  Al naso richiama sentori di agrumi e frutta gialla non ancora matura, arricchiti da piacevoli note floreali e di lievitazione. La beva ha una buona freschezza e finezza; lungo e pulito il finale.

Il mondo dei rossi e rosati di Albamarina meriterà tempo e dedizione in un’altra visita. Si va via consapevoli della magia appena vissuta e nostalgici delle magnifiche sollecitazioni che più volte hanno stimolato piacevolmente i nostri 5 sensi.

Oscar Wilde diceva “The future belongs to those who believe in the beauty of their dreams.”

Mario Notaroberto, ne è l’esempio vivente…

Merci et à la prochaine! Et ce sera bientot.

Chianti Classico: La Sala del Torriano

di Adriano Guerri

Di recente ho approfondito la conoscenza sul meraviglioso areale del Chianti Classico visitando la cantina La Sala del Torriano, grazie all’ottima organizzazione della giornalista Roberta Perna.

Dopo una passeggiata nei vigneti adiacenti alla struttura, abbiamo degustato alcuni dei loro vini di annate diverse, chiudendo la serata con una suggestiva cena a bordo piscina. Qui si trova infatti anche l’agriturismo che mette a disposizione degli ospiti  5 appartamenti, mentre la cantina di vinificazione è a poca distanza da Torriano.

La Sala del Torriano è situata nella sottozona di San Casciano nella parte nord della Denominazione, più precisamente a Montefiridolfi a pochi chilometri dal capoluogo toscano.
Vanta 33 ettari vitati e una estensione complessiva di oltre 70 con oliveti e bosco. I vigneti sono condotti secondo i dettami dell’agricoltura biologica, posti a 310 metri s.l.m. su terreni argillosi ricchi di magnesio e ferro, con presenza di macigno del Chianti. 

Le varietà allevate sono il Sangiovese, protagonista indiscusso del Chianti Classico, Cabernet Sauvignon e Merlot. Un’azienda interamente ad “anima rossista”. Dal 2014 al timone c’è Francesco Rossi Ferrini, che si avvale della preziosa collaborazione dell’enologo Stefano Di Biasi e di Ovidio Mugnaini enologo e agronomo.

Vinificano soltanto il 50 % delle uve prodotte, ricercando le migliori selezioni da ogni vigneto e svolgendo un attento lavoro in cantina con fermentazioni suddivise in piccoli lotti per rispettare al massimo le differenze di espressione. I legni utilizzati per la maturazione del vino sono poco invasivi. Nei loro prodotti riscontriamo finezza e piacevolezza di beva, ma anche buona struttura, facili e belli da ricordare.

I vini degustati

Chianti Classico 2016 – Sangiovese 90% Merlot 10% – Rubino vivace e trasparente, emana note di viola, marasca, prugna, mora e pepe nero, fresco. Avvolgente e lungo all’assaggio.

Chianti Classico 2015 – Stesso uvaggio, con sentori di rabarbaro, arancia sanguinella e spezie dolci. Tannino fresco, setoso e armonioso.

Chianti Classico 2014 – Sangiovese 85%, Merlot 15% – Malgrado l’annata non semplice, il vino risulta agile, sapido e persistente, qualche istante prima al naso rimandava a note di lamponi, rosa, rosmarino, mirto e tabacco.

Chianti Classico Gran Selezione 2018 “Il Torriano” – Sangiovese in purezza. Rubino intenso, dai sentori di violetta, amarena, mora, prugna, bacche di ginepro e sottobosco. Setoso al palato e decisamente persistente.

Chianti Classico Gran Selezione 2016 “Il Torriano” –  Nuance di mora, mirtillo, zenzero, scorza d’arancia e spezie dolci. Grande progressione succosa, appagante ed elegante.

Chianti Classico Gran Selezione 2015 “Il Torriano” – Declinato su rosa canina, ciliegia, confettura di frutti di bosco, arancia sanguinella, polvere di cacao e tabacco. Tannini ben integrati e saporiti.

Pugnitello 5 Filari  Toscana Igt 2020 – Veste color rubino profondo, mentre emergono sentori di mora, ribes nero, alloro, cumino e grafite. Ottima la freschezza e l’immediatezza di bocca.

Liguria: Genova quando il Cuore incontra il mare

di Alberto Chiarenza

Genova, città di naviganti, così affascinante che incanta per storia, cultura e bellezza. Città di porto, crogiolo di influenze e tradizioni che ne fanno un luogo davvero unico al mondo.

Il suo centro storico caratterizzato dai “Caruggi”, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, è un labirinto di stradine strette, piazzette, chiese e i palazzi antichi nascosti, ove si respira l’atmosfera del passato e si odono le canzoni di Fabrizio De André.

Meta di appassionati di mare e di barche oltre che dal turismo della città con numerose attrazioni culturali e culinarie; raramente, però, si sente parlare di Genova come destinazione di un evento dedicato esclusivamente al vino. A questo ha pensato Olga Sofia Schiaffino, già autore di 20Italie, nell’organizzare l’evento della Guida dei Vini del Cuore che si è svolto dal 7 al 8 maggio presso la bellissima cornice dell’Hotel NH Collection Genova Marina.

Quando si parla di cuore il pensiero va all’amore e in questo caso il legame tra il vino e il cuore è dato dal contributo di blogger selezionati. Olga la definisce una guida social: non vengono dati voti, ma solo racconti di storie ed emozioni. Può trattarsi di una bottiglia aperta in una occasione particolare o di una visita in cantina, un racconto emozionale e indipendente dove il blogger non è il protagonista ma soltanto il narrante e racconta le sue impressioni senza dover scendere in descrizioni eccessivamente tecniche.

Giornate ricche di appuntamenti con i produttori e tre masterclass. Il mare incontra il vino nell’elegante cornice del NH Marina Collection Genova, un hotel sul mare affacciato sul porto antico proprio accanto il bellissimo e famoso vascello “Neptune”, utilizzato per numerosi set cinematografici.

Le eleganti sale che hanno ospitato l’evento’ hanno accolto i numerosi partecipanti con vini ai banchi d’assaggio e una vista mozzafiato. Poi nella sala Mediterraneo si sono tenute le tre masterclass di grande spessore.

La prima, condotta dal giornalista Aldo Fiordelli, con 8 vini selezionati e raccontati quasi come un viaggio in Italia. La Leccia, Cantina della Volta, Marisa Cuomo, Colli di Luni , La Salceta, Lecci e Brocchi, Enotria Tellus e Marzocco di Poppiano.

Poi è stata la volta degli Amber Wines, vini senza confine. Il sommelier ed export manager Enrico Cusinato ci ha parlato dei luoghi comuni sui cosiddetti “orange wine”. Il termine orange, amber, macerati o skin contact sono tutti sinonimi di vini di nicchi. Sono prodotti in quantità limitate, crescendo in esperienza, soprattutto nell’affinare le tecniche di vinificazione.

L’ultimo appuntamento è stato un racconto affascinante degli autori del libro “MALVASIA, un diario mediterraneo”, Paolo Tegoni con il fotografo Francesco Zoppi di cui la collega Maura Gigatti ha parlato già nell’articolo MALVASIA un diario mediterraneo – presentazione del libro di Paolo Tegoni.

Varietà dotata di precursori aromatici straordinari; un’uva eccellente dalla quale si possono ottenere vini di grande eleganza e versatilità.

La prima giornata si è conclusa con la Cena di Gala al Rollipop Bistrot con i piatti preparati dal resident Chef Luca Satta.

Antipasto “ribagnun”: la rivisitazione delle acciughe ripiene che in dialetto genovese si chiamano bagnun.

Per primo il risotto Pasqualina, ispirato alla torta di verdure ed un secondo composto da filetto di ombrina, puntarelle e salsa alla mugnaia.

Il dolce, una delizia per occhi e palato, è il “sasso di panera”. Due semifreddi al caffè ricoperti di cioccolato fondente, poggiati su una granella di caffè e spolverati sempre con polvere di caffè.

Non ci resta che aspettare la terza edizione della Guida dei Vini del Cuore, che sarà ulteriormente arricchita e piena di spunti interessanti, visto che i vini che ogni autore potrà descrivere saranno sette invece di tre. Tante le novità allo studio da parte dell’Organizzazione che ha fatto un lavoro egregio e di grande qualità.

Le cantine partecipanti all’evento

Andrea Bruzzone (Liguria)

Cà du Ferrà (Liguria)

Cantina della Volta (Emilia-Romagna)

Cantina di Vicobarone (Emilia-Romagna)

Casale Azienda Agricola (Toscana)

Crotin 1897 (Piemonte)

Enotria Tellus (Veneto)

Eraldo Dentici (Umbria)

Il Paluffo (Toscana)

John Maiolo (Piemonte) *

La Leccia (Toscana)

La Pietra del Focolare (Liguria)

La Salceta (Toscana)

Lecci e Brocchi (Toscana)

Marisa Cuomo (Campania)

Marzocco di Poppiano (Toscana)

Podere Casina (Toscana)

Podernuovo (Toscana)

Ramoino (Liguria)

Tröpflthalof (Trentino-Alto Adige)

Vini Moras (Campania)

Freschi&Bufano Wine Merchants (Svizzera) con le cantine ospiti:

Fattoria Pagano (Campania)

La Badiola (Toscana)

Piccoli (Veneto)

Tenuta del Vallone Rosso (Sicilia)

Liquorificio Fabbrizii (Liguria)

Tra questealcune che mi hanno emozionato particolarmente senza un ordine di preferenza.

Inizio con Pierin il Barolo secondo John Maiolo, un produttore di Monforte D’Alba, presente con tre referenze del famoso rosso piemontese, il Langhe Rosso, il Langhe Nebbiolo e il grande Barolo Pierin 2016 e 2017. Tre vini di grande eleganza dove le attente selezioni delle uve e le basse rese fanno la differenza.

