Roma celebra il Sud: Beviamoci Sud tra analisi, identità e nuove prospettive

Ci sono eventi che raccontano il vino. E poi ci sono eventi che raccontano un’idea di vino. Beviamoci Sud, andato in scena il 31 gennaio e 1° febbraio nelle sale eleganti del The Westin Excelsior di Via Veneto, appartiene decisamente alla seconda categoria.

Entrando nelle sale affrescate dell’hotel romano si aveva subito la sensazione che non si trattasse soltanto di una grande degustazione dedicata al centro-sud, ma di un progetto culturale costruito con visione e metodo. Il Sud, qui, non era una semplice area geografica: era un’identità plurale, un mosaico di territori, vitigni, storie familiari e nuove energie.

Il merito di questa regia precisa e appassionata va riconosciuto ad Andrea Petrini e Marco Cum, anima dell’agenzia Riserva Grande, che negli anni ha dimostrato una capacità rara: trasformare un evento in un racconto coerente. Nulla è lasciato al caso. Dalla selezione delle cantine alla scansione delle masterclass, fino all’equilibrio tra banchi d’assaggio e momenti di approfondimento, tutto risponde a una visione chiara: dare al Sud il palcoscenico che merita, senza folklore, ma con rigore e competenza.

Riserva Grande, sotto la guida di Marco Cum, conferma ancora una volta la propria vocazione a fare sistema. L’organizzazione è fluida, l’accoglienza professionale, la comunicazione puntuale. Ma soprattutto si percepisce una cura quasi sartoriale nel costruire relazioni tra produttori, stampa e operatori. Beviamoci Sud non è una fiera dispersiva: è un luogo di incontro vero, dove il dialogo è incoraggiato e la narrazione è parte integrante dell’esperienza.

Accanto alla struttura organizzativa, uno degli elementi più qualificanti di questa edizione è stato il ricco calendario di masterclass, che hanno dato profondità culturale alla manifestazione. Qui emerge con forza il contributo di Luciano Pignataro, relatore d’eccezione capace di coniugare competenza tecnica e capacità divulgativa.

Le sue sessioni dedicate ai vitigni del Meridione, dall’Etna al Primitivo di Manduria, fino ai territori emergenti come la Calabria della futura DOC Costa degli Dei, non si sono limitate a una degustazione guidata. Sono diventate veri percorsi interpretativi. Luciano Pignataro ha saputo contestualizzare ogni calice, legando il dato organolettico alla storia del territorio, alle dinamiche agronomiche, alle scelte stilistiche dei produttori. Ne è scaturito un dialogo vivo, partecipato, in cui il pubblico composto da appassionati e professionisti, ha potuto approfondire temi cruciali: identità varietale, evoluzione dei disciplinari, sfide climatiche, nuove letture dei vitigni autoctoni.

In un panorama spesso dominato dalla velocità dell’assaggio seriale, queste masterclass hanno rappresentato una pausa di riflessione. Hanno restituito al vino la sua dimensione culturale, ribadendo che conoscere un vitigno significa comprenderne l’ambiente, le mani che lo coltivano, la visione che lo interpreta.

E poi c’erano i banchi d’assaggio, oltre ottanta vignaioli a rappresentare Campania, Puglia, Calabria, Sicilia, Basilicata e Lazio. Un Sud sfaccettato, lontano dagli stereotipi, capace di esprimere finezza, verticalità, eleganza oltre alla consueta potenza solare. Dai bianchi vulcanici ai rossi mediterranei, passando per interpretazioni di Magliocco e Zibibbo che guardano al futuro con identità rinnovata, la sensazione condivisa era quella di una maturità ormai compiuta.

Beviamoci Sud si conferma così molto più di un evento tematico: è un osservatorio privilegiato sull’evoluzione enologica del Mezzogiorno. E se questo accade è grazie a una squadra che lavora con visione strategica e passione autentica. Andrea Petrini e Marco Cum, con l’agenzia Riserva Grande, hanno costruito una piattaforma credibile e solida. Luciano Pignataro, con le sue masterclass, ha dato profondità e spessore al racconto.

Il risultato è un appuntamento che non celebra soltanto il vino del Sud, ma ne rafforza l’autorevolezza. In una cornice iconica come quella del Westin Excelsior, il Mezzogiorno vitivinicolo ha parlato con voce chiara, consapevole, contemporanea.

