Ornella Buzzone, la rivoluzione gentile del burger gourmet: al Public House di Caserta il panino è una storia da assaporare

Dalla passione per la cucina alla scelta coraggiosa di investire nel proprio futuro, fino a una proposta gastronomica che intreccia artigianalità, memoria e sperimentazione. A pochi passi dalla Reggia di Caserta, Ornella Buzzone ha costruito un’identità inconfondibile, rivendicando ogni giorno il proprio posto in un mondo della ristorazione che continua troppo spesso a declinarsi al maschile.

C’è chi sceglie un mestiere e chi, quasi senza accorgersene, finisce per riconoscersi completamente in ciò che fa. Nel caso di Ornella Buzzone, il percorso passa attraverso una cucina inizialmente coltivata per passione, un blog di ricette, una scommessa professionale e quella determinazione che serve quando un progetto smette di essere soltanto un lavoro e diventa una parte di sé.

Al Public House – Burger Gourmet, in via Gasparri, a Caserta, il panino non è un semplice contenitore di ingredienti. È un esercizio di composizione, un terreno sul quale misurare equilibri e contrasti, ma soprattutto un mezzo per raccontare qualcosa di personale. A partire dalla scelta delle materie prime, passando per le preparazioni artigianali, fino a quelle combinazioni capaci di sorprendere senza perdere il senso della misura, la cucina di Ornella si riconosce nella volontà di andare oltre la consuetudine.

Un approccio che trova una sintesi efficace nelle parole con cui la stessa Buzzone ha raccontato la propria storia: non sono stati soltanto i panini a essere una sua scelta, ma sono stati, in qualche modo, i panini a scegliere lei.

Una passione diventata impresa

Il percorso prende forma nel 2016, quando Ornella entra nel progetto di un pub appartenente a un amico. Alle spalle ha già un interesse concreto per la cucina e l’esperienza del blog Fatto in Casa è più Buono, spazio nel quale condivideva ricette, sperimentazioni e curiosità gastronomiche. Quella che poteva rimanere una passione personale comincia a trasformarsi in una possibilità professionale.

Ornella studia, si forma, approfondisce e porta progressivamente la propria visione ai fornelli. La cucina deve essere sua: non soltanto nel senso operativo del termine, ma come luogo in cui poter esprimere idee, gusto e personalità. Durante i primi due anni lavora come dipendente, occupandosi già della costruzione del menu e della ricerca dei prodotti. Nel frattempo, il locale comincia ad assomigliarle sempre di più.

Quando la società si scioglie e il progetto rischia di cambiare direzione, Ornella si trova davanti a una scelta decisiva. Rinunciare a qualcosa che sente ormai proprio oppure provare a prenderne le redini. Sceglie la seconda strada.

Si rivolge al padre, commercialista, chiedendogli di poter utilizzare i soldi che aveva messo da parte per il matrimonio. Una decisione che racconta molto più di un investimento economico: significa mettere in gioco un progetto di vita per difendere una visione professionale nella quale crede profondamente.

Nel 2018 rileva il locale e riparte da zero, acquistando tutto e occupandosi anche dell’arredamento. Il Public House diventa così uno spazio costruito intorno alla sua identità, al suo carattere prorompente e a un’idea di accoglienza che non separa la cucina dalla relazione con chi si siede a tavola.

Oggi il locale dispone di circa cinquanta posti. Una dimensione raccolta, nella quale il rapporto con l’ospite può mantenere una componente personale e diretta, lontana dall’idea del panino consumato distrattamente e in fretta.

La cucina al femminile, oltre gli stereotipi

C’è una questione che attraversa la storia di Ornella e che, ancora oggi, non può essere liquidata come un dettaglio secondario. Nonostante il lavoro svolto e l’identità costruita intorno al Public House, le capita ancora che qualcuno le chieda di poter parlare con il titolare.

È una scena apparentemente ordinaria, ma proprio per questo significativa. Perché racconta quanto possa essere radicata l’associazione tra autorevolezza professionale e figura maschile, soprattutto in un settore nel quale la cucina domestica è stata storicamente affidata alle donne, mentre la cucina professionale di alto profilo ha spesso riconosciuto maggiore visibilità agli uomini.

Ornella non ha bisogno di trasformare questa contraddizione in una dichiarazione di principio: la sua risposta è il lavoro. È aver costruito un’attività, averne definito il linguaggio gastronomico, aver scelto fornitori e ingredienti, aver sviluppato ricette riconoscibili e aver investito personalmente nel proprio futuro.

La sua è una storia di emancipazione concreta, fatta di decisioni economiche, responsabilità quotidiane e capacità di sostenere le proprie scelte anche quando sarebbe stato più semplice lasciare spazio ad altri.

In questo senso, il Public House è anche un’affermazione di autonomia. Non un progetto che si limita a occupare uno spazio nel panorama delle hamburgerie gourmet, ma un’impresa nella quale la personalità di chi la guida è parte integrante dell’esperienza.

La materia prima eccellente

La cifra gastronomica del Public House si costruisce attraverso una selezione attenta degli ingredienti e un lavoro di trasformazione che coinvolge direttamente la cucina.