Dal Veneto l’azienda Piccoli con le bellissime etichette di rose colorate del Valpolicella Superiore DOC Rocolo, il Valpolicella Superiore Ripasso DOC Caparbio e AMARONE della Valpolicella DOCG La Parte.

Sempre dal Veneto una giovane realtà enoica di Fabio Lucchese e Anita Abazi. Le bottiglie si distinguono per le etichette molto colorate e decisamente originali, che sembrano opere d’arte. Parliamo di Enotria Tellus, la cantina inaugurata nel 2016. Vini di un’eleganza sorprendente che ho apprezzato molto.

Rimanendo sui grandi rossi, era presente la Cantina Podernuovo rappresentata da Roberto Mercurio, con il Brunello di Montalcino, Orcia Rosso DOC Il Primo, Orcia Rosso DOC Nectar, Toscana IGT Il Moro e Toscana IGT bianco Gemma. Vini fatti con cura, dove il progetto enologico di fare vini longevi, si ritrova alla beva non solo con la componente fresca ma con un corredo gusto-olfattivo decisamente interessanti.

Cantina Della Volta dall’Emilia, una Cantina che si è dedicata dal 1981 alla spumantizzazione con Metodo Classico di Chardonnay e Pinot nero, oltre al famoso Lambrusco di Sorbara nella versione Lambrusco Spumante metodo Classico. Quando si inizia una degustazione si predilige la bollicina per poi procedere con i fermi. Più volte durante la degustazione sono tornato invece a provare i loro spumanti.

Dall’areale Valdarno di Sopra era presente la Cantina La Salceta, con vini a base di Sangiovese e Cabernet Franc sia in purezza che in blend. Parlando con il produttore, Ettore Ciancico, uomo dalla grande personalità, mi ha parlato del progetto che lo sta portando a studiare un vitigno autoctono quasi sconosciuto e riscoperto da pochi anni e che darà vita a un vino bianco rarissimo: l’Orpicchio.

Ancora Toscana, nel Chianti Classico, con Lecci e Brocchi, realtà immersa in un territorio vocato grazie alla grande biodiversità di Castelnuovo Berardenga.

Dalla terra del Montefalco Sagrantino era presente Eraldo Dentici con i suoi vini di produzione “naturale” bilanciati da buona freschezza e avvolgenza al tempo stesso.

Il Nuovo Liquorificio FABBRIZII in Val d’Aveto nell’ entroterra di Genova è una Azienda di produzione di liquori artigianale che rinasce dal ricettario ritrovato dalla famiglia, appartenente a Giovanni Fabrizi che vendeva liquori in Liguria e Italia settentrionale fino al 1940. Ora è la pronipote Laura a seguire la produzione che vanta una vasta gamma di prodotti di assoluta qualità e bontà.

Cà du Ferrà, produzione di nicchia posizionata nella zona delle Cinque Terre in Liguria, dove la valorizzazione di vitigni antichi e autoctoni è stato il progetto fondamentale della Cantina. Sono il Ruzzese, il Rossese Bianco, il Picabon e l’Albarola Kihlgren le varietà che danno vita a vini di grande eleganza grazie al lavoro svolto dagli enologi, Barbara Tamburrini e Vittorio Fiore.

Non ci resta che attendere la prossima edizione della Guida dei vini del cuore in cui troverete anche i sette vini che ho appositamente selezionato.

Ora i link delle aziende citate

I Vini Del Cuore – https://associazioneampelos.it/

Andrea Bruzzone (https://andreabruzzonevini.it)

Cà du Ferrà (http://caduferra.wine/it/)

Cantina della Volta (https://cantinadellavolta.com)

Cantina di Vicobarone (https://www.cantinavicobarone.com)

Casale Azienda Agricola (http://www.casalewines.com)

Crotin 1897 (https://www.crotin1897.com)

Enotria Tellus (https://www.enotriatellus.it)

Eraldo Dentici (https://www.eraldodentici.com)

Il Paluffo (http://ifiassociazione.it)

John Maiolo (https://www.johnmaiolo.com/barolo/maiolo/pierin/) *

La Leccia (https://www.castellolaleccia.com)

La Pietra del Focolare (https://www.lapietradelfocolare.it)

La Salceta (https://www.lasalceta.it)

Lecci e Brocchi (https://www.vinolecciebrocchi.it)

Marisa Cuomo (https://www.marisacuomo.com)

Marzocco di Poppiano (https://www.marzoccopoppiano.it/it/)

Podere Casina (https://www.poderecasina.com/it/azienda/vino/)

Podernuovo (https://www.podernuovovini.com)

Ramoino (https://www.ramoinovini.com)

Tröpflthalof (https://www.bioweinhof.it/it/)

Vini Moras (https://www.vinimoras.it)

Freschi&Bufano Wine Merchants (https://www.freschibufano.ch/it/freschibufano-i-mercanti-del-vino/)

Fattoria Pagano (https://www.fattoriapagano.it)

La Badiola (https://www.labadiola.it)

Piccoli (https://www.piccoliwine.it)

Tenuta del Vallone Rosso (https://www.tenutadelvallonerosso.com)

Liquorificio Fabbrizii (https://www.liquorificiofabbrizii.com) AccessoriDa Vino (https://www.accessoridavino.com)

Puglia: il racconto del tour organizzato dal Consorzio di Tutela Vini D.O.P. Salice Salentino

di Luca Matarazzo

Puglia. Nell’immaginario collettivo la mente va subito alle spiagge bianche, al mare cristallino, al ballo della taranta, al vento e al buon cibo. Senza dimenticare il vino che tanto bramiamo raccontare tra le pagine di 20Italie.

Puglia, però, significa tante denominazioni di origine. Molteplici sfaccettature della stessa medaglia, ognuna con la sua storia da raccontare. Tra di esse parleremo dello sforzo comunicativo attuato dal Consorzio di Tutela Vini D.O.P. Salice Salentino nell’offrire la visione dello stato attuale produttivo, tra le province di Lecce (Salice Salentino, Veglie e Guagnano), Brindisi (San Pancrazio Salentino e San Donaci) e parte del territorio comunale di Campi Salentina in provincia di Lecce e Cellino San Marco in provincia di Brindisi.

Una zona apparentemente ricca in termini numerici con circa 1670 ettari vitati iscritti e ben 42 cantine impegnate nella produzione di 110 mila ettolitri di vino. A visualizzare la cartina geografica colpisce l’estensione del territorio riversato giusto al centro, a mo’ di cuneo, tra una sponda e l’altra dei mari che bagnano la regione: Adriatico e Ionio.

Urgeva, dunque, una visita in loco per vedere di persona la bellezza degli alberelli di Negroamaro, forma di coltivazione a forte rischio di scomparsa, le tante meraviglie del archeologiche e capire il sacrificio di chi cerca di lavorare con passione, non pensando alla quantità come nel passato. Un confronto virtuoso tra realtà di medie dimensioni – difficile trovare aziende di pochi ettari, per retaggio del latifondismo e per il costo relativamente basso dei terreni agricoli – e Cooperative vitivinicole di ampio respiro che stanno attuando accorgimenti in positivo sulla filiera.

Tutto ciò è stato reso possibile anche grazie al contributo del Masaf, ai sensi del decreto direttoriale n.553922 del 28 ottobre 2022 (cfr. par. 3.3 dell’allegato D al d.d. 302355 del 7 luglio 2022); non possiamo che rallegrarci di simili iniziative. Tutto bene quindi? La risposta che usiamo utilizzare in tali frangenti è: dipende! Di certo l’impressione avuta di primo impatto spinge verso una vena di profondo ottimismo, pensando ai trascorsi in chiaroscuro che ha vissuto l’areale.

Resta la necessaria e ulteriore valorizzazione del principe di queste zone: quel Negroamaro, capace di emozionare esaltandosi nelle versioni in rosa e sublime nei rossi a patto di non mostrare eccessive estrazioni e muscoli. A tal scopo, il dibattito in seno al Consorzio sta portando a una radicale modifica del disciplinare con l’inserimento di una nuova versione da minimo 85% di Negroamaro e maturazioni soft unicamente in tini di acciaio. Forse non basterà, ma è un primo passo compiuto non certo per condannare quanto fatto finora, quanto piuttosto per spiegare una nuova visione stilistica. A parere del sottoscritto, comunque, l’uso del legno in affinamento per una varietà così instabile nel colore e difficile da domare nei profumi può essere un valore aggiunto (se utilizzato cum grano salis).

Partiamo nel tour da Apollonio, azienda del 1870 certificata tra quelle storiche del Comprensorio. I fratelli Marcello e Massimiliano hanno cominciato a imbottigliare dagli anni ’60 del secolo scorso, con un successo commerciale raggiunto in 40 Paesi.

Scenografica la cantina sotterranea ricavata da antiche vasche di cemento, così come validi i prodotti offerti tra i quali spicca il rosato Diciotto Fanali 2019, selezione delle uve migliori da vecchi impianti di Negroamaro ad alberello con palo di sostegno. Ottima la progressione tra note di macchia mediterranea, liquirizia e frutta di bosco matura.

Proseguiamo con Cantina Cooperativa Vecchia Torre a Leverano, composta attualmente da 1240 soci aderenti per quasi 1500 ettari vitati. Pensando ai 44 conferitori del 1959, tra cui v’erano due donne e persino un sacerdote, sembra un altro mondo.

Straordinaria l’idea di presentare un Vermentino 2022, varietà qui consentita, interessante e dinamico. Danza tra salvia, pera williams e fiori di zagara. Ottimo il rapporto qualità-prezzo, riservato anche al Salice Salentino Riserva 2016 dal tannino setoso e integrato.