In particolare, mi preme fare un approfondimento sulla Masterclass Costa degli Dei.

La futura DOC Costa degli Dei nasce con l’obiettivo di dare identità e riconoscibilità al patrimonio vitivinicolo della provincia di Vibo Valentia, lungo uno dei tratti più suggestivi del Tirreno calabrese. Promossa dal Gal Terre Vibonesi e dall’Associazione Viticoltori Vibonesi, la denominazione punta a valorizzare un areale che si estende tra colline e mare, coinvolgendo sedici comuni della costa. Al centro del progetto due vitigni simbolo del territorio: il Magliocco Canino, anima dei rossi e dei rosati, e lo Zibibbo, interprete di bianchi aromatici di forte impronta mediterranea. Ancora in attesa del riconoscimento ministeriale, la DOC si propone come strumento di crescita qualitativa, promozione enoturistica e rilancio economico, con l’ambizione di trasformare la Costa degli Dei in un nuovo riferimento dell’enologia calabrese.

Accanto alla struttura organizzativa, uno degli elementi più qualificanti di questa edizione è stato il ricco calendario di masterclass, che hanno dato profondità culturale alla manifestazione. Tra queste, particolarmente significativa la degustazione guidata da Luciano Pignataro, Vincenzo Alvaro e Vitaliano Papillo, un focus serrato sui vini calabresi che ha messo in luce identità, potenzialità e anche qualche limite interpretativo.

Si è iniziato con il Cantina Masicei Rafè Pas Dosè Metodo Classico, 30 mesi sui lieviti, una produzione minuscola, tra le 600 e le 800 bottiglie l’anno, che racconta un artigianato autentico. Nel calice un rosa salmone brillante, al naso fiori e agrumi intensi; in bocca freschezza e sapidità, con rimandi al pompelmo rosa e all’arancia rossa, chiusura appena amaricante. Una bollicina identitaria, lontana da mode omologanti.

Il passaggio allo Zibibbo ha mostrato la versatilità del vitigno. Il Castelmonardo Calabria Zibibbo IGT 2024 si è presentato con un naso dolce e suadente, tra fiori e macchia mediterranea; in bocca, invece, austero e secco, con richiami a frutta gialla, litchi e agrumi. Un vino complesso, giocato sull’equilibrio tra aromaticità e tensione.

Di grande impatto il Benvenuto Calabria Zibibbo IGT 2024, premiato tra i primi dieci vini bianchi d’Italia. Ampio e articolato, con una componente morbida sostenuta da una freschezza elegante, ha offerto note dolci di fiori e frutti, dimostrando come lo Zibibbo possa ambire a traguardi di assoluto rilievo nazionale.

Più controverso il Centodì Origine & Identità Zibibbo Macerato 2024: al naso sensazioni di senape, cappero, acciughe. Un profilo spinto, che nella valutazione complessiva è risultato meno convincente, ma che testimonia la volontà di sperimentare e di esplorare linguaggi alternativi.

Il Magliocco Canino ha poi mostrato la propria duttilità. Il Cantine Laquaniti Tra.monti Rosato 2024 si è distinto per freschezza, tono e fragranza fruttata, mentre il Casa Comerci Libìci 2022 ha sorpreso per finezza ed eleganza: note vegetali di cardo, cappero e macchia mediterranea, in una versione raffinata e non scontata del vitigno.

Chiusura in dolcezza con il Cantine Artese Aurum Deum, Calabria IGT Zibibbo Passito 2023. Vendemmia tardiva con grappoli lasciati appesi, vinificazione a gennaio, imbottigliamento a giugno, produzione tra le 700 e le 1000 bottiglie l’anno. Nel bicchiere frutta candita e mandorle dolci, in un equilibrio che racconta pazienza e cura.

Questa masterclass ha rappresentato uno dei momenti più alti della manifestazione: un confronto serio, analitico, guidato da voci autorevoli capaci di mettere in prospettiva ogni assaggio. È qui che Beviamoci Sud dimostra la propria maturità: non solo celebrazione, ma analisi critica e approfondimento.