Per la carne, Ornella si affida alla Macelleria Cillo, mentre il pane nasce dalla collaborazione con il panificio Rescigno, suo punto di riferimento per la realizzazione di un bun artigianale a lunga lievitazione. La ricetta è frutto di una ricerca condivisa, sviluppata per ottenere un pane morbido e leggero, capace di accompagnare il ripieno senza sovrastarlo.

È un dettaglio tutt’altro che marginale. In un burger ben concepito, il pane non è un elemento accessorio: determina la consistenza del morso, accoglie le salse, sostiene la carne e contribuisce all’equilibrio complessivo.

Ma la ricerca di Ornella non si ferma alla selezione dei fornitori. Confetture, salse, maionesi e numerose preparazioni vengono realizzate direttamente da lei. Anche le cotture di carne, formaggi e verdure sono parte di un lavoro che mira a valorizzare ciascun ingrediente, senza ridurlo a una semplice componente del ripieno.

È qui che il concetto di burger gourmet trova una declinazione personale: non nell’accumulo indiscriminato di ingredienti costosi o spettacolari, ma nella costruzione di un insieme nel quale ogni elemento abbia una funzione precisa.

I mini hot dog, una piccola sfida di equilibrio

La degustazione prosegue con due mini hot dog, una proposta che può sembrare più immediata rispetto ai burger d’autore, ma che richiede attenzione proprio per la sua apparente semplicità.

Il bun artigianale del panificio Rescigno, preparato con una lunga lievitazione, accoglie un wurstel artigianale di Cillo. Completano il panino la coleslaw di cavolo cappuccio, la salsa alla senape e miele, la cipolla croccante e i cetrioli marinati secondo la ricetta di Ornella.

La coleslaw porta freschezza e una consistenza vegetale; la senape introduce una nota pungente, mentre il miele ne ammorbidisce l’impatto. La cipolla croccante aggiunge una componente tostata e i cetrioli marinati contribuiscono con la loro acidità, utile a bilanciare la ricchezza del wurstel.

Il formato ridotto invita all’assaggio, ma non riduce l’attenzione riservata alla composizione. Anche in questa proposta, la differenza sta nella cura delle singole preparazioni e nel modo in cui vengono messe in relazione.

I mini hot dog non sono sempre disponibili: una ragione in più per considerarli una proposta da verificare al momento della visita.

CicoRock: il carattere della cucina, tra brie e cicoria

Se il Plum 2.0 lavora sull’incontro tra frutta, erbe aromatiche e formaggio, il CicoRock sceglie una strada più decisa, nella quale la componente vegetale incontra la ricchezza degli ingredienti di origine animale.

Anche qui la base è un hamburger di 200 grammi di Chianina IGP. A completarlo sono la maionese secondo la ricetta Public, il brie, la cipolla caramellata, la crema di lardo della selezione Cillo, le mandorle tostate e salate e la cicoria ripassata.

È una costruzione gastronomica nella quale la cremosità del brie e la componente grassa della crema di lardo dialogano con la dolcezza della cipolla caramellata. La cicoria, con il suo profilo amaricante, introduce invece una tensione necessaria, dando profondità al morso e contrastando la ricchezza degli altri ingredienti.

Le mandorle completano la composizione con una nota croccante, mentre la maionese contribuisce a legare gli elementi senza cancellarne le differenze.

Il CicoRock mostra un altro aspetto della cucina di Ornella: la capacità di lavorare con ingredienti dal carattere deciso, cercando un equilibrio che non significhi necessariamente delicatezza, ma consapevolezza delle proporzioni.

Plum 2.0: il ricordo dell’estate dentro un panino

Tra le proposte degustate, il Plum 2.0 è quella che restituisce con maggiore evidenza il legame tra cucina e memoria.

La ricetta parte da un hamburger di 200 grammi di Chianina IGP, accompagnato da pecorino, confettura di prugne al rosmarino, radicchio grigliato, mandorle tostate e salate e maionese artigianale alla menta.

La confettura è preparata da Ornella e conservata per poter ritrovare durante l’anno il ricordo di una stagione precisa. Le prugne vengono lasciate riposare per tutta la notte con zucchero e cannella, prima di essere cotte sulla brace. Una lavorazione che restituisce alla frutta una profondità aromatica particolare, tra dolcezza, note speziate e sentori di cottura.

L’incontro con il pecorino avellinese aggiunge sapidità e carattere, mentre il radicchio grigliato introduce una nota amaricante che impedisce alla componente dolce di prendere il sopravvento. Le mandorle tostate e salate contribuiscono con la loro croccantezza; la maionese alla menta, infine, porta freschezza e una sfumatura aromatica che alleggerisce l’insieme.

Il risultato è un panino costruito per contrasti: dolce e sapido, morbido e croccante, intenso e fresco. La carne fornisce la struttura, ma sono soprattutto gli elementi vegetali e le preparazioni artigianali a definire la personalità della ricetta.