Claudio Quarta e la figlia Alessandra sono l’emblema di come si possa fare ricerca, sperimentazione, con un occhio alle tradizioni e uno fisso al futuro. Cantina Moros, giovane realtà, dimostra già di essere un’azienda dal potenziale ragguardevole, persino trainante per l’eccellenza del suo metodo produttivo.

Al momento un’unica sublime etichetta, degustata in 2 annate molto diverse: il Moros Salice Salentino Rosso Riserva 2018 è scuro e potente, denso e maturo. Meglio performante l’anteprima 2019 elegante, di impronta da grande rosso di carattere e serbevolezza.

Il mito Leone de Castris meriterebbe un intero articolo dedicato solo alla storia leggendaria che li ha condotti a esser i primi imbottigliatori e commercianti di rosato in Italia. Five Roses resiste inossidabile dal 1943, più identitario nello standard rispetto a quello “Anniversario”.

Piernicola Leone de Castris può andar fiero dell’opera del suo staff e del progetto Per Lui, che tra le tante versioni presenta anche un Salice Salentino Riserva 2019 avvolgente, grazie a un lieve appassimento delle uve in pianta.

Ci avviamo verso la conclusione del viaggio, con la doverosa tappa alla Cantina Cantele, accolti da Gianni Cantele erede di una dinastia di commercianti di vino e adesso a capo di un’impresa conosciuta in tutto il mondo. Il padre, enologo di fama, sul finire del secolo scorso ha rivoluzionato il concetto di fare Chardonnay in Puglia.

Gianni ne ha seguito le orme stilistiche, proponendo un Metodo Classico Rohesia Pas Dosé millesimo 2016 – sboccatura febbraio 2022 – dalle nuance speziate e fini, con mortella, ribes rosso e pasticceria finale. Impressionante il Teresa Manara Salice Salentino Riserva 2020 che uscirà entro fine 2023. Leggera surmaturazione, balsamico e succoso al punto giusto, dalla trama antocianica compatta. Puro velluto.

Terminiamo con la Cooperativa San Donaci e il vulcanico presidente Marco Pagano. Estensioni più ridotte rispetto alle sue omologhe, ma importante attività di presidio, soprattutto per quanto concerne la tutela dell’alberello di Negroamaro. Molto parcellizzata tra la Provincia di Brindisi e di Lecce, con appezzamenti belli e selvaggi in cui passeggiare diventa un lusso per gli occhi.

E che dire della cantina di affinamento sotterranea, anche questa ricavata dalle vecchie vasche di cemento utilizzate nel passato.

Ottima interpretazione dei rosati, non solo dal vitigno cardine per la zona, ma anche dal Susumaniello, delicato e sempre più ricercato dagli estimatori.

Lu Salentu: lu sule, lu mare, lu ientu“.

#riveLAZIOni: il progetto comunicativo dell’Associazione Le Donne del Vino

di Alberto Chiarenza

#riveLAZIOni è il progetto messo in campo dall’ Associazione Nazionale Le Donne del Vino delegazione del Lazio, organizzato insieme all’Agenzia di Stampa MG Logos di Maria Grazia d’Agata e Stefano Carboni.

Chi sono le Donne del Vino del Lazio? Un’Associazione no profit che conta su una rete di socie di diverse figure professionali legate al vino: produttrici, enologhe, sommelier, giornaliste, esperte di marketing e comunicazione.

La Delegazione Lazio conta circa 70 socie di cui 23 produttrici di vino ed è rappresentata dalla Delegata, la giornalista Manuela Zennaro e dalla Vice Delegata, Avv. Floriana Risuglia, che fanno un lavoro encomiabile per la promozione delle attività associative.

Foto Delegata Manuela Zennaro

“Custodi di tradizioni, si dedicano all’arte di assemblare passioni, con mano esperta guidano le fermentazioni, per dare al mondo nettare di emozioni”.

Poesia, bellezza, gentilezza, ma anche tanta determinazione. Il progetto #riveLAZIOni lo dimostra e, il tour per le cantine ha messo in evidenza ‘amore per il lavoro che viene quotidianamente svolto con tanti sacrifici e ritmi segnati esclusivamente dalla natura.

Un tour suddiviso in tre tappe di tre giorni ognuno, che ci ha portato a conoscere tante realtà al femminile. La prima tappa, di tre giorni intensi, è stata ricca di emozioni e di conoscenze, vecchie e nuove, condivise con il collega Morris Lazzoni, per le Cantine dei Castelli Romani fino alla Tuscia nel Nord della Regione Lazio.

Foto Morris Lazzoni e Alberto Chiarenza autori di 20Italie

Ecco le protagoniste

  • Rossella Macchia – Cantina Poggio le Volpi;
  • Sara Costantini – Cantina Villa Simone;
  • Chiara Iacoponi – Cantina Eredi dei Papi;
  • Cristina Piergiovanni – Cantina Casale Vallechiesa;
  • Maria Laura Cappellini – Cantina Cifero;
  • Giulia Fusco – Cantina Merumalia;
  • Federica Ciucci – Cantina Bio Ciucci;
  • Tiziana Sallusti – Cantina Terre D’Aquesia;
  • Matilda Pedrini – Cantina Borgo del Baccano.

Descrivere nove realtà In un articolo, vi assicuro, non è semplice perché per ognuna ci sarebbe da dire molto. Tutte rappresentano un universo di storia e di eventi, di vini e uve, dalle caratteristiche completamente diverse. Ecco perché mi limiterò solo ad alcune cantine, mentre le altre le avete già lette nel precedente articolo di Morris.

Il tour ha inizio da Monte Porzio Catone, il paese alle porte della Capitale dedicato al grande oratore romano Marco Porcio Catone, proprio dalla Cantina Poggio le Volpi, dove siamo stati accolti da Rossella Macchia responsabile della comunicazione. 

Vini in degustazione:

  • EPOS – Frascati Superiore DOCG Riserva
  • ROMA DOC Rosé
  • DONNALUCE
  • ROMA DOC Rosso
  • ROMA DOC Rosso Riserva – Edizione Limitata.

La seconda sosta è stata la Cantina Villa Simone della famiglia Costantini, storici produttori del vino Frascati. È Sara Costantini a fare gli onori di casa e a parlarci della sua famiglia, della cantina e dei loro vini che abbiamo provato nella nuova sala degustazione proprio accanto alla grotta. Insieme a Sara, troviamo anche Chiara Iacoponi della Cantina Eredi Dei Papi, emozionandoci con la storia che ha portato lei e il fratello Lorenzo a cambiare il loro percorso di vita.

Vini in degustazione

  • Villa Simone – Spumante Brut, Metodo Charmat
  • EREDI DEI PAPI – Fuori Onda Rosé Brut Metodo Classico
  • EREDI DEI PAPI – ALBAGIA ROMA DOC Malvasia Puntinata
  • Villa Simone – Villa dei Preti Frascati Superiore DOCG
  • EREDI DEI PAPI – GALATEA Malvasia Puntinata
  • EREDI DEI PAPI – Composto Lazio IGT
  • Villa Simone – LA TORRACCIA
  • EREDI DEI PAPI – NERALBO SYRAH Edizione Limitata
  • Villa Simone – Ferro e Seta
  • Villa Simone – Cannellino di Frascati DOCG 2017

La giornata si è conclusa proprio al centro di Frascati, al ristorante Na’ Fojetta. Una “fojetta” era la misura di mezzo litro di vino a Roma e ai Castelli Romani al tempo dello Stato Pontificio, soprattutto nelle osterie. Posto caldo e accogliente, con piatti tipici della cucina romana come la famosa “Vignarola” rivisitata con le linguine e altre leccornie.

Dopo la pioggia del giorno precedente, il sole è sorto splendente mostrandoci in tutta la loro bellezza i colori e i profumi primaverili dei vigneti di Casale Vallechiesa. Oltre al sole, splende anche il sorriso di Cristina Piergiovanni che ci aspetta tra le sue splendide rose che sono a capo dei filari e ci porta alla scoperta della realtà della sua cantina storica di Frascati, che produce vino dagli inizi del 1900 grazie al capostipite Aristide Gasperini, che portava il vino alle osterie di Roma con il carretto trainato dai cavalli. In realtà la loro storia di agricoltura e produzione di vino risale agli inizi del 1800 nelle Marche.

Il nome Casale Vallechiesa deriva da una antica strada romana ritrovata tra i vigneti che era percorsa dai fedeli per le processioni dove probabilmente, il Casale si trova nella zona dove un tempo vi era una chiesa. La superficie vitata è di 13 ettari. Il ridente paesaggio collinare visto dall’alto ci permette di godere di strisce di vigne che si alternano su più livelli.

Scendendo ancora un altro tornante della collina, arrivando al vigneto sottostante, è possibile vedere una grotta scavata nel suolo vulcanico dove all’interno sono evidenti gli strati delle colate laviche avvenute centinaia di migliaia di anni fa. Nell’insieme, la superficie vitata è di 13 ettari.

Nella cantina osserviamo le tecniche di vinificazione molto improntate sulla integrità delle uve dalla vigna fino alla pressatura per poi avere dei processi di vinificazione, il cui progetto enologico è quello di conferire eleganza e pulizia, producendo vini di grande pregio che personalmente ho apprezzato molto.

Vini in degustazione

  • LE RUBBIE, Frascati DOC;
  • HEREDIO, Frascati Superiore DOCG;
  • SOLO MIA, Malvasia Puntinata;
  • HEREDIO RISERVA, Frascati Superiore DOCG Riserva;
  • CANNELLINO, Cannellino di Frascati DOCG.

La Cantina Cifero ha origine nel 1958 quando il nonno di Maria Laura Cappellini, decide di investire tutto acquistando campi da coltivare in controtendenza con quello che stava accadendo nel dopoguerra, ovvero l’abbandono delle campagne per trasferirsi in città alla ricerca di un posto fisso.