L’insieme delle degustazioni e degli incontri ha restituito l’immagine di un Sud consapevole, che non teme il paragone e che, anzi, rivendica la propria complessità. E se tutto questo è stato possibile, è grazie alla visione organizzativa di Andrea Petrini e Marco Cum con Riserva Grande, capaci di costruire una piattaforma credibile e solida, e alla qualità dei relatori che hanno dato spessore culturale all’evento.

Ai banchi d’assaggio si respirava un’energia viva, quasi febbrile, ma mai caotica. Il flusso continuo di appassionati, operatori e colleghi raccontava la fame di conoscenza verso un Sud che non si accontenta più di essere evocato, ma chiede di essere compreso calice alla mano. È qui, tra un assaggio e uno scambio di impressioni, che l’identità dell’evento ha trovato la sua espressione più spontanea.

Con il collega Adriano Romano mi sono soffermato a lungo al banco della cantina siciliana Iuppa, in Contrada Salice, sulle pendici dell’Etna. I loro vini restituiscono con precisione la voce del vulcano: il LINDO Etna Bianco Superiore 2022 si distingue per tensione e verticalità, con una trama sapida che richiama la pietra lavica e gli agrumi maturi; l’ATA Etna Rosato 2024 coniuga fragranza e slancio, giocando su note di piccoli frutti rossi e una chiusura salina; il CLO Etna Rosso 2022 esprime finezza e dinamismo, mentre il Pinin Nerello Mascalese IGT 2021, proveniente da vigne antiche a piede franco, offre profondità e complessità, con un sorso che alterna eleganza e vibrazione minerale. Vini che non gridano, ma raccontano con autenticità la stratificazione del loro terroir.

Di tutt’altra matrice, ma ugualmente identitaria, la presenza de Le Cantine del Notaio, presidio lucano che continua a rappresentare con autorevolezza l’Aglianico del Vulture. Il Rogito 2024 mostra energia e immediatezza, Il Repertorio 2022 conferma equilibrio e coerenza stilistica, mentre La Firma 2018 e Il Sigillo 2017 esplorano registri più profondi e strutturati, in cui il tempo diventa ingrediente essenziale. Una gamma che ribadisce quanto il Vulture sappia coniugare potenza e finezza.

Interessante anche l’incontro con Mourad Ouada, enologo cosmopolita dalle radici algerine, francesi e italiane, capace di trasferire nei progetti che segue una visione ampia e stratificata. Nei vini di Tenute Oskiros, in Gallura, si percepisce questa sensibilità: il Vermentino gioca su freschezza e precisione aromatica, mentre il Cannonau esprime un profilo mediterraneo elegante, mai sovraccarico, in cui il frutto dialoga con la macchia e la brezza marina.

A sorpresa, ma con idee chiare, la giovane realtà Mugilla, alle porte di Roma, che sta costruendo un percorso interessante nella valorizzazione del Lazio vitivinicolo, proponendo etichette capaci di coniugare territorialità e slancio contemporaneo.

E poi l’eccellenza campana di Antonio Molettieri, premiato per il miglior Taurasi DOCG “D’Oreste”: un riconoscimento che suggella un lavoro rigoroso sull’Aglianico irpino, vino di struttura e profondità, ma anche di precisione espressiva.

Questi incontri, così diversi per provenienza e stile, hanno restituito l’immagine di un Sud plurale, maturo, consapevole delle proprie radici e deciso a raccontarsi con linguaggi sempre più raffinati. Ai banchi di Beviamoci Sud non si è assistito soltanto a una successione di assaggi, ma a un dialogo continuo tra territori, interpreti e visioni. Ed è proprio in questa coralità, viva e articolata, che il Mezzogiorno enologico ha mostrato la sua forza più autentica.

Immagine di Alberto Chiarenza

Alberto Chiarenza

Romano di nascita e cresciuto in un paese distante, il Sud Africa. Un posto dove convivono molte etnie e religioni. un pot-pourri multietnico che apre la mente a nuove esperienze e conoscenze. Amo l’eleganza e le buone maniere, viaggiare e scoprire continuamente nuove realtà enogastronomiche. Critico enogastronomico, ho iniziato dal corso Sommelier fino a specializzarmi come Assaggiatore Esperto e Consigliere ONAV Roma di cui sono l’addetto alla comunicazione. Ho un blog personale e un sito internet come “Alberto Winelover”. Viva il vino e viva la vita…Cheers!

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