I musei sono sempre stati il mio punto di partenza. Prima di ogni viaggio studio le collezioni, le storie, i percorsi degli artisti. Ad un certo punto, quasi senza accorgermene, ho iniziato a vedere il vino comparire ovunque: nei dipinti, nelle sculture, nei reperti archeologici. Il vino è diventato parte integrante del mio sguardo sull’arte.
È sicuramente uno dei motivi ricorrenti nella storia dell’arte. Compare nelle pitture dell’antico Egitto, nelle statue greche, nei mosaici e nei sarcofagi romani, nei dipinti rinascimentali e barocchi, fino ad arrivare alla modernità, dove cambia ancora significato. Da Dioniso ai baccanali, dai miracoli biblici ai bevitori solitari del Novecento, il vino racconta il rapporto dell’uomo con il sacro, con il piacere, con il tempo.

L’ANTICO EGITTO: VINO, SACRO E RITO
Le prime rappresentazioni del vino nell’arte risalgono all’antico Egitto, una delle civiltà più antiche, precedente al IV millennio a.C. Bassorilievi e pitture parietali mostrano un rapporto profondo con il vino, considerato non solo una bevanda, ma un elemento sacro, curativo e rituale.
Il vino accompagnava feste religiose e banchetti dedicati a Osiride, divinità legata alla rinascita e alla fertilità, ed era presente anche nel corredo funebre, come dimostrano i vinaccioli d’uva ritrovati nelle tombe. L’arte egizia è inoltre la prima a rappresentare scene di coltivazione della vite, vendemmia e vinificazione, trasformando il vino in un soggetto visivo stabile e riconoscibile.

GRECIA ANTICA: DIONISO E L’EBBREZZA SACRA
Con la Grecia il vino assume una dimensione ancora più complessa. Dioniso, dio dell’ebbrezza e della vitalità, è una figura ambivalente: unisce gioia e sofferenza, vita e morte, ordine e caos. Figlio di Zeus e della mortale Semele, è insieme divino e umano.
Nell’arte antica Dioniso appare talvolta come un uomo adulto, barbuto e ubriaco, circondato da satiri e menadi; altre volte come un giovane dai tratti delicati, imberbe, con capelli ricci e pelle luminosa. Questa doppia rappresentazione ne rafforza il carattere contraddittorio e affascinante.
Un esempio emblematico è il Dioniso del Partenone, parte del programma scultoreo realizzato da Fidia e dalla sua bottega tra il 447 e il 432 a.C. Il dio è raffigurato sdraiato, rilassato, spettatore divino dell’evento centrale del frontone. La scultura originale, come molti rilievi del Partenone, è oggi conservata al British Museum tra i Marmi di Elgin.

ROMA: TRA ALDILÀ ED ECONOMIA
Nel mondo romano, il rapporto con Dioniso, identificato con Bacco, continua e si moltiplica. I sarcofagi con scene di baccanali (II–III secolo d.C.) mostrano feste sfrenate con menadi, satiri e lo stesso dio. Non erano semplici decorazioni: alludevano a una vita oltre la morte felice e liberata, dove il baccanale diventava allegoria della liberazione dell’anima.
Ma accanto al valore simbolico e religioso, il vino era anche un prodotto concreto e centrale nell’economia romana. Veniva coltivato, vinificato, conservato e distribuito su larga scala. Lo strumento fondamentale di questo sistema era l’anfora, il contenitore che permetteva al vino di essere stoccato, trasportato e commercializzato in tutto il Mediterraneo.

RINASCIMENTO E BAROCCO: IL VINO TRA UMANITÀ E IDEALE
Con il Rinascimento il vino rientra nell’arte come simbolo colto, ma anche come elemento umano.
Il Bacco di Caravaggio (1596–1597, Galleria degli Uffizi, Firenze) rappresenta una frattura netta con la tradizione. Il dio non è idealizzato: ha unghie sporche, guance arrossate, una presa incerta sul calice che increspa il vino. La frutta è imperfetta, bacata, già matura. È un Bacco terreno, quasi reale, più vicino a un ragazzo di strada che a una divinità classica.
Pochi anni dopo, Guido Reni riporta invece Bacco verso un ideale di grazia e compostezza. Nel Bacco fanciullo (circa 1622, Galleria Palatina, Firenze), il dio torna giovane, elegante, luminoso. È la versione armoniosa, controllata, ideale del vino.
VERONESE: IL VINO COME MIRACOLO E ABBONDANZA
Con Paolo Veronese, il vino diventa protagonista collettivo e simbolo religioso. Nelle Nozze di Cana (1563, Louvre), uno dei dipinti più grandi del mondo, il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino diventa celebrazione dell’abbondanza e della grazia divina.
Il vino rappresenta la gioia, il passaggio dalla Vecchia alla Nuova Alleanza e anticipa il significato eucaristico. Ambientando la scena in un fastoso banchetto veneziano, Veronese trasforma l’episodio evangelico in un’imponente affermazione di potere, fede e ricchezza.