Partendo da questa storia, è da quell’appezzamento che Maria Laura insieme al fratello, dal 2010 decide di avviare una Cantina con il soprannome del nonno, “Cifero”. L’azienda si trova al confine tra il Comune di Colonna e il Comune di Zagarolo in una zona pianeggiante ma a 350 m s.l.m con una superficie di circa 35 ettari  di cui 10 vitati e 15 a kiwi. Da qui si scorge un panorama mozzafiato su Roma e i Castelli Romani.

I vecchi impianti a tendone sono stati sostituiti da  un allevamento a controspalliera a gouiot con rese molto basse, raccolta manuale in cassette, 20/25.000 bottiglie anno . Vitigni autoctoni come Cesanese e Malvasia Puntinata, vitigni nazionali come Vermentino e Sangiovese, infine vitigni internazionali come Sauvignon Blanc e Syrah. I vini che stanno sviluppando un bel potenziale sono eleganti e ben fatti e sono certo che si sentirà molto parlare di loro.

Vini in degustazione

  • Vermentino Lazio IGT;
  • ROMA DOC Bianco Malvasia Puntinata;
  • Sauvignon Blanc Lazio IGT;
  • Cesanese Lazio Rosso IGT.

Percorrendo Via di Pietra Porci, nelle campagne di Frascati, si sale lungo un pendio della zona che una volta era l’antico lago Regillo e si arriva alla Cantina Merumalia. Un piccolo paradiso da dove si scorge tutta la vallata piena di vigneti con lo sguardo che arriva fino a vedere la Capitale. Un panorama che al tramonto regala emozioni uniche che scaldano il cuore e l’anima. Giulia Fusco ci racconta la storia della sua cantina, che è legata con la storia della sua famiglia.

La storia inizia proprio da qui, dalla terrazza da cui si gode del meraviglioso panorama. Qui il papà di Giulia, osservando il panorama, se ne innamora e decide di comprare la tenuta con la volontà di fare vino. Viene costruita la nuova cantina con tecniche innovative e naturali, preservando il territorio integrando la stessa nella collina. Le vigne sono coltivate secondo il regime biologico ma soprattutto sono improntate alla sostenibilità. Il lavoro in vigna è affidato a un agronomo esperto e la raccolta dell’uva viene fatta esclusivamente da donne.

La degustazione dei vini è stata accompagnata da un delizioso pranzo preparato per l’occasione a base di prodotti locali del circolo Slow Food.

I vini in degustazione

  • ORMAE Malvasia Puntinata Lazio Bianco IGT
  • PRIMO Frascati Superiore DOCG Malvasia Puntinata 2021
  • PRIMO Frascati Superiore DOCG 70% Malvasia Puntinata, Greco e Bombino;
  • LIVIA Shyraz Lazio Rosso IGP
  • CANTO Cannellino di Frascati DOCG 2019

Esplorando Tuscolo: Un viaggio nella storia e nella natura

Tusculum è un luogo incantevole che offre un’esperienza unica, sia partecipando alle numerose iniziative che animano il sito, soprattutto durante la bella stagione, sia semplicemente godendosi liberamente questo angolo di natura. Il percorso di visita ti condurrà lungo antiche vie basolate, tra i resti degli edifici del foro e fino al teatro romano, il monumento più emblematico e rappresentativo. Costruito nella prima metà del I secolo a.C., durante il periodo di massima fioritura della città, il teatro romano poteva ospitare fino a 2000 spettatori. Oggi, è ancora possibile ammirare la sua maestosità e assistere a rappresentazioni teatrali legate alla tradizione del teatro classico, spettacoli musicali ed eventi culturali. È un luogo affascinante che ci riporta indietro nel tempo, consentendoci di immergerci nella grandezza dell’antica Roma.

La cena al Ristorante Contatto è stata un vero percorso esperienziale che è iniziato con la visita delle grotte sotterranee dove, nelle nicchie in cui una volta veniva conservato il vino. Lo Chef Luca Ludovici ha raccontato la sua storia e la filosofia in cucina, facendoci immergere gradualmente nei sapori che sa regalare con sapiente conoscenza delle materie prime.

Le grotte di materia lavica, sono un elemento fondamentale della preparazione degli ingredienti che qui vengono lasciati, anche per mesi così da assorbire tutti gli aromi che conferiscono sentori di affumicatura. L’ambiente raffinato è arricchito da quadri d’autore che donano un connubio perfetto tra cibo e arte, dove il cibo non è soltanto considerato un alimento, ma una vera e propria emozione sensoriale. Gli abbinamenti dei piatti ai vini delle Donne del Vino è stato perfetto.

Federica Ciucci è la quarta generazione di una famiglia di agricoltori. L’Azienda Ciucci nasce agli inizi del novecento con il bisnonno con una produzione di seminativi su grande scala.

L’A1 – Autostrada del Sole – attraversa sinuosa le campagne della Tuscia quando giungendo ad Orte, si scorge uno sperone di roccia tufacea sul quale è poggiato il borgo della omonima cittadina. Raggiunto il punto indicato troviamo una strada bianca che sale su per la collina e arrivati al casale della Azienda Bio Ciucci incontriamo Federica Ciucci, Tiziana Sallusti della Cantina Terre D’Aquesia e Matilda Pedrini della Cantina Borgo del Baccano.

Oltre alla degustazione dei vini delle tre produttrici, abbiamo poi visitato il frantoio dove il personale ha preparato dalle pizze cotte con il forno a legna, alle pietanze, fino ai dolci.

Vini in degustazione

  • Ciucci Malvasia Puntinata Lazio Bianco IGT;
  • Ciucci Violone;

Orte Sotterranea è un dedalo di cunicoli che erano i condotti delle cisterne fungenti da riserva idrica. Inizialmente ideati dagli etruschi, sono stati migliorati dai romani fino al medioevo, quando gli abitanti del paese hanno utilizzato gli spazi sotterranei anche per conservare il vino. Durante il secondo conflitto bellico sono stati utilizzati anche come rifuggi, per poi tornare ad essere impiegati nuovamente come cantine, nel dopoguerra. Oggi l’Associazione Proloco ne cura le visite, e grazie alla guida che è stata veramente coinvolgente, abbiamo potuto vedere anche due musei.

Vorrei ringraziare tutte Le Donne del Vino del Lazio e in particolar modo la Delegata Manuela Zennaro e la Vice Delegata Floriana Rusuglia, che hanno contribuito in modo determinante al successo della loro Delegazione.

Il Cesanese: una varietà che cresce in una terra fatta di storie antiche

di Olga Sofia Schiaffino

Alla scoperta della Ciociaria e dei suoi prodotti enogastronomici insieme a Le Donne Del Vino del Lazio

– parte prima –

Grazie alla passione e al lavoro di vignaioli illuminati si è assistito negli ultimi dieci anni alla promozione della conoscenza del vitigno Cesanese, che è intimamente legato con una terra ricca di storia e di bellezze naturali e artistiche.

La Ciociaria prende il nome dalle “ciocie”, le calzature che indossavano i pastori e i contadini dei territori che oggigiorno sono delimitati dai Monti Ernici, dal versante interno degli Ausoni e parte dei Lepini e la Valle del Sacco,rappresentato  grosso modo dalla zona compresa tra Piglio, Paliano, Serrone, Acuto prossimi alla città di Frosinone.

Il 6 giugno è iniziato un press tour ricco di appuntamenti, di esperienze e di visite in cantina, promosso dalla Associazione Le Donne del Vino del Lazio, di cui Manuela Zennaro è Delegata, in collaborazione con Regione Lazio.

La prima cantina ad accoglierci è stata Casale della Ioria, azienda che possiede circa 38 ettari vitati in conduzione biologica nella zona del Cesanese del Piglio Docg. Marina e Paolo Perinelli sono stati molto cordiali e hanno raccontato con passione il loro impegno nella produzione del vino, accompagnati dai figli, che curano la parte agronomica ed enologica.

Un grande leccio secolare sembra voler dare una benevola protezione ai visitatori. Di maestosa bellezza, viene a essere rappresentato sulle etichette della produzione della cantina. Il Cesanese di Affile è sicuramente il protagonista assieme alla Passerina.

La degustazione è iniziata con un metodo Martinotti davvero piacevole, Cesanese Lazio Igp Brut: bollicina perfetta come colonna sonora dell’estate.

Campo Novo2020 è la versione più fruttata vinificata totalmente in accaio. Etichetta molto invitante, nel calice si apprezza un vino dal colore rosso rubino e un profilo olfattivo che rimanda alla rosa, alla ciliegia e al lampone. Tannino di trama serica. Pulito, bello croccante.

Torre Del Piano 2017 è un Cesanese Superiore che si ottiene selezionando i migliori grappoli da appezzamenti su suoli vulcanici; dopo la fermentazione in acciaio, riposa in barrique per circa 8 mesi e segue un periodo di affinamento in bottiglia. Al naso si apprezzano sentori di gelatina di ciliegia, prugna, vaniglia, arancia sanguinella, tabacco, cacao. Tannino preciso e chiusura sapida.

Casale della Ioria 2020 è ottenuto da uve che maturano su suoli argillosi; terminata la macerazione in acciaio il vino riposa in botti di rovere da 20 ettolitri. Corredo olfattivo che rimanda a note balsamiche, lentisco, marasca, peonia ed erbe selvatiche. In bocca è secco, con un tannino delicato e la chiusura è sapida. Sempre dai terreni argillosi nella zona di acuto, a 260 mt slm si ottiene un vino senza solfiti aggiunti, Cesanese del Piglio Docg Zero Solfiti, ottenuto da uve perfettamente sane, lavorate in acciaio.

