Ci sono storie del vino che nascono da una famiglia, altre da un territorio. E poi ci sono quelle che prendono forma dalla volontà di unire le forze, trasformando il lavoro di tanti in un patrimonio condiviso. È il caso di Cantina Vivallis, realtà cooperativa che dal 1908 accompagna il percorso vitivinicolo della Vallagarina, custodendone le radici e interpretandone le potenzialità.
Siamo a Nogaredo, alle porte di Rovereto, dove incontro Patrizia Pensini, responsabile dell’Hospitality di Cantina Vivallis, un viaggio in una cantina in cui la cooperazione non è soltanto un modello produttivo, ma un modo di vivere il territorio e valorizzare il lavoro dei viticoltori.

Dal 1908, una comunità di viticoltori
La storia di Vivallis comincia grazie a don Giovanni Battista Panizza, pioniere della cooperazione nel Trentino dell’epoca austro-ungarica. L’idea era mettere in comune risorse e competenze agricole, creando una struttura capace di sostenere il lavoro dei produttori. Nacque così la SAV – Società Agricoltori Vallagarina, realtà multisettore di cui l’attuale realtà vitivinicola resta l’unico comparto ancora esistente.
Anche il nome Vivallis racchiude una dichiarazione d’intenti: Vallis richiama la valle e la sua vocazione enologica, mentre la lettera V sintetizza quattro concetti fondamentali, Vita, Vite, Vino e Viticoltore.
Oggi la cooperativa riunisce oltre 700 soci e conta più di 900 ettari vitati. Numeri importanti, dietro ai quali c’è soprattutto la volontà di dare valore a persone, vigneti e identità differenti, unite da un progetto comune.

Valentini Von Weinfeld, la memoria delle bollicine
La storia di Vivallis custodisce anche un capitolo significativo della spumantistica trentina. Negli anni Quaranta, la cooperativa acquisì la storica casa spumantistica fondata nel 1899 da Arminio Valentini, pioniere del settore che cominciò a commercializzare il proprio spumante metodo classico con il nome Champagne Valentini prima che la denominazione francese venisse riservata.
Per preservare questa eredità, gli spumanti Trento Doc metodo classico vengono commercializzati con il marchio storico Valentini Von Weinfeld, che richiama in parte il passato austro-ungarico della regione.
I vini fermi conservano invece il marchio Vivallis: due identità che convivono sotto lo stesso tetto, espressione di una storia capace di rinnovarsi senza perdere le proprie radici.

Sostenibilità e ricerca, dal vigneto alla cantina
La capacità di conservare la tradizione non impedisce a Vivallis di investire nell’innovazione. La struttura produttiva, realizzata in gran parte sottoterra, sfrutta il raffrescamento naturale per contenere i consumi energetici. A ciò si aggiungono un impianto fotovoltaico e un sistema autonomo di depurazione delle acque reflue.
L’attenzione ambientale prosegue in vigneto, dove la cooperativa ha investito anche nei PIWI, varietà resistenti alle principali malattie fungine che permettono di ridurre sensibilmente i trattamenti fitosanitari.
Fra i progetti più interessanti figura White Rock, giunto alla quarta annata e ottenuto dall’assemblaggio di Solaris, Bronner e Muscaris, con il Solaris come varietà principale. Il nome richiama la roccia bianca e la dolomia, evocando il paesaggio alpino.
È un vino che testimonia la volontà di esplorare nuove possibilità enologiche, affiancando ai vitigni tradizionali varietà capaci di rispondere alle esigenze di una viticoltura più sostenibile.

Fortunato Depero, quando il vino incontra l’arte
Un altro elemento distintivo della cantina è il legame con Fortunato Depero, artista e grafico futurista cresciuto in Trentino, celebre anche per le collaborazioni pubblicitarie con Campari.
Negli anni Cinquanta Depero realizzò un pannello pubblicitario per la SAV, il cui originale è conservato a Casa Depero, a Rovereto. Da questa eredità è nata la Linea Depero, mentre la sala degustazione e gli spazi dedicati agli eventi ospitano grandi riproduzioni lignee tridimensionali ispirate alle opere dell’artista.
È un incontro fra mondi che sono legati da sempre: il vino, espressione agricola di una comunità, e l’avanguardia artistica che ha contribuito a rendere riconoscibile l’identità culturale del territorio.

Marzemino dei Ziresi e Castelbeseno, il volto della Vallagarina
Il viaggio nella gamma Vivallis trova il suo centro nei vini che raccontano più direttamente il territorio. Fra questi spicca il Marzemino Superiore dei Ziresi, proveniente dalla microzona di Volano, sulla sinistra dell’Adige, e considerato il vino simbolo della cooperativa.
Insieme a Isera, Ziresi rappresenta una delle aree di riferimento per il Marzemino Superiore trentino. I terreni contribuiscono a conferire al vino struttura, pienezza e rotondità, offrendo un’interpretazione riconoscibile di un vitigno profondamente legato alla storia enologica locale.
È proprio il Marzemino dei Ziresi il protagonista del brindisi conclusivo della mia visita, scelta che riporta l’attenzione sul valore dei vitigni territoriali e sulla capacità della cooperazione di renderli ambasciatori di una comunità.
Accanto a questo rosso troviamo Castel Beseno Superiore, Moscato Giallo Passito prodotto ai piedi dell’omonimo castello. Un’espressione più avvolgente della Vallagarina, capace di raccontarne anche il lato più delicato.

Cooperare per dare futuro al territorio
La storia di Vivallis dimostra come una cooperativa possa essere molto più della somma dei propri soci. È una comunità che mette in relazione generazioni di viticoltori, preserva un patrimonio enologico e affronta le sfide contemporanee attraverso sostenibilità e ricerca.
Dalla memoria di Arminio Valentini al segno futurista di Depero, dai vigneti di Marzemino alla sperimentazione con i PIWI, ogni tassello contribuisce a raccontare una Vallagarina ricca di sfumature, dove tradizione e innovazione convivono. Il brindisi finale con il Marzemino dei Ziresi diventa così un omaggio alla terra e a chi, con il proprio lavoro quotidiano, continua a custodirla.
Perché il valore della cooperazione sta proprio qui: trasformare tante storie individuali in un’identità collettiva, capace di guardare al futuro senza dimenticare le proprie radici.



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