MODERNITÀ: DAL RITO ALLA SOLITUDINE
Con Goya, alla fine del Settecento, il vino torna alla terra. Nella Vendemmia (1786, Museo del Prado) non è più metafora divina, ma gesto umano e stagionale: lavoro, festa, comunità.
Nel Novecento, con Picasso, l’alcol perde ogni aura celebrativa. Nei bevitori del Periodo Blu, come Absinthe Drinker (1901, Hermitage), il vino, o in questo caso l’assenzio, diventa rifugio, abitudine, solitudine. Compagno silenzioso della vita urbana e bohémienne.
Dopo Caravaggio, Veronese, Goya e Picasso, il vino continua ad attraversare la storia dell’arte assumendo significati sempre diversi, adattandosi ai linguaggi e alle sensibilità di ogni epoca.
I FIAMMINGHI: IL VINO COME VITA QUOTIDIANA
Nel Seicento fiammingo il vino entra nella pittura di genere. Artisti come Jan Steen e Adriaen van Ostade lo inseriscono in scene di taverna, bevute collettive, momenti domestici spesso ironici o moralizzanti.
Qui il vino non è sacro né mitologico: è un’abitudine, un eccesso, a volte una debolezza umana. Bicchieri rovesciati, volti arrossati, risate scomposte raccontano una quotidianità realistica e imperfetta.

CEZANNE: LA STRUTTURA DELLA NATURA MORTA
In Paul Cézanne, soprattutto nelle nature morte, il vino perde il suo valore narrativo: bottiglie e tavole non raccontano una scena, ma servono a costruire lo spazio pittorico attraverso forme, volumi e colori. Nell’opera I giocatori di carte (1890-1895, Musée d’Orsay, Parigi) la bottiglia al centro non è un semplice dettaglio rustico; funge da asse di simmetria e perno compositivo, dividendo la scena in due metà opposte ma speculari.
VAN GOGH: IL VINO E IL LAVORO
Per Vincent van Gogh il vino è legato alla terra e alla fatica. Nelle scene di vendemmia e nei riferimenti alla vigna, il vino rappresenta il ritmo delle stagioni, il lavoro contadino, una forma di spiritualità laica. Non c’è celebrazione, ma intensità emotiva. Nel dipinto La Vigna Rossa (1888, Museo Pushkin di Mosca) abbiamo l’esempio lampante di tale visione. Non è una celebrazione edulcorata della vendemmia, ma un’opera carica di intensità emotiva. Van Gogh concentra l’attenzione sui colori autunnali accesi, il giallo, il viola, il rosso e sul contrasto con le figure blu dei contadini, rappresentando la fatica dell’uomo immerso nella natura.
MICHELANGELO PISTOLETTO e la Vendemmia d’Artista
Nell’arte contemporanea il vino perde il suo valore simbolico tradizionale e assume nuove funzioni. Non racconta più miti o riti condivisi, ma viene usato come materiale, come traccia di consumo o come elemento legato a dinamiche sociali ed economiche. Nel lavoro di Michelangelo Pistoletto, il vino entra nell’arte contemporanea non come immagine o simbolo tradizionale, ma come oggetto sociale e culturale. Con il progetto Vendemmia d’Artista di Ornellaia (annata 2010), in occasione del 25° anniversario di Ornellaia, Il vino diventa supporto dell’opera e occasione di incontro tra arte e mercato. Per l’occasione ha realizzato etichette speciali e sculture in materiale specchiante per le grandi bottiglie, portando nel vino i temi centrali della sua ricerca: la relazione, la celebrazione e il coinvolgimento dello spettatore.
Le opere che raccontano il vino nell’arte sarebbero molte altre e ogni epoca aggiunge nuove sfumature a questa storia lunghissima. Questo percorso non vuole essere esaustivo, ma suggerire uno sguardo diverso. Un invito a guardare oltre il centro della scena.
Spero di avervi lasciato uno spunto, così che alla prossima visita museale possiate andare anche voi a caccia di un capolavoro di‑vino.
Prosit!



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