Dopo il pranzo, durante il quale ho potuto assaggiare delizie locali, è stata presentata l’opera di un pittore locale, Antonio Menenti che ha partecipato con le sue opere alla Biennale di Venezia nel 2007. La professoressa Mirella tomaselli ha inoltre affascinato la platea con alcuni aneddoti storici su Anagni e il comprensorio: non solo buon vino ma una full immersion nella cultura.

La seconda tappa del tour ha portato il nostro gruppo all’azienda L’Avventura. Il racconto della nascita della cantina è davvero coinvolgente, perché gli attuali proprietari, provenienti da mondi completamente diversi, si sono innamorati della vigna e come un “azzardo” hanno deciso di intraprendere questa avventura acquistando i primi vigneti, approssimativamente 8 anni fa.

Azienda biologica e sostenibile, segue e applica i metodi dell’Agricoltura Organica Rigenerativa. Bellissimo il Wine Resort Casale VerdeLuna finito nel 2019, dopo una ristrutturazione del vecchio casale in pietra, immerso totalmente nei vigneti dove si coltiva il Cesanese di Affile e il Cesanese Comune. Il primo si riconosce per gli acini più piccoli e neri, rispetto alla variante comune, viene vendemmiato nella prima metà di ottobre e si ottengono solitamente vini longevi.

Durante la splendida cena allietata dai canti di un gruppo folcloristico ciociaro gli Hernicantus di Palliano, abbiamo potuto assaggiare la produzione dell’azienda, raccontata da Stefano e Gabriella. Dopo aver iniziato con un metodo classico si è proseguito con Saxa, una Passerina in acciaio delicata e fedele alle caratteristiche del vitigno per poi proseguire con Con Te Lollo, che dimostra un struttura e una maggiore complessità.

Campanino è un blend composto da Cesanese di Affile 50% e Cesanese Comune 50%; fermentazione con lieviti indigeni  e maturazione in acciaio. Dinamico, croccante e succoso.

Picchiatello è ottenuto da 100% Cesanese di Affile coltivato su suoli argillosi; lieviti indigeni a temperatura controllata,in acciaio poi il 30% della massa prosegue la maturazione in acciaio mentre il 70% in botte grande per 12 mesi, seguiti da 2 mesi in bottiglia. Bellissima pulizia al naso con una nota balsamica importante, decisamente gradevole e una retro etichetta che fa sognare e che commuove, un vino del cuore.

Amor è un Cesanese di Affile in purezza che cresce su suoli argilloso-calcarei: fermenta in acciaio e sosta sei mesi in barrique. Il timbro del varietale non viene perso, si apprezzano al naso sentori di ciliegia matura, prugna cacao e una nota fumée.

Camere Pinte dopo la fermentazione alcolica, matura in barrique e tonneau per 14 mesi, a cui seguono 10 mesi di bottiglia. Al naso la frutta volge verso la confettura, il tannino è sempre perfettamente cesellato e integrato. Grande persistenza e respiro.

Una giornata intensa, trascorsa in compagnia di persone e vini che hanno lasciato un segno nel cuore e nell’anima. E non finisce qui…

Consorzio Vini Doc Grance Senesi: il racconto della Masterclass

di Adriano Guerri

Il Consorzio Vini Doc Grance Senesi, lo scorso 29 maggio, ha organizzato una Masterclass con 5 tipologie appartenenti alla denominazione di origine Grance Senesi

L’evento si è svolto presso la cantina della Tenuta Armaiolo di proprietà della famiglia Giovannini, a poca distanza dal centro abitato di Rapolano Terme (Si).  Guidata magistralmente da Gianluca Grimani, esperto degustatore e docente dei corsi AIS (Associazione Italiana Sommelier), la degustazione è stata preceduta da una panoramica sulla denominazione con l’intervento dei produttori presenti. 

La denominazione di origine controllata Grance Senesi è l’ultima nata in provincia di Siena e risale al 2010. Comprende l’area geografica dei comuni di Asciano, Rapolano Terme, Murlo, Monteroni d’Arbia e una parte del territorio Sovicille, tutti in provincia di Siena.

L’unico lembo di terra in provincia di Siena che era rimasto fuori dalle denominazioni, infatti a poca distanza si trovano le zone vitivinicole del Chianti Classico, del Nobile di Montepulciano, del Brunello di Montalcino e dell’ Orcia.

Il nome “Grance” deriva dalla presenza di queste fattorie fortificate sul territorio che nell’antichità gestivano i vasti possedimenti terrieri  ed erano dotate di ampi granai e cantine utili a immagazzinare e custodire i prodotti agricoli di appartenenza dello Spedale di Santa Maria della Scala di Siena.

Una piccola enclave di rara bellezza, da sempre vocata per la coltivazione della vite. Le altimetrie sono variabili, dai 400 ai 500 metri, con forti escursioni termiche tra le ore diurne e notturne. I suoli sono di origine argillosa e ricchi di scheletro. Oltre alla coltivazione della vite, è molto diffusa anche quella dell’olivo e dei cereali. Le tipologie dei vini regolamentate dal disciplinare sono: Rosso, Rosso Riserva, Bianco, Passito, Vendemmia Tardiva, Malvasia Bianca Lunga, Sangiovese, Canaiolo, Cabernet Sauvignon e Merlot.

Territori caratterizzati da suggestivi borghi, pievi, poderi e abbazie, una su tutte quella di Monteoliveto Maggiore (n.d.r. che racconteremo in un prossimo articolo dedicato).

Un paesaggio caratterizzato da colline brulle e ondulate, punteggiate da cipressi, querce, calanchi e folti boschi. La denominazione è stata fortemente voluta da Gabriele Giovannini, titolare della Tenuta Armaiolo, oggi guidata dal monaco benedettino guatemalteco don Antonio Bran, responsabile dell’azienda agricola dell’abbazia di Monte Oliveto Maggiore  di Asciano.

Una delle più piccole Doc italiane, ove vengono prodotti vini di elevata qualità, dotati di grandi potenzialità di crescita. Giocheremo ad analizzarli grazie anche a qualche stuzzicante abbinamento gastronomico.

I vini degustati

Grance Senesi Doc Rosso 2019 Abbazia di Monteoliveto Maggiore – Prevalentemente Sangiovese unito a Cabernet Sauvignon e Merlot.  Rosso rubino intenso, dipana sentori di rosa, violetta, fragoline di bosco, lamponi uniti a note balsamiche e speziate. Sorso fresco, dai tannini morbidi, rotondo e invitante. Ideale con il cacciucco alla livornese.

Creta” Grance Senesi Doc 2020 Podere Bellaria – Sangiovese in purezza. Rosso rubino vivace, rimanda note di violaciocca, rosa, amarena e prugna che ben si fondono con spezie dolci e cuoio. Palato ricco e suadente, decisamente lungo. Un ottimo viatico per un filetto di manzo alla griglia.

Cipresso” Toscana Igt 2016 Tenuta Masciello – Sangiovese 100%. Rubino intenso, emana sentori di tabacco, rosa appassita, frutta rossa matura, nuances speziate e tostate. Generoso e caldo, con ottima corrispondenza gusto-olfattiva. Matrimonio ideale con il cinghiale in umido.

Sangiovese Grance Senesi Doc 2016 Tenuta Armaiolo – Sangiovese in purezza. Riflessi che virano sul granato, trasparente, sprigiona sentori di frutta di bosco matura, scorza d’arancia, ciliegia e melograno, conditi da pepe nero e bacche di ginepro. Avvolge e persiste con coerenza e gradevolezza. Si sposa bene sui tipici formaggi stagionati delle Crete Senesi.

Nistiola” Grance Senesi Doc 2016 Tenuta Armaiolo – Sangiovese e Cabernet Sauvignon. Le sfumature diventano color granato, impenetrabili. All’olfatto libera note di frutti di bosco, cacao, polvere di caffè e scie mentolate finali. Di corpo, dalla trama tannica fitta e vellutata setosa. Compagno perfetto per le preparazioni a base di selvaggina.

Viticoltori Lenza: la storia di Guido Lenza e del suo sogno realizzato a pochi passi da Salerno

di Luca Matarazzo

Ci sono poche occasioni nella vita per conoscere persone genuine come Guido Lenza di Viticoltori Lenza.

Questo perché mettersi in gioco è un affare per pochi e bisogna sapersi adoprare con umiltà, disinvoltura e un pizzico di sana follia. Il sogno di un’azienda completa, iniziata da papà Valentino e proseguita nelle mani sapienti del figlio a pochi passi dall’Ippodromo di Salerno.

Guido Lenza

Cererali, cavalli e vino un trittico da autentica tela bucolica, fatta di Natura viva! Oggi parleremo dell’ultima pennellata, l’attività da vigneron che costa immane tempo e sacrificio. Il primo appezzamento era di circa 5 ettari, tutti Aglianico, con il quale il babbo vendeva le uve per portare fieno in cascina. I terreni non sono certo quelli poveri collinari, ma ricchi di sabbie e limo, molto drenanti e raramente soggetti alle siccità estreme degli ultimi anni.

Attualmente Lenza gestisce 10 ettari vitati: oltre la varietà a bacca rossa principe della Campania le fanno compagnia Piedirosso, Greco, Fiano e Falanghina. L’aiuto iniziale di Sergio Pappalardo ha consentito alla start-up di partire con la fase di vinificazione e imbottigliamento, in mano poi a vari conto terzisti nel tempo e adesso stabilmente in capo alla Cantina Firosa di Olevano sul Tusciano, con enologo il giovane e competente Michele D’Argenio.

Andiamo alla degustazione dei campioni proposti

Rosato Pèt-Nat: il classico frizzante da aperitivo? Siamo fuori strada; indubbiamente ammicca ad uno stile piacevole, ma la struttura importante lo rende un prodotto gastronomico ben adatto a specialità a base di pesce. Ancestrale sì… con grazia.

