Il Chianti Classico non termina mai di stupire. Quando sembra aver raccontato tutto, riesce a distinguersi proponendo nuove sfaccettature in un’unica macrozona, più che sottozona, come Panzano. Da un lato i vini della cosiddetta “Conca d’Oro”, volumici e strutturati; dall’altro quelli del lato nord, che guarda verso le alture di Lamole altro territorio sublime per il Sangiovese. Quando le colline si inerpicano ecco comparire quella traccia di galestro che dona longevità e mordenza alla parte tannica.

Il risultato, come nei vini di Vecchie Terre di Montefili, è dato dalla sapiente pazienza nell’aspettare che tutte le componenti quadrino per il giusto. L’arancia sanguinella dà quel tocco di acidità appetitosa, cui seguono inevitabilmente spezie scure e nuance ferruginose, specie con il riposo ulteriore in bottiglia.
Serena Gusmeri, agronoma ed enologa, ha imparato a conoscere da vicino l’uva principe della Toscana, partendo da una posizione privilegiata: quella di chi non ha nulla da perdere e non ha preconcetti di sorta su stile e tipologie, provenendo da una lunga esperienza precedente con i bianchi ed i rossi tipici della Campania.
Quando parti da queste radici, con la voglia di sfidare l’ignoto e imparare il sangue tipico del Sangiovese nel Chianti Classico, cerchi di apprendere i trucchi del mestiere come una spugna ardente, davanti ad una pozza d’acqua. L’azienda nasce nel 1975 per la folle idea dell’imprenditore tessile Roccaldo Acuti che da Prato si innamorò di questo piccolo lembo di paradiso.

Nel 2015 il passaggio di mano prima della sua scomparsa e l’arrivo della Gusmeri in cantina. Dei circa 13 ettari ben 11 sono piantati a Sangiovese, tra cui la storica Vigna Anfiteatro dei primordi, che ha consentito una selezione massale genetica dalle piante madri. In essa non si accenna neppure lontanamente all’idea del guyot, mantenendo invece l’antica arte contadina del doppio capovolto alla toscana, tornato estremamente utile per dare ombreggiatura ai grappoli con il cambiamento climatico.

Gli inizi di Serena raccontano di sperimentazioni per piccole parcelle, per ascoltare le diverse anime del vitigno. Acquisita confidenza con esso si ritorna ad un concetto di blend da più appezzamenti e filari, per creare il perfetto “sound” in stile Chianti Classico. Vigne curate tra i 480 e i 540 metri, che pongono Vecchie Terre di Montefili come l’azienda più in alto dell’areale. Tre suoli interconnessi, tra pietraforte, meglio conosciuta come alberese, quarzi e il noto galestro. Studi sul microbioma da parte dei consulenti agronomi di Vitenova e tanta volontà di rispettare in toto le annate, sia nel bene che nel male, evitando stereotipi.

Al ristorante L’Ebbrezza di Teonilla di Napoli è andata in scena l’opera in verticale del racconto delle vintage di Vecchie Terre di Montefili, partendo dall’attuale 2021 in commercio e proseguendo in scia verso le 2019, 2017, 2016 e 2015.
In mezzo le proposte culinarie della brigata di cucina di Luca Di Leva, titolare del raffinato locale partenopeo. La parola ai calici, grazie a Lara Buscato di AB-Comunicazione.

Chianti Classico 2021 – sensazioni sugose e iodate con inserti di frutti di bosco (lampone) oltre visciola sotto spirito e petali di viola mammola. Finale sapido stuzzicante, gastronomico e ferruginoso, perfetto in abbinamento con pane e rau vegetale.

Chianti Classico 2019 – colore traslucido, gioca molto su agrumi rossi, chinotto e cuoio, miscelati con chiodi di garofano. Leggero nel centro bocca, tonico nel tannino ancora piccante. Termina su parti evolute in buona forma per essere apprezzate adesso. Incredibile il pairing con la triglia scottata con lardo e piselli, che sfata il tabù errato e anacronistico del non bere vino rosso con il pesce.

Chianti Classico 2017 – vintage che solo dopo anni riesce a dimostrare la sua vera natura. Vino caldo e accogliente, scuro e irsuto con ricordi di bosco in ogni fase. Carattere fumoso e succulento nelle spezie al sapore di pepe nero. Bene seppure interlocutorio il quinto quarto di manzo arrostito con ketchup di ciliege e misticanza all’agro.
Chianti Classico 2016 – sbaraglia i diretti concorrenti con levità e arancia sanguinella al meglio dello splendore. Floreale, delicato e persino ematico, dalla chiosa salmastra eterna, degno compagno del raviolo con genovese, pecorino bagnolese e vino rosso.

Chianti Classico 2015 – timido e ancora chiuso. Col tempo diviene masticabile e polveroso nelle sue nuance balsamiche-officinali. Quello che dimostra maggior legame con l’evoluzione e con una fase quasi calante nelle componenti terziarie di bocca. L’aromaticità e la morbidezza delle selezioni di formaggi a campani sono il colpo di scena finale di una serata memorabile.



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