Radici è il nome del progetto agronomico e vinicolo voluto da Antonio Mastroberardino nel 1978. Ha dato il nome a un Taurasi, a un Taurasi Riserva e a un cru di Fiano di Avellino. Oggi è il titolo del romanzo di Piero Mastroberardino, Radici, storia di un’impresa familiare, edito da Solferino.

Piero Mastroberardino, decima generazione della famiglia di viticoltori di Atripalda (AV), ripercorre attraverso documenti antichi, lettere commerciali e carteggi privati, la storia dei propri avi a partire da quel Pietro Mastroberardino che nel 1735 inizia ad acquisire le terre che costituiscono l’attuale patrimonio della cantina: circa 250 ettari.

Una vera e propria impresa, con un senso ben più ampio della mera accezione economica del termine: quello di intraprendere un’attività che va oltre le capacità di un singolo individuo, diventando lo sforzo corale di una famiglia che nei secoli ha portato avanti un’attività agricola e di produzione di vino. Lo studio minuzioso condotto da Piero sull’archivio di famiglia ci permette di conoscere i momenti salienti della storia imprenditoriale, e allo stesso tempo di entrare negli scorci più intimi, che meglio di qualunque documento ufficiale raccontano le quotidiane difficoltà e l’ingegno per superarle.

Abbiamo chiacchierato con Piero Mastroberardino nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, nell’ambito della rassegna Libri al Tramonto, organizzata dalla libreria Ubik di Vico Equense e promossa dal Comune di Vico Equense, per approfondire alcuni dei passaggi di questa storia e ripercorrere i momenti che hanno portato l’autore alla sua stesura.
Ne è emerso un romanzo denso di significati e significanti. Radici infatti può essere considerato “non solo la storia della famiglia Mastroberardino ma anche una storia del vino italiano attraverso la famiglia Mastroberardino”, racconta Piero.

A cominciare dal 1735, con quel primo atto di compravendita tra il principe Nicolò Gesualdo e Pietro Mastroberardino, in cui si fa menzione delle viti latine, nome alternativo delle viti apiane, il moderno fiano, il più autoctono dei vitigni campani. Da quel momento in poi, la famiglia Mastroberardino ha portato avanti il proprio nome, legandolo in maniera indissolubile a quella del proprio vino.
Nel 1878 l’iscrizione in camera di commercio della Angelo & Giuseppe Fratelli Mastroberardino conferisce carattere prettamente imprenditoriale al patrimonio di famiglia. I due fratelli aprono filiali a Napoli e Roma, iniziano a partecipare a concorsi internazionali, compiono la scelta di uscire fuori dai confini della Campania, in Italia e in Europa, non per supplire in maniera anonima alla mancanza di vino dovuta alla fillossera, che in quegli anni falcidiava il patrimonio viticolo francese, ma con il preciso intento di esportare il vino di casa Mastroberardino. Scelte di imprenditori capaci di cogliere opportunità e di individuare occasioni anche nei momenti di crisi.

“Nel romanzo sono molti gli episodi in cui l’esponente di famiglia che in quel momento regola l’attività, si fa carico del disagio e s’inventa una soluzione, una strada nuova”, ci spiega Piero, menzionando alcuni dei passi più importanti della storia, in cui si evidenziano problematiche comuni a quelle odierne: ad esempio il crollo di un mercato, e la conseguente necessità di aprirne uno nuovo.
Poi ci sono i carteggi più intimi, paralleli a quelli ufficiali. Come quelli tra Luigia e Pasqualina, sorelle e mogli rispettivamente di Giuseppe e Angelo: “smussano gli angoli e ci mostrano il volto umano di questa storia, come la necessità di “togliersi le pulci dalle vesti” o quella di ravvicinare le differenti vedute dei mariti, non sempre concordi tra loro”, continua Piero. E sulle donne di casa Mastroberardino prosegue: “Sono state grandi donne, con una grande forza. Hanno risolto problemi, hanno sciolto nodi ingarbugliati.”

Approccio moderno con mezzi e tecnologie antiche anche quello di Michele, nonno di Piero, che ancora giovanissimo, nel 1912, programma con minuzia un viaggio di lavoro negli Stati Uniti, esattamente alla stregua di un export manager dei giorni nostri. Si reca negli Stati Uniti e su sollecitudine del padre studia quel mercato, si impiega in altre attività per capirne a fondo i meccanismi. Con lui, l’impresa compie un ulteriore passo avanti: “Angelo, il pater familias, governava dal cockpit aziendale, il figlio Michele è presente fisicamente sui mercati”, racconta Piero. Americhe, Australia, Asia, Africa: non c’è continente in cui non arrivi il vino di casa Mastroberardino, grazie al lavoro incessante e ai continui viaggi di Michele.
Leggere Radici significa anche leggere alcuni dei passaggi più significativi della storia con la S maiuscola, con tutte le sfide che questa ha saputo porre alla famiglia di imprenditori vitivinicoli. Dal Volstead Act, più comunemente noto come Proibizionismo, alla Grande Guerra, dalla vicenda del Cogne su cui era imbarcata una grossa commessa per l’Argentina, sequestrata dai dissidenti di Fiume capitanati da Gabriele D’Annunzio, fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando le cantina di Atripalda divennero rifugio dai bombardamenti e cassaforte segreta delle migliori riserve, affinchè non fossero trafugate dagli invasori.
Il romanzo si conclude con un post scriptum, In memoria di Antonio Mastroberardino, padre di Piero, Cavaliere del lavoro, colui che ha innescato il grande processo di modernizzazione della cantina, dando il via al progetto Radici, da cui ancora oggi si sviluppano floride iniziative.

“Il più grande rammarico che ho”, termina Piero, “è che mio padre non ha conosciuto questa storia in tutti i suoi dettagli, io sono stato il primo ad accedere a questo enorme archivio di famiglia. La molla è scattata dopo la sua scomparsa: forse, avrei potuto fare prima questo sforzo.”
Vale dunque la pena menzionare le poche righe a conclusione del romanzo, in cui l’autore per la prima volta parla in prima persona: “Sento, intimamente, con quest’opera, di aver scritto per suo conto, d’esser latore di un messaggio che porto dentro di me grazie al suo insegnamento.”Al termine della presentazione abbiamo degustato l’ultimo nato di casa Mastroberardino: Ripe d’Altura, blanc de blancs da greco e fiano. Il nuovo germoglio della Vigna Mastroberardino.



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