Vale Fiano 2021: in commercio dagli inizi di marzo. Eccessi balsamici sul sorgere di bocca che non accennano a diminuire nel prosieguo, sostenuti da acidità vibranti e nuance erbacee. Il Fiano ha bisogno di riposo per essere compreso nel suo carattere ribelle mai domo. Da riassaggiare in futuro.

Ida 2021: suddiviso in parti uguali tra Greco e Fiano. Dal primo ne giova la palpabilità gustativa, con presenza astringente sul finale, mentre dal secondo la delicatezza di fiori bianchi e agrumi di Sicilia. Buona l’accoppiata, sempre per restare nel gergo dell’ippica. Matura 10 mesi a contatto con le fecce fini.

Massaro 2019: la forte vena bianchista dei produttori campani la si nota subito quando si esercitano timidamente nella produzione dei rossi. Non perfetta l’esecuzione, con freschezze esuberanti corredate da sfumature verdi. Già quattro anni sulle spalle e sembra in bottiglia da pochi giorni. La consapevolezza, forse, di un grande potenziale che necessita però di ulteriore approfondimento e studio.

Valentinia 2021: complice il venir meno di un importante acquirente per le sue uve, Guido decise di realizzare un vino sull’esempio di quanto avviene in Valpolicella, riuscendoci benissimo. Ottima bevibilità, declinata su un frutto nitido al sapore di bosco e speziature calde, su finale di confettura di ciliegie. Tannini sontuosi, ben equilibrati ad un alcool potenziale da sfiorare i 18 gradi volumici senza sentirli.

Ogni nome in etichetta rappresenta un componente della famiglia, eccezion fatta per il Massaro. Sintomo di come Lenza (professione avvocato) concepisca lavoro, vigna e affetti in perfetta soluzione di continuità. Una “scommessa vincente” per il domani dell’areale salernitano.

Roma DOC: una denominazione avvolta nel verde e nella storia

di Matteo Paganelli

Qual è la prima cosa che viene in mente quando si pensa a Roma? Immaginiamo il Colosseo, il Pantheon, la fontana di Trevi o tutte le altre maestose architetture religiose, funerarie, civili o militari. Se rimanessimo a un livello superficiale potremmo persino essere spinti ad associarla al cemento e al traffico senza controllo.

Pochi però sanno che con i suoi 86.000 ettari di aree verdi (ben il 67% rispetto ai 128.500 totali) la Capitale si attesta come il più grande comune agricolo d’Europa. Ma Roma è soprattutto storia. Con ben 2.700 anni sulle spalle può raccontarci tanto: da Romolo e Remo ai giorni nostri si è davvero mostrata la caput mundi per eccellenza.

Verde e storia: sono proprio questi i fili conduttori della seconda parte del press tour numero 4 del progetto “Roma ha un cuore DiVino”. Progetto che, ricordiamo, è nato dall’idea del Consorzio di Tutela dei vini Roma DOC a nome del suo presidente Tullio Galassini, che ringraziamo per averci fatto da cicerone con il supporto organizzativo di Maria Grazia D’Agata e Stefano Carboni dell’agenzia MG Logos e di Silvia Baratta di Gheusis.

Dopo aver navigato le aree sud/sud-est di Roma nell’areale dei castelli Romani, oggi ci spostiamo nel lato diametralmente opposto, a nord/nord-ovest, in quella porzione di agro Romano racchiusa fra il lago di Bracciano, i monti Sabatini e il mar Tirreno.

La prima realtà visitata è Terre del Veio – Azienda Agricola, situata proprio all’interno del parco del Veio, riserva naturale ed archeologica, storica necropoli Etrusca. Terre del Veio nasce ben 60 anni fa, e anche se il territorio è da sempre vocato alla viticoltura dobbiamo attendere gli inizi degli anni 2000 per voltare quella pagina che separa il capitolo conferitori da quello produttori. Questo grazie al titolare Paolo David che rileva l’attività del suocero impiantando nuovi vigneti e abbandonando gradualmente l’approccio tradizionalistico per far spazio alla sua impronta stilistica orientata verso la qualità.

Ad accoglierci è Dario, figlio di Paolo, giovane agronomo ed enologo orgoglioso per il lavoro di famiglia. Ragazzo solare, così come la giornata che veglia su di noi accanto ai vigneti. Tra galline, caprette e instancabili api impollinatrici di sovescio, Dario ci racconta di quanto creda non semplicemente nell’agricoltura biologica, ma in una sorta di versione 2.0 per limitare l’uso dei trattamenti. La certificazione SQNPI che effettua campionamenti annuali su foglie e terreno per verificare che siano assenti eventuali residui preservando così il prodotto che troveremo dentro al calice, si presta degnamente al ruolo, assieme alla certificazione vini VEGAN.

La visita nella cantina sotterranea esalta la composizione del terreno: tufo di origine vulcanica. Siamo, infatti, non molto distanti dal vulcano Sabatino (attivo in passato e ora quiescente, così come l’altro di Roma, il vulcano Albano); una matrice che si tramuta in probabile sapidità nei prodotti finali. Altra caratteristica del tufo è la sua capacità di assorbire e rilasciare acqua, indubbiamente un grosso vantaggio nell’era del cambiamento climatico.

Dei 10,5 ettari vitati, che danno luogo a circa 40.000 bottiglie, sono quasi 10.000 quelle che – da pochi anni – possono uscire nella denominazione Roma DOC, fregiandosi anche della menzione Classico parte della zona più antica di Roma.

A colpire maggiormente è stato proprio il Roma DOC Classico Malvasia Puntinata “Cremera” 2021, che prende il nome dal fiume che scorre proprio in quella zona. Al calice lascia trasparire un vino dal color giallo paglierino molto intenso, con lucenti sfumature oro verde sui bordi. La consistenza alla mescita suggeriscono una buona estrazione. Al naso è proprio come porre la testa all’interno di una cesta di frutta fragrante appena colta: pesca a polpa bianca, albicocca ancora acerba e ananas. Le erbe aromatiche, basilico e menta, sono un preludio a ciò che troveremo al sorso: una bilanciata freschezza, supportata da mineralità. Durezze che ben si sposano con una sorprendente morbidezza. Da abbinare a un risotto con asparagi.

Per la seconda parte del tour, ci si sposta in direzione mare, per visitare la Cantina Castello di Torre in Pietra. Poco distante da Fiumicino (tappa obbligatoria per chi visita Roma atterrando all’aeroporto Da Vinci) si erge la torre del castello, simbolo di un borgo agricolo fortificato che sorse nel lontano 1200. Qui le vigne sono parte integrata da secoli, di esse ve n’è menzione già dai primi del ‘500 quando la residenza apparteneva a Camilla Peretti, sorella nel noto Papa Sisto V. Fu il nipote Michele a trasformare la dimora in una residenza signorile, ma il castello che oggi ammiriamo nella sua sontuosità è merito dei principi Falconieri. I loro ingegneri non si dedicarono solo all’architettura della dimora, ma costruirono anche un sistema per velocizzare le operazioni di vinificazione.

Ancora oggi, si può notare come sulla collina, sia presente un canale in cui veniva calata l’uva appena vendemmiata facendola finire direttamente nella vasca sottostante per le operazioni di pigiatura. Torre in Pietra purtroppo ha anche vissuto un secolo di puro abbandono, terminato nel 1926 quando Luigi Albertini, utilizzò la sua liquidazione dal Corriere della Sera per acquistare Torre in Pietra, bonificare la zona e ridare lustro alla tenuta. Da allora è sempre rimasta di proprietà della stessa famiglia; è infatti il pronipote Filippo Antonelli il padrone di casa che ci accoglie in maniera davvero ospitale.

Ben 52 ettari vitati, che danno alla luce 200.000 bottiglie e 50.000 bag-in-box. Il tutto in rigoroso regime biologico dal 2011, su terreni tufacei e cinerei. Merito del Tevere, che nel corso dei secoli ha portato nel suo estuario ceneri vulcaniche contenenti fossili preistorici. Non è un caso infatti che l’Osteria dell’Elefante abbia questo nome in onore dei resti appunto degli elefanti pleistocenici ritrovati (anche esposti all’interno del ristorante). È qui che Filippo ci omaggia della degustazione dei suoi vini, alcuni di essi che escono con la fascetta della denominazione Roma DOC.

Delle numerose proposte, è proprio un Roma Doc a colpirmi particolarmente: sto parlando del Roma DOC Rosso 2021. Un blend di Montepulciano (circa il 50%), Sangiovese e Cesanese. Buona trasparenza vestita di rosso rubino intenso con sfumature ancora purpuree. La consistenza, il titolo alcolometrico al 14% sono tutti fattori precursori di una particolare struttura che troveremo in seguito. Al naso esplode il bosco in tutti i suoi sentori, a partire da quelli fruttati di fragoline e more di rovo, passando per quelli vegetali di resina e ago di sempreverde, e terminando con note fungine. La speziatura è simile alla ciliegina sulla torta, ma con al palato un’importante spalla acido-sapida che assieme al tannino ben integrato concede lungo equilibrio.

In chiusura, assieme a Filippo e Tullio, abbiamo provato a chiederci quale potrebbe essere il futuro della Roma Doc. Una denominazione che ha tanto da raccontare sul profilo dei vini bianchi, grazie soprattutto ai numerosi autoctoni (Malvasia Puntinata, Malvasia di Candia, Bellone, ma che ancora non riesce ad affermarsi con prepotenza nel panorama dei rossi. L’attuale disciplinare infatti, è stato appositamente impostato per utilizzare sui rossi una quantità minima di Montepulciano al 50%, lasciando il restante 50% alla personalizzazione del produttore. Questo vantaggio, a nostro parere, potrebbe però essere un’arma a doppio taglio perché allontana dal legame tra vitigno e terroir.