Il nome Plum 2.0 suggerisce un’evoluzione, ma il suo centro rimane un ricordo estivo. Ornella lo trasforma in un’esperienza gastronomica disponibile anche al di fuori della stagione in cui nasce, affidando alla conservazione della confettura il compito di trattenere profumi e suggestioni.

È un modo di fare cucina che parla di tempo, di gesti e di memoria: ingredienti che non sempre compaiono in una lista, ma che possono fare la differenza tra una ricetta assemblata e una ricetta pensata.

La degustazione come racconto condiviso

Al Public House esiste anche la possibilità di trasformare la scelta di un singolo panino in una piccola degustazione. Con un supplemento di tre euro a persona, è possibile assaggiare più proposte servite tagliate, con piatti dedicati e una spiegazione delle ricette.

A raccontarle è la stessa Ornella, che lascia per un momento la cucina per accompagnare gli ospiti nella lettura dei propri burger.

È un aspetto importante dell’esperienza, perché restituisce al panino la sua dimensione narrativa. Gli ingredienti non arrivano a tavola come una lista da decifrare autonomamente: vengono presentati attraverso le scelte che li hanno messi insieme, le lavorazioni che li caratterizzano e le ragioni di un abbinamento.

In una cucina che fa della personalizzazione il proprio tratto distintivo, il dialogo con il cliente diventa parte del servizio e contribuisce a rendere l’assaggio un’esperienza più consapevole.

Anche la proposta beverage partecipa alla costruzione dell’esperienza. Ad accompagnare il percorso, il cocktail PUBLIC, ideato da Juliani, che riunisce succo di lime, sour, menta, vodka liscia, rum al cocco e acqua tonica.

La composizione si muove tra note agrumate e freschezza erbacea, con il lime e la menta a definire il profilo più immediato, mentre la componente al cocco aggiunge una sfumatura esotica. La tonica completa il drink con la propria effervescenza e una nota amaricante.

È una proposta che si inserisce nella dimensione conviviale del locale, accompagnando una cucina nella quale la varietà degli ingredienti e la ricerca degli abbinamenti costituiscono il filo conduttore.

Vegetariani, vegani e senza glutine: l’attenzione alla scelta

La ricerca gastronomica del Public House non si esaurisce nelle proposte a base di carne. Fonti gastronomiche dedicate al locale documentano anche alternative vegetariane e vegane, oltre alla possibilità di scegliere un bun senza glutine.

Tra le proposte vegetariane compare il Veggie Burger, con un burger di spinaci e ceci, insalata di cavolo e verza, maionese al curry, anacardi, stracciata e pomodorino confit. Una composizione che mette al centro ingredienti vegetali, consistenze diverse e una componente aromatica affidata al curry.

Il riguardo alle diverse esigenze alimentari amplia le possibilità di scelta e conferma la centralità del lavoro sulle ricette.

Public House, una cucina che porta la firma di chi la crea

A pochi passi dalla Reggia di Caserta, il Public House ha costruito nel tempo una propria riconoscibilità attraverso una proposta che unisce il linguaggio informale del pub alla ricerca gastronomica.

La sua identità non risiede soltanto nelle dimensioni dei burger o nella varietà dei ripieni, ma nel lavoro che precede il servizio: la selezione delle materie prime, il rapporto con i fornitori, le preparazioni realizzate in casa e la volontà di trasformare ogni panino in una combinazione ragionata.

La storia di Ornella Buzzone aggiunge a questo percorso una dimensione personale. C’è la passione iniziale, poi la scelta di investire i risparmi destinati a un’altra fase della vita, infine il coraggio di rilevare un’attività e ricostruirla secondo la propria visione. E c’è, ancora oggi, la necessità di affermare un’autorevolezza che il lavoro ha già dimostrato, ma che non sempre viene riconosciuta al primo sguardo.

Il risultato è un locale nel quale la cucina non è separabile dalla persona che la guida. Un panino può essere molto più della somma dei suoi ingredienti, purché dietro ci siano una visione, una tecnica e qualcuno disposto a metterci la propria firma. Al Public House, quella firma è di Ornella Buzzone e del suo staff tutto al femminile.

Immagine di Francesca Sepe

Francesca Sepe

Sono laureata in Scienze Turistiche, esperta di inbound marketing e digital strategy. Da sempre affascinata dall’enogastronomia, la considero prima di tutto linguaggio culturale, oltreché esperienza sensoriale. Racconto il cibo attraverso l’assaggio, la scrittura e l’immagine, costruendo narrazioni visive e testuali che partono dallo sguardo e arrivano al palato. Come scrittrice e giornalista pubblicista, mi occupo della comunicazione di eventi culturali, curando contenuti editoriali, attività di storytelling e progetti di valorizzazione dei territori. Amo esplorare archivi storici, borghi e luoghi ai margini delle rotte più note, indagando leggende, artigianato, usanze e tradizioni locali, con un’attenzione particolare agli elementi identitari spesso dimenticati. Il mio approccio unisce ricerca, esperienza diretta e sensibilità narrativa, con l’obiettivo di restituire una visione personale e contemporanea del patrimonio culturale italiano.

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