Se dico “Nebbiolo” si pensa, in prima battuta, al Piemonte. Qual è dunque il corrispondente Nebbiolo Romano? Sono principalmente due le idee che daranno traccia a una probabile impostazione futura: la variazione del nome Montepulciano in Violone (per distaccarsi dal richiamo alla viticoltura Abruzzese), il suo utilizzo in purezza e una remota possibilità dell’introduzione del Cesanese, vero e proprio cavallo di razza. Di una cosa possiamo essere certi: i produttori hanno tutte le carte in regola per farsi conoscere ad alta voce, come il grido forte di un gladiatore dell’antica Roma.

Le Donne del Vino del Lazio: amore per la terra e passione per il vino

di Morris Lazzoni

Nel mio ultimo viaggio sono stato ospite de Le Donne del Vino del Lazio, associazione tutta al femminile che racchiude differenti figure professionali inerenti il mondo del vino: nel Lazio le socie produttrici sono 23, le associate 70 mentre il totale nazionale supera le mille aderenti.

Non mi dilungherò oltre riguardo la genesi dell’Associazione, mentre vorrei soffermarmi maggiormente sulla delegazione del Lazio di cui sono stato ospite poche settimane or sono.

Le Donne del Vino del Lazio hanno organizzato tre differenti press tour, dedicati a giornalisti e blogger, per scoprire la territorialità del vino laziale coltivata, gestita e promossa dalle socie aderenti. Non posso esimermi dal ringraziare la Delegata Regionale Manuela Zennaro, la vice Delegata Floriana Risuglia e l’ufficio stampa MG Logos di Maria Grazia D’Agata per l’invito: ho passato tre bellissime giornate in queste terre, con la possibilità di visitare nuovi areali, degustare vini e conoscere donne di spessore e grande personalità.

Coraggio, passione e tenacia: tre parole per descrivere Le Donne del Vino del Lazio

Proprio su quest’ultimo aspetto vorrei soffermarmi, al di là del racconto delle esperienze fatte e dei vini degustati. Nel concetto di “territorio” non può mancare la corrispondenza con le persone che lo vivono, coltivano e comunicano. Le Donne del Vino del Lazio riescono a trasmettere amore per la propria terra e grande, enorme passione per quello che quotidianamente portano avanti.

Mi hanno fatto capire quanto impegno, coraggio, tenacia e sacrifici ci fossero dietro le loro scelte. Ognuna di loro mette in campo la propria personalità, capacità e stile ed è come se ogni storia e racconto avessero all’interno un filo conduttore.

Chiara, Cristina, Federica, Floriana, Giulia, Manuela, Maria Laura, Matilda, Rossella, Sara e Tiziana hanno tanto da raccontare, tra emozioni e sfumature differenti. Esuberanza, vitalità, eleganza, precisione, decisione, determinazione, allegria, sana follia, timidezza, rigore ed autorevolezza possono sembrare un prolisso elenco di parole, ma sono le caratteristiche principali suggeritemi dalla conoscenza di ognuna di loro.

Non conta l’esperienza, perché la voglia di fare, l’entusiasmo e la grinta non si misurano in anni: ciascuna di esse trasmette ardore e voglia di far conoscere territori a loro volta di antica tradizione vinicola, oltreché permeati di storia e cultura.

Non sempre però storicità di un areale e successo commerciale creano un perfetto sillogismo, soprattutto quando si guarda al complesso mercato internazionale del vino. Succede anche in Italia, ove alcune zone di produzione non sembrano cavalcare la cresta dell’onda rispetto ad altre, ma ciò non significa che manchino qualità intrinseche ed ottime credenziali per un futuro successo.

Probabilmente i vini di Frascati, Castelli Romani e Orte ( le zone che ho visitato nei miei tre giorni di press tour ) dovranno fare qualcosa in più a livello comunicativo e promozionale, per sbocciare definitivamente sul palcoscenico del vino italiano e mondiale: Le Donne del Vino del Lazio sono sulla strada giusta, quella della comunione d’intenti e della “sorellanza”. Quando si uniscono forze, idee e buoni propositi si possono avere sicuramente maggiori possibilità di emergere, rispetto a viaggiare da soli e senza aiuto altrui.

Poggio Le Volpi, prima tappa del press tour

Iniziamo da Poggio Le Volpi, storica realtà di Monte Porzio Catone, che da tempo miete successi e riconoscimenti per la produzione dei suoi vini. Ad attenderci c’è Rossella, moglie di Felice, e colonna portante dell’azienda. Rossella ci guida attraverso una passeggiata nei vigneti dell’azienda, raccontando genesi e trasformazione dell’azienda, che negli anni è riuscita a portare i vini del territorio in giro per l’Italia ed il Mondo.

Essere portavoce di una cantina come Poggio Le Volpi non è un compito facile: la dimensione aziendale, la bellissima struttura della cantina e degli ambienti ricettivi chiedono alti livelli di responsabilità ed impegno. Rossella però dimostra quanto la passione per il lavoro, unita a competenza, attenzione e rigore, possano essere da esempio: ciò che trasmette è di essere un punto cardine della cantina, sempre presente ed attenta ad ogni minimo particolare.

Torniamo alla storia della cantina, partita nel 1996, e con una produzione odierna incentrata su Frascati, Lazio Igt e da ultimo anche Roma Doc, valorizzando soprattutto il potenziale dei vitigni autoctoni ma anche l’adattabilità di quelli internazionali. La filosofia di Poggio Le Volpi mira al mantenimento delle tradizioni locali, coadiuvato da un attento utilizzo delle tecniche moderne in cantina, in modo da rispettare ed esaltare le caratteristiche territoriali.

Il Roma Doc Rosato 2022, un vino dal sapore agrumato, floreale, dalla bella sapidità e dalla beva piacevole. Continuiamo con Epos Frascati Superiore Riserva Docg 2018, il quale mostra il percorso evolutivo di un vino pensato per allungare la propria durata: pietra focaia, scorza di agrumi e note tostate incontrano succosità, ricordi sulfurei, buona acidità e distensione al palato.

Roma Doc Rosso 2021 è ben fruttato e speziato al naso, mentre in bocca evidenzia bilanciamento tra frutti densi, trama tannica e giusta acidità. Il Roma Doc Rosso Edizione Limitata 2019 invece fa leva su affinamento in legno e maggiore sosta in bottiglia: i frutti sono più maturi e più dark, oltre a note fumé e lievemente terrose di sottobosco e terriccio. L’assaggio è carico di sapore, con tannino sostenuto ed importante calore alcolico, chiudendo con liquirizia, foglie di tabacco e prugna.

Seconda tappa da Villa Simone, dove incontriamo la più giovane tra Le Donne del Vino del Lazio

Nonostante un meteo inclemente, arriviamo da Villa Simone, sempre nel comune di Monte Porzio Catone, all’interno dei terreni dell’antico vulcano laziale. Ad accoglierci troviamo Sara, dalla personalità altrettanto vulcanica e coinvolgente. Assieme al padre Lorenzo ed alla madre Fulvia gestisce l’azienda di famiglia nata nel 1982, che oggi conta circa 21 ettari divisi tra i comuni di Monte Compatri, Roma, Frascati e Monte Porzio Catone.

La storia di Sara è legata a stretto giro con il vino, visto che già il nonno Armando negli anni 60 possedeva un’enoteca. L’acquisto di una casa a Monte Porzio Catone per passare le vacanze estive fece da precursore: acquistare i primi vigneti fu una naturale conseguenza.

Sara è la più giovane tra le socie produttrici de Le Donne del Vino del Lazio, ma ciò non le impedisce di dimostrare passione ed attaccamento al lavoro come poche. Sa come raccontare e promuovere la sua realtà e il territorio dispensando sana allegria, potendo contare su un background di studi in ambito turistico.

Prima di passare al racconto dei vini, non posso che accennare alla bella introduzione sul territorio e la geologia della zona da parte di Lorenzo, padre di Sara. Grazie alla sua spiegazione abbiamo avuto modo di conoscere la genesi del vulcano laziale, passato attraverso eruzioni, trasformazioni e conseguente conformazione del territorio dei Castelli Romani.

L’assaggio si è svolto all’interno della grotta, scavata nella collina: data la sua conformazione si adatta sia all’affinamento dei vini in barrique e ad ospitare eventi e degustazioni.

Villa dei Preti Frascati Superiore 2022 mi ha colpito con l’abbondante aromaticità di agrumi e frutti tropicali, con un palato succoso, eppur rotondo nel gusto, sapido e di buona acidità. Un vino che può soddisfare per differenti situazioni di bevuta, dall’abbinamento al cibo all’assaggio singolo.

Ho modo di conoscere anche un nuovo vitigno, il Nerobuono, tornato in auge dopo anni di oblio ed abbandono, oltreché imparentato al Montepulciano per similare livello tannico.

Il Torraccia Igp 2020 è un assemblaggio di 80% Cesanese e 20% Nerobuono che fa dei profumi dolci, densi e profondi di frutti neri il proprio tratto distintivo, caratterizzandosi per una bevuta giustamente tannica, un filo terrosa e sempre golosa nel frutto.

Cambiano le percentuali ( 60% Cesanese e 40% Nerobuono ) per il Ferro e Seta 2019 che sosta per circa 24 mesi in barrique. La maturazione dei frutti neri, unita a sentori di cioccolato, caffè, balsamico e china fanno il pari con profondità di gusto, giusta scorrevolezza al palato e buona sapidità finale.

Infine la vera chicca, spesso difficile da trovare anche in zona, il Cannellino di Frascati Docg 2017: avvolge ed ammalia al naso grazie ai profumi di frutti canditi, fico secco, dattero, foglie di menta e noce moscata. L’assaggio è giustamente grasso ed oleoso, ma senza perdere slancio in freschezza e scorrevolezza di beva, sempre coadiuvata da una brillante sapidità.

Eredi dei Papi: la bella storia di Chiara e Lorenzo

Per agevolare la conoscenza delle produttrici da parte di giornalisti e blogger, Le Donne del Vino del Lazio hanno scelto di ospitare un’altra azienda durante ogni visita in cantina: da Villa Simone è stato il turno di Eredi dei Papi.

A raccontarci da dove nasce il progetto ed il proprio percorso professionale è Chiara, giovane ma ben determinata ragazza, che ha abbandonato una scintillante carriera nel marketing di Google per dedicarsi all’azienda di famiglia.

A onor del vero è giusto parlare anche del fratello Lorenzo, anch’esso artefice di questa nuova avventura: dopo essersi accorto che il mondo della giurisprudenza non gli apparteneva, virò verso gli studi enologici, indispensabili per lavorare all’interno della propria cantina.

Eredi dei Papi sorge a Monte Compatri, su quelle terre che furono già del nonno di Chiara e Lorenzo e sulle quali, molto tempo prima, erano piantate varietà di uva da tavola. Sono circa 3,5 ettari produttivi sui 6 totali, coltivati oggi in regime biologico e principalmente dedicati a vitigni autoctoni.

Fuorionda Rosè Brut, un metodo classico da uve Montepulciano, è fruttato e speziato al naso, con leggeri ricordi di erbe aromatiche e pan brioche, porta una bolla abbastanza soffice e fine al palato, oltre a sostenuta sapidità e buona lunghezza di gusto.

Albagia Roma Doc 2021 profuma di frutti tropicali, erbe aromatiche, frutta secca e mentolo, mentre al palato gioca sul bilanciamento tra scorrevolezza del sorso, nitida sapidità e finale di lusinghiera persistenza.

Sempre Malvasia Puntinata in purezza per il Galatea Lazio Igt 2021 ma cambia l’affinamento, svolto per circa 9 mesi in botti di castagno da 350 litri. Ai frutti gialli maturi si affiancano sentori di burro fuso, noci tostate, tabacco biondo, arachidi, foglie di tè e caramello salato. Cremoso ed ampio in bocca, giustamente caldo e finache lungo in persistenza, dona complessità ed aggiunge ricordi fumè e tostati. Acidità sostenuta e bel bilanciamento globale.

Chiudo con Composto Lazio Igt 2021, da uve Syrah e Montepulciano, che fa dell’immediatezza dei profumi freschi di frutti rossi e fiori, chiodi di garofano, ginepro e macchia mediterranea un proprio timbro. È croccante al palato, mai troppo tannico, di buona freschezza e beva golosa grazie anche ad un’abbondante salivazione.

Terre d’Aquesia e Borgo del Baccano: fine del terzo giorno

Faccio un salto temporale nel racconto del press tour con Le Donne del Vino del Lazio per passare direttamente alla fine della terza giornata. Spetterà al collega Alberto Chiarenza raccontare le altre esperienze, in modo che i lettori di 20Italie ne abbiano totale conoscenza.

Ad ospitare le due cantine di cui parlerò è stata l’azienda Ciucci di Orte, nella quale abbiamo dapprima degustato i vini e poi pranzato. La prima delle altre due cantine è Terre d’Aquesia, azienda di circa 10 ettari vitati ad Acquapendente nell’Alta Tuscia viterbese, rappresentata da Tiziana e da Vincenzo, legati nella vita e nell’attività vinicola.

Tiziana è una preside di scuola, ma non manca, sotto la “coriacea corazza” del ruolo che esercita, di mostrare spirito allegro e passione per il vino. Terre d’Aquesia nasce nel 2019 grazie alla volontà di Vincenzo, dopo che lo stesso decide di abbandonare la propria carriera nel settore dell’ingegneria chimica per dedicarsi totalmente al vino. La scelta è ricaduta su vitigni locali misti ad internazionali, cercando di seguire la vocazione dei terreni del luogo.

L’Aquesia Bianco Lazio Igt 2021 è un assemblaggio di Chardonnay al 70% e 30% Grechetto che alterna profumi di albicocca, pompelmo, susina bianca e pera a note di frutta secca e floreale. Quanto è morbido e rotondo al naso, tanto è agrumato, salivante e sapido al palato, denotando anche una buona persistenza.

Santermete Lazio Igt 2018 è stato creato da 60% di Cabernet Sauvignon e 40% di Sangiovese, oltre a compiere un affinamento misto tra acciaio e legno di circa 20 mesi. I profumi aprono su note erbacee e vegetali, lieve ematico, frutti neri in confettura, eucalipto, liquirizia e oliva nera. Calore e piccantezza accolgono il palato, seguite da buona densità fruttata, tannino mai eccessivo e giusta salivazione che anticipano un finale noir da tabacco e cacao amaro.

Borgo del Baccano, ultima conoscenza del mio press tour

La storia della cantina Borgo del Baccano è davvero recente, nata nel 2020 ed ancora in continuo divenire. Il progetto di Matilda, amministratrice dell’azienda, è quello di creare un polo agrituristico che si occupi di produzione enologia ma anche di ospitalità e ristorazione. I 53 ettari totali si trovano a Campagnano di Roma, nella Valle del Baccano da cui l’azienda trae il nome.

La gioventù accomuna Matilda alla sua stessa “creatura enologica”, senza perdere di vista il focus sull’obiettivo che vuole raggiungere: dietro un iniziale velo di timidezza si scoprono idee chiare e volontà di creare un grande progetto. La produzione di tutte le colture sarà in regime biologico, dal momento che non si limiterà solo al vino ma si estenderà anche a piante di olivo ed alberi da frutto.

Il territorio in cui sorge l’azienda è intriso di storia e natura, grazie alle vicine via Francigena e Cassia, al parco di Veio e quello di Bracciano e Martignano. Con queste premesse territoriali e con la volontà che ci potrà mettere Matilda, sono certo che le soddisfazioni non tarderanno ad arrivare.

Il primo vino è il Piana del Mosaico Lazio Igt 2021, assemblaggio da uve Vermentino, Malvasia e Grechetto. Apre al naso con decisi profumi fruttati da pesca e mandarino, spezie dolci, note floreali e sulfuree, mentre al palato continua con sentori agrumati, buona salivazione ed interessante sapidità.

Il Roma Doc Rosso 2021 è alla prima annata di produzione e porta in bottiglia 70% di uve Montepulciano e 30% di Cesanese per un affinamento di circa sei mesi in barrique. I profumi fruttati sono polposi e dolci, le note floreali spiccate, così come si sentono influssi di tabacco, erbe aromatiche e cioccolato. In bocca ha corpo, frutto ma anche un tannino un pò fuori dai ranghi della compostezza che limita la distensione dell’acidità.

Morris Lazzoni Autore di 20Italie

Un caloroso saluto a Le Donne del Vino del Lazio come l’accoglienza che mi hanno riservato

Sono tornato dalla zona dei Castelli Romani, Frascati ed Orte con la consapevolezza di aver conosciuto areali vinicoli finora mai solcati e di aver sentito, dalla voce di chi vi è cresciuto, storie, aneddoti e particolarità di queste terre dalla storia millenaria.

Le civiltà che hanno vissuto in questi luoghi hanno lasciato segni indelebili: non posso chiudere il racconto senza menzionare la visita al Parco Archeologico di Tuscolo. Le tracce del popolo dei Latini prima e dei Romani poi, sono lì a testimoniare la posizione strategica del luogo in ottica geografica, climatica ed anche paesaggistica: oggi da quella collina si può ammirare non solo Roma, ma, volgendo lo sguardo in direzione quasi opposta, anche Castel Gandolfo.

Francesca e Manuela ci hanno accolti per una visita dedicata al parco archeologico, spiegandoci la genesi territoriale dei vulcani, la nascita della città di Tusculum da parte dei Greci e del passaggio di dominazione tra il popolo dei Latini ed i Romani avvenuto tra il 496 a.c. ed il 494 a.c.

Per lo stesso motivo è di notevole menzione anche la visita alla Orte sotterranea, esperienza che ha chiuso la tre giorni con un tour attraverso gli antichi acquedotti di origine etrusca e romana sottostanti la città. Vedere con i propri occhi quanto ingegno e studio ci fosse per realizzare le antiche condutture dell’acqua in quell’epoca, lascia senza fiato. Scendendo dalla piazza principale di Orte, Piazza della Libertà, si incontra subito la Fontana Ipogea da cui partivano le antiche condutture. Da lì in poi è tutto un susseguirsi di cunicoli, anticamente utilizzati come acquedotti, cisterne e pozzi.

Da ultimo rammento le due cene a Frascati: ‘Na Fojetta e ConTatto sono due anime belle del centro storico, ognuna con proprie sfumature e tipo di cucina. ‘Na Fojetta è una trattoria famigliare ma ammicca alla ricercatezza, con verdure ed erbe di produzione propria, puntando su sapore ed estetica dei piatti: il loro tagliolino alla vignarola me lo ricorderò per diverso tempo.

ConTatto si lega al territorio per la spettacolare location e le grotte sotterranee, facendo leva sullo spirito di ricerca e la voglia di stupire dello chef Luca, cercando di creare un nuovo concetto per Frascati: c’è una ricerca quasi maniacale del più piccolo particolare, in ogni aspetto della cucina e del servizio, senza dimenticare sapore, effetto sorpresa e totale valorizzazione della materia prima. Se ne sentirà parlare!

Grazie care Donne del Vino del Lazio, con Voi mi sono divertito, ben accolto e piacevolmente acculturato su territori, vini e storie che porterò con me per